Theosophical University Press Online Edition

La Tradizione Esoterica di G. de Purucker


Capitolo 16

La Morte e il Dopo-Morte:
Uno Studio della Coscienza

Parte 1

Considerando immortale l'uomo nel suo più intimo, e durante il corso del manvantara cosmico come un raggio sempre attivo proveniente dal cuore o essenza dell'universo, e quindi eterno come l'universo stesso, quella che gli uomini chiamano morte è vista come l'inizio della più grande avventura della vita.

In Occidente viene data troppa importanza ai vari corpi nella costituzione dell'uomo, ma questi, dopotutto, sono semplicemente veicoli temporanei proiettati intorno a lui dalla monade, un raggio igneo della divinità solare. Sarà impossibile comprendere la morte e i suoi misteri fintanto che un individuo concentra l'attenzione sui semplici corpi o guaine in cui questo raggio o fiamma della coscienza si avvolge periodicamente. Se un uomo desidera conoscere il suo destino post-mortem, è necessario che segua le peregrinazioni della coscienza di per sé. Se è in grado di farlo, non avrà più paura della morte, perché si accorgerà della sua inesistenza, se non come una fase della vita che si apre nelle peregrinazioni attraverso i mondi e le sfere interiori fino a raggiungere il devachan; e riconoscerà la morte esattamente per quella che è, il soccorritore ed amico più gentile che l'uomo abbia. Morire significa mettere da parte l'imperfezione per una perfezione relativa, la coscienza limitata per una sfera di coscienza più ampia.

Ogni intuizione dell'essere dell'uomo gli suggerisce che la coscienza in sé, separata dai suoi corpi, funziona in una continuità ininterrotta, e l'esperienza che l'uomo ha gli suggerisce anche che la coscienza manifestata o egoica è incessantemente sottoposta al mutamento, per cui l'uomo non rimane lo stesso identico ego nemmeno per un secondo — perché ogni secondo porta un cambiamento ineluttabile negli attributi e qualità della coscienza percettiva o manifestata.

In ultima analisi, l'uomo è una corrente o flusso di coscienza che si ferma ad intervalli quando costruisce la sua costituzione, dal superiore all'inferiore che sono in lui, per formare nodi o punti focali che sono i differenti centri di coscienza della sua costituzione. Possiamo immaginare che il flusso della coscienza essenziale contenga perlomeno tre qualità o attributi inerenti: pensiero, volontà, sentimento. Tuttavia, la corrente della nostra coscienza essenziale — così diversa dalla coscienza manifestata o egoica — ha continuato ininterrottamente fino all'attuale periodo della nostra età adulta, sebbene le sue forme manifestate, poiché lavorano attraverso questi nodi o punti focali, cambino di continuo.

Ciascuno di noi dice di se stesso: "Io sono Io" — ego sum. Immergendoci ancora più profondamente negli abissi della nostra coscienza essenziale, ciascuno di noi può anche dire di se stesso:"Io sono," lo stesso "Io sono" che venne alla percezione cosciente dell'ego cognitivo inferiore quando il cervello del bambino cominciò ad essere sufficientemente sviluppato per ricevere questa cognizione. Identicamente, lo stesso "Io sono" rimarrà con noi nelle situazioni normali fino al giorno della sua dissoluzione fisica; ma considerate i cambiamenti attraverso i quali questa coscienza essenziale è vissuta, si è mossa, ed ha avuto il suo essere attraverso la nostra vita. Considerate come noi siamo sottoposti a dei cambiamenti quasi innumerevoli di questi nodi o punti focali della coscienza, mentre l'essenziale "Io sono la mia esseità" ha continuato ininterrottamente e in sé non ha avuto alcuna modificazione percettibile — anche se l'uomo adulto percepisce e cresce nella sua "Io sono la mia esseità."

Inoltre, va notato che questo "Io sono" è virtualmente identico in tutto; ma che "Io sono Io" in un individuo non è lo stesso che "Io sono Io" in un altro. È precisamente l'ego, o "Io sono Io" in ciascuno di noi che ci distingue l'uno dall'altro, e che apporta le distinzioni dell'individualità che fanno gli esseri umani, e in verità tutte le altre unità nell'esercito gerarchico.

Il punto focale o nodo superiore della coscienza essenziale, e quindi il suo primo veicolo spirituale, è la monade buddhica, e la stessa coscienza essenziale è l'ātman o il Sé fondamentale, che è un raggio del paramātman o il Sé supremo del cosmo. È quindi la monade buddhica ad essere la sua corrente di coscienza essenziale, il filo d'oro dell'individualità ininterrotta, su cui sono innestati tutti i principi inferiori della sostanza, come grani di una catena, che passano attraverso tutti i punti focali o nodi intermedi della costituzione umana, scorrendo attraverso di essi come un flusso di radiazione ininterrotta. Questo flusso è chiamato sūtrātman, un termine sanscrito che significa il "filo del sé." Il sūtrātman, quindi, è radicato nella monade buddhica e scaturisce da essa, dalla sua essenza monadica o ātman, ma il suo flusso è colorato dall'individualità progressivamente in espansione dell'ego reincarnante o reincorporante, che agisce attraverso la costituzione interna dell'uomo, la sua mente e le emozioni, le sue aspirazioni, intelletto, e così via, producendo la coscienza individuale e personale che è l' "Io sono Io."

Uno degli insegnamenti più profondi di Platone, che seguono i Pitagorici, è che le caratteristiche, qualità, e funzionamento della coscienza dell'uomo durante la vita, sono dovuti ai precedenti reincorporamenti del suo centro egoico; di conseguenza, tutta la sua innata conoscenza, saggezza, e facoltà organica, non sono che reminescenze di esistenze precedenti, che egli chiama anamnēsis, cioè il radunarsi nuovamente in un'unità coesiva di tutte le attività coscienti, energizzanti, e sostanziali che l'essere, nella precedente incarnazione, era. Questo, in senso veramente letterale, è l'attuale reminiscenza o memorizzazione del passato: non necessariamente dei dettagli, ma della massa aggregata degli elementi spirituali e psicologici che vengono dal passato, che nella vita attuale si esprimono come conseguenze karmiche, e che nel loro insieme formano l'uomo stesso. Quindi, è evidente che Platone insegnasse la stessa dottrina che insegnò il Buddha, ad esempio che un uomo è il proprio karma: su tutti i piani e in tutte le fasi è quella totalità di se stesso che le sue passate vite lo hanno fatto essere o diventare.

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Così vediamo che la vita di un uomo è il viaggiare di una coscienza sempre in espansione, l'ego reincorporante, attraverso la sfera fisica, e quella che è chiamata morte è semplicemente una continuazione del suo viaggio fuori da questa sfera in un'altra sfera a noi invisibile. In verità, si può dire che la morte fisica è in buona parte provocata dal fatto che il campo della coscienza che si espande, anche nel corso di una vita, si estende oltre la capacità del corpo fisico che, sentendo su di sé le pressioni, gradualmente si deteriora, scivola nella senescenza, e alla fine è gettato via. Un breve momento prima della dissoluzione del corpo fisico, la costituzione interiore dell'uomo — i principi stessi che sono le forze e le sostanze interne dell'uomo — cominciano a separarsi, e il corpo, man mano che passa il tempo, naturalmente ed inevitabilmente ne segue l'esempio.

La parte immortale dell'uomo, che è superiore al semplice ego o anima umana, dimora nelle sfere divino-spirituali. Il potere e le influenze pervadenti di questa parte superiore dell'uomo sono incomparabilmente più impellenti nei regni causali di quanto lo sia l'ego spirituale o anima, e vi è una costante attrazione verso questi piani superiori in alto; e specialmente all'avvicinarsi della morte, l'entità reincarnante è fortemente attirata in alto verso di essi. Questa costante e potente attrazione spirituale-intellettuale agisce sulla parte superiore della natura intermedia della costituzione umana, combinandosi con i corpi astrali e fisici usati e logorati da un uomo durante la vita, sono le due principali cause che contribuiscono alla morte fisica. La morte, dunque, è provocata innanzitutto dall'interno, e solo secondariamente dall'esterno, coinvolgendo, da un lato, un'attrazione dell'ego reincorporante verso l'alto, alle sfere spirituali e, dall'altro, la progressiva decadenza dei veicolo astrale-vitale-fisico.

Dovunque guardiamo, vediamo tutti i fenomeni della vita: le entità in tutte le fasi della crescita o della senescenza o della morte; e uno dei modi più comuni con cui l'uomo descrive le cause della morte è di parlare della "deterioramento" dei poteri vitali interni. Ogni cosa comincia a morire dall'interno verso l'esterno, per cui potremmo veramente dire che, se fosse possibile per la costituzione interiore di un'entità continuare in un'inalterata attività vitale, il corpo fisico esterno probabilmente non subirebbe affatto una dissoluzione per tutto il tempo in cui le facoltà interiori continuano ad agire inalterate; sono queste facoltà e poteri interiori che riempiono il corpo fisico con tutta la loro energia di coesione, e lo rendono capace di continuare ad esistere come "essere vivente." Un albero, ad esempio, non muore a causa di influenze esteriori che incidono su di esso, sebbene, in verità, contribuiscano una volta iniziata la decadenza interna, ma un albero comincia a decadere all'interno, e se la decadenza non si verificasse in qualche maniera, l'albero si propagherebbe finché tutta l'entità muore. Ugualmente, un sole diventa un corpo freddo non a causa di forze esteriori, ma per il fatto che le proprie forze o energie interne si sono esaurite; in verità, secondo il pensiero scientifico, un sole alla fine "muore" perché ha esaurito tutta la maggior parte, se non la totalità, delle titaniche energie che giacciono nel suo nucleo. L'anzianità, la vecchiaia, o la decadenza fisica sono quindi i risultati fisici di questo ritiro preparatorio dell'ego reincorporante dalla sua partecipazione cosciente agli affari della vita terrena; e può essere paragonato al periodo prenatale durante il quale l'ego reincorporante, per mesi, o addirittura anni, è sottomesso a una preparazione quasi cosciente per la sua "morte" nel devachan e la sua discesa, attraverso i regni intermedi inferiori, nell'incorporamento fisico.

Infine giunge l'ora in cui la costituzione dell'uomo si separa e raggiunge il punto nel quale l'ego reincorporante obbedisce così fortemente all'attrazione "verso l'alto" o "verso l'interno," verso la pace e la beatitudine del devachan, per cui la corda d'argento della vita che lo lega alla triade inferiore si spezza. Allora risulta immediatamente la fine delle pulsazioni del cuore: vi è l'ultimo battito, seguito subito dall'incoscienza. Più veloce di un lampo di luce, la parte superiore dell'ego si ritira quindi nella monade spirituale, il suo sé essenziale; e lì, riposando nel seno della monade spirituale finché avrà luogo la prossima incarnazione su questa terra, rimane nel devachan, avvolto in ineffabili sogni in cui si realizzano pienamente tutte le sue aspirazioni finora ostacolate. Possiamo chiamare queste aspirazioni "sogni," perché per l'ego reincorporante sono proprio sogni, come lo sono i comuni sogni ad occhi aperti di un uomo; ma questi sogni devacianici per l'ego spirituale sono più reali della "cosa più reale" che il corpo fisico, con i suoi sensi imperfetti, possa trasmetterci.

Dobbiamo sempre ricordare che il devachan non è una sfera o un piano oggettivo, ma è un'intera serie di stati della coscienza stessa, che tesse intorno a sé "immagini" o "visioni" illusorie che sono i riflessi evidenti delle sue attività interiori. Di conseguenza, il devachan è in ogni caso un devachan individuale per chi lo sperimenta. Così un uomo, il cui periodo di vita è trascorso in desideri non realizzati a carattere filosofico o scientifico, di natura religiosa o musicale, ecc., avrà un devachan che corrisponderà esattamente al flusso che ha dominato la sua coscienza durante la vita.

Ma la morte non è ancora definitiva nemmeno quando ha luogo l'ultimo battito del cuore, perché il cervello, essendo l'ultimo organo del corpo a morire, per un po' di tempo resta attivo, e la memoria, sia pure inconsciamente per l'ego umano inferiore, passa in rassegna in un regolare ordine seriale e senza interruzione ogni singolo evento della vita appena terminata, dal più grande al più transitorio e più minuzioso. Dal momento in cui l'autocoscienza si verificò per la prima volta all'inizio dell' infanzia, fino all'ultimo momento della percezione autocosciente quando il cuore ha cessato di battere, il cervello vede tutto questo come un panorama di immagini che scorrono senza interruzione. Tutto viene passato in rassegna; e l'ego reincorporante realizza la giustizia perfetta di tutto quanto ha sperimentato, e ne riceve un'impressione indelebile che rimane con esso attraverso l'intero intervallo devacianico, e lo aiuta nel guidarlo all'ambiente idoneo quando ritorna sulla terra per la sua prossima rinascita.

Proprio come alla morte il panorama dell'intera vita passata scorre in rassegna, così le identiche immagini, indelebilmente stampate nella fabbrica dell'essere, scorrono nuovamente davanti all' "occhio della sua mente" poco prima che l'ego reincorporante rinasca. Queste immagini panoramiche sono puramente automatiche, e la coscienza dell'anima dell'ego reincorporante, che osserva questa mirabile rassegna di avvenimenti che si susseguono, per tutta la durata è completamente dimentica di qualsiasi altra cosa. Temporaneamente, quindi, essa vive nel passato, e la memoria rimuove dalla registrazione ākāśīca, per così dire, tutti gli eventi, fino al minimo dettaglio.

Vi sono definiti motivi etici e psicologici che per le leggi della natura sono inerenti in questo processo; perché questo panorama in rapido movimento comprende l'intera ricostruzione, mentalmente parlando, di tutto ciò che è stato fatto nell'ultima vita, imprimendola indelebilmente sulla fabbrica della memoria spirituale dell'uomo che sta morendo.

Poi giunge la fine, e allora le parti mortali e materiali del panorama s'immergono nell'oblio, mentre l'ego reincorporante trattiene in sé coscientemente le parti migliori e più spirituali di queste memorie della visione panoramica nel devachan.

Nelle Lettere dei Mahatma ad A. P. Sinnett troviamo quanto segue:

Questo ricordo ritornerà lentamente e gradualmente verso la fine del periodo di gestazione (all'entità o ego), ancora più lentamente ma molto più imperfettamente ed incompletamente per il guscio, e completamente per l'Ego al momento d'entrare nel Devachan. — Lettera 24B

Il "ricordo" al quale il Maestro K. H. fa riferimento è la visione panoramica, o la rivisitazione degli eventi della vita passata, che avviene per ogni essere umano normale almeno due volte dopo la morte, e in alcuni casi tre volte, e si riferisce all'esperienza delle diverse parti della costituzione disincarnata. La "gestazione" qui indica la preparazione preliminare dell'ego reincorporante che entra nel suo devachan; proprio come la gestazione di un bimbo precede la sua nascita sulla terra, così vi è una gestazione dell'entità devacianica prima di entrare in devachan.

Il "guscio" nell'estratto di prima si riferisce all'entità kāmarūpica o fantasma che è gettato via alla "seconda morte," precedendo di poco l'entrata dell'ego nello stato devacianico, e quindi alla fine del periodo di gestazione. Il significato è che dopo la morte l'entità "quadrupla" — quadrupla perché ha rigettato la triade inferiore — è in una condizione più o meno incosciente o simile al sogno; e la visione panoramica, il ricordo, ritorna lentamente all'ego alla fine del periodo di gestazione che precede il devachan, ma alla conclusione, quando il periodo di gestazione è terminato e quando l'entità sta, per così dire, sulla soglia del devachan. Comunque il ricordo ritorna molto imperfettamente ed incompleto al guscio kāmarūpico, e più o meno al momento in cui il guscio kāmarūpico è abbandonato dall'ego reincorporante che sta ascendendo; e questo ricordo deve essere incompleto ed imperfetto, perché il guscio, essendo solo un rivestimento, anche se vitalizzato in una certa misura e quindi quasi cosciente come il corpo fisico, ovviamente non può trattenere alcun ricordo completo di tutta la vita passata, perché incapace di trattenere i panorami spirituali ed elevati della vita appena vissuta, che sono inerenti all'ego reincorporante.

Il Maestro K.H. scrive:

Deva Chan è uno stato, non una località. Rupa Loka, Arupa-Loka, e Kama-Loka sono le tre sfere di spiritualità ascendente dalle quali sono attratti i vari gruppi delle entità soggettive. — Lettera 25

Le tre sfere di "spiritualità ascendente" sono, nel loro ordine, kāmaloka, rūpaloka, e arūpaloka, ed è un modo sintetico per esprimere in generale i tre stati sia della materia che della coscienza tra le sfere astrali inferiori e quelle devacianiche superiori. Kāmaloka è il comune mondo astrale, quella parte della luce astrale che è il mondo dei gusci, delle entità kāmarūpiche rigettate, o fantasmi, ed è diviso in differenti stati di etereità, ascendendo dal kāmaloka più basso, cioè quello che è più vicino alla condizione della terra. Il kāmaloka allora si fonde nel rūpaloka, una locuzione che significa "il mondo della forma"; e in questo rapporto il rūpaloka è la parte più bassa della sfera devacianica dell'essere. Il rūpaloka, a sua volta, si divide in gradi ascendenti di eterealità, in modo che la parte più elevata del rūpaloka si fonde impercettibilmente nella parte più bassa dell'arūpaloka o la "sfera senza forme." Attraverso queste tre "sfere di eterealità" l'ordinaria entità disincarnata passa nella sua avventura post-mortem, che comincia al momento della morte — ma dopo la visione panoramica — nella parte più bassa del kāmaloka, e termina con la parte superiore del devachan. Sebbene il kāmaloka, il rūpaloka e l'arūpaloka, possano considerarsi come località o sfere effettive perché sono rispettivamente porzioni della luce astrale che, in un altro senso, è il liṅga-śarīra della terra, sono semplicemente così perché tutte le entità che abitano in loro devono avere una posizione nello spazio. Il devachan, di per sé, è una serie di stati della coscienza, proprio come lo è avīci.

Nelle Lettere dei Mahatma leggiamo:

Dall'ultimo gradino del devachan l'Ego si trova spesso nello stato più debole dell'Avitcha che, verso la fine della "selezione spirituale" degli eventi può diventare un "Avitcha" bona fide. — Lettera 24B

"Avitcha" è naturalmente un'errata trascrizione di avīci da parte del chela amanuense. La "selezione spirituale" degli eventi non è che una locuzione per descrivere abbastanza accuratamente la selezione che fa l'entità devacianica, quando entra nel devachan, di tutte le visioni ed eventi, insieme a tutte le emozioni ed aspirazioni elevate dell'ultima vita vissuta sulla terra. Se queste visioni ed eventi, ecc., sono pochi da ricordare o selezionare, lo stato devacianico non è elevato ed è indubbiamente un devachan del rūpaloka. Similmente, se queste visioni ed eventi sono davvero molto pochi, allora il devachan è così basso o debole, da confinare praticamente con la parte più alta di avīci, perché la parte superiore del kāmaloka si fonde impercettibilmente negli stati veramente più bassi del devachan, mentre la parte più bassa del kāmaloka si mescola impercettibilmente con le condizioni più elevate dell'avīci. In altre parole, non vi è soluzione di continuità come fra qualsiasi due di questi tre, perché sia il devachan che avīci sono degli stati: possono fondersi impercettibilmente l'uno nell'altro.

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Alla morte, un uomo mette da parte il corpo fisico come metterebbe da parte un cappotto logoro che non più usabile. Similmente, egli rigetta il corpo modello che durante la vita ha dato al corpo fisico la sua forma e le sue caratteristiche, perché il corpo modello corrisponde al corpo fisico molecola per molecola, cellula per cellula. Il corpo modello rimane con il corpo fisico, o estremamente vicino ad esso, e così si disgrega quando il corpo fisico si disgrega. Sia il corpo fisico o sthūla-śarīra che il liṅga-śarīra sono destinati alla decomposizione molecolare ed anche atomica quando non sono più vitalizzati dalle correnti organiche psico-elettriche che scaturiscono dall'ego reincorporante adombrante e irradiante. Ugualmente, gli atomi di vita del prāṇa o "campo elettrico" che permeano sia il corpo fisico che il corpo modello in cui dimorano, in gran parte si dileguano istantaneamente, al momento della dissoluzione fisica, nelle naturali riserve prāṇiche del pianeta — o, che è la stessa cosa, per quanto riguarda le prime fasi di questo processo, si diffondono nell'atmosfera circostante.

Come dichiarato prima, non dobbiamo pensare che il corpo fisico muore per la privazione della "vita"; anzi, il cadavere è così pieno di vita come lo era al momento della morte. La differenza tra i due stati è che durante la vita l'intera costituzione dell'essere umano è permeata dal fluido organico vitale che ha origine dalla sostanza dell'ego reincorporante, che così agisce come un fattore coesivo — un "campo elettrico" organico, per così dire, in cui tutti gli atomi di vita di tutti i piani della costituzione dell'essere umano, incluso il corpo fisico, sono inerenti ed agiscono sia collettivamente che individualmente, e ai cui impulsi e stimoli organici obbediscono, perché questa vitalità organica è individualizzata e dominante su tutte le espressioni vitali minori. Queste espressioni vitali minori sono le vitalità individuali di ciascun atomo di vita.

È per questo che il corpo fisico morto comincia a decomporsi, in quanto questi atomi di vita non sono più tenuti sotto il controllo coesivo e dominante del campo organico elettrico ma cominciano, ciascuno per sé, il lavoro "su se stessi," per così dire, creando tra di loro attrazioni e repulsioni collettive e individuali. Sono le repulsioni, reciprocamente esercitate tra questi atomi di vita, che alla fine prevalgono, e anche molto rapidamente; e quindi è questo vastissimo numero di atomi di vita che si respingono l'un l'altro, a disgregare e a dissolvere completamente il cadavere stesso.

Possiamo aggiungere che un motivo dell'invecchiamento del corpo fisico è l'intensità delle incessanti attività degli atomi di vita che compongono e costruiscono il corpo, e queste attività talvolta, con l'avanzare dell'età, diventano così forti, che anche l'influenza dominante del campo elettrico organico non può sempre tenerle sotto controllo. La conseguenza è che la struttura del corpo s'indebolisce con le forze atomiche che crescono dentro di lui e che alla fine lo distruggono; e sono ugualmente queste attività vitali interne degli atomi di vita insufficientemente controllate dalla vitalità organica a portare molte, o forse tutte, varie forme di malattia a carattere perdurante.

È così che il corpo muore, non per una mancanza di vita, ma per una sua sovrabbondanza. Durante il periodo di crescita dell'infanzia e della gioventù, la vitalità organica incorporante fluisce in questa fiumana di potere, le cui influenze unificanti e costruttive prevalgono su ogni ostacolo; ma quando la fioritura della facoltà e del potere è stata raggiunta, allora cominciano, per quanto all'inizio debolmente, le attività vitali degli atomi di vita come unità, le cui concomitanti conseguenze risultano nell'età che avanza. Così è la vita che alla fine uccide il corpo, anche se è perfettamente vero che la morte comincia dall'interno e procede esternamente, ed è dovuta alla progressiva separazione delle parti superiori della costituzione umana da quelle inferiori.

La vecchiaia non è necessariamente un periodo di calo dei poteri spirituali ed intellettuali dell'essere umano, perché comunque, per quanto il processo di separazione abbia luogo dopo la mezza età, tuttavia, proprio perché l'intensa fiumana di vitalità incipiente che si manifesta in gioventù non è più così attiva, questo dà l'opportunità di esprimere il meglio che è in lui. Una ragione per cui così tante persone con l'avanzare dell'età sembrano perdere i loro poteri mentali è a causa di un corpo indebolito dagli errori di gioventù, gli errori che nascono dall'ignoranza, oppure, in molti casi, per i vizi che non sono mai stati sottomessi. Quando la razza umana sarà più avanzata, la vecchiaia sarà considerata come il periodo più bello della vita perché il più ricco di poteri intellettuali, psichici e spirituali, e rimarrà così finché giunge la morte fisica, nel giro di poche ore, più brevemente rispetto alla morte attuale.

Durante la vita l'uomo è ed usa un'anima umana, che è la progenie del cielo e della terra: cioè, della forza e dello splendore spirituale monadico e delle forze e qualità sostanziali della materia combinata. Durante la vita quest'anima umana funziona come il veicolo del genitore superiore, l'ego monadico, come un agente in discesa delle forze dell'essenza monadica; trasforma l'energia spirituale monadica nell'energia dell'anima dell'uomo durante la vita. Ora, quando il corpo muore, e le parti inferiori della costituzione umana sono abbandonate per poi sfaldarsi, mentre il raggio monadico o ego reincorporante si ricongiunge alla sua sublime sorgente, la monade, non rimane nessuna parte intermedia dell'uomo che fu? In verità, rimane, ma non possiamo più chiamare questa parte un uomo, perché l'uomo significa l'essere umano come lo conosciamo durante la vita, né possiamo più, realmente, chiamarla un'anima.

Durante la vita, l'anima non è in alcun modo un dio pienamente evoluto, e neppure uno spirito più o meno autocosciente, ma è, infatti, un'entità intermedia tra un dio e un atomo di vita. Come un grande filosofo greco disse in sostanza:

Ciascuno di noi è un Mondo spirituale, e siamo uniti a questa sfera materiale dagli elementi materiali che sono in noi, e allo Spirito Divino (Nous) dalla nostra parte spirituale più elevata. Con tutta la nostra parte noetica (spirituale) rimaniamo permanentemente in quella Suprema, mentre siamo incatenati alle parti inferiori dai campi inferiori dello spirituale in noi. — Plotino, "Il Nostro Spirito Guardiano," Enneadi III, iv, 3

Essendo un'entità composita che partecipa sia al cielo che alla terra, è ovvio che l'anima non sia immortale perché nessun composto può durare per sempre. L'immortalità per un'entità così imperfetta e non evoluta come lo è l'anima umana durante la vita sarebbe quasi il peggior inferno che sia possibile immaginare. Quando abbiamo realizzato che la continuità perpetua di un'entità imperfetta ed errante e che quindi soffre, non soltanto è impossibile in sé, ma, se fosse possibile, in verità sarebbe un inferno continuare per sempre nelle imperfezioni e i limiti e, a quel punto, le conseguenti e concomitanti schiavitù.

Allora, quello che rimane è un centro composito della coscienza transitoria — un centro intermedio di coscienza composto dal lato inferiore di tutte le passioni radicate, dell'egoismo e dell'odio, e di altre cose del genere; e sul lato superiore è composto dalla radiosità spirituale della parte che già è passata e che tuttavia diffonde ancora la sua radiosità sul centro intermedio, elettrificandolo più o meno con l'energia spirituale del raggio monadico che già si sta affrettando verso il suo regno; ed è questa debole elettrificazione spirituale che produce una temporanea coesione degli atomi di vita del composito intermedio anche se tale coesione esisteva — ma allora di gran lunga più forte di ora — durante il periodo di vita dell'uomo.

Ora, questa natura intermedia non è ovviamente un uomo completo. Immaginate un uomo dal quale tutto il meglio che è in lui se n'è andato, e non restano che le parti umane inferiori emotive e passionali e quelle ordinariamente superiori. È sufficientemente chiaro che un tale essere non è adatto né al cielo né all'inferno (se ci fossero questi luoghi). Quest'entità intermedia ed altamente composita, che è più eterea del corpo modello, rimane in kāmaloka in uno stato di torpore; non è esattamente autocosciente; è piuttosto simile ad un uomo in uno stato di trance sognante. Inoltre, non vi è sofferenza, non vi è dolore — almeno non per l'uomo che ha vissuto una vita normale sulla terra. Questo "guscio" che sopravvive dell'ego umano o anima rimane in questo stato di stupore quasi incosciente per un periodo di tempo più o meno lungo finché si sia completato il processo di disintegrazione dei suoi atomi di vita componenti.

Man mano che il tempo passa, la debole radianza dell'ego reincorporante che si è dipartito, che all'inizio lo aveva più o meno elettrificato affinché conservasse uno stato quasi cosciente, lentamente si sfalda, perché la radiosità si è ritirata in alto per ricongiungersi all'ego reincorporante dal quale aveva avuto origine; e appena questa radianza abbandona il guscio, la disintegrazione degli atomi del guscio procede a un livello sempre crescente.

La persona morta rimane nel kāmaloka per un tempo proporzionale ai suoi meriti, e non un istante di più. Alcuni attraversano rapidamente il kāmaloka; in certi casi così rapidamente che ne sono scarsamente consapevoli, mentre quelli che hanno vissuto vite grossolanamente materiali, prede degli appetiti dell'anima intermedia, e che hanno assecondato queste propensioni, e i cui desideri dopo la morte, di conseguenza, sono terreni, naturalmente sentono queste forti attrazioni verso l'esistenza materiale, e il kāmaloka, almeno nei suoi strati inferiori, è uno stato di esistenza molto materiale.

Il kāmaloka non è un luogo terribile né, in ogni senso del termine, un luogo di sofferenza e dolore per gli esseri umani. In verità, la stessa vita terrena contiene quasi sempre, per l'uomo comune, più sofferenza e dolore, e in misura molto maggiore di qualsiasi cosa sia sperimentata in kāmaloka da un'entità quasi in uno stato quasi di sogno, scarsamente semicosciente. Di fatto, è una condizione della coscienza che si verifica per l'entità umana disincarnata nella luce astrale e che porta le conseguenze karmiche di quest'entità che affronta se stessa nella propria coscienza — dove essa deve incontrare le sue parti inferiori. È ugualmente in kāmaloka che la parte spirituale dell'entità disincarnata deve sbarazzarsi della sua parte inferiore prima di essere pronta per la sua beatitudine e riposo in devachan.

Ora, la separazione della radiosità dell'ego reincorporante dalle sue parti astrali inferiori che diventano il guscio, segue rigorosamente le stesse leggi naturali che operavano quando il corpo fisico e il mondo modello furono scartati e ciascuno cominciò a disintegrarsi nei suoi elementi componenti. La separazione della radiosità dell'ego reincarnante dal kāmarūpa è ciò che gli antichi chiamavano la seconda morte. Plutarco, nel suo saggio, "L'Apparente Faccia nel Cerchio della Luna," parla, in un linguaggio piuttosto velato, della seconda morte. Queste porzioni inferiori della natura intermedia rimangono nelle sfere eteriche dell'astrale come gusci o fantasmi.

Il processo di separazione ha luogo sul piano psico-mentale della coscienza da cui l'ego umano ha avuto origine, ed è automatica, anche se, in verità, la coscienza dell'ego reincorporante fa la sua parte nell'aiutare questa separazione a causa delle sue costanti aspirazioni verso l'alto, aiutato dall'attrazione parimenti intensa delle sfere spirituali al di sopra. Così, quello che una volta era il kāmarūpa, essendo ora privato delle parti superiori della costituzione umana inerente all'ego reincorporante, rimane nella luce astrale come il guscio. È questo guscio che la leggenda e la storia nelle antiche religioni e filosofie del mondo definivano come l'ombra o la copia dell'uomo che era sulla terra — almeno per un certo periodo dopo che la radiosità dell'ego reincorporante l'ha scartata. Ma a questo punto della separazione comincia la disintegrazione del guscio, e il suo aspetto dopo pochi mesi, e molto di più dopo un anno o due, è eccessivamente spiacevole da guardare, perché, di fatto, è un cadavere astrale ed è disgustoso da guardare come lo sarebbe il cadavere fisico dopo lo stesso periodo di tempo.

Possiamo aggiungere qui che uno degli argomenti più favorevoli alla cremazione sta nel fatto che essa aiuta la dissoluzione del corpo modello, che quindi non è più attirato magneticamente verso il cadavere in decomposizione, e la sua dissoluzione è corrispondentemente affrettata. Inoltre, anche l'ombra del guscio subisce una dissoluzione più rapida se non vi è alcun cadavere in decomposizione con cui possa scambiare gli atomi di vita.

Nel frattempo, durante la decomposizione del guscio astrale, fin dall'inizio, la parte superiore, la radiosità, ascende attraverso le sfere superiori — che in questo caso sono piani della coscienza anche più fortemente di quanto lo siano i piani nello spazio — per ricongiungere la monade spirituale con l'ego reincorporante, che a sua volta è la radiosità della monade.

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Parte 2

La radiosità ascendente dell'ego reincorporante fa parte dell'essenza di vita dell'ego reincarnante o reincorporante. In questa radiosità è inerente tutta l'essenza personalizzata dell'egoità dell'uomo che fu. Perché, allora, non segue il raggio monadico nella sua immediata riunione, alla morte fisica, con la sua sorgente, la monade, poiché questa radiosità è una parte effettiva del raggio monadico già asceso? La domanda è pertinente. La radiosità, che è un flusso di vita, e quindi sostanza spirituale e intellettuale di un certo tipo, è così grandemente coinvolta con "l'aroma" dell'essere settenario completo che fu — in altre parole, la radiosità è così umanizzata — che ha bisogno di purificare tutti gli elementi inferiori di carattere umanizzato prima di essere idonea o capace di emergere dai regni materiali per ottenere la riunione con la sua sorgente monadica attraverso l'ego reincorporante. Se la monade, un'entità puramente spirituale, fosse capace di manifestare i suoi poteri trascendenti direttamente attraverso l'uomo e senza intermediari o radiosità inferiori, allora un tale uomo sarebbe un'incarnazione della monade, e sarebbe un uomo dio oppure, che significa la stessa cosa, un avatāra o un mānushya-buddha — un buddha umano che agisce nella pienezza dei suoi attributi e poteri spirituali ed intellettuali.

Quindi, questa riunione della radiosità con la sua sorgente non può, alla morte, essere raggiunta immediatamente, perché è così pesantemente carica di attributi materiali per il suo soggiorno nei corpi materiali; nessun essere umano ordinario è finora così puramente spirituale, così definitamente la propria monade spirituale, da rendere possibile questa riunione al momento della morte. È proprio questa purificazione della radiosità dopo la morte nelle parti intermedie del kāmaloka nella luce astrale che crea le varie condizioni post-mortem. Per un uomo questa radiosità è molto importante, perché è l'elemento spirituale ed intellettuale della sua costituzione; ma non è il più spirituale e nemmeno la parte più elevata, anche se è l'essere umano essenziale. Effettivamente è la porzione superiore della personalità, e in essa c'è il seme del futuro uomo personale nella prossima vita terrena. La radiosità è l'efflusso o il flusso a carattere spirituale ed intellettuale, che ha origine nella monade, passando e agendo attraverso l'ego reincorporante, da cui è trasmessa tramite le parti inferiori della costituzione umana, finché le sue ultime delicate fibrille della coscienza toccano il cervello e il cuore, organi tramite i quali le radiosità della Radiosità si diffondono attraverso il veicolo fisico per mezzo dei vari prāṇa, assicurando così la diffusione attraverso il corpo sia della sua vitalità organica sia attraverso le varie forme dell'istinto che il corpo evidenzia come un essere evidente.

Questa radiosità, quindi, mentre nella sua essenza è una forza o energia spirituale ed intellettuale, diventa umanizzata a causa del vasto numero di esperienze acquisite in altre vite sulla terra, come pure delle sue esperienze in altri mondi ed altri piani come il campo della coscienza umana. Non è puro spirito perché è intrappolata negli elementi umani della costituzione dell'uomo. In altre parole, è entrata nei regni materiali più bassi della propria sfera nativa. Agendo così, ha naturalmente elevato di qualche grado gli atomi di vita dai quali sono composti questi materiali, che di conseguenza sono stimolati verso forme più alte d'attività tramite questo contatto con la radiosità.

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Poiché questa radiosità proveniente dall'ego reincarnante o reincorporante ascende verso il suo padre nel cielo, verso il suo ricongiungimento con la monade spirituale, passa attraverso diversi piani o sfere dell'essere dei mondi interiori ed invisibili, in ciascuno dei quali sparge gli atomi di vita appartenenti a quel mondo, e che sono ancora di carattere troppo sostanziale per essere raccolti nel seno della sua radiosità per ascendere verso sfere ancora più elevate.

Anche gli atomi di vita dei tre principi superiori dell'uomo, la divina fiamma ātmica, la monade buddhica, e l'ego superiore o anima spirituale, seguono lo stesso corso d'azione; ma nel loro caso soltanto quando sono raggiunti i rispettivi termini di vita di ciascuno di essi. Poiché questi tre termini di vita sono eccessivamente lunghi, quello dell'ego superiore essendo contato in bilioni di anni, e i termini di vita degli altri due comprendono periodi ancora più estesi, ne consegue che questi tre principi superiori sono pressoché immortali.

Così la radiosità dell'ego reincorporante, costantemente attratta verso l'alto e che lentamente svanisce dai regni inferiori, prosegue il suo viaggio quando è finito il periodo del post-mortem, finché tutto quello che è al di sotto dell'essenza spirituale-intellettuale di questa radiosità è abbandonato nella luce astrale; poi, quando si è ricongiunta con l'ego reincorporante o reincarnante, quest'ultimo, ora diventato un'entità quasi spirituale, è idoneo ad unirsi alla sua monade spirituale, il dio interiore dell'uomo. Nell'atmosfera circostante di questa monade, l'ego reincorporante allora riposa in una pace e una beatitudine ineffabili in devachan per un lungo periodo di anni, che dipende in ciascun caso dall'aroma spirituale o conseguenze karmiche derivanti dalla sua ultima vita sulla terra.

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Se un uomo è essenzialmente un flusso della coscienza, e quindi presumibilmente cosciente in tutte le sue parti, perché diventa incosciente quando muore? Perché al momento della morte avviene un temporaneo trasferimento della sede dell'autocoscienza (che ordinariamente è in quella che chiamiamo mente-cervello) nella parte superiore del flusso della coscienza che è l'uomo; e proprio perché durante la sua vita l'uomo non ha unito la sua mente auto-conoscente con la parte superiore di se stesso, considerata come un flusso della coscienza, egli s'immerge in quella che per lui è quindi incoscienza vuota. Ma, strettamente parlando, è una "coscienza" completa come prima, in verità una coscienza un milione di volte veramente più cosciente, perché ora è l'essenza della coscienza — non più la coscienza della mente-cervello auto-conoscente.

La coscienza pura e senza restrizioni è proprio l'essenza dell'essere dell'uomo, e l'autocoscienza è l'attività di uno o l'altro dei "nodi" o punti focali della coscienza; e questo vortice della coscienza causato dall'attività caratterizzante di un simile "nodo" della coscienza ha un effetto limitante e restrittivo. Verrà il giorno in cui, tra remoti eoni futuri, questi punti focali o nodi della coscienza, producendo il risultato karmico di quella che chiamiamo autocoscienza, spariranno, perché il flusso della coscienza scaturirà in una sequenza diretta e ininterrotta.

È un paradosso curioso che l'autocoscienza sia una fase temporanea nell'evoluzione della pura coscienza stessa. Quando ci saremo disfatti dell'esistenza dentro di noi di questi vari "nodi" o punti focali della coscienza, che ci fanno uomini con i mostri limiti di coscienza, allora la nostra coscienza essenziale diventerà cosmica nelle sue portate, e "la Goccia di Rugiada" individuale "scivola nel Mare Splendente." Allora saremo un milione di volte coscienti come al presente, ma non più autocoscienti su questi piani inferiori. Nondimeno, saremo autocoscienti su piani molto superiori perché allora peregrineremo ed evolveremo attraverso di essi, producendovi quelli che saranno "nodi" o punti focali superiori della coscienza come adesso li produciamo su questi piani della materia.

Un bambino piccolo può esserne un esempio: parlategli di qualche bella verità filosofica, o di qualche scoperta scientifica. Ascolterà attentamente quello che gli diciamo? No, perché non è ancora autocosciente ed intellettualmente attivo nella parte superiore della sua costituzione; tuttavia, il bambino cresce intellettualmente e, con il passare degli anni, comincia a pensare e a diventare autocosciente di ciò che i suoi genitori gli avevano detto. Proprio così l'evoluzione tira fuori dall'uomo ciò che è latente in lui; e così avviene che l'uomo imparerà a poco a poco a trasferire la sede dell'autocoscienza dalla semplice mente-cervello in parti elevate e incomparabilmente più intense di se stesso, in modo che possa funzionare coscientemente quasi nei campi cosmici.

Ora, questo processo, mutatis mutandis, è esattamente ciò che accade alla coscienza dell'uomo dopo la morte. La mente-cervello in cui viviamo ordinariamente scivola nell'incoscienza. Ma la parte superiore di questa mente-cervello, che è l'estremità inferiore del raggio proveniente dall'ego reincorporante, dopo l'esperienza del kāmaloka è nondimeno intensamente attiva nel suo stato devacianico. Se di notte ci distendiamo e c'immergiamo in quello che per noi è uno stato d'incoscienza, questo avviene solo perché non abbiamo ancora imparato, durante il giorno, a diventare autocoscienti nelle nostre parti superiori; e anche se il corpo e la sua mente-cervello possono farlo, e se noi ritorniamo al mattino e diventiamo di nuovo autocoscienti nel corpo, allora sicuramente è così quando rigettiamo i rivestimenti della carne: spicchiamo il volo negli spazi stellari — ma per ritornare.

Hypnos kai thanatos adelphoi, dicevano i greci: "Il sonno e la morte sono fratelli." Ma in verità sonno e morte sono fondamentalmente uno. La sola differenza è che il sonno è una morte imperfetta, la morte è un sonno perfetto. I poeti Sūfī mistici cantano lo stesso antico racconto del sonno e della morte:

Di notte le anime degli uomini tu lasci volare
Fuori dalla trappola in cui sono prigioniere.
Di notte fuori dalla sua gabbia ogni anima spicca il volo
Verso l'alto, non più schiava, non più re.
Stordita dalla notte è prigioniera del suo fato
Stordita dalla notte è il Sultano del suo Stato.
Svanito il pensiero del guadagno o della perdita, svaniti la sofferenza e il dolore;
nessun pensiero di tutto questo, o di altre cose.
. . .
Anche gli uomini comuni sono rapiti nel sonno.
Lo spirito va nelle Pianure Indescrivibili
Mentre il corpo e la mente riposano.
. . .
Però, nel frattempo, ogni notte il destriero dello spirito
Si libera dalle briglie del corpo:
"il Sonno è Fratello della Morte": vieni, risolvi questo enigma!
Ma per paura che all'alba possano restare indietro,
Ogni anima Lui lega con una lunga corda,
Che da quei boschi e pianure Lui può sciogliere
Gli spiriti erranti dal loro giogo quotidiano.
    — Jalālu'ddin Rūmī, Mathnawī — trad. di E. G. Browne

Quando un uomo dorme, egli muore — ma imperfettamente, per cui il filo d'oro della vita e della coscienza vibra ancora nel cervello fisico durante il sonno, producendo i sogni che a volte lo deliziano e a volte lo tormentano e lo disturbano. Il filo della radiosità è ancora lì, intatto, cosicché l'ego, che durante il sonno ha lasciato dietro di sé la mente inferiore e il corpo e si sta librando negli spazi, ritorna lungo questo filo d'oro vitale che lega la monade al cervello astrale e vitale del corpo. D'altro lato, quando un uomo muore, è precisamente come se cadesse in un sonno profondo: incoscienza assoluta; e allora, immediatamente, come il suono di una lieve nota d'oro, l'anima è libera.

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Che dire sui sogni? C'è un parallelo tra i sogni nello stato di sonno e quelli nello stato dopo la morte? C'è molto di più che un parallelo, vi è un'identità di processo e di fatto; la differenza è solo di grado. Tutti i sogni dipendono da due fattori: primo, il meccanismo della coscienza psichica dell'individuo che sogna e, secondo, due tipi di forze che interferiscono su questo meccanismo. Il primo tipo di forza sono le influenze solari, lunari e planetarie sotto le quali un individuo è nato, che naturalmente agiscono ininterrottamente su questo individuo dalla nascita fino alla morte — e in una certa misura anche dopo la morte. Il secondo tipo di forza è la reazione degli eventi ed esperienze che sorgono nella vita di veglia dell'individuo, reazione che influenza automaticamente la coscienza psichica quando l'individuo è addormentato. Questi due tipi di forze o influenze, quindi, controllano la direzione e dirigono le attività della coscienza psichica del sognatore.

È piuttosto rischioso dare troppa importanza al soggetto dei sogni e la loro interpretazione. Naturalmente è vero che alcuni sogni sono profetici; in larga misura diventano veri perché sono i presagi dell'azione automatica della coscienza di ciò che la coscienza stessa, per le sue inclinazioni e tendenze, porterà nel futuro. Se designiamo la coscienza di X e i suoi due successivi sviluppi espansivi di Y e Z, allora Y e Z sono inerenti ad X, latenti, e nel tempo saranno sviluppati da essa; ma la coscienza che sogna, qui chiamata X, può, con una buona probabilità, rallentare lo sviluppo Y, e Y + Z, che in futuro saranno portati nella vita di veglia dell'uomo, in modo che quel determinato sogno diventi una previsione di ciò che la coscienza si rivelerà di essere in qualche tempo del futuro — prima nella misura di Y, poi di X + Y + Z. Di conseguenza, i sogni di questo tipo possono essere definiti profetici, ma non sono in alcun modo comuni; sebbene si possa arguire che, se un osservatore di questo ipotetico uomo che sogna fosse quasi onnisciente, egli sarebbe capace di discernere in tutti i sogni dell'uomo quello che il futuro creerà nella vita dell'uomo stesso. Ma è ovvio che sono pochissimi questi perfetti indovini o interpreti di sogni!

La maggior parte dei sogni sono incostanti, di tipo disordinato, e quindi completamente inaffidabili; e dobbiamo stare molto attenti a non prenderli sul serio. Vi sono stati casi in cui le persone sono diventate pazze nel credere troppo al supposto carattere profetico dei loro sogni. Soltanto l'adepto completo o iniziato è capace di comprendere qualsiasi sogno, e di sapere se è vero e profetico o semplicemente una comune reazione psichica derivante dalle esperienze della giornata appena passata.

Tornando poi al soggetto della morte, qui potrebbe sorgere la domanda: c'è progresso per l'ego in devachan? Se per progresso intendiamo l'assimilazione e l'assorbimento di tutto quello che l'entità ha imparato o sperimentato o raccolto nella propria coscienza nella sua ultima incarnazione, allora potremmo definirlo un progresso; ma se per progresso intendiamo che il devachan è un regno di cause originanti, dove nascono i pensieri causali che lo stimolano ad evolvere ulteriormente, allora la risposta è no. Anche nel devachan noi progrediamo, ma solo nel senso che abbiamo immagazzinato esperienze che in devachan stiamo nuovamente sperimentando, assimilando, che fanno parte integrante del nostro carattere, in modo che, quando ritorniamo siamo un po' più avanzati nello sviluppo, più di quanto siamo morti l'ultima volta. Ma nel devachan non intraprendiamo nuove avventure nella vita perché non evolviamo nuovi pensieri causali che ci spingono a fare così. Quando dorme, un uomo progredisce sognando? No.

Il nocciolo della questione è che chiunque studi i comportamenti della propria coscienza, limitando le sue osservazioni ad una qualsiasi funzione o piano della stessa, con la pratica sarà capace di capire proprio in che modo lo stato post-mortem della coscienza dell'essere umano differisce da questo stato di veglia della coscienza — ciò che in Sanscrito è chiamato con l'antico termine filosofico jāgrat. Questo avviene perché l'essenza dell'uomo è sostanzialmente un flusso della coscienza focalizzata su diverse porzioni di questo flusso, che sono variamente chiamate anime o ego o nodi dell'esistenza umana cosciente. Ed è così vero che la regola si applica mille volte alla natura della coscienza di quei fiori più nobili della razza umana, come i buddha o i cristi. Non vi è alcuna differenza fondamentale tra la coscienza dell'uomo comune e quella di un dio-uomo umano, perché il flusso della coscienza è in entrambi i casi lo stesso; la distinzione non sta nelle differenze essenziali ma in un'espansione più ampia nella percezione autocosciente e nella realizzazione egoica di quei campi superiori e più vasti che nel dio-uomo umano si sono evoluti dal suo intimo più profondo, che è il suo legame con la coscienza cosmica.

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Se un uomo seguirà la propria coscienza nelle sue attività ora per ora e giorno per giorno, e quindi come una parte delle attività della propria coscienza, studierà i suoi sogni notturni, allora troverà una chiave maestra per conoscere cosa siano veramente la morte e il sonno, incluso il cosiddetto mistero di come scendano su di lui. Egli imparerà prima della morte che cosa gli accadrà, come centro di coscienza, dopo che ha abbandonato il corpo fisico in quella fase critica della vita chiamata morte.

Il primo fatto importante da ricordare è che vi è proprio una sola cosa che un'entità in quest'universo non può mai fare; e non importa quanto grande possa essere il suo stato evolutivo, né in quale gerarchia cosmica l'essere possa trovarsi. Non può annichilire se stesso, precisamente perché, nella sua essenza di essere, egli è una piccola goccia, un jīva o monade dell'oceano cosmico della "stoffa della mente." Se un punto matematico di quest'essenza cosmica della coscienza fosse capace di annientarsi o di sottoporsi all'annichilazione, equivarrebbe a dire che l'essenza dello stesso universo potrebbe essere annientata.

Il secondo punto è che al momento della morte nessun uomo, a meno che sia un iniziato o un adepto, sa che in quel momento egli sta morendo. Non ci riferiamo ai giorni o alle ore che precedono la morte, ma all'istante in cui la "morte" avviene effettivamente. Più vicino è il momento della morte, più la coscienza egoica passa in una sensazione di inesprimibile pace, inclusa un'indifferenza gradualmente crescente alle circostanze intorno. Lentamente l'autocoscienza del sé egoico scivola in quella che è comunemente chiamata incoscienza, e questo continua finché l'aurea catena vitale si ritira nelle parti interne della costituzione, e allora queste parti interne dell'uomo sono libere. Allora la coscienza egoica o l'ordinaria coscienza del sé è veramente addormentata — effettivamente, e non semplicemente in maniera metaforica.

"Coscienza" ed "incoscienza" non sono cose differenti; né l'incoscienza è il polo opposto della coscienza, poiché la coscienza o l'autocoscienza deriva realmente dall'autocoscienza. Quella che comunemente chiamiamo incoscienza è coscienza veramente essenziale e fondamentale, e quella che chiamiamo coscienza, cioè la facoltà ordinaria giorno dopo giorno di percepire e realizzare la propria esistenza, è il funzionamento di uno dei nodi o punti focali della coscienza. Se questo punto non è chiaramente compreso, nessun uomo può mai sperare di capire la natura della coscienza essenziale in se stesso e le sue varie attività e condizioni o stati di manifestazione, ed uno di questi stati è l'autocoscienza.

Di conseguenza, scivolare nell'incoscienza al momento della morte è un'elevazione nella coscienza essenziale di natura superiore, che il nodo, il punto focale imperfettamente evoluto che produce la comune autocoscienza, non può portare alla realizzazione egoica. La coscienza essenziale è quindi come l'oceano, e l'autocoscienza è come una sua gocciolina o un piccolo vortice, che produce, con la sua intensa attività localizzata, la concezione per noi reale ma tuttavia essenzialmente irreale o māyāvica chiamata autocoscienza.

Ed è per questo che un uomo è capace di dire di se stesso non solo "Io sono," che è la cognizione, per quanto imperfetta, della Coscienza fondamentale o essenziale, ma egli lo fa attraverso quel nodo o punto focale della coscienza in lui che riconosce se stessa come "Io sono Io." Ciò non significa, comunque, che più un essere umano in via di sviluppo evolve verso l'alto, più "incosciente" egli diventerà. Al contrario, più l'uomo si eleva, più egli diventa l'ego auto-manifestante della coscienza essenziale o generale che è il flusso che scaturisce dalla radice monadica del suo essere. L'evoluzione produce quindi non solo un paradossale ampliamento del centro focale dell'autocoscienza egoica nell'immensa coscienza generale del suo essere, ma questo ego-nodo trasferisce anche il suo campo d'azione ad un punto focale superiore e più vasto nella sua costituzione, e fa così in misura sempre più ampia.

Se un individuo desidera sapere come si sentirà quando muore, lasciate, quando giace disteso nel sonno, che impugni la propria coscienza con la sua volontà e studi gli effettivi processi del suo cadere nel sonno — se egli può! È abbastanza facile farlo, una volta che l'idea è afferrata e l'esercizio della pratica diventi più o meno familiare. Nessun uomo, al momento di cadere addormentato, sa che in quell'istante sta scivolando nel sonno. Al momento critico sopravviene un'istantanea incoscienza, che può essere seguita dai sogni, oppure no.

Sotto tutti gli aspetti, la morte è identica al processo dell'addormentarsi. Non importa del tutto come la morte arrivi: se per l'età, malattia, violenza esterna, o suicidio. Inoltre, sia nel sonno ordinario che nella morte, il processo di scivolare nell'incoscienza può essere perlomeno immediato o lento, ma è ugualmente lo stesso. Tutti gli uomini muoiono, come pure cadono nel sonno, in questo modo; cadere nel sonno stesso, sia di notte che quando si muore, è così istantaneo come lo schioccare delle dita e, in verità, più rapido. Inoltre, l'istante della morte porta sempre, per un lasso di tempo più o meno lungo o breve, la pace indicibile della perfetta "incoscienza," che è come un'anticipazione del devachan, proprio come può sperimentare l'osservatore attento quando di notte s'addormenta.

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La Tradizione Esoterica ci dice che vi sono sette stati in cui la coscienza umana può trovarsi ad esprimere le sue funzioni. Questi possono essere ridotti a quattro stati o condizioni basilari. Il primo è jāgrat, che significa lo stato di veglia. Il successivo è svapna, lo stato di sonno con sogni. Durante il giorno siamo nello stato jāgrat della coscienza; di notte, quando sogniamo, siamo nello stato svapna.

Il terzo stato è chiamato sushupti, il sonno più profondo dell'esperienza comune, in cui il sonno è così relativamente completo, che non vi sono affatto sogni, perché la coscienza umana è temporaneamente immersa nel profondo oblio di sé. Sono soltanto i rari e straordinariamente evoluti esseri umani a poter entrare in questo stato di sushupti mentre vivono nel corpo fisico. Tuttavia, durante il sonno la coscienza entra abbastanza frequentemente nella condizione sushupti, e quando accade il merito è dell'uomo. È un diventare tutt'uno dell'autocoscienza umana dell'uomo con la coscienza mānasica o l'elemento mānasaputra in lui. Se fossimo abituati ad entrare in sushupti facendo pratica durante la vita, conserveremmo la nostra autocoscienza quando ci addormentiamo o moriamo. Quelli che possono entrare in questa condizione mentre vivono, e quindi collegarsi con i corrispondenti attributi spirituali superiori e gli stati in funzione della loro coscienza, sono i veggenti.

Il quarto stato è il turīya-samādhi, che solo i fiori più belli della razza umana possono ottenere, ma che un domani sarà comune a tutti gli uomini. Il turīya-samādhi è quindi lo stato della coscienza che i buddha e i cristi, e occasionalmente altri grandi uomini ma meno evoluti, raggiungono nei loro momenti di estasi spirituale.

Queste sono le quattro condizioni basilari in cui la coscienza umana può entrare e almeno temporaneamente rimanervi: jāgrat, il nostro stato di veglia; svapna, il nostro stato di sognare dormendo; sushupti, lo stato di diventare tutt'uno con la piccola goccia essenziale dell'esistenza cosmica dentro di noi; e turīya-samādhi, uguale a sushupti ma su un piano superiore, che significa diventare tutt'uno, per un tempo più lungo o più breve, con l'essere essenziale della nostra divinità cosmica.

È importante ricordare che queste quattro condizionali basilari della coscienza umana corrispondenti alle quattro basi della struttura dell'universo, come pure della costituzione dell'essere umano, sono operative negli stati del dopo-morte come pure nel sonno. Ora, i primi tre stati sono attraversati da ognuno quando muore. Quando la morte si avvicina, jāgrat, lo stato di veglia, s'indebolisce; allora lentamente insorge la caduta nel sogno, specialmente nei sogni della giornata, e questo è lo stato di svapna. Uomini e donne di età avanzata dimostrano come siano già pronti ad entrare in questa condizione. Il termine si applica anche ai sogni sperimentati durante il sonno. Così l'uomo che si avvicina alla morte diventa più o meno cosciente in certe gamme dei regni astrali. Quando riemerge da questo stato, sia per volontà, o quando si distacca dalle attrazioni fisiche dopo la morte ed entra nella condizione devacianica, allora, se il suo devachan è nelle gamme superiori, egli è in uno stato di puro sushupti, lo stato della pura coscienza egoica. Ora, questa condizione sushupti è uno stato di "incoscienza" per l'uomo comune incorporato, ma è così solo perché la mente non è ancora abituata a viverci autocoscientemente. Quindi, di per sé, è effettivamente uno stato della coscienza più vivida ed intensa.

Qualsiasi essere umano può, se persegue il giusto corso e vive la vita appropriatamente ad esso, avere l'esperienza individuale autocosciente di queste meraviglie della coscienza, e può sperimentare la "morte" tutte le volte che vuole, e ritornare da quell'esperienza ampiamente vissuta. Non è un qualcosa di innaturale o magico o misterioso. Tuttavia, qui deve essere dato un ammonimento molto serio contro l'introspezione insana ed imprudente condotta in maniera inappropriata, e contro ogni sorta di manomissione sull'apparato della mente. Questi stessi tentativi senza guida faranno fallire l'obiettivo in vista. Il punto non è di praticare dei trucchi con la mente inferiore per mezzo di qualche tipo di tentativo sconsiderato da seguire, o dello "yoga," ma di studiare l'essenzialità della propria coscienza — conoscere se stessi, come avvisava così saggiamente l'oracolo greco a Delfi.

Colui che mediterà seriamente su questi quattro stati della coscienza, in cui egli possa entrare a volontà con una pratica adeguata, conoscerà che cosa sia varcare i cancelli della morte, facendolo coscientemente. Questo va compreso alla lettera.

Quando qualcuno sta accanto al letto di morte di una persona amata che sta andando via, lasci che la pace regni nel cuore, che l'agitazione svanisca dalla mente, e che lì ci sia una quiete assoluta. Non disturbare con la voce o i lamenti il mirabile mistero della coscienza del moribondo che sta entrando nello stato più lontano. Egli, in ogni senso del termine, sta cadendo nel sonno; e proprio come sarebbe una crudeltà deliberata stare accanto al letto di un uomo stanco e infastidirlo e scuoterlo per tenerlo sveglio, proprio perché non vuole che egli dorma, è mille volte più crudele agire così nel caso della morte, che è il più grande sonno. Lasciatelo andare liberamente.

Non bisognerebbe aver paura della morte, quell'angelo benedetto. È il sollievo e il riposo più benedetto della natura, perché è il sonno perfetto e completo, pieno di sogni ineffabilmente amabili. L'uomo che è morto riposa in pace; e quest'anima spirituale, la monade peregrinante, gaudet in astris — gioisce nelle stelle.


Capitolo 17

Le Circolazioni del Cosmo

Nel capitolo precedente è stato dato soltanto un piccolo accenno per delucidare alcuni degli insegnamenti fondamentali della Filosofia Esoterica inerenti alla costituzione dell'uomo e alle sue peregrinazioni, ma ancora meno per quanto concerne il sistema solare, in cui, come esseri evolventi, troviamo il nostro habitat e i cicli dell'attività manvantarica.

L'astrologia com'è intesa oggi non è che uno studio della superficie della natura, della sua scorza, che chiamiamo universo fisico. L'astronomia o l'astrologia — per darle l'antico nome con cui le magnifiche dottrine incarnate nel termine erano chiamate nei tempi passati — allora comprendeva una gamma di conoscenze incomparabilmente più profonde e di gran lunga più sublimi di quanto lo siano oggi o che forse nemmeno i più intuitivi adepti astronomici sospettavano che esistessero. In origine, l'astronomia era, da una parte, una scienza vasta e sublime dei corpi celesti e, dall'altra, dei lati interni e causali della natura. Mentre la moderna conoscenza astronomica si limita a studiare i corpi celesti come entità fisiche, le loro distanze, i rapporti spaziali e cosmogonici, la costituzione chimica, i movimenti, e cose del genere, l'antica astrologia considerava ogni corpo celeste come un essere vivente, e "animale" nel senso Latino di questo termine, e considerava anche che ciascuno di essi negli spazi stellari — tranne le semplici particelle alla deriva nello spazio, come meteore, polvere di stelle, ecc. — fosse l'habitat di un essere divino o spirituale, invisibile, ma ciascuno che esprimeva i suoi poteri e facoltà trascendenti attraverso la propria forma fisica.

Giordano Bruno, un Neoplatonico nato in anticipo rispetto ai suoi tempi, riecheggiava lo stesso insegnamento arcaico:

"Non è ragionevole credere che una qualsiasi parte del mondo sia senza un'anima, vita, sensazione, e struttura organica, . . . Da questo Tutto infinito, pieno di bellezza e splendore, dai vasti mondi che ci circondano al di sopra, alla polvere scintillante oltre, ne deduciamo in conclusione che vi sono un'infinità di creature, una vasta moltitudine che, ciascuna nel suo grado, si rispecchia nello splendore, nella saggezza e nell'eccellenza della Bellezza divina."
"Tutte le cose vivono; i corpi celesti sono esseri animati; tutte le cose sulla superficie della terra e tutte le cose sotto la terra hanno, in una certa misura e secondo il loro stato, il dono della sensazione, la stessa pietra percepisce in un modo che sfugge ad ogni definizione umana." — I. Frith, Life of Giordano Bruno, pp. 44, 228

Gli arcaici iniziati-astrologi, avendo quest'idea dell'universo, che per loro non era che un singolo universo in una gerarchia cosmica di molti universi simili sparsi sui campi dell'Illimitato, ritenevano quindi che tutte le parti della natura s'influenzassero e lavorassero reciprocamente, per cui pensavano che ogni corpo celeste fosse influenzato da tutti gli altri corpi celesti. È questo fatto dell'intercomunicazione dell'intelligenza e della coscienza, come pure delle influenze eteree e fisiche, ad essere il pensiero basilare nell'antica scienza astrologica.

L'astrologia moderna è solo un'eco molto debole di quella che una volta era la sua possente genitrice. L'astrologia arcaica era uno dei principali dipartimenti dello studio della saggezza arcaica, mentre l'astrologia moderna, anche se coltivata da un buon numero di uomini e donne intelligenti, oggi è giudicata al massimo come una pseudoscienza e, al peggio, e agli occhi di molta gente sconsiderata, come un mezzo difficilmente rispettabile per ottenere guadagni. In gran parte è da biasimare proprio per questo stato di cose, come lo era l'astrologia così ampiamente studiata e praticata pubblicamente ai tempi degenerati dell'Impero Romano, perché tutto il pensiero della vera astrologia è stato dimenticato, e anche nella stessa Roma, come ai nostri tempi, era degenerato in un semplice sistema di divinazione, di "lettura del futuro" — spesso a pericolo e danno di coloro che consultavano il praticante. Ma questo non vuol dire che nell'Impero Romano non vi fossero praticanti sinceri e anche di successo, perché sappiamo che ce n'erano, come ve ne sono oggi.

Tutto questo è contraddittorio ma dimostra che anche la divinazione astrologica è un buon affare; altrimenti non avrebbe mai ricevuto un certo rispetto che uomini e donne le hanno più o meno tributato, sia pure a malincuore, attraverso le ere.

L'astrologia arcaica insegnava non solo quella che oggi è chiamata astronomia, ma trattava la natura interiore ed esteriore del cosmo come un'entità organica; rintracciava l'origine, gli habitat, e il destino post-mortem di tutte le monadi peregrinanti quando attraversano le sfere lungo quei sentieri mistici e tuttavia molto reali che sono chiamati le circolazioni del cosmo. Insegnava le caratteristiche e le funzioni delle forze e dell'influenza che ogni pianeta esercita sull'altro, e il sole sui pianeti, e le stelle sulle stelle; insegnava la natura come pure la nascita del sistema solare; descriveva come le lune dei vari pianeti diventarono lune, e qual è il loro ruolo nell'economia delle rispettive catene planetarie; insegnava la natura dei mondi invisibili ed eterei, delle sfere e dei piani del sistema solare; affermava che il sole è sia un essere vivente che la dimora di una divinità solare; insegnava la natura delle molte catene planetarie che formano la famiglia planetaria del sole, e la natura e le caratteristiche dei globi che compongono queste diverse catene planetarie; insegnava le rotazioni e i viaggi delle monadi attraverso i globi delle catene planetarie, e come queste peregrinazioni lungo le circolazioni del cosmo siano di tipi differenti, poiché alcune di esse appartengono solo alla catena planetaria che a volte capita di essere abitata dalla monade, chiamandole ronde interne; ed insegnava anche di altre catene planetarie più vaste, alle cui peregrinazioni è dato il nome di ronde esterne — come abbiamo detto prima, e ancora molto di più.

Una delle più grandi perdite subite dall'astrologia nel suo passaggio da scienza sublime all'arte che oggi è nei nostri tempi, è stata quella dei segreti del calcolo esoterico. È vero che l'arte astrologica oggi impiega un minimo della più o meno semplice scienza matematica nel suo elaborare oroscopi e calcoli dei tempi astronomici, ma questo, al massimo, non è che il rivestimento exoterico dell'antica conoscenza esoterica dei periodi di tempo e il valore che essi hanno se applicati ai destini ciclici di esseri, sia il sistema solare, il sole, la luna, i pianeti, sia ad esseri di altre classi come l'uomo.

Proprio perché i processi della natura sono governati dall'intelligenza cosmica, derivando dalla primordiale ideazione cosmica, e perché l'ideazione cosmica, per sua natura, agisce nelle armonie, o che significa la stessa cosa, nei processi matematici, qualsiasi cosa che quindi avviene nell'universo solare, procede secondo la quantità o le quantità sia della materia che del tempo. Ecco perché quei rapporti quantitativi prevalgono attraverso tutto il sistema solare, sia che tocchino i corpi o i cicli del tempo. Le figure segrete scoperte tanti eoni fa, che sono alla radice delle operazioni fisiche o sostanziali della natura universale, sono quelle che i Pitagorici incorporavano nella Tetraktys, di cui riportiamo qui l'emblema:

tetraktisQuesti puntini simbolizzano la nascita dalla monade o punto singolo, dapprima della diade, poi della triade, poi del quaternario, essendo la serie così: 1, 2, 3, 4, e la loro somma fa dieci. Il 10 rappresenta l'intero corpo della manifestazione universale, derivante dalla monade primordiale, e dipendendo in qualche modo da essa nella maniera che questo emblema simbolizza.

Ora, i numeri di base usati nel calcolo esoterico da tempi immemorabili sono il 2, il 3, il 4, o, all'incontrario, il 4, il 3, il 2, incorporati in questo emblema perché derivano in ordine seriale dalla monade originante, questa monade, nel cominciare i suoi processi cosmici di manifestazione, esistendo nel tempo, o passando attraverso di esso, perché il tempo è un centro laya.

Questi numeri, 4, 3, 2, sono importanti perché non solo pervadono e guidano i rapporti quantitativi di tutte le produzioni della natura ma sono le chiavi con cui si possono scoprire la maggior parte dei segreti della natura — e tutto questo precisamente perché la natura è costruita rigidamente secondo principi matematici che hanno origine nell'ideazione cosmica.

Come H. P. Blavatsky scrisse ne La Dottrina Segreta:

Il carattere sacro del ciclo di 4320 seguito da zeri sta nel fatto che le cifre che lo compongono, prese separatamente o riunite in varie combinazioni, sono, ognuna e tutte, simboli dei più grandi misteri della Natura. Infatti, che si prenda il 4 separatamente, o il 3 da solo, o entrambi insieme, che fanno 7, o anche i tre messi insieme, che fanno 9, tutti questi numeri hanno la loro applicazione nelle questioni più sacre ed occulte, e indicano l'operare della Natura nei suoi fenomeni eternamente periodici. Essi sono numeri infallibili, sempre ricorrenti, rivelatori per chi studia i segreti della Natura; un sistema veramente divino, un piano intelligente in Cosmogonia, che risulta nella divisione cosmica naturale di tempi, stagioni, influenze invisibili, fenomeni astronomici, con la loro azione e reazione sulla Natura terrestre e anche morale; su nascita, crescita e morte, su salute e malattia. Tutti questi eventi naturali si basano e dipendono dal processo ciclico nel Cosmo stesso, producendo azioni periodiche che, agendo dal di fuori, influenzano la Terra e tutto ciò che su di essa vive e respira, da un estremo all'altro del Manvantara. Le cause e gli effetti sono esoterici, exoterici e, per così dire, endexoterici. — Antropogenesi, "La Cronologia dei Brahmâni," 2: 73-4

Questi stessi numeri 4, 3, 2, sono proprio quelli che gli antichi annali della Caldea e dell'Indostan contenevano come base dei calcoli di tutti i periodi del tempo. In India erano stati per moltissime epoche, con i necessari zeri in aggiunta, le rispettive durate dei diversi yuga o ere.

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Ora, l'universo non è solo un'entità organica in cui ogni parte corrisponde spiritualmente ed intellettualmente, magneticamente e anche fisicamente, ad ogni altra parte, ma la scorza esterna della natura non è che il rivestimento di sfere e mondi interni ed invisibili; quindi, l'intero sistema solare non è quello che sembra essere — il vuoto, ma in ogni senso della parola è un plenum, un pleroma, come insegnavano gli antichi Gnostici. In altre parole, il sistema solare non è semplice "vuoto" con il sole e qualche pianeta che ruota intorno ad esso attraverso lo "spazio vuoto," ma è solido nel senso che è riempito dalle sostanze e forze in molti gradi e fasi d'attività, tutte interagenti ed interconnesse, componendo, quindi, un'entità vivente. Vediamo in questo concetto del sistema solare come un organismo che contiene sia le parti visibili che quelle invisibili, per cui le forze o emanazioni sono effettivamente trasmesse ai corpi del sistema solare, inclusi tutti gli altri pianeti che non percepiamo perché sono su altri piani del sistema solare.

Ora è proprio attraverso questo plenum, sia nella nostra catena planetaria che nell'intero sistema solare, che la monade umana spicca il suo volo quando, durante le sue peregrinazioni dopo la morte, segue le circolazioni del cosmo, che possiamo chiamare la rete dei nervi che vincolano l'intero regno solare in un insieme unitario; o possiamo dire che queste circolazioni sono i canali di trasmissione dei flussi vitali attraverso tutte le parti del regno del sole, come le arterie e le vene nel corpo umano sono i veicoli o i sentieri del sangue o fluido vitale del corpo.

Il seguente estratto di Virgilio illustra quanto fosse universale quest'idea. A causa del giuramento di segretezza, la dottrina è stata esposta in un linguaggio più o meno figurativo, ma il lettore dovrebbe afferrarne il senso interiore. Virgilio scrive:

Hanno detto che le api possiedono una porzione della Mente Divina e dei suoi flussi eterici; che la Divinità permea tutta la terra, le distese oceaniche, e le profondità del Cielo, e che quindi le greggi, le mandrie, gli uomini, e tutte le classi degli animali, attingono ai delicati flussi di vita; che, inoltre, tutti gli esseri ritornano alla Sorgente Divina dopo la loro dissoluzione qui; che la morte non ha nessun posto in nessun luogo; ma che essi ascendono coscientemente, e vivi, al Cielo superiore, ciascuno alla sua Stella — o Costellazione.  — Georgiche IV: 220-27

Ora, in queste frasi c'è tutto un mondo d'insegnamento esoterico. In primo luogo, quindi, è evidente che Virgilio e praticamente tutte le grandi menti dell'antichità pensavano che la natura fosse vivente, e che formasse, nelle sue infinite famiglie e tipi, un vasto organismo. Quest'idea distrugge all'istante tutte le asserzioni posteriori così spesso fatte dagli scrittori cristiani che gli antichi — solitamente i greci e i romani — non avessero una concezione filosofica della continuazione spirituale della coscienza dopo la morte. Nessun'affermazione potrebbe essere più contraria alla realtà.

In secondo luogo, Virgilio rappresenta chiaramente che la coscienza che continua dopo la morte non è l'ordinaria autocoscienza dell'uomo ma è la coscienza spirituale o monadica. Virgilio, nel dire che dopo la dissoluzione "tutti gli esseri ritornano alla Sorgente Divina, facendolo "coscientemente, e vivi" parla di un tipo dell'iniziato dei suoi tempi; ovviamente, la mente umana imperfetta o l'autocoscienza s'immerge nell'oblio temporaneo del sonno devacianico perché assolutamente inadatta, non essendo abbastanza sviluppata evolutivamente, a ricongiungersi alla divinità.

Infine, Virgilio si riferisce alle api, e sarebbe alquanto insignificante dire che, scegliendo particolarmente le api, fosse una semplice fantasia poetica, in vista di altre affermazioni fatte dagli antichi scrittori che ugualmente menzionano le api — e questo sia a Roma che in Grecia — come un nome usato per i discepoli. In Grecia, Melissai o Api era un appellativo dato alle sacerdotesse che avevano certe funzioni recondite da svolgere, mentre alcuni scrittori antichi parlano frequentemente di "miele" o "rugiada di miele" per simbolizzare la saggezza. Proprio come le api raccolgono ed assimilano il nettare dei fiori, trasformandolo in miele, così gli esseri umani raccolgono la conoscenza della vita e l'assimilano spiritualmente e mentalmente in saggezza. Ricordiamoci dell' "ambrosia" e del "nettare" di cui si nutrivano gli dèi. Evidentemente Virgilio aveva in mente questo insegnamento misterico, e quindi scelse le api in particolare perché avevano "una porzione della Mente Divina e dei suoi flussi eterici."

In alcune frasi successive Virgilio racconta di come le "api" possano essere prodotte dalla carcassa di un giovane toro. Questo ha provocato una buona dose di scherno tra i saccenti dei nostri giorni più moderni, ma qualche conoscenza dell'antica mitologia animale mostra chiaramente a cosa si riferisse Virgilio. Proprio come il cavallo era un emblema del sole o dei poteri solari, così il toro e la vacca erano universalmente considerati i simboli della luna e della funzione veramente misteriosa che la luna ricopre generalmente nella natura e sulla terra, come pure la funzione della sua posizione e azione nelle esperienze del neofito che si sottoponeva alle terribili prove iniziatiche. Ugualmente va ricordata la nota immagine che si suppone rappresenti Mitra che abbatte il toro — una raffigurazione di accenni esoterici dal significato più profondo. Qui vediamo che cosa intendesse Virgilio dicendo che le "api" nascevano dal toro conquistato — il neofito che domina le terribili influenze lunari dopo aver "ucciso la Luna" e risorgendo da essa come un' "Ape." Verbum sapienti.

Dopo l'evento chiamato morte, cosa diventa la monade e dove va — questo nostro sé essenziale? Dopo la morte la monade può essere in qualche parte in un certo campo limitato dello spazio, in ogni caso dipende dai sentieri che segue lungo le circolazioni; l'apice o l'hyparxis è effettivamente nelle sfere stellari, o meglio, in una singola sfera stellare, perché la sua patria originaria è in una parte localizzata del campo spirituale dell'universo. La monade è un respiro dello spirito puro; è essenzialmente un centro della coscienza, eterna per natura, e non prova mai la morte né la dissoluzione durante il manvantara o per tutto il tempo che dura il nostro Universo, perché è di per sé la sostanza della coscienza. La monade non è una cosa composita come lo sono i nostri corpi; è un centro focale di spirito puro, di sostanza omogenea. La morte non è che la dissoluzione delle cose componenti, come Gautama il Buddha disse ai suoi discepoli nel suo ultimo messaggio per loro.

La monade non è l'uomo; non è l'anima; perché né l'uomo né l'anima possono in alcun modo essere considerati spirito puro o coscienza pura. Nondimeno, la monade è la sorgente finale di tutto ciò che gli individui sono. Ciascuno di noi è la propria monade essenziale o spirituale. La monade è come un sole spirituale alla radice del nostro essere, incessantemente, dal principio alla fine del nostro grande periodo manvantarico, emanando flussi di intelligenza e di sostanza vitale, che producono, con le loro energie interagenti, i vari punti focali della coscienza, e che sono la progenie, per così dire, della monade madre.

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Per comprendere il viaggio della monade lungo i sentieri dell'universo, o il suo seguire le circolazioni del cosmo, è necessario conoscere qualcosa delle gamme della coscienza dei vari ego o anime che compongono l'uomo. La scintilla divina monadica delle gamme della costituzione dell'uomo si estende, nella propria autocoscienza e attività, oltre l'universo galattico, il nostro universo che è la nostra patria — tutto nella zona circondante della Via Lattea, non solo attraverso la parte fisica. La monade è ed esiste funzionalmente sui piani divino-spirituali della galassia, e quindi i suoi campi particolari sono nei mondi interni ed invisibili, ma particolarmente attiva nella sua sfera o piano originario, che è divino, da cui dipendono tutti, quello spirituale ed intellettuale, l'astrale e il fisico, in ordine seriale, come gioielli su una catena. Questa fiamma divina è incondizionatamente immortale per il tempo che dura il nostro universo-patria galattico, al termine del quale la monade va sui piani superdivini ancora più elevati della coscienza cosmica. Qui rimane finché, dalle sue precedenti apparizioni galattiche riappare in manifestazione l'universo galattico — essendo quello attuale il frutto karmico delle sue antecedenti manifestazioni.

La monade spirituale, una radiosità della monade divina, si estende sul nostro sistema solare, e dura quanto il sistema solare; e alla fine del periodo di manifestazione del sistema solare, la monade spirituale va a sua volta nei regni superiori dello spazio spirituale astratto, e in uno stato di coscienza che potremmo chiamare paranirvāṇa — o supernirvāṇa — dove rimane finché il sistema solare, dopo il lungo pralaya solare, riappare per un nuovo manvantara solare o periodo di attività in manifestazione.

L'ego superiore o anima spirituale, che è il vero ego reincarnante o reincorporante, e che è un raggio della monade spirituale, spazia nella coscienza e nell'attività funzionale attraverso tutti i sette globi o sottopianeti della nostra catena planetaria, cioè la catena del nostro pianeta, di cui la nostra terra è il veicolo fisico e il quarto globo, il più basso, dei sette globi che compongono la catena. Questo ego superiore dura quanto la stessa catena planetaria, e al termine di questo periodo di vita della catena, l'ego superiore va nel suo nirvāṇa, e rimane in questa condizione di coscienza astratta finché la catena riappare dopo il pralaya della catena stessa. In questo reincorporamento della nostra catena planetaria, nei piani eterei e materiali del sistema solare, l'ego superiore, ora ampiamente evoluto su quello che era il suo precedente "sé," entra nell'attività funzionale cosciente, proprio come fa un individuo di una delle classi superiori dell'esercito dei dhyān chohan, il cui destino è inseparabilmente legato alla catena attraverso la quale vive ed agisce.

La monade umana o ego, che è un raggio dell'ego superiore, dura per un'incarnazione dell'uomo, spaziando sui campi dell'ordinaria coscienza umana. Alla fine della vita su questa terra la sua essenza più spirituale va nel devachan e vi rimane finché si avvicina il tempo per la sua successiva reincarnazione sulla terra, vale a dire fino alla prossima riapparizione sul globo dell'uomo interiore in un corpo fisico.

Qui abbiamo quattro porzioni basilari della costituzione umana composita: (a) la monade divina, il cui campo di coscienza e d'attività funzionale è sulla galassia e oltre; (b) il suo raggio, la monade spirituale, il cui campo di autocoscienza e attività funzionale è nel sistema solare e oltre; (c) l'anima superiore o spirituale, il raggio della monade spirituale, la cui autocoscienza e attività funzionale è nei globi della catena planetaria e oltre; ed infine (5) l'ego umano, il raggio dell'anima spirituale, la cui autocoscienza e attività funzionale appartengono alla nostra terra e durano per il periodo di una singola incarnazione.

L'uso del verbo "durare" o "continuare" non significa che l'entità sia annichilita quando è finito il suo periodo di attività, ma solo che alla fine di questo periodo passa nei regni spirituali per recuperare, e dai quali, al tempo giusto delle ere cicliche riemerge per cominciare un nuovo periodo di vita su piani superiori.

Così ciascuna di queste quattro monadi fondamentali della costituzione umana è un raggio della monade, proprio al di sopra di lei, ed è essa stessa un'entità evolvente. Abbiamo quattro linee "contemporanee" di evoluzione seguite dalla costituzione umana considerata come un'unità composita: quella divina, la spirituale, quella mānasica o egoica, e quella umana. In aggiunta a queste c'è il corpo fisico, che in senso molto reale è "l'anima" o il vettore di tutti gli altri elementi della costituzione quando l'uomo è incarnato, e così avviene che lo stesso corpo umano evolva lentamente, per lo stimolo incessante, spirituale, fisico, intellettuale ed astrale, dentro di esso che lo spinge sul sentiero dell'evoluzione.

Lo stesso piano universale dei periodi di manifestazione, seguiti da periodi di ritiro per riposare, a cui si sottopone la monade, è operante attraverso tutto l'universo, perché la natura universale segue una regola generale d'azione attraverso ogni parte componente di sé. La ragione di questo è il funzionamento primordiale dell'ideazione cosmica che quindi è sottostante al piano cosmico, sia in particolare che in generale, per cui non solo qualsiasi monade in sé, come Leibniz insegnava, è un riflesso del tutto, ma ogni monade deve seguire i processi e le attività cosmiche che hanno origine nell'Ideazione cosmica.

Ciascun corpo celeste, sia esso un globo, un pianeta o un sole, proprio perché è il veicolo di una monade, segue gli stessi corsi ripetitivi nell'alternare periodi di manifestazione e di ritiro nei regni interni. Il sistema solare inteso come un insieme si manifesta nelle sfere visibili, e quando il suo termine di vita nella manifestazione cosmica è finito, "muore," e i suoi principi interiori si ritirano in regni più spirituali, dove riposare nelle condizioni paranirvāṇiche finché arriva il suo momento, nel girare della ruota cosmica della vita, di ritornare nuovamente a reincorporarsi come un sistema solare — una fenice cosmica, rinata dalle ceneri del suo passato karmico. Questo processo di continui incorporamenti e ritiri di gruppi di entità legati dal destino karmico in unità, o di qualsiasi sua individualità, continua di eternità in eternità, sebbene dopo ognuno di questi pralaya cosmici il sistema o l'individuo riemerga per seguire un nuovo periodo di vita, ma sui piani dell'Illimitato, in qualche modo superiori a quelli che aveva precedentemente occupato.

La nostra catena planetaria, come l'uomo che è suo figlio, ha una composizione settenaria che è formata da sette globi, dei quali la nostra terra fisica è quello visibile e tangibile per noi, mentre gli altri sei globi sono invisibili ed intangibili per la ragione che, essendo più eterei di quanto lo sia la nostra terra materiale, ed esistendo su piani cosmici "superiori," i nostri organi sensoriali non possono avere alcuna cognizione di loro. I nostri sensi fisici e i loro rispettivi organi d'azione sono stati evoluti soltanto per riconoscere le forze e le sostanze sui piani cosmici su cui vivono i corpi.

Comunque, gli altri sei globi della nostra catena planetaria non sono gli altri sei principi del nostro globo fisico terrestre, perché ciascuno dei sette globi della nostra catena planetaria è un individuo completamente settenario, avendo ciascuno dei sette globi i suoi sette principi, proprio come li ha l'uomo. Sono questi sette globi individuali che insieme formano quella che è chiamata una catena planetaria.

Tuttavia, esiste una certa analogia, veramente molto forte, tra i sette globi di una catena planetaria e i sette principi di un qualsiasi globo, perché ognuno dei sette globi di una catena planetaria aiuta a formare la composizione di un qualsiasi globo, ciascuno collaborando con tutti, e tutti collaborando con ciascuno di essi. L'analogia con la costituzione settenaria dell'uomo è ugualmente forte, perché proprio come nell'uomo vi sono i sette principi in cui agiscono sette monadi o centri monadici, l'uno per l'altro e di diversi gradi di sviluppo evolutivo, così dei sette globi di una catena planetaria ciascuno è rappresentabile come una monade del globo, poiché i sette globi, in questo modo, si combinano per produrre la costituzione settenaria della catena planetaria.

Ma a dispetto di queste analogie, ciascuno dei globi di qualsiasi catena planetaria è un individuo unitario di per sé, e quindi ciascuno ha i suoi sette principi.

Infine, la situazione è resa ancora più difficile per il fatto che i "sette principi," sia che si riferiscano ai globi o a qualsiasi individuo unitario come l'uomo, sono le parti manifestate della costituzione, perché, a dire il vero, in una catena planetaria ci sono dodici globi, o dieci (o dodici) principi nella costituzione di un essere umano, ma poiché i cinque globi predominanti di una catena planetaria esistono sui piani cosmici che sono quasi impossibili da comprendere, le parti superiori sia dei globi che dei principi umani, appartenendo alle parti "non manifestate" di un'entità completa, di solito sono omesse.

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Dal momento della morte di un uomo, attraverso i periodi post-mortem e attraverso la vita successiva finché non sopraggiunge la nuova morte fisica, la monade è sempre del tutto autocosciente nella sua sfera elevata. Inoltre, dopo che per l'uomo è cominciata l'esistenza post-mortem, la monade passa di sfera in sfera, facendo di nuovo i suoi giri attraverso le sue incessanti peregrinazioni durante il manvantara. Attraversa le sfere non semplicemente perché sono le sue origini ed è quindi attirata ad esse dalle proprie attrazioni ed impulsi magnetici, ma anche perché vuole lei stessa comportarsi così; la libera volontà è una cosa divina ed è un suo attributo inerente ed inseparabile.

Plotino, nelle sue Enneadi scrive su una fase del destino post-mortem della monade umana, considerando, al tempo stesso, le funzioni caratteriali della monade spirituale. La seguente è una parafrasi di questo difficile passaggio:

Le nostre anime hanno i loro rispettivi destini secondo le loro capacità e poteri, e quando si libera di questa vita, ogni anima avrà la sua dimora in un corpo celeste (o pianeta) confacendosi e accordandosi alla disposizione e alle facoltà che nel loro aggregato costituiscono il principio caratteristico dell'individualità di ogni anima.
In verità, le anime liberate sono quelle che si sono elevate al di sopra dei vincoli della personalità e quindi da tutte le fatalità della vita terrestre e da tutto ciò che appartiene al mondo materiale. — "Il Nostro Daimon Guardiano," III, iv, 6

Il riferimento nel secondo paragrafo è indirizzato a quelle che la Tradizione Esoterica chiama "monadi liberate," i jīvanmukta.

Torniamo ora al sentiero della monade attraverso i sette pianeti sacri degli antichi — chiamati sacri perché sono così strettamente connessi alla nostra terra, la sua origine, al suo destino e alla sua umanità, che anche i rapporti esterni che essi hanno con la terra e l'uomo erano insegnati nella loro completezza soltanto nei Misteri. Queste sette sfere sacre degli antichi sono i sette corpi menzionati nei loro scritti atronomici e mistici. Senza dubbio gli antichi conoscevano altri pianeti del nostro sistema solare oltre ai sette sacri, ma solo questi sette erano chiamati sacri, poiché i loro legami del destino con la nostra terra hanno origine proprio nel sistema solare di cui la nostra attuale terra è il frutto karmico. I loro nomi sono Saturno, Giove, Marte, Venere, Mercurio, Sole, e Luna. Riguardo al Sole e alla Luna, essi erano sostituti di due altri pianeti sconosciuti all'astronomia di oggi. Da un punto di vista, questo è corretto, ma da un altro punto di vista essi non erano sostituti, e quindi erano chiamati "pianeti" perché facevano parte di una catena settupla, una catena di sette "maglie," ogni maglia un pianeta, attraverso cui la monade passa durante il suo viaggio cosmico verso l'alto, e attraverso la quale ritorna quando, ancora una volta, sta per aver luogo la nuova reincarnazione dell'ego superiore sulla terra.

I misteri concernenti la luna sono veramente molti e reconditi. Il nostro satellite, che i poeti hanno elogiato come una pallida dea della notte e come l'ispiratrice degli affetti umani, completamente incapaci di afferrare il ruolo che essa ricopre, è intimamente connesso a qualsiasi cosa accada sulla terra, non solo come intermediario ma spesso come diretto agente causale; e ciò si applica non solo ai fenomeni meteorologici ma anche alle varie razze radici, come pure a molte altre cose, come il benessere sia fisico che morale degli esseri umani. La sua influenza è duplice, da un lato è positiva e dall'altro è negativa, a seconda delle circostanze e delle cause contingenti. La sua influenza è davvero talmente grande sulla terra e generalmente malefica, a dispetto del fatto che le emanazioni lunari sono utili, ad esempio, alla crescita, che i segreti della luna sono sempre stati accuratamente custoditi nelle scuole esoteriche, e al tempo stesso sono i primi segreti ad essere spiegati con cura come ammonimenti precauzionali ai discepoli che si sottopongono all'allenamento spirituale.

La luna una volta era di gran lunga più vicina alla terra di quanto lo sia oggi, e anche alquanto più voluminosa. Da allora si è gradualmente allontanata dalla terra, anche se molto lentamente, e gradualmente si è dissolta nei suoi atomi vitali componenti. Prima che la terra avrà raggiunto la sua settima ronda, la nostra luna sarà completamente svanita, poiché i processi della decadenza molecolare ed atomica stanno procedendo rapidamente.

I pianeti sacri sono le "sette sfere" degli antichi, che diedero i loro nomi ai giorni della settimana; ed è un soggetto di grande interesse archeologico ed antiquario che essi siano i nomi dei giorni della settimana in tutti i luoghi in cui prevaleva la settimana di sette giorni nelle terre europee, come pure in Birmania, Persia, Assiria, Indostan, e altrove.

Ora, durante la peregrinazione della monade attraverso i sette pianeti sacri, la monade deve necessariamente seguire quei sentieri o canali di minor resistenza chiamati le circolazioni del cosmo. Queste circolazioni sono linee effettive di comunicazione tra punto e punto o tra corpo celeste e corpo celeste. Queste circolazioni sono così reali nell'economia interna dei mondi visibili ed invisibili dell'universo come lo sono i nervi e i vasi sanguigni nel corpo fisico; e proprio come quest'ultimo fornisce i canali o sentieri di trasmissione degli impulsi intellettuali, fisici e nervosi, come pure del fluido vitale o sangue, così in modo analogo, le circolazioni del cosmo forniscono i canali o sentieri seguiti dai fiumi ascendenti e discendenti di vite che sono composti dal flusso perenne delle entità peregrinanti di tutte le classi attraverso l'intera struttura universale.

È ovvio che come il tessuto corporeo è completamente permeato da una soffusa vitalità nervosa e sanguigna, proprio così l'impalcatura strutturale dell'universo è ugualmente soffusa dappertutto da una compenetrazione analogicamente identica dell'essenza vitale. Infatti, l'universo è un vasto organismo, vivente in tutte le sue parti e soffuso di vitalità, da quella più elevata a quella più bassa, essendo ogni cosa nella costituzione del corpo universale immersa nell'intelligenza cosmica. Tutti i vari fenomeni a carattere universale devono quindi essere rintracciati direttamente nelle loro cause spirituali, intellettuali, psichiche, e astrale-vitali nell'organismo cosmico, e questi fenomeni includono le cosiddette forze della natura, come pure tutte le sostanze e materie — le sette prakṛiti interagenti ed interconnesse — che li consideriamo tutti come intelligenze incorporate funzionali ed operative intorno a noi.

Prendiamo il caso della gravitazione, la cui causa è ancora sconosciuta dalla scienza odierna, e sulla quale è stato scritto in abbondanza fin dai tempi di Newton. Ma cos'è la gravitazione? Possiamo ammettere che Newton e gli scienziati che lo seguivano fossero corretti nell'affermare che è una forza che opera nell'universo influenzando tutta la materia, e che la sua attività funzionale può essere espressa come il prodotto delle masse di due o tre corpi, e che varia in intensità inversamente secondo il quadro della distanza che separa un corpo dall'altro. Ma quest'affermazione della cosiddetta legge di gravitazione descrive semplicemente la sua operazione e non spiega in alcun modo cosa sia in se stessa. Per quanto riguarda le teorie di Einstein, non è possibile dubitare che l'idea fondamentale nella sua ipotesi della relatività, ad esempio, la natura relativa di tutte le cose e che nessuno dei fenomeni naturali sia di carattere assoluto, è indubbiamente vera, ed è uno dei principi basilari dell'insegnamento della Filosofia Esoterica. Ma le sue dimostrazioni matematiche sono completamente un'altra cosa. In particolare, le sue idee sulla natura della gravitazione come una deformazione o una distorsione dello spazio in prossimità dei corpi materiali sembra essere un sogno irrealizzabile. Inoltre, è un'incongruità logica supporre che lo Spazio — un'astrazione — possa essere "deformato" o "distorto," perché dobbiamo sempre ricordare che sono solo le entità materiali o le stesse cose ad essere soggette a deformazione o distorsione.

Ora, le seguenti considerazioni non significano che l'estensione spaziale — che senza dubbio è quanto intendeva il dr. Einstein piuttosto che Spazio astratto — non possa essere influenzata quando forma il "campo" o la "zona" di qualche aggregazione di materia cosmica, come un sole o un pianeta, perché questa estensione "spaziale" è la materia stessa. In qualche punto di questo libro è stato affermato che il cosiddetto spazio vuoto è qualsiasi cosa tranne che vuoto; è assolutamente pieno; è "solido" dopo che il modello è stato stabilito. Naturalmente, un sole o un pianeta o qualsiasi altro corpo celeste influenza molto potentemente tutte le cose nei suoi dintorni o più lontano secondo le leggi gravitazionali ed elettro-magnetiche; ma dire che questo effetto prodotto dal magnetismo vitale o gravitazione sia la stessa gravitazione è un hysteron proteron[1] logico, confondere l'effetto per la causa.

Se anche gli scienziati accettassero l'ipotesi di Einstein che la gravitazione di per sé non esiste, ma che è causata solo apparentemente dalla "deformazione" o "distorsione" dello spazio in prossimità dei corpi materiali aggregati, allora dovremmo affrontare il problema sotto un nuovo profilo, ad esempio: perché la materia aggregata dovrebbe produrre "deformazione" o "distorsione," causando semplicemente una gravitazione apparente? Quindi, lontana dal risolvere la natura della gravitazione o di spiegarla, la teoria di Einstein sostituisce qualcosa che è reale con un nuovo concetto che descrive, semplicemente con altre parole, la stessa cosa che già conoscevamo, e ci sarebbe bisogno di qualche futuro Einstein per "spiegarla."

La Filosofia Esoterica spiega che quella che chiamiamo gravitazione o l'azione di attrazione tra i corpi, apparentemente attraverso lo spazio illimitato, è, nella sua essenza causale o il sé, magnetismo cosmico vitale: il flusso della vitalità cosmica dal cuore dei corpi celesti. Ma anche l'atomo è alquanto sotto il dominio di questa vitalità cosmica, come lo sono i corpi macrocosmici che seguono il loro corso sui campi dello Spazio infinito. È questa elettricità vitale o magnetismo vitale nella struttura cosmica che attrae in tutte le direzioni, unendo così tutte le cose nell'immenso ente del cosmo. Inoltre, un domani si scoprirà che questa vitalità magnetica del cosmo contiene un potente elemento di repulsione così potente come quello di attrazione; e che dietro tutte queste attività fenomeniche giacciono i principi dell'universo interno comparabilmente più potenti, che guidano quindi infallibilmente le sue attività dappertutto.

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Nel suo trattato Contro Celso, Origene allude alla Scala di Giacobbe che si estende dalla terra al cielo, su e giù, percorsa costantemente dagli "angeli":

Celso afferma, come Platone, che il sentiero delle anime dalla terra al cielo e dal cielo alla terra passa attraverso i sette piani. . . .
Celso dice che questa dottrina è sacra tra i Mitraisti persiani, ed è rappresentata in forma simbolica nei Misteri del dio Mitra. In quei Misteri, dice Celso, i Mitraisti avevano svariati simboli che rappresentavano i sette pianeti, come pure le sfere delle cosiddette stelle fisse, ed anche il sentiero che le anime percorrevano attraverso queste otto sfere. L'immaginazione simbolica era come segue: essi usavano una scala che supponevano si estendesse dalla terra al cielo, scala che era divisa in sette passi o stazioni, su ciascuna delle quali vi era un portale d'ingresso e di uscita, e che alla cima della scala vi era un ottavo portale che senza dubbio rappresentava il passaggio dentro e fuori le sfere stellari.  — Libro VI, cap. xxi-xxii (parafrasi)

Il Mitraismo fu una religione importante in quei tempi del Cristianesimo primitivo, ed era una delle più fedeli, anche nella sua più ampia diffusione, ai primi insegnamenti dei Misteri che da tempo prevalevano sia nel Vicino che nell'Estremo Oriente. La religione mitraica nel terzo secolo aveva raggiunto una tale fase di sviluppo da diventare la religione di Stato dominante dell'Impero Romano che allora era molto esteso. Infatti, aveva talmente delle similarità, sia nelle dottrine che in certi ritualismi, con il Cristianesimo primitivo, che questa coincidenza fu commentata dagli scrittori dell'epoca, sia cristiani che pagani. Com'è successo, il Cristianesimo alla fine prevalse sul Mitraismo come sistema religioso dominante in Europa, e sembrerebbe che la ragione principale del suo successo, anche se il Mitraismo all'inizio era preferito alla corte imperiale, fu che la sua presentazione formale al pubblico conteneva una seria mancanza psicologica — almeno così dal punto di vista degli uomini di oggi. Era essenzialmente una religione mistica per gli uomini, e molto meno per le donne, e inoltre qualsiasi religione con un cerimoniale ed un tipo di formalità come il Cristianesimo lancia un appello emotivo alla popolazione in genere.

Il sistema Mitraico aveva sette gradi iniziatici, corrispondenti ai sette gradi di dignità della fratellanza Mitraica. Il più basso era chiamato Corax o Raven, che significava il grado del Servitore; il secondo grado dell'iniziazione era il Cryphius o l'Occulto, che significava Neofito; il terzo era il Miles o Soldato, che significava Lavoratore; il quarto era chiamato Leo o il Leone, e con questo grado cominciava l'insegnamento più profondo e mistico; il quinto grado era chiamato Perses, il Persiano, che significava l'Umano; il sesto era chiamato Heliodromus, il Corridore o Messaggero del sole; il settimo ed ultimo grado era chiamato Pater, il Padre, che significava lo stato di un iniziato completo o padronanza.

Le varie dottrine, palesi o segrete, che il Mitraismo comprendeva, si possono rintracciare in molti passaggi delle antiche letterature, anche se è vero che ogni Scuola greco-romana aveva il proprio metodo di insegnare le stesse verità della natura in generale. In tale contesto, Macrobio, lo scrittore greco-romano, tratta dell' "ascesa" e della "discesa" della monade attraverso le sfere, sia nel suo Saturnalia che nel suo Commentario sulla Visione di Scipione. Sebbene Macrobio dicesse la verità in quello che scriveva, non poteva, per il suo voto di segretezza fatto all'iniziazione, dire tutto ciò che avrebbe potuto dire.

È interessante notare qui come fossero ben custoditi i segreti dei Misteri anche in un'epoca così inoltrata e degenerata in cui visse Macrobio, perché mentre la data in cui egli visse è sconosciuta, è abbastanza chiaro, dall'evidenza dei suoi scritti, che va fatta risalire a dopo l'inizio dell'era cristiana e forse anche nel terzo e quarto secolo. Questo segreto era universalmente rispettato, non solo dagli individui ma dagli stessi vari Stati della Grecia e di Roma, che persino oggi, con tutti i notevoli apparati finemente critici che gli studiosi moderni hanno a disposizione, si potrebbe affermare che non si conosce quasi niente del vero valore informativo degli antichi Misteri, oltre al fatto che esistevano, che avevano un'enorme e diffusa influenza nell'antica vita politica e sociale, e che il voto di segretezza era richiesto ad ogni neofito prima dell'iniziazione. Una sottile speculazione è stata fatta nei secoli passati proprio riguardo a cosa fossero le dottrine insegnate nei Misteri; ma nessuno oggi può dire appropriatamente cosa fossero quelle dottrine.

Qualsiasi cosa fossero gli antichi Misteri, e qualsiasi cosa insegnassero le dottrine misteriche, gli studiosi hanno consistentemente travisato ciò che rimane degli scritti mistici degli antichi.

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Ritorniamo ora alle circolazioni del cosmo: la monade — liberata dalla morte dell'uomo, e nel cui seno l'anima umana ha rinunciato a qualsiasi cosa fosse più nobile e bello di se stessa — entra nella sua meravigliosa avventura post-mortem. Questo viaggio della monade implica il soggiorno temporaneo o giro in ciascuno dei sette pianeti sacri, in un regolare ordine seriale, secondo i sentieri predeterminati che seguono strettamente le linee delle forze ed energie cosmiche — le circolazioni del cosmo.

Nessuna monade è "da sola" nelle sue peregrinazioni post-mortem, perché ogni monade può seguire solo quei determinati canali di intercomunicazione vitale come tra i corpi celesti del sistema solare, poiché ogni globo celeste, che sia un sole, un pianeta o un atomo, ha nel suo cuore un centro laya o punto di intercomunicazione individuale, che è il sentiero individuale di comunicazione con il prossimo piano o mondo interno, verso l'alto o verso il basso.

Attraverso questi centri laya la materia più grossolana, più densa, di qualsiasi particolare piano o mondo superiore, può passare attraverso il piano inferiore in basso, e manifestarsi così su questo piano inferiore come la forza o le forze più eteree — equivalenti alla sostanza o materia altamente eterea. In modo coordinato, la nostra forza o sostanza più eterea può passare attraverso questi centri laya nel successivo piano superiore. La nostra parte più eterea, in quanto superiore, quando passa attraverso un centro laya entra nella sostanza più densa del successivo piano superiore e diventa un tutt'uno con essa. Così si realizza il passaggio da piano, o mondo, a piano, non solo dopo la morte ma anche durante la vita.

La monade, nel raggiungere il pianeta successivo dopo che ha lasciato questa catena terrestre settenaria, a quel punto produce o forma un raggio o radiosità da se stessa durante il suo passaggio attraverso questa catena planetaria — un apparato psico-mentale o "anima" che si incorpora temporaneamente in un corpo corrispondentemente idoneo, di tipo spirituale, o etereo, o astrale, oppure fisico. Questo raggio, inviato dalla monade, e "originario" del pianeta su cui si manifesta, attraversa i suoi ciclici periodi di vita e di esperienza lì, finché raggiunge la fine del suo ciclico periodo di vita, quando a sua volta si ritira nel senso della monade, dove riposa nel suo devachan. Nel frattempo, i principi superiori sospesi della monade fondamentale sono nuovamente liberati per procedere ancora verso un altro pianeta, dal quale sono attirati dalle similarità psico-magnetiche della propria sostanza, e seguendo i sentieri stabiliti per loro dalle circolazioni del cosmo.

Come Oliver Wendell Holmes ha scritto in The Chambered Nautilus:[2]

Costruisci dimore più maestose, o anima mia,
Quando le rapide stagioni si susseguono!
Abbandona il tuo basso soffitto a volta del passato!

Avendo così completato il suo ciclico termine di vita su questo pianeta, la monade passa allora al pianeta in ordine successivo, ripetendo lì il corso generale della sua attività evolutiva; e così la monade agisce su ciascuno dei sette pianeti sacri fino a raggiungere l'ultimo dei sette, dopo di che la monade, avendo quindi completato il suo ciclo esterno, al momento opportuno è trascinata nella linea psico-magnetica d'attrazione che la spinge di rimando, lungo le circolazioni del cosmo, verso la catena planetaria della terra.

Qui l'insegnamento si riferisce a quelle che sono chiamate le ronde esterne, che non devono essere confuse con le ronde interne, che hanno a che fare solo con i viaggi delle monadi nei sette (o dodici) globi di una qualsiasi catena planetaria — la nostra catena terrestre, ad esempio. La difficoltà nell'esporre uno schema dell'insegnamento riguardante i due tipi di ronde sta nel fatto che, primo, sia le ronde interne che quelle esterne sono analogicamente simili l'una con l'altra. Un'altra difficoltà è il fatto che il viaggio post-mortem della monade di un uomo segue le stesse linee o peregrinazioni che la monade segue durante il corso delle ronde esterne, ma lo fa in periodi di tempo incomparabilmente più brevi, e si ferma soltanto temporaneamente nelle varie "stazioni" planetarie, per così dire.

Il termine "ronde esterne" può riferirsi quindi a due cose: primo, alla grande ronda esterna che comprende l'intero periodo di un manvantara solare, durante il quale la monade spirituale soggiorna in ciascuna catena planetaria; e, secondo, al fatto che il suo viaggio post-mortem la porta ugualmente su ciascuna delle sette catene planetarie, ma in quest'ultimo caso il suo soggiorno in qualsiasi di tale catena individuale dura solo per un tempo relativamente breve, e le sue varie emissioni di raggi che appartengono a ciascuno dei rispettivi pianeti sono ugualmente solo temporanee. Questa la potremmo chiamare la ronda esterna minore o piccola. In altre parole, le ronde esterne hanno a che fare con il passaggio della monade spirituale da catena planetaria a catena planetaria, e questo per sette volte, e al di là del sistema solare, essendo queste sette catene planetarie i sette pianeti sacri degli antichi, le ronde interne durante il manvantara della catena planetaria in cui la monade si sottopone ai suoi viaggi per lunghi eoni attraverso i sette (o dodici) globi di quella catena planetaria.

Lo scopo del passaggio della monade dopo la morte attraverso le varie catene planetarie è di potersi liberare del rivestimento del veicolo che appartiene all'essenza vitale di ciascuna di tali catene planetarie. Soltanto così la monade si spoglia, uno dopo l'altro, dei diversi "rivestimenti" dai quali si è avvolta durante il suo lungo viaggio evolutivo; e così è pronta ad entrare nella sua nativa patria spirituale. Quando comincia il viaggio di ritorno verso la catena planetaria terrestre, la monade allora passa in ordine inverso attraverso gli stessi sette pianeti, e in ciascuno di questi pianeti ritrova i suoi antichi atomi di vita e se ne riveste nuovamente, e quindi è pronta e capace di elaborare le conseguenze karmiche che erano rimaste in sospeso quando sull'uomo sopraggiunse la morte dopo la sua ultima vita terrena.

Così la monade evolve poi una serie di incorporamenti temporanei dell'ego spirituale appropriato su ciascuna di tali catene planetarie. Questo procedimento ha luogo su ognuno dei sette pianeti sacri finché la circondante ronda esterna minore lo riporta, per mezzo della monade, alla catena planetaria della nostra terra dove procede a fare sulla nostra catena planetaria ciò che aveva fatto sulle altre catene planetarie. Ma, poiché la monade dell'uomo a questo stadio è "fissata" alla catena planetaria della terra, il suo soggiorno in questa catena è immensamente più lungo della sua pausa temporanea sui sette pianeti sacri durante il pellegrinaggio post-mortem. L'ego reincorporante evoluto in questa catena planetaria della terra è l'ego o anima "nativa" di questa catena, perché è il veicolo adatto e appropriato attraverso il quale la monade spirituale può esprimersi sui globi della nostra catena planetaria.

Così la monade spirituale, il centro focale della monade divina miete, su ognuno dei sette pianeti sacri, un nuovo raccolto di esperienze dell'anima, essendo ciascun raccolto le esperienze accumulate nell'incorporamento, acquisite dalla monade spirituale, che appartengono, nelle caratteristiche essenziali della sostanza e dell'energia, a ciascuno di questi rispettivi pianeti. Come potrebbe diversamente la monade spirituale mietere un qualsivoglia raccolto se non ci fossero i legami intermedi tra essa e le varie catene planetarie? L'ego reincorporante evoluto dalla monade su ogni catena planetaria è uno di questi legami intermedi. Così la monade evolve sul suo particolare sentiero d'evoluzione attraverso le sfere, trascinando il suo carico di coscienza individuale — in quanto ogni raggio o individuo sostiene i vari frutti di ogni incarnazione della terra o di incorporamento su altri pianeti.

I viaggi della monade spirituale attraverso le sfere sono causati da parecchi motivi, ed uno dei più importanti è il fatto che "il simile attrae il simile." Così la monade ascende attraverso le sfere perché, ad ogni passo verso l'alto, si fa sempre più forte l'attrazione a sfere ancora più elevate e più spirituali. Quando la monade raggiunge la sfera suprema alla quale la spingono i propri impulsi ed aspirazioni interiori — queste aspirazioni sono veramente i risultati dei pensieri spirituali ed intellettuali accumulati, e i sentimenti dell'entità umana durante l'incarnazione — lì la monade si ferma per un certo tempo cominciando la sua ridiscesa attraverso le stesse sfere che aveva precedentemente attraversato. In altre parole, nessun potere esterno impone questo corso evolutivo alla monade evolvente né la spinge o costringe a ciò, ma le sue innate attrazioni a questo o a qualche altro mondo o piano superiore, che vengono in attività dopo la morte, sono evocate dalla fabbrica dell'essenza della monade durante il soggiorno dell'uomo sulla terra.

Inoltre, la monade ripercorre i suoi passi perché le attrazioni e le compulsive aspirazioni interiori hanno ora esaurito le proprie energie, e i semi latenti del pensiero e del sentimento spirituale che erano stati immagazzinati nelle precedenti vite terrene della monade, adesso cominciano a spingere la monade verso il basso, finché l'ego reincorporante, il raggio della monade, trova la sua opportunità nel suo impulso verso la terra per proiettare il suo raggio incarnante nel germe karmicamente idoneo del seme, che crescerà per essere il corpo del bambino rinato.

Poiché ogni piano o sfera o pianeta fornisce i suoi corpi appropriati all'auto-manifestarsi degli eserciti delle monadi entitative che peregrinano lungo le circolazioni del cosmo, ne consegue che nessuno di tali corpi può lasciare il piano o sfera cui appartiene. Quindi, come la morte significa gettare via i corpi, così la nascita significa riassumere questi veicoli. Tutti questi veicoli sono costruiti da atomi di vita, la maggior parte dei quali per ogni individuo sono la sua progenie psico-magnetica, per cui la monade si avvolge nei suoi effluvi viventi che formano i suoi rivestimenti o vettori di auto-espressione. Di conseguenza, tutti questi eserciti di atomi di vita sui differenti piani della costituzione umana sono karmicamente e per sempre intimamente relazionati alla monade spirituale, la loro genitrice originaria; e la monade, quando ritorna sulla terra alla fine del suo lungo viaggio post-mortem attrae a sé gli identici atomi di vita che aveva precedentemente rigettati, e così con il loro aiuta forma per se stessa nuovi veicoli o corpi. Così si potrebbe perlomeno dire che l'ego reincorporante effettivamente "risorge" o rivive nei vecchi corpi intellettuali, psichici, astrali, e fisici, che nell'ultima vita terrena aveva come un essere umano pienamente incorporato.

Così sulla sua ronda attraverso le sfere durante il suo pellegrinaggio interplanetario la monade alla fine raggiunge l' "atmosfera" spirituale-magnetica della catena planetaria della terra. A questo punto del tempo e dello spazio, l'ex ego reincorporante — che finora ha dormito nel suo lungo devachan nel seno della monade spirituale — comincia a sentire un risorgente agitarsi di antiche memorie, precedenti attrazioni ed istinti; e, inconsciamente costretto da essi, cerca di riprendere i contatti psico-magnetici delle sue sfere precedenti, i globi della nostra catena planetaria terrestre. Vaghe memorie di antecedenti scene terrene cominciano a passare come un panorama attraverso il suo campo di coscienza; e man mano che il tempo trascorre questi impulsi crescono sempre più forti quando la monade discende, fino a quando, attratto dal nostro globo, l'ego reincorporante è pronto per la sua rinascita.

È evidente che la causa della reincarnazione sulla terra è la "sete" per l'esistenza materiale, un'abitudine acquisita — in India chiamata trishnā, un termine sanscrito che significa "desiderio avido per . . . " Questa "sete" è un'abitudine istintiva composita, formata di amore e odio, e di attrazioni magnetiche degli eserciti degli atomi di vita che compongono la costituzione dell'uomo, visibile ed invisibile, e di desideri di molti tipi, che si radunano tutti, durante i vari periodi di vita sulla terra, nell'anima e nella mente dell'uomo, e che possono, in breve, essere chiamati "depositi del pensiero" — le tendenze emotive, mentali e psichiche — e stimoleranno tutti il destino dell'entità reincarnante finché l'evoluzione trasferisce la coscienza dell'uomo come essere individuale verso piani o sfere superiori.

Ora, la "discesa" dell'ego reincorporante verso l'incarnazione ha luogo attraverso i vari piani della catena planetaria della terra, ed ogni piano è di crescente materialità; e così qui vi è una "discesa" naturale dell'ego reincorporante attraverso i globi dell'arco discendente di questa catena planetaria, in ciascuno di questi globi vi è un soggiorno temporaneo allo scopo di riadunare gli atomi di vita idonei che in precedenza erano stati rigettati dalla monade durante la sua ascesa, e questi atomi di vita, a loro volta, avevano peregrinato per ere. Non può essere tralasciato alcun passo lungo il percorso — ogni piano o mondo intermedio deve essere attraversato per occupare il divario tra i mondi interni e la nostra terra fisica. Ci viene in mente il vecchio proverbio Latino: Natura non facit saltum, "la Natura non fa salti."

Gli atomi di vita che l'ego reincorporante reincorpora nella sua costituzione in questa fase della sua discesa verso la terra attendono effettivamente sui globi A, B, e C, perché appartengono ai tre piani attraversati dal precedente ego ascendente, che sono i piani su cui l'ego li fatto cadere. È dopo questa modalità che l'ego reincorporante costruisce nuovamente per sé una costituzione di sette principi, i quali principi sono comunque identici alla costituzione dell'uomo nell'antecedente vita terrena, perché gli atomi di vita, nuovamente aggregati, sono di nuovo raccolti. È questa ricostruzione nella sua fabbrica di atomi di vita usati nell'ultima vita terrena che fa in modo che l'ego reincarnante diventi praticamente, sotto tutti gli aspetti, lo stesso uomo che era prima, ma migliorato a causa delle lezioni imparate nei globi invisibili e più spirituali della catena planetaria della nostra terra; e ultimo, ma non meno importante, a causa del suo assorbimento delle esperienze della ex vita terrena, assimilazione o elaborazione spirituale che ebbe luogo mentre l'ego dormiva in devachan nel seno della monade.

Come scrisse Plotino, in sostanza:

Ogni "anima," ciascuna in accordo con il proprio carattere, segue un'inevitabile legge dirigente di essere trasportata verso ciò a cui le proprie tendenze (o carattere) la spingono, ciò che è il tipo (o immagine) della sua costituzione e preferenza. Nessuna forza esterna, nessun dio, la condannano all'incorporamento appropriato. Ogni "anima" ha la sua ora destinata, e quando quest'ora arriva, l'anima cade ed entra nel corpo adatto a lei, obbedendo allo stimolo istintivo. Ed è così che entra sempre. Una discende ora, ma un'altra in seguito.  — Enneadi, "Sull'Anima," IV, iii, 13

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Quale deduzione dobbiamo trarre dagli insegnamenti così abbozzati? Primo, che chi resta non deve angosciarsi riguardo a ciò che accadrà ai proprio cari quando muoiono. La grande madre, la Natura, si occupa di tutto molto amorevolmente. Quando arriva la morte, che significa liberazione, una vita di gran lunga più ampia, un'avventura indicibilmente meravigliosa. Significa passare lungo le circolazioni del cosmo verso altre dimore dell'universo — lungo quei sentieri che fin dall'inizio del manvantara sono stati seguiti dalle monadi di tutto il passato periodo manvantarico, durante il corso dei loro meravigliosi pellegrinaggi.

La seconda deduzione è che non vi è una nuova anima "creata," ma che ogni anima umana è semplicemente la reincarnazione di un ego umano che si è incarnato da molte ere passate. In verità, noi siamo antichi. La vecchia idea teologica che "Dio Onnipotente" crea un'anima umana per ogni nuovo bambino implica la responsabilità divina, errore che oggi i teologi cristiani cominciano a rilevare. Inoltre, la famiglia umana come gruppo monadico è una gerarchia minore o esercito di anime, di cui solo una centesima parte all'incirca è rappresentata dagli esseri che vivono sulla terra in qualsiasi tempo. A milioni e milioni si svolgono le ronde dei mondi interiori.

Una terza deduzione è che l'intero lavoro dell'evoluzione è di fare in modo che la nostra parte autocosciente diventi sempre più pienamente autocosciente delle parti superiori della nostra costituzione. L'uomo, nella sua essenza più intima, è una monade divina, incondizionatamente immortale, e di un'autocoscienza di portata cosmica in funzione e attiva. Come entità settenaria, la sua costituzione comprende sia il potere della volontà, sia l'intelligenza, con cui egli può forgiare per sé un destino sublime — diventando, se vuole, un dio autocosciente. Egli è destinato nei remoti eoni futuri ad unire la sua autocoscienza con la sua monade spirituale "che l'adombra"; e il destino della monade, in un futuro enormemente lontano, è di diventare un tutt'uno con la sua genitrice, la monade divina, il ché significa unire la propria autocoscienza con la divina fiamma monadica, e da quel momento in poi far parte autocoscientemente, come un dio superiore, della grande opera cosmica dell'universo galattico.


Capitolo 18

La Nascita e Prima della Nascita

Ora faremo un tentativo di entrare in una descrizione più dettagliata del modo in cui l'ego reincorporante assume i corpi su questa terra.

La monade reincorporante — tranne che negli intervalli del lungo riposo cosmico nei pralaya, quando è in uno stato di sonno nel seno della gerarchia cosmica — passa tutta la sua intera serie di manifestazioni cicliche in ripetuti reincorporamenti attraverso una manifestazione cosmica o manvantara.

Ciascuna discesa nei corpi nei diversi mondi della materia è un velo o rivestimento, in parte evoluto da forze e sostanze dall'intima essenza della monade, e in parte costruita da moltitudini di atomi di vita tratti dalla riserva comune del mondo o piano nei quali accade che si trovino durante l'incorporamento. Ora, questi atomi di vita non sono in nessun senso estranei alla monade o ego individuale che si reincorpora, perché la monade che si reincorpora nel periodo precedente alla manifestazione cosmica li aveva gettati via dalla prossima essenza, ed essi, al ritorno dell'ego reincorporante, si erano ricongiunti con lui per mezzo dell'attrazione psico-magnetica. Così, questi atomi di vita, di cui l'ego reincorporante si era liberato alla fine del manvantara cosmico, erano sospesi nello spazio, ciascuno nel proprio stato di nirvāṇa individuale, durante l'intero periodo del pralaya; ma quando si apre il nuovo manvantara cosmico, questi stessi atomi di vita si risvegliano nelle proprie sfere e condizioni d'attività, e quando la monade reincorporante "discende" dalla propria genitrice cosmica per le sue nuove peregrinazioni, questi atomi di vita sono di nuovo irresistibilmente attratti dalla loro genitrice e, attaccandosi all'ego reincorporante, collaborano a costruire le sue varie guaine.

Qui vediamo lo stesso processo della reincorporazione degli atomi di vita che è ripetuto dall'ego reincorporante quando si risveglia dal devachan e discende nell'incarnazione sulla terra. La sola differenza è che gli atomi di vita non risposano nell'intervallo di vite terrene dell'ego reincorporante che li ha generati. Gli atomi di vita, tranne che durante i pralaya, peregrinano ed evolvono incessantemente, non solo come individui ma come aggregati, e sono in un flusso continuo dentro e fuori i corpi delle monadi più avanzate, i cui rispettivi veicoli sui diversi piani cosmici essi collaborano quindi a costruire.

Un genitore umano, ad esempio, espelle dal suo corpo il germe di vita umano che diventerà un essere umano. Diciamo che questo genitore ha parecchi figli. A tempo debito il genitore muore. L'ego reincorporante del genitore ha il suo interludio devacianico di molti secoli ed infine ritorna all'incarnazione fisica. Durante tutto questo tempo i figli, e i loro figli, e i figli dei loro figli, e così via attraverso le generazioni, portano avanti la particolare corrente del flusso psico-magnetico e fisico che il genitore ha portato nell'esistenza fisica. Ora, quando questo genitore ritorna all'esistenza fisica, l'ego reincorporante è attirato dall'ambiente o famiglia da cui è più fortemente attratto.

L'ego reincorporante di questo "genitore" prende un corpo nato dai suoi discendenti — se non in una linea di successione genealogica diretta ed ininterrotta, che avviene molto più frequentemente di quanto si supponga comunemente, quindi nel ramo collaterale più strettamente imparentato, che è altrettanto una continuazione dello stesso fiume di vita che le molte generazioni intercorrenti di discendenti rendono possibile. Questo esempio, imperfetto che sia, esemplifica i ritorni ripetitivi della monade o ego reincorporante ai suoi atomi di vita precedentemente incorporati. Si può dire per inciso che questa è una fase del cosiddetto culto degli antenati.

A causa dei rapporti di famiglie, tribù, nazioni e razze, la mescolanza razziale è un fatto costante. Prendendo il caso di una singola razza, è probabile che oggi ogni singolo individuo, che sia elevato o umile, principe o contadino, i loro ceppi ancestrali sono fortemente mescolati; e si può forse dire in tutta verità che il sangue di un singolo scorre attraverso tutta questa razza, con differenze dovute solo alle varie portate di mescolanza. In realtà, se l'incrocio di razze procederà tanto rapidamente nel futuro come lo è stato durante gli ultimi due o trecento anni o più, verrà il tempo in cui tutti i popoli della terra di qualsiasi razza saranno da ritenere come consanguinei nella stessa maniera della razza tipica precedentemente menzionata.

Nel nostro studio dei reincorporamenti ripetitivi è importante non fissare troppo fortemente l'attenzione sul lato del corpo, ma tentare di tracciare l'andirivieni dell'ego reincorporante, considerato come un centro focale o centro della coscienza. Noi, come coscienza, entriamo nella vita terrena dal portale della nascita fisica, e ricopriamo su questo palcoscenico i nostri differenti ruoli come attori nel dramma; poi lasciamo il palcoscenico della vita terrena da un altro portale che chiamiamo morte. La vita sulla terra quindi non è che un solo atto in un dramma che non ha inizio né fine, che si estende a ritroso nell'eternità del passato e in avanti verso le eternità del futuro.

Ascesa dopo ascesa s'inchinano i fantasmi dietro di me
Vedo laggiù in lontananza l'immenso Nulla primordiale,
so che anch'io ne fui parte
    .     .     .
Fedeli e amichevoli le braccia che mi hanno aiutato.
I cicli hanno traghettato la mia culla
Remando e remando come allegri barcaioli.
Per farmi spazio le stelle mi tennero da parte nei loro cerchi,
Mandarono influssi a sorvegliare ciò che doveva sostenermi.
Prima che io nascessi da mia madre, generazioni mi guidarono,
Il mio embrione non è mai stato intorpidito, niente poteva soffocarlo.
Per lui una nebulosa si condensò in una sfera,
Lunghi strati lentamente si accumulavano per rimanervi sopra
    .        .     .
Tutte le forze furono stabilmente impiegate per completarmi ed allietarmi.
Ora in questo luogo io sto con la mia anima robusta.
— Walt Whitman, Foglie d'Erba, "Canto Me stesso

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Non si dovrebbe guardare in modo troppo meccanico ai vari momenti della reincarnazione né agli inizi e alle conclusioni dei pellegrinaggi della monade, perché, mentre i momenti delle varie fasi sono abbastanza definiti, e i diversi piani e mondi attraverso i quali passa sono "stazioni" karmicamente determinate ed inevitabili, tuttavia la verità è che l'ego reincarnante non può entrare, o meglio, non può "adombrare" un nuovo corpo umano sulla terra finché la monade spirituale abbia raggiunto quella parte del suo pellegrinaggio interplanetario che la porta di nuovo nelle prossimità della terra. Questi processi spirituali e psichici sono meravigliosamente regolati dalle leggi della natura e così essi cooperano tutti insieme naturalmente, per cui accade quasi invariabilmente che quando l'ego reincarnante sta per finire il suo devachan, quasi nello stesso tempo la monade spirituale ha raggiunto quella parte delle sue peregrinazioni che la porta sul globo più elevato della catena terrestre. Di conseguenza, sia che un ego abbia un devachan breve oppure lungo, la monade spirituale non ha difficoltà in entrambi i casi, perché è più o meno fortemente influenzata dalla qualità spirituale dell'ego reincorporante che custodisce nel suo seno, e così avviene che il pellegrinaggio della monade spirituale sia spesso controllato in larga misura riguardo al tempo passato nel pellegrinaggio interplanetario.

La spiegazione sul perché l'ego reincorporante "che sogna" può così ampiamente controllare la monade spirituale, come abbreviare o allungare il periodo di tempo del pellegrinaggio interplanetario, sta nella differenza tra le ronde esterne e le ronde interne. La monade spirituale, durante il corso di qualsiasi ronda esterna — che comprende periodi di tempo valutati in centinaia di milioni di anni — è karmicamente obbligata a fare lo stesso percorso circolatorio in una qualsiasi catena planetaria, come fa in qualsiasi globo di quella catena planetaria. Tutte le monadi spirituali nelle ere passate hanno attraversato quella fase della ronda esterna che ci vincola in particolare alla catena planetaria terrestre, e lo faranno nelle ere future. Quindi, fintanto che la nostra catena planetaria è nel suo attuale manvantara della catena, le nostre monadi spirituali sono particolarmente legate a questa catena planetaria della terra; e l'ego reincorporante che è originario di lì diventerà allora il più forte nella sua influenza sulla monade spirituale, e l'ego reincorporante originario del nostro attuale piano planetario sarà nel suo nirvāṇa manvantarico, e di conseguenza la sua influenza sulla monade spirituale sarà negativa piuttosto che positivamente attiva; mentre l'ego reincorporante originario della successiva catena planetaria sarà positivamente attivo nella sua influenza, proprio come il nostro ego reincorporante attualmente è positivo nella sua influenza sulla monade spirituale. Così la monade spirituale, il cui campo è oltre sistema solare, emette un raggio o ego reincorporante per ciascuna catena planetaria con cui la monade spirituale ha un legame karmico — in altre parole, un ego reincorporante differente per ciascuno dei sette (o dieci o dodici) pianeti sacri.

La monade spirituale vive nei suoi regni senza vincoli con ciò che accade a tutti i suoi veicoli inferiori nei regni più materiali dei propri. Pur non avendo vincoli, ne è influenzata; fintanto che una monade è connessa in qualche modo con i regni inferiori, in qualche misura viene influenzata da essi. Tuttavia, e a dispetto di queste influenze dal basso, la monade spirituale di per sé prosegue la propria evoluzione nei suoi piani e mondi. È questo vincolo di influenza che in una certa misura agisce sull'evoluzione della monade spirituale ma senza averne il pieno controllo. Inoltre, è solo dal nostro punto di vista che parliamo della peregrinazione della monade con l'ego reincarnante che dorme nel suo seno. Infatti, la monade spirituale ha molti altri legami o vincoli che determinano il suo continuo pellegrinaggio; e la radiosità della conseguente esperienza dell'ego reincorporante nella nostra catena terrestre è solo una delle fasi di questa incessante attività durante la peregrinazione.

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Poiché l'ego reincorporante punta il suo raggio o radiosità verso il basso, alla fine entra nella parte più grossolana della catena planetaria della terra, il globo D, sul quale ha vissuto prima. Questa parte più grossolana è effettivamente il mondo atomico del globo D, inclusi i suoi "eteri" inter-atomici ed intra-atomici.

La vita, in sé, è dappertutto. Anche gli elettroni nelle strutture atomiche, che collettivamente formano il nostro globo e naturalmente pure i nostri corpi fisici, hanno i loro abitanti — sottoinfinitesimali che abitano su queste sfere infinitesimali. I mondi inter-atomici ed intra-atomici sono per loro meravigliosi come il nostro mondo lo è per noi.

Il raggio dell'ego reincorporante alla fine raggiunge il punto critico nella sua "discesa," dove è attratto verso la specifica cellula germinale umana la cui crescita, se non viene interrotta, sfocerà in un corpo fisico. Le attrazioni psico-magnetiche e gli impulsi interiori dell'ego reincorporante l'hanno portato a quella singola cellula, il padre e la madre che si congiungono per fornire il magico legame della "vita" unita; e quando questo accade, si completa la catena psico-magnetica di comunicazione del legame psichico vincolante tra la radiosità dell'ego e la cellula umana germinale che si ridesta, e al momento dovuto nascerà un bambino.

Questa combinazione di circostanze nella vita umana, che è in se stessa così bella e dovrebbe essere avvicinata con un senso di timore religioso, è il sacro mistero della nascita. Si può aggiungere che la cellula germinale fornita dal padre è il vettore del punto del raggio monadico, mentre la madre fornisce il campo umano della sostanza vitale o seme, in cui ugualmente il punto del raggio vitale trova accoglienza ed unione, e così l'atomo evolvente del raggio, venendo dai regni astrali, compie l'ultimo passo nell'incarnazione umana.

Da questo momento il protoplasma vivente comincia a crescere, e a manifestare gradualmente quello che è immagazzinato dentro di sé. In realtà, cos'è il protoplasma vivente? Chimicamente parlando è soprattutto una combinazione di quattro degli elementi più comuni conosciuti in chimica: ossigeno, idrogeno, nitrogeno e carbonio. Ma si possono mettere insieme questi quattro elementi chimici e non avere alcun protoplasma, non una vera sostanza vivente. Ha bisogno dell'influenza vitale del raggio monadico per unificare questi elementi chimici nella cellula vivente, con la potenzialità di crescita da un microscopico germe umano riproduttivo in un uomo di circa due metri, manifestandosi non solo nel suo corpo ma nella sua mente alla ricerca del mondo e di alcune intuizioni spirituali dei più meravigliosi fattori dell'universo.

E questo non è tutto. Il protoplasma, nella sua origine, è un deposito proveniente dal corpo astrale del genitore — una fisicizzazione del composto fisico in cui entra il raggio monadico.

Molti scienziati hanno aspirato a costruire artificialmente una cellula vivente. Vedendo che tutte le fasi evolutive su questa terra dalla cellula all'uomo sono la progenie dell' esercito umano che si è evoluto in ere remote quando si liberò delle riserve inferiori; e poiché l'uomo ha i poteri di kriyāśakti (vale a dire, i poteri della volontà formativa e dell'immaginazione creativa) che in origine produssero, in tempi diversi, questi rami collaterali di entità viventi — è possibile per uno scienziato creare artificialmente una cellula vivente? Sarebbe possibile se i nostri scienziati avessero la conoscenza e il potere che li rende capaci di combinare il fluido psico-vitale del raggio monadico con la latente materia vivente composta di semplici elementi chimici. Gli scienziati, nei remoti eoni del futuro, nella sesta e settima razza radice, sicuramente saranno capaci di farlo, ma sorge il dubbio se prima di quel tempo la mente umana avrà la conoscenza o il potere di portare a termine quell'impresa di vera magia "creativa." Se questo dovesse realizzarsi nei nostri tempi, sarà quasi come un "colpo di fortuna," né è probabile che l'impresa possa essere ripetuta.

Mary Shelley, nel suo romanzo intitolato Frankenstein, racconta di uno studente svizzero di medicina che visitava i cimiteri e frequentava le camere di dissezione, raccogliendo pezzi o parti di tessuti di uomini deceduti da poco, che assemblava ed univa in un aspetto umano, portando così in attività vitale una forma umana vivente che era un mostro senz'anima, che provocava distruzione e morte su tutto quello che era intorno a lui, per poi svanire nei mari del nord.

Paracelso, un mistico medievale, sognava di creare homunculi per mezzo della magia, con elementi chimici, più il potere vitalizzante che esisteva universalmente in natura, come egli insegnava. Una tale "creazione" non può essere compiuta finché gli scienziati non saranno capaci di connettere e cementare in un'unione vitale gli elementi chimici e fisici con il fluido psico-astrale del raggio monadico. Allora egli potrebbe veramente produrre una cellula vivente il cui sviluppo fino alla maturità avrebbe luogo secondo la natura caratterizzante del seme vitale o del potere vincolato agli elementi chimici impiegati per fornire il necessario veicolo fisico.

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Tornando ora al tema principale: l'ego reincorporante entra nella vita terrena dove è trascinato magneticamente e psichicamente nella famiglia o nel particolare utero umano in cui esistano le condizioni vibratorie molto simili alle proprie. La sua forza e sostanza materiale si connettono psico-magneticamente, attraverso il suo fluido astrale-vitale, con il centro laya di una particella umana generativa quando arriva il momento giusto; e dall'istante del concepimento, "il momento giusto," l'entità reincarnante adombra quella particella man mano che cresce, dal concepimento attraverso la vita intrauterina, la nascita, la fanciullezza, fino all'età adulta. Ma prima della nascita e per un numero di anni da quel momento, il bambino è solo adombrato dai suoi principi superiori, essendo i principi inferiori i più attivi durante i primi anni di vita.

Più o meno al quattordicesimo anno d'età avviene la prima vera entrata della parte superiore della costituzione interiore del ragazzo nel funzionamento cosciente sul nostro piano fisico; e da questo momento il ragazzo che cresce si avvolge nell'aura spirituale-vitale dell'ego reincarnante e procede progressivamente, attraverso la vita, nell'età adulta, rallentando solo un breve periodo prima della morte naturale. La ragione principale è che riassumere gli atomi di vita che precedentemente componevano la costituzione dell'essere umano, sia interna che esterna, non può aver luogo tutto d'un tratto ma continua gradualmente attraverso gli anni quando il corpo si avvia alla maturità e alla vecchiaia. Inoltre, l'ego reincarnante non è realmente incarnato appieno fino ad un breve periodo prima che il corpo fisico muoia, il che significa che vi è una costante possibilità di sviluppo psichico, mentale e spirituale, quasi fino al momento della morte.

Quando l'ego reincarnante, attraverso il suo raggio, rinasce ancora sulla terra, ridiventa esattamente lo stesso uomo che era prima, in tutto il rispetto essenziale, perché tutti i suoi ex atomi di vita si sono ora ricostruiti ancora negli identici veicoli che l'ego aveva antecedentemente rigettato durante il corso del suo precedente viaggio post-mortem. Vi è una giustizia perfetta in questa procedura. Così il "nuovo uomo," pur essendo una nuova creazione, è realmente il "vecchio uomo" della vita passata e delle altre vite, perché è un ricomporsi dell'ex ego con gli atomi di vita nuovamente radunati su tutti i piani della sua costituzione, attraverso cui era già vissuto ed aveva espresso i suoi poteri sulla terra.

Se il "nuovo uomo" è il "vecchio uomo" che riappare di nuovo, allora non c'è alcun progresso? Tutta la natura è in evoluzione; ogni movimento nella crescita tende al miglioramento, anche se le nostre vite sono come una spirale, che a volte si dirige verso l'alto e a volte verso il basso. Si, l'uomo migliora ad ogni nuova vita terrena — o almeno così dovrebbe essere. Nel devachan la sua sostanza è stata elaborata in qualcosa di più elevato, di grado più o meno maggiore, ma è la stessa coscienza dell'ego che lavora attraverso i veicoli formati dagli stessi atomi di vita che ora si sono reincorporati per formare la medesima costituzione interna che era.

In qualche modo è come un albero che in autunno appassisce, e tuttavia quando arrivano le tiepide piogge della primavera, germoglia e si riveste della vita delle foglie. Diremo che le nuove foglie sono le stesse vecchie foglie? Difficilmente, e tuttavia derivano tutte dallo stesso ceppo di vita, infatti sono gli stessi atomi di vita che componevano le ex foglie; e proprio così è per l'uomo. Nel nuovo uomo egli è essenzialmente lo stesso uomo che era nella vecchia vita. Con un altro nome? Naturalmente. Potrebbe nascere in un'altra parte della terra tra un migliaio o forse anche diecimila anni, tra popoli che oggi egli chiamerebbe una razza straniera. Ma cosa importa? Interiormente egli è lo stesso uomo. Molto probabilmente nella nuova vita terrena egli incontrerà ancora altri uomini e donne che furono suoi amici o suoi nemici durante l'ultima incarnazione. Solo con la ricomposizione degli ego, la reciproca giustizia può essere operativa, perché nell'equilibrio infallibile della bilancia della giustizia cosmica, prima o poi verremo ancora insieme sulla terra. E così avviene che come "nuovo uomo" noi diamo e prendiamo ciò che ci viene nella nuova vita terrena.

Poiché l'ego reincorporante, il raggio della monade spirituale, attraversa verso il basso le sfere in direzione della terra, non dobbiamo immaginare che sia la monade stessa a passarvi insieme all'ego. Quest'idea è assurda, perché vorrebbe dire che il sole stesso segue ciascuno dei suoi raggi solari nello spazio esterno. La monade spirituale è un essere spirituale elevato, che non abbandona mai il suo piano per questi regni inferiori. Li aveva attraversati tutti nei suoi precedenti corsi evolutivi, e quindi non ha bisogno di ritornare a questi regni della materia, perché ora non le possano insegnare più niente. La natura non avrebbe alcun scopo in una nuova discesa della monade, durante il manvantara solare, nei regni più bassi della materia, non più di quanto un uomo che ha studiato vorrebbe ritornare ad imparare il suo A B C. Comunque, l'ego reincarnante incarna il suo raggio in un bambino affinché questo raggio, che è l'ego umano, una monade non evoluta, possa imparare nuove lezioni in un'altra vita.

L'affermazione che la monade non ridiscende nei piani inferiori ai suoi durante il corso del manvantara solare si applica al manvantara solare dopo che la struttura cosmica è stata nuovamente dispiegata nell'impalcatura settenaria o duodecuplice dell'universo solare. Non si applica invece nella sua pienezza agli inizi del dramma cosmico dopo che è terminato il lungo pralaya solare e le gerarchie e le sostanze spirituali cominciano ad espandersi nuovamente. La questione è estremamente sottile.

Il fatto è che proprio all'inizio del nuovo manvantara cosmico, quando tutti gli esseri e le forze e le sostanze sono ancora nella loro condizione spirituale, ogni monade, superiore o inferiore nella scala evolutiva, deve prendere parte alla preparazione di quest'apertura del dramma cosmico. Ed è per questo che anche ciascuna delle monadi superiori e più evolute nel sistema solare assume il suo ruolo appropriato nel gettare le basi del nuovo manvantara cosmico, che include pure gettare le basi della struttura e anche della superstruttura dell'intera organizzazione cosmica sia nel tipo che nella forma. Comunque, una volta che il piano architettonico è stato fissato, processo al quale prendono parte tutte le monadi, senza eccezione, allora, come l'ha parafrasato Pitagora, ciascuna "monade si ritira nel Silenzio e nelle Tenebre" — nei propri regni di spiritualità e di luce.

Ora, poiché la natura lavora dappertutto in corsi analoghi, per cui il grande si riflette nel piccolo, quanto detto prima potrebbe risultare in qualche modo più chiaro ricordando che nel reincorporamento di una catena planetaria durante la sua prima ronda i dhyān chohan molto elevati sono obbligati dalla legge karmica a cooperare con gli elementali più bassi e con tutte le fasi intermedie degli esseri, fissando la struttura dell'impalcatura di quella che la suddetta catena planetaria deve diventare. In altre parole, quelli che chiamiamo "architetti," i supremi dhyān chohan, cooperano con il primo regno degli elementali, ed infine con tutti gli altri gradi intermedi delle monadi evolventi che appartengono alla catena planetaria, affinché le forme e i tipi appropriati dei suoi sette (o dodici) globi possano essere karmicamente costruiti. Questo ha luogo durante la prima ronda, quando tutte le famiglie delle onde di vita sono obbligate dal destino karmico a procedere intorno e attraverso i sette o dodici centri laya che attendono nello spazio, e costruire quindi, intorno a questi centri laya, i vari globi della catena nel loro primo "presentimento" come sfere manifestate.

Dopo che la prima ronda è completata e il piano architettonico è stato fissato e ne sono state gettate le tracce, il metodo cambia, per cui tutte le ronde che seguono, a cominciare dalla seconda, seguono un procedimento diverso da quello che ha avuto luogo nella prima ronda; la ragione è che, avendo la prima ronda fissato il piano, le monadi, in tutte le successive ronde, seguono semplicemente questo piano e in un regolare ordine seriale di progresso che appartiene a loro come famiglie o onde di vita dell'intera gerarchia duodecuplice della catena.

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Ora, cosa avviene nel momento che precede immediatamente una nascita umana? Quando il raggio dell'ego reincarnante raggiunge il nostro globo terrestre, come fa questo raggio-entità, che per la sua natura inerente è molto al di sopra della grossolana materia fisica, ad intrappolarsi nella sostanza fisica, affinché si realizzi il suo legame con la cellula riproduttiva umana? Oggi la risposta è più facile a causa degli enormi progressi fatti dalla conoscenza scientifica nei misteri dell'elettricità, magnetismo e radioattività. Il legame si realizza per l'affinità psico-magnetica tra l'ego reincorporante e la cellula germinale vivente.

Ogni cellula germinale, umana o altrimenti, è un impatto di forze e sostanze interne che spaziano dal divino fino all'astrale e al fisico, proprio com'è lo stesso uomo — la "precipitazione" o la "proiezione" sul piano fisico o mondo di una radiosità interna psico-eterea. Una cellula germinale, in altre parole, è quindi un incorporamento nella materia fisica di un punto del raggio che ha origine nei mondi invisibili e che contatta la materia per affinità psico-elettrica e psico-magnetica, e facendo in modo che un aggregato molecolare di sostanza fisica vivente diventi una cellula riproduttiva.

Questo punto del raggio non deve essere confuso con l'ego reincorporante ma è l'estremità o la punta del raggio proiettato che è emanato dall'ego reincorporante. Quando l'ego reincorporante raggiunge la propria sfera dopo aver lasciato il seno della sua monade madre, "discende" non oltre la materia. Ma il suo raggio psico-magnetico, avendo più forti affinità con i mondi materiali che con se stesso, va ancora più profondamente nella materia, risvegliando all'attività gli atomi di vita in ciascuno dei vari piani tra il piano dell'ego reincorporante e la materia più grossolana della nostra terra fisica. Questo raggio risveglia alla vita cinetica qualche particolare atomo di vita che antecedentemente apparteneva al "vecchio uomo" che era vissuto sulla terra, atomo di vita che è uno dei più rispondenti a questo penetrante raggio psico-magnetico, perché questo particolare atomo di vita è attratto dal proprio genitore.

In verità, proprio questo atomo di vita è il tipo del raggio incorporante "proiettato" nel regno della materia fisica, materia fisica che, come gli atomi, è attratta intorno a questo tipo, costruendo per prima l'incorporamento materiale di quell'atomo di vita e, che, mediante una progressiva accrezione, alla fine diventa la cellula germinale vivente.

Ovviamente, la cellula germinale non può cominciare immediatamente a crescere nell'embrione umano o altrimenti; deve attendere qualche tempo prima che l'influsso lungo il suo raggio possa risvegliarla nei processi della crescita dell'embrione. Gli "incidenti" accadono frequentemente, per cui la cellula germinale non è fertilizzata e allora questo tentativo del raggio psico-magnetico è abortito; quella cellula germinale muore, e il punto del raggio comincia istantaneamente a formare un nuovo atomo di vita. Va notato che le trasmigrazioni degli atomi di vita che appartengono a qualsiasi piano avvengono continuamente attraverso le ere, e i loro rispettivi periodi di vita sono estremamente brevi se paragonati alla vita umana.

Quando il particolare atomo di vita sente l'impatto vitale del punto del raggio dell'ego reincarnante, e così reagisce come se fosse nella cellula germinale, questa cellula è psico-magneticamente attratta dall'individuo umano che è più affine, fisicamente parlando, alla sua velocità di energia vibratoria. O, per dirlo in maniera diversa, questa cellula dell'atomo di vita è psico-magneticamente attratta verso quest'uomo dalla similarità sia della quantità che della qualità psichica della frequenza atomica vibratoria. Così, l'atomo di vita scelto è incorporato nell'atmosfera aurica o psico-vitale del futuro genitore.

Ogni essere umano è circondato da quest'atmosfera psico-magnetica-elettrica, ed effettivamente è un'emanazione della forza-sostanza del corpo astrale dell'uomo, il liṅga-śarīra. Non possiamo vedere quest'aura, tranne che in rare occasioni e anche allora solo indistintamente; ma questo non è un argomento contro il fatto della sua esistenza, perché non possiamo vedere nemmeno l'aria che respiriamo, l'atmosfera che circonda la terra.

Gli atomi di vita possono essere sia latenti e dormenti, sia cinetici ed attivi. Nessun atomo di vita è per sempre nella condizione di entrambi; poiché ogni cosa in natura ha periodi di attività e riposo che si alternano, i germi umani riproduttivi come si trovano nell'uomo e nella donna sono ugualmente sia attivi che dormenti. Sebbene la funzione naturale di queste cellule riproduttive sia quella della propagazione, esse rivestono un ruolo complementare ma estremamente importante nel costruire e rafforzare il corpo.

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Le peregrinazioni degli atomi di vita erano ciò che gli antichi egiziani insegnavano riguardo il pellegrinaggio delle entità, com'è narrato da Erodoto (Euterpe, XI, 123). Egli dice che gli antichi egiziani credevano che una porzione dell'entità umana passasse, dopo la morte, attraverso le sfere dell'aria, dell'acqua, e della terra, durante le sue peregrinazioni che duravano tremila anni. Poiché questa peregrinazione si svolge attraverso tutti i regni della natura, è ovvio che qualsiasi atomo di vita è accolto in un corpo umano attraverso il cibo e le bevande, o l'aria nei polmoni; o, ancora, per osmosi, manifestandosi particolarmente nelle costanti circolazioni elettriche e magnetiche del mondo circostante che passano dentro e fuori il corpo umano. Così, durante i vari processi di digestione ed assimilazione ed altre attività fisiologiche, gli atomi entrano nel corpo in un modo o nell'altro e sono mescolati e introdotti nei diversi organi del corpo per rimanervi ciascuno per un periodo di tempo maggiore o minore.

Un altro punto: è solo quando il neonato si muove per la prima volta nella madre che avviene quella che potremmo chiamare l'effettiva entrata nel bambino non ancora nato degli attributi e qualità superiori dell'ego reincarnante. Ma queste qualità e attributi superiori non sono naturalmente le parti più elevate della costituzione del futuro uomo. Finora il feto è stato una crescita vegetativa, la parte vitale-astrale dell'essere incarnante. Ma dal primo movimento del bambino non ancora nato fino alla nascita, e in verità attraverso tutta la vita, gli atomi di vita delle varie classi sui differenti piani, che appartenevano allo stesso ego nelle sue ex vite, sono di nuovo trascinati, per un'irresistibile attrazione psico-magnetica, nella costituzione, in quanto ciascun atomo di vita o gruppi di atomi di vita cercano il proprio piano nella costituzione dell'uomo interiore, fisico e altrimenti.

Potremmo ben chiederci: cos'è la cellula germinale di un uomo o di una donna? Originariamente, è una parte integrante della sostanza astrale dell'uomo astrale, e quindi appartenente al piano proprio al di sopra di quello fisico. Intorno a questo corpo modello astrale è costruito il corpo fisico, atomo per atomo — il riflesso esatto di quello che il corpo modello è in tutti i dettagli e particolarità.

Questa cellula germinale vitale o atomo di vita è, al momento debito, depositato nell'appropriato organo fisico del padre come una precipitazione astrale, e così si fisicizza come una cellula germinale, e la stessa cosa è per la madre. Potrebbe sembrare paradossale ma la precipitazione deriva dallo stesso raggio in entrambi i casi; infatti, ciascuno dei genitori contiene nel suo organo appropriato un numero abbastanza grande di atomi di vita appartenenti all'ego reincarnante dell'individuo che usò questi atomi di vita nelle passate vite terrene.

Né questo è tutto. La verità della questione è che ogni essere umano che ha passato l'età della pubertà contiene nel proprio organo, in tutti i momenti, un certo numero di cellule germinali transitorie, che sono effettivamente i precipitati astrali fisicizzati dei differenti raggi incarnanti; la donna è la depositaria di tutta la parte negativa di un raggio che attende, e l'uomo è il depositario della parte positiva. Questi "precipitati" astrali non restano a lungo in un corpo umano; se non sono catturati "a volo," sono espulsi dal corpo umano o sono impiegati per la costruzione e il rafforzamento del corpo. Ogni genitore è molto importante come lo è l'altro.


[1] Hysteron proteron: è una figura retorica in cui l'ordine delle parole è inverso rispetto all'ordine naturale delle azioni. — n. d. t.

[2] [La Conchiglia]


Capitolo 19

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