Theosophical University Press Online Edition

La Tradizione Esoterica di G. de Purucker


Introduzione

La verità può definirsi come ciò che è la Realtà; e l'attuale intelligenza umana può fare solo degli approcci approssimativi a questo Reale cosmico che è incommensurabile nella sua profondità e portata, e quindi mai pienamente comprensibile da ogni intelletto finito. Fu una domanda saggia quella che si suppone abbia fatto Ponzio Pilato quando Gesù fu portato davanti a lui: "Cos'è la Verità?" Un uomo che conosce appieno la verità avrebbe un'intelligenza attivamente adeguata all'universo!

Vi è comunque una verità relativa, che la mente umana può afferrare, e da questa riflessione escludiamo immediatamente la tesi che la filosofia teosofica insegni dei dogmi, se per dogma s'intende un irragionevole, cieco ed obbediente assenso alla semplice voce dell'autorità.

Il termine dogma deriva dal verbo greco dokein, "sembrare," "apparire." Un dogma, quindi, era qualcosa che appariva come una verità: un'opinione sulla verità e, di conseguenza, era impiegato frequentemente in alcune affermazioni greche con il significato di una decisione, un parere motivato, e quindi il voto finale che arrivava in un concilio di stato o in un' assemblea. Fu solo in tempi successivi che il termine dogma acquisì il significato che ha ora: una dottrina basata sulle dichiarazioni di un concilio ecumenico, o forse di qualche altra autorità ecclesiastica palesemente riconosciuta.

In questo senso moderno del termine, allora, è ovvio che la teosofia è completamente non-dogmatica: non ha alcun insegnamento né dottrina imposti come autorità divina ai suoi aderenti, né proviene da qualche individuo o da un corpo di individui che pretendono di dichiarare che questo o quell'insegnamento, o dottrina, sia la verità, e che deve essere accettato e creduto da coloro che vogliono essere teosofi. Il teosofo, comunque, afferma che gli insegnamenti sono stati verificati da adepti e grandi iniziati nel corso di innumerevoli secoli, essendo questa verifica un confronto con la stessa natura spirituale, che è il tribunale fondamentale della verifica. Ogni nuova generazione di questi veggenti sperimenta la conoscenza accumulata dai suoi predecessori, e così la sperimenta nuovamente, affinché nel passare del tempo vi sia un continuo perfezionamento di dettagli.

Per veggenti s'intendono coloro che vedono: coloro che hanno largamente attivato in se stessi le facoltà e i poteri spirituali, per cui la loro natura spirituale interiore può penetrare a volontà i profondi arcani dell'universo, oltrepassare i veli dell'apparenza esterna e, così vedendo, possono fare interpretazioni accurate e fedeli. Ecco perché le loro dottrine sono consistenti e del tutto coerenti. Di volta in volta, questa Fratellanza di Mahātma o uomini evoluti, dà al mondo nuove prospettive dei segreti della natura, stimolando gli istinti etici dell'uomo, risvegliando i suoi latenti poteri intellettuali; in breve, determinando il costante anche se silenzioso impulso evolutivo verso le vette più grandi e più nobili della realizzazione umana.

Lo studente teosofico trova quest'impulso nell'ambito della possibilità di esaminare tali dottrine arcaiche e, a sua volta, testimoniarle con le proprie capacità, per quanto limitate possano essere; ed è per questo che il tempo, nel suo avvicendarsi di cose che escono dalla matrice del destino, porta al fedele ricercatore un'abbondanza di prove che egli stesso verifica ed analizza ad ogni passo: che queste dottrine sono verità basate sulla natura universale — natura spirituale e materiale con tutte le infinite gamme gerarchiche.

Probabilmente in nessun'altra epoca storica c'è stato, come esiste oggi, un diffuso risveglio di sentimenti religiosi e di interessi religiosi in generale; ma gli uomini non cavillano e lottano così tanto per semplici questioni di forma, teologica o ecclesiastica, né sottilizzano su definizioni di parole che implicano dottrine, come fecero durante il Medioevo e dopo. Piuttosto, oggi c'è la percezione che vi sia un mistero nascosto ma non insondabile dietro il velo dell'apparenza esteriore della natura, e che l'unico modo di conoscere questa realtà è di penetrare nel tempio della stessa Verità — nel vero cuore dell'Invisibile. Tutti gli uomini sono capaci di capire se vogliono tuttavia adattarsi a questa prospettiva, e nessun uomo con questa convinzione nel cuore dichiarerà mai dogmaticamente: "Io sono il profeta del futuro!"

Che dire della prova? I Ponzio Pilato della vita moderna sono così numerosi come lo sono gli uomini eruditi; e ciascuno, autonomamente convinto dell'infallibilità del proprio giudizio, ascolta il resoconto di qualsiasi fatto naturale o di qualsiasi storia apparentemente incredibile con un'esclamazione finale con cui egli pensa di provare la sua saggezza: "Dove sono le vostre prove?" Sembra così ragionevole! Ma che cos'è una prova? È un qualcosa che esiste al di fuori noi? Se è così, come potremmo conoscerla? No. Tutte le prove giacciono nel nostro sé. Quando la mente è così influenzata dalla predominanza dell'evidenza e della testimonianza, da accettare automaticamente un'asserzione, allora per quella mente il caso è provato. Una mente più forte può richiedere prove più forti basate su un campo più ampio di evidenza e testimonianza; tuttavia, in ogni caso, la prova è di convincere la mente. Di conseguenza, un uomo che non può vedere la forza, sia interiore che esteriore, dell'evidenza e della testimonianza, dirà che l'asserzione non è provata. Ma questa tendenza allo scetticismo non confuta la prova, però mostra semplicemente che la mente è incapace di ricevere quello che per un altro intelletto è sufficientemente chiaro per definire l'argomento.

La prova è infallibile? No. Se lo fosse, sia chi porta la prova e sia chi l'accetta sarebbe infallibile. Quanti uomini sono morti innocenti del crimine per il quale furono condannati in tribunale, perché l'evidenza, apparentemente convincente contro di loro, era stata "comprovata" alle menti del giudice e dei giurati che giudicavano i vari casi. Dobbiamo diffidare non solo di un cuore non caritatevole e di una mente prevenuta, ma anche di una semplice "prova."

Nella vita c'è una sola guida, e quella guida è la voce interiore che cresce sempre più forte ed empatica mediante l'allenamento e l'esercizio. All'inizio ascoltiamo questa voce silenziosa e riconosciamo, sia pure flebilmente, i suoi nitidi toni, e la percepiamo come un presentimento o un'intuizione. Non vi è niente, se non la nostra ignoranza e la presuntuosa coscienza che abbiamo nella giustizia delle nostre opinioni preconcette, che c'impedisce di coltivare più perfettamente questo monito interiore — lo scaturire interiore dello spirito-anima. Questo flusso ci apparirà dapprima come il preannuncio o l'intuizione della venuta di un messaggero; e alla fine ne vediamo la presenza e riconosciamo la verità che si avvicina e che la nostra natura interiore ci invia in un fluire incessante. Questo è quello che s'intende per fede vera. "La fede [o la conoscenza istintiva] è la realtà delle cose sperate [intuitivamente identificate], l'evidenza delle cose invisibili (Ebrei, 11: 1).

Questa non è fede cieca. La fede cieca è semplicemente credulità. Vi è un esempio della funzionalità della fede cieca negli scritti del fiero Padre della Chiesa Tertulliano. Inveendo contro Marcione, un insegnante gnostico, egli parla come segue:

L'unico mezzo possibile che ho di provare a me stesso di essere vantaggiosamente spudorato e felicemente stolto, è il mio disprezzo della vergogna. Ad esempio, io affermo che il vero Figlio di Dio morì; ora, questa è una cosa da accettare, perché è un'assurdità mostruosa; inoltre, affermo che dopo che fu sepolto, egli risorse; e questo lo ritengo assolutamente vero perché è assolutamente impossibile. — De Carne Christi, cap. V

Un uomo che dice: poiché una cosa è assolutamente impossibile — vale a dire che è assolutamente non vera ed è quindi assolutamente vera — sta semplicemente giocando a rimbalzello con la propria ragione e con le molle della coscienza interiore; la baldanza di una dichiarazione assurda è la sua sola forza. Comunque, quando un uomo onesto permetterà che il suo giudizio sia così prevenuto, per cui la mente diventa un campo di battaglia di teorie ed emozioni conflittuali, che nondimeno lui maneggia tenendole insieme con una caparbia forza di volontà, in verità egli è, intellettualmente parlando, in uno stato pietoso; e questo è il risultato invariabile della pura fede cieca. La fede vera, al contrario, è il discernimento intuitivo e chiaro della realtà, il riconoscimento interiore delle cose che sono invisibili all'occhio fisico.

Questa raffigurazione della credulità umana mostra che il semplice credo religioso o fede, sia onesto che disonesto, non è sufficiente ad essere una guida sicura nella vita, nella condotta come pure nella conoscenza. Un credo può essere onesto, sostenuto con sincerità e fervore, e tuttavia non vero. I fanatici sono in parte fatti di questo stampo. Ne sono una prova i credi e le convinzioni che i cavalieri di Maometto hanno disseminato lungo le pianure e i deserti del vicino Oriente, con il Corano in una mano e la spada nell'altra, offrendo a tutti coloro che incontravano la scelta di tre cose: il tributo, il Corano, o la morte! Questa era ugualmente la natura delle convinzioni cieche che mandarono tanti uomini e donne ad una morte prematura attraverso tutti i lunghi secoli della storia religiosa del Medioevo europeo.

L'intero corso dell'educazione moderna è contraria ad accettare l'idea che l'uomo abbia in sé facoltà non risvegliate dall'allenamento, e che possa impiegarle per conoscere le verità della natura visibile ed invisibile. In questo, diversamente da noi, gli antichi popoli, senza eccezione, sapevano che in definitiva tutte le prove giacciono nell'uomo stesso, che il giudizio e il riconoscimento della verità riposano in lui e non esternamente. É con il riconoscimento di questo potere interiore della comprensione che bisognerebbe avvicinarsi agli insegnamenti teosofici: "Non dovete credere in qualcosa che la vostra coscienza vi suggerisce come sbagliata, non importa da dove venga. Se le autentiche divinità sono discese sulla terra ed hanno insegnato nello splendore delle cime delle montagne, non credete in niente di quello che vi dicono, se il vostro spirito-anima vi suggerisce che è falso."

Pur insegnando questa regola come una necessità perentoria di prudenza per la crescita interiore e come un prezioso esercizio dello spirito e dell'intelletto, tuttavia vi è un'altra ingiunzione che dovrebbe essere seguita: "Siate di mente aperta. Siate attenti a non respingere una verità per timore, allontanandovi da qualcosa che potrebbe essere di inestimabile beneficio non solo a voi stessi ma anche ai vostri simili." Queste due regole non soltanto sono complementari ma si bilanciano reciprocamente, l'una evitando e schivando la credulità, l'altra prevenendo e sradicando gli egoismi intellettuali.

L'antica saggezza può essere avvicinata con il risveglio di queste facoltà interiori nell'uomo. Quel sublime sistema di pensiero non si basa sulla fede cieca né sulle asserzioni gratuite di qualcuno, poiché esiste come un corpo coerente d'insegnamento basato sulla struttura e gli operati della natura, interiore ed esteriore. Dietro le diversità nelle varie religioni e filosofie c'è un sistema universale, comune a tutte loro e velato da giudizi superficiali tramite le forme e i metodi secondo i quali viene presentato. Prendete qualsiasi verità, qualsiasi fatto della natura, e chiedete a dieci uomini di darne una spiegazione: mentre tutti loro baseranno le proprie opinioni sullo stesso retroterra dei fatti sostanziali, ciascuno darà una versione diversa della verità che osserva; e così la struttura in cui giace quest'antica saggezza è espressa nelle diverse modalità che esistono nelle varie religioni e filosofie del mondo.

Gli studenti e i ricercatori delle antiche religioni e filosofie hanno visto il legno senza tener conto degli alberi; e necessariamente non possono vedere l'insieme unitario del quale questi vari frammenti sono solo parti. Ma una volta che lo studente possiede la chiave d'interpretazione che l'antica saggezza fornisce, sarà capace di provare a se stesso che esiste nel mondo una formulazione sistematica di leggi e verità spirituali e naturali, che è chiamata teosofia, la "saggezza degli dèi" — la Tradizione Esoterica.

Ad ogni epoca una nuova rivelazione di questa verità eterna è data ai popoli della terra dai guardiani di questa saggezza; ed ogni rivelazione contiene lo stesso messaggio antico, sebbene questa nuova porzione possa essere formulata in espressioni diverse. Quindi, dietro tutte le varie religioni e filosofie vi è una saggezza segreta o esoterica, comune a tutta l'umanità, esistente in tutte le ere. Questa saggezza, di per sé, è Religione, Filosofia, e Scienza. Comunque, secondo la comune comprensione, si suppone che religione, filosofia, e scienza, siano cose intrinsecamente separate, e spesso in un naturale conflitto irriconciliabile. Sono considerati sistemi più o meno artificiosi al di fuori delle elaborazioni intrinseche dell'economia umana spirituale e psicologica.

Tale concetto popolare di queste tre attività dell'anima umana è completamente falso poiché religione, filosofia, e scienza, sono fondamentalmente una cosa sola che si manifesta in tre maniere diverse. Non sono tre cose fuori dall'uomo ma, al contrario, sono esse stesse le attività delle nature umane psicologiche e spirituali. Sono come i tre lati di un triangolo: se manca un lato, la figura sarebbe imperfetta. Religione, filosofia, e scienza, devono essere unite, e tutte allo stesso tempo, se vogliamo raggiungere le effettive verità della natura. Non sono che tre aspetti della mente umana quando trasmette le ispirazioni che scaturiscono in essa dal sole spirituale interiore che ogni uomo è nell'arcano del suo essere.

Oggi, a dispetto dei grandi risultati della scienza fisica, non abbiamo alcun sistema globale e quindi soddisfacente di modelli intellettuali e spirituali con cui provare, fiduciosi di arrivare alla verità, qualsiasi nuova scoperta si possa fare. Ora, gli antichi avevano un simile sistema globale di modelli, che era composto da queste tre attività dell'anima umana, religiosa, filosofica, e scientifica, e per questo motivo forniva una prova e una spiegazione soddisfacenti delle scoperte fatte nella ricerca per il futuro. La scienza è un'operazione dello spirito-mente dell'uomo nei suoi sforzi di comprendere il come delle cose — la conoscenza ordinata e classificata, basata sulla ricerca e la sperimentazione. La filosofia è lo stesso sforzo dello spirito umano di comprendere non solo il come delle cose — ma il perché delle cose — perché le cose sono come sono, mentre la religione è quello stesso sforzo dello spirito verso l'unione con il Tutto cosmico. Lo scienziato cerca la verità; il filosofo ricerca la realtà; il religioso anela all'unione con il divino; ma c'è qualche differenza essenziale tra verità, realtà, ed unione con la saggezza e l'amore divino? È solo nei metodi di conseguimento che le tre differiscono.

Qual è l'origine delle religioni mondiali? — perché spesso la ricerca delle radici etimologiche getta una luce chiarificatrice sul funzionamento della coscienza umana. Di solito si fa derivare il termine religione dal verbo Latino che significa "legare," o "fissare" — religare. Ma vi è forse una derivazione migliore proposta da Cicerone. Egli stesso un erudito romano, aveva indiscutibilmente una conoscenza più profonda della propria lingua nativa e delle sue sottigliezze, che oggi nemmeno il più abile studioso possiede. Questa diversa derivazione viene da una radice Latina che significa "selezionare," "scegliere," da cui viene anche il termine lex — "legge," quelle regole d'azione che sono scelte come le migliori del loro genere, verificate da selezioni, sperimentazioni e prove. Nel suo libro La Natura degli Dèi, Cicerone scrive quanto segue:

Potete ora constatare come, partendo da eccellenti ed utili scoperte relative al mondo della natura, si sia giunti ad ammettere, come ovvia conclusione, dèi falsi ed immaginari: di qui false opinioni, errori dannosi e miserevoli superstizioni. Abbiamo così imparato a conoscere l'aspetto degli dèi, la loro età, i loro abiti e ì loro ornamenti nonché il loro sesso, i loro matrimoni e i loro rapporti di parentela, e il tutto abbassato al livello delle debolezze umane. Basti dire che vengono rappresentati in preda alle passioni, e la tradizione ci informa dei loro desideri, delle loro amarezze, dei loro sfoghi d'ira. Non furono neppure indenni da guerre e battaglie, come riferiscono le leggende, e non si limitarono, secondo quanto narra Omero, a parteggiare per l'uno o per l'altro di due eserciti in lotta, ma combatterono le proprie battaglie, come quelle contro i Titani e contro i Giganti. Si tratta di credenze più che sciocche che rivelano solo un'estrema superficialità e leggerezza.
Comunque, pur respingendo questi racconti fiabeschi, la Divinità è presente in tutte le parti della Natura — sulla terra sotto il nome di Cerere, nel mare sotto il nome di Nettuno, altrove sotto differenti nomi. Ma qualsiasi cosa possano essere questi dèi, qualsiasi carattere e predisposizione possano avere, e quale che siano i nomi dati loro dai rituali, dobbiamo rispettarli e venerarli.Non c'è nulla di più elevato, di più puro, di più venerabile e di più sacro del culto degli dèi, purché siano venerati con purezza, rettitudine ed integrità di mente e di parola. Del resto non furono solo i filosofi ma anche i nostri antenati a distinguere la superstizione dalla religione. Coloro che pregavano tutto il giorno e facevano sacrifici affinché i propri figli sopravvivessero a loro, erano chiamati superstiziosi, un termine che assumerà in seguito un valore più ampio. Coloro che invece diligentemente seguivano e, per così dire, leggevano di continuo le pratiche e i doveri che spettavano al culto degli dèi, erano chiamati religiosi, da relegendo, leggere e praticare continuamente; [una derivazione] — come elegantes, eleganti, che significa scegliere, fare una buona scelta, o come diligentes, diligenti, eseguire attentamente una selezione; o come intelligentes, intelligenti, comprendere: tutte queste parole derivano dalla stessa radice. Accadde così che il termine superstizioso esprimesse un difetto, e il termine religioso, invece, un pregio. . . .
Dichiaro quindi che tutto l'Universo, in ogni sua parte, in origine fu costruito, e da allora è stato sempre, senza alcuna interruzione, diretto dalla provvidenza degli dèi. — II, xxviii, xxx

Un critico cristiano non ha mai parlato degli errori di un politeismo degenerato in termini così violenti come ha fatto questo filosofo romano contro gli spropositi e l'empietà nel considerare gli esseri divini, spirituali ed eterei che ispirano, vigilano, e con la loro intrinseca presenza sorvegliano l'universo, perché non sono altro che uomini e donne semplicemente evoluti. Inoltre, basta leggere le caustiche parole di Luciano, lo scrittore satirico greco, per comprendere come la ribellione contro la superstizione e la religione degenerata era ampiamente diffusa e si espandeva come una forte corrente nei tempi antichi, come può aver fatto in qualsiasi periodo successivo, incluso il nostro.

Quindi, seguendo la derivazione di Cicerone, "religione" significa un'accurata selezione dei credi e delle motivazioni fondamentali dell'intelletto spirituale, e un gioioso attenersi a tale selezione, e il tutto risultava in un corso di vita e di condotta che, sotto ogni aspetto, rispettava le convinzioni che erano state ottenute.

La filosofia è un'altra parte dell'azione della coscienza umana. Come la religione rappresenta la parte mistica, intuitiva e devozionale, della nostra umana costituzione interiore, così la filosofia rappresenta la porzione correlante ed analitica del nostro apparato intellettuale-psicologico. La stessa facoltà di discernere o selezionare è fortemente attiva in questo campo del pensiero, come lo è in quello religioso, ma tramite un diverso organo interno della costituzione umana — quello della mentalità. Proprio come la religione separata dalla facoltà intellettuale diventa superstizione o un'ostentata emotività, così la filosofia separata dalla nostra parte intuitiva o discriminante diventa una vuota verbosità, forse logica nei suoi processi, ma né profonda né ispirata.

Quando gli uomini classificano e registrano la conoscenza raccolta dall'amore istintivo per la ricerca e misurano e catalogano i fatti e i processi che a quel punto la natura presenta — quella è scienza. Qui vediamo che la scienza, come la filosofia e la religione, è universale ed impersonale, ed ha una dignità sia spirituale che intellettuale; e le tre non sono altro che diverse e congiunte interpretazioni nel sistema formale delle relazioni — inerenti, impellenti ed ineluttabili — che l'uomo ha con l'universo.

Così, se comprendiamo la natura e l'operato della nostra coscienza spirituale-intellettuale, abbiamo un'infallibile pietra di paragone per mezzo della quale possiamo provare e sperimentare tutto ciò che si presenta alla nostra attenzione. La Teosofia è quella pietra di paragone — formulata in un sistema comprensibile.

Lo scopo di questo libro, quindi, è di aiutare l'uomo nella ricerca di una verità più grande; e per quanto piccolo possa essere questo contributo a quell'obiettivo veramente sublime, il lettore è invitato a ricordare di prenderne atto mentre studia.


 

Capitolo 1

Teosofia: La Madre delle Religioni, Filosofie, e Scienze Esoteriche

Da tempo immemorabile c'è stata correntemente in tutti i popoli un'intuizione, un presentimento persistente e continuo, che in qualche luogo esiste un corpo d'insegnamento sublime che può essere ottenuto da coloro che sono qualificati a riceverlo. Proprio come quelle vaghe e tuttavia imperiture voci dell'esistenza di personaggi misteriosi, i cui nomi appaiono brevemente negli annali di storia e scompaiono nelle nebbie del tempo, così questi presentimenti di un insegnamento sublime della saggezza nella cronologia della storia hanno trovato posto nelle leggende e nei miti, e quindi sono stati custoditi o cristallizzati negli archivi religiosi e filosofici della razza umana.

Probabilmente non c'è un singolo gruppo di opere religiose e filosofiche che non contenga qualche documentazione, redatta sia in dichiarazioni aperte che tramite qualche vago accenno, dell'esistenza di questo insegnamento della saggezza; ed è una delle più interessanti ricerche letterarie rintracciare ed assemblare queste documentazioni di solito imperfette e sparse da tutte le parti; e, in contrapposizione, scoprire in esse la prova distinta e facilmente verificabile che sono in verità soltanto frammenti di una saggezza arcaica comune alla razza umana. Lo storico letterario, il mitologo, l'antropologo, tutti sanno dell'esistenza di questi frammenti sparsi del pensiero arcaico; ma essendo incapaci di farne qualcosa di coerente, di solito attribuiscono al genio inventivo del cosiddetto uomo primitivo l'intreccio di miti e racconti leggendari sui fenomeni naturali che, a causa della paura e dello stupore suscitati dalla loro apparizione, erano ritenuti l'azione degli dèi e dei genii, alcuni amichevoli ed altri nemici all'uomo stesso.

Va invece in senso contrario l'insegnamento riproposto al mondo occidentale da H.P. Blavatsky, che nei suoi libri ha mostrato l'esistenza reale di un simile corpo d'insegnamento della saggezza, che comprende nella sua totalità un meraviglioso sistema di dottrine che trattano non solo argomenti cosmogonici che abbracciano i noumeni e i fenomeni dell'universo, ma anche un completo resoconto storico dell'origine, della natura, e del destino dell'uomo stesso.

Com'è dichiarato nella sua 'Introduzione' alla Dottrina Segreta:

La "Religione-Saggezza" è l'eredità di tutte le nazioni del mondo . . .
. . . la Filosofia Esoterica può opporre resistenza ai ripetuti attacchi contro tutto ciò che ognuno considera la parte più cara e più sacra della propria vita spirituale interiore. . . Inoltre, la Filosofia Esoterica riconcilia tutte le religioni, le spoglia dei loro rivestimenti umani ed esteriori, e mostra che la radice di ognuna è identica a quella di qualsiasi altra grande religione, e dimostra la necessità di un Principio Divino Assoluto nella natura . . .
. . . Il tempo e l'immaginazione umana alterarono la purezza e la filosofia di questi insegnamenti allorché furono trapiantati dal sacro e segreto circolo . . .
Questa Dottrina veniva conservata segretamente nel santuario — forse troppo segretamente. . . .
Questa è probabilmente la vera ragione per cui è stato permesso che un abbozzo di poche verità fondamentali della Dottrina Segreta delle Età Arcaiche venga oggi delineato dopo tanti millenni di assoluto silenzio e segretezza. Dico deliberatamente "poche verità", perché ciò che rimarrà sotto silenzio non potrebbe essere contenuto in altri cento volumi. . . né potrebbe essere insegnato alla presente generazione di Sadducei. Ma anche il poco che è stato impartito adesso è preferibile ad un completo silenzio su queste verità vitali. Il mondo attuale, nella sua folle corsa verso l'ignoto progredisce rapidamente sul piano materiale opposto a quello della spiritualità; e adesso è divenuto una vasta arena, una vera valle di discordia e di eterna contesa, una necropoli dove giacciono sepolte le più alte e sante aspirazioni del nostro Spirito- Anima. Ad ogni nuova generazione quest'anima si paralizza e si atrofizza sempre più . . . ma vi è una buona minoranza di seri studiosi che meritano di arrivare alla conoscenza delle poche verità che possono esser presentate loro adesso.
. . . Il corpo principale delle Dottrine rivelate si trova sparso in centinaia e migliaia di manoscritti sanscriti, alcuni già tradotti ma, come al solito, alterati nella loro interpretazione — altri che aspettano il loro turno . . .
I membri di varie Scuole esoteriche — la cui sede è al di là dell'Himalaya e le cui ramificazioni si possono trovare in Cina, Giappone, India, Tibet, e anche in Siria, come pure in Sudamerica — affermano di essere in possesso della totalità delle opere sacre e filosofiche, sia manoscritte che stampate, cioè di tutte le opere scritte in qualsiasi linguaggio o carattere, da quando ha avuto origine l'arte della scrittura, dai geroglifici ideografici fino all'alfabeto di Cadmo e del Devanagari. . . .
La Dottrina Segreta era la religione universalmente diffusa nel mondo antico e preistorico. Le prove della sua diffusione, autentici annali della sua storia, una catena completa di documenti che mostrano il suo carattere e la sua presenza in ogni paese, insieme all'insegnamento di tutti i suoi grandi adepti, esistono ancora oggi nelle cripte segrete delle biblioteche che appartengono alla Fraternità Occulta. . . .
. . . essa non è una religione né la sua filosofia è nuova, perché, come abbiamo già detto, è antica quanto l'uomo pensante. Queste dottrine non sono state pubblicate adesso per la prima volta, ma sono state prudentemente rivelate ed insegnate da più di un Iniziato europeo . . .
Tuttavia rimane ancora abbastanza, persino fra questi annali mutilati, per permetterci di affermare che essi contengono ogni requisito utile a dimostrare l'esistenza attuale di una Dottrina Madre. Alcuni frammenti sono sfuggiti ai cataclismi geologici e politici per raccontare la loro storia; e tutto ciò che è sopravvissuto prova che la Saggezza, ora segreta, era un tempo l'unica fonte, la sorgente perenne ed inestinguibile che alimentava tutti i ruscelli, cioè le religioni posteriori di tutte le nazioni, dalla prima all'ultima. — 1:xviii-xlv

Sarebbe impossibile esprimere in un linguaggio più suggestivo ciò che è il carattere e la natura della Tradizione Esoterica. Un'analisi esauriente e critica, fatta con spirito imparziale, anche di ciò che resta delle reliquie delle epoche passate, ci convincerà che le affermazioni fatte nei paragrafi precedenti sono fondate sulla realtà. Lo studente imparziale si meraviglia sempre di più che gli eruditi possano essere stati così ciechi da permettere che l'effettiva esistenza della Tradizione Esoterica non sia stata rilevata né scoperta per tanto tempo. Ciò di cui abbiamo bisogno è una maggiore intuizione e, di meno, un'analisi semplicemente cerebrale della mente riguardo a dati, nomi ed ortografia, perché tutti questi, per quanto importanti possano essere, distraggono frequentemente l'attenzione dalla verità sottostante ai sovrastanti dettagli delle macerie letterarie.

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Non può esserci che una sola verità, e se possiamo trovare una formulazione di quella verità in una forma logica, coerente e consistente, naturalmente possiamo capire queste sue parti parimenti alla nostra capacità di comprensione. Si può provare che la Tradizione Esoterica, oggi chiamata teosofia, è questa formulazione della verità. Tratta dell'universo, e dell'uomo come la progenie di quest'universo. Ci dice che cosa è l'uomo, cos'è la sua costituzione interiore, da dove viene, che cosa succede ai suoi vari principi ed elementi quando la Morte, il Grande Liberatore, affranca lo spirito-anima imprigionato. C'insegna come comprendere gli uomini, e ci rende capaci di andare dietro al velo delle apparenze esterne, nei regni della realtà. C'insegna la natura delle civiltà, come sono nate, su cosa si basavano, e l'azione delle energie che scaturiscono dai cuori e dalle menti dell'umanità, e che formano la civiltà.

La teosofia non è un'invenzione; non è stata una scoperta; non era composta da qualche mente raffinatamente intellettuale e spirituale. E non è nemmeno un semplice aggregato di dottrine frammentarie prese dalle varie religioni e filosofie del mondo. Quest'ultima assurdità è stata tirata fuori come una teoria da alcuni critici, probabilmente perché vedevano nella teosofia dottrine simili, e in alcuni casi identiche ad altre dottrine nelle varie religioni e filosofie antiche. Non vedevano una spiegazione alternativa: che queste religioni e filosofie in origine derivarono dalla Tradizione Esoterica dell'antichità.

Il lettore potrebbe chiedere: "Cos'è questa teosofia che pretende di essere la fonte delle filosofie e religioni del mondo? Queste affermazioni sembrano essere di gran lunga più inclusive delle più ambiziose affermazioni che sono sempre fatte da qualsiasi religioso o filosofo."

Per quanto concerne il campo illimitato del pensiero coperto dalla teosofia, le sue affermazioni, in verità, sono più grandi di tutte quelle che siano mai state fatte; ma non sono affermazioni senza supporto. Noi asseriamo che questa maestosa religione-saggezza è antica quanto l'uomo pensante, più antica delle cosiddette colline eterne; poiché le razze di uomini pensanti sono esistite in epoche così lontane, da allora i continenti sono stati sommersi sotto gli oceani e nuove terre sono emerse per prendere il posto di quelle sparite. Questi sconvolgimenti geologici avvennero molto tempo dopo l'apparizione dell'homo sapiens su questo globo.

In verità, la religione-saggezza fu impartita ai primi esseri umani su questa terra da entità spirituali altamente intelligenti provenienti da sfere superiori; ed è stata trasmessa da una catena di custodi fino ai nostri tempi. Inoltre, parti di questo sistema originale e maestoso sono state elargite periodicamente a varie razze in diverse parti del mondo da quei custodi, quando l'umanità aveva bisogno di qualche nuovo ampliamento e rinnovamento ciclico delle verità spirituali.

Chi sono questi custodi? Sono coloro che chiamiamo i fratelli maggiori della razza umana, sono uomini in tutti i sensi del termine, e non spiriti disincarnati. Sono, relativamente parlando, uomini pienamente evoluti o perfetti, che hanno percorso con successo la razza evolutiva e adesso sono quindi all'apice di una grandezza spirituale ed evoluzionistica in cui saremo noi tra molte ere.

Così, si può dire che vi è una sola sorgente da cui la Verità scaturisce nel mondo, e questa sorgente la possiamo vedere come divisa in tre ramificazioni:

1. La "Rivelazione" primordiale, trasmessa all'umanità primitiva da esseri di altre sfere, di gloriose capacità e potere spirituale ed intellettuale, che ispirarono ed insegnarono all'allora giovane umanità, e che alla fine si ritirarono nelle proprie sfere, lasciando dietro di sé i più elevati e migliori dei loro discepoli, scelti fra individui selezionati della giovane umanità.

2. I fratelli maggiori, istruttori, insegnanti, che sono i custodi particolari e speciali e i trasmettitori di questa saggezza primordiale che essi impartiscono agli uomini ogni volta che i tempi permettono un nuovo impulso d'insegnamento spirituale ed intellettuale da dare al mondo.

3. I significati esoterici o nascosti delle dottrine fondamentali delle grandi religioni del mondo, che contengono tutte vari aspetti della verità riguardo all'gli “atomi” dell’Universo e all'uomo, ma i cui significati interiori sono effettivamente ottenibili solo se lo studente ha la chiave che lo rende capace di interpretare correttamente queste dottrine.

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L'Esoterismo rivela la verità; l'exoterismo, la formulazione popolare delle dottrine religiose e filosofiche, ri-vela la verità; la certezza dell'ignoranza, che sia ignoranza erudita o pura follia, oltraggia sempre la verità. Tutti i pionieri del pensiero in ogni epoca lo hanno sempre sperimentato; molti cuori umani si sono infranti sotto gli insulti crudeli dell'ignorante; ma i grandi esseri dell'umanità, i veggenti, hanno marciato costantemente in avanti attraverso il tempo ed hanno trasmesso la fiaccola della verità di razza in razza. Così essa è arrivata fino ai nostri giorni.

Il totale svelamento della Tradizione Esoterica potrebbe anche non essere fatto — a causa della sua grandezza, al di là di ogni altra ragione. Quindi, seguendo necessariamente l'antica consuetudine o tradizione della reticenza, una certa porzione di questa dottrina è nascosta. Nessun chimico coscienzioso divulgherebbe a tutti i pericolosi segreti sugli esplosivi. Ci troveremmo in una situazione abbastanza pericolosa se alcune delle recenti scoperte della scienza fossero usate in guerra e altrimenti, per la distruzione della vita e delle strutture. Così gli insegnamenti più reconditi e difficili sono impartiti dai custodi a quelli che hanno dimostrato, con le loro vite e il lavoro impersonale per i propri simili, di essere i degni depositari di quella santa verità. La conoscenza di per sé non è sbagliata: è l'abuso della conoscenza che danneggia il mondo quand'è usata a scopi egoistici.

Ma coloro che ne sono i degni ricettacoli non abuserebbero mai di questa santa conoscenza. In tale contesto, il danaro non sarebbe né prodotto né impiegato come uno strumento per guadagnare influenza a scopi egoistici sulle menti dei propri simili. Un tale abuso della conoscenza si è verificato troppo spesso, nonostante le misure di salvaguardia che i custodi di questa saggezza le hanno predisposto intorno. La storia registra molti casi in cui si è abusato anche di un semplice insegnamento religioso, come nei deplorevoli periodi delle persecuzioni religiose, e il potere e l'influenza ottenuti sulle menti di coloro che hanno pietosamente sofferto perché pensavano che gli altri avessero una saggezza religiosa di grado maggiore rispetto a loro stessi.

Con il passare delle ere, ogni religione o filosofia è degenerata, ed ognuna ha successivamente avuto bisogno di essere reinterpretata da uomini meno grandi dei fondatori originari. Il risultato è quello che oggi vediamo intorno a noi — religioni dalle quali la vita e il significato interiore si sono più o meno allontanati, e filosofie il cui richiamo all'intelletto e al cuore dell'umanità non è più imperativamente forte come lo era una volta. Ma, a dispetto di ciò, se cerchiamo le documentazioni sancite nelle letterature delle varie religioni e filosofie, troveremmo dappertutto, sotto le parole che un tempo trasmettevano il loro pieno e luminoso significato, le stesse verità fondamentali. In tutte le razze umane troveremmo il medesimo messaggio. In verità, variavano le parole in cui giace il senso interno, secondo l'epoca e gli intelletti caratterizzanti degli uomini che promulgarono le verità primordiali; ma troveremmo che tutti loro parlavano di una dottrina segreta, dando qualche cenno di un sistema esoterico che contiene un meraviglioso e sacro corpo di insegnamenti diffusi dai rispettivi fondatori; e che questa saggezza fu tramandata di generazione in generazione come il bene più santo e prezioso.

Nell'antica Grecia e nei paesi sotto dominio di Roma, ad esempio, vediamo che i più grandi uomini hanno lasciato, durante molti secoli, prove in un linguaggio inequivocabile che è proprio un tale sistema esoterico. Il sistema esoterico passò sotto il nome di "Misteri" — protetti con molta cura, riservati solo a quegli uomini (in Grecia e nell'Impero Romano le donne avevano i propri misteri esoterici) che se ne erano dimostrati degni.

In India, la terra madre delle religioni e delle filosofie, si trova lo stesso corpo d'insegnamenti — una meravigliosa dottrina tenuta segreta, esoterica, e quindi chiamata "un mistero," rahasya — non nel senso di qualcosa che nessuno poteva effettivamente comprendere, ma nell'antico senso della parola greca mysterion, un qualcosa riservato ai mystai, gli iniziati nelle scuole misteriche, da studiare e seguire come la suprema guida etica della vita. Tutti gli insegnamenti religiosi e filosofici sono stati, da tempo immemorabile, divisi in due parti: quella per le moltitudini e quella per i "due volte nati," gli iniziati.

Esempi di opere letterarie in cui erano incorporati questi insegnamenti sono le Upanishad hindu — upanishad è un termine sanscrito composto che significa "sedersi vicino." La raffigurazione è quella degli allievi che sedevano, secondo lo stile orientale, ai piedi dell'insegnante, che insegnava loro in rigorosa riservatezza, e in forme e maniere d'espressione che venivano poi ridotte a scritti da diffondere per letture private.

Ogni grande insegnante ha fondato la sua scuola interna ed ha insegnato ai suoi discepoli, in una forma più aperta di quella che era data al mondo esterno, la soluzione degli enigmi dell'universo e della vita umana. Come dice il Nuovo Testamento:

A voi è dato di conoscere i misteri del regno di Dio: ma agli altri parlo in parabole, affinché vedendo non vedano, e udendo non comprendano. — Luca, 8:10

Come risuona crudele l'ultima parte di questa citazione; tuttavia, se il significato è compreso, si vede subito che non c'è niente di crudele o di egoisticamente restrittivo in queste parole ma semplicemente un linguaggio velato che esprime una verità recondita. L'idea era che certe dottrine prese dai Misteri erano impartite in appropriati periodi di tempo alle persone, per aiutarle ed ispirarle, ma solo in un linguaggio velato, perché un'esposizione non velata sarebbe equivalsa a un tradimento degli insegnamenti misterici a coloro che non erano stati educati a comprenderli, e avrebbe quindi portato, passo dopo passo, a pensieri, azioni e pratiche, dannosi non solo a loro ma a quelli che frequentavano quotidianamente.

Ai discepoli di Gesù erano impartiti i "misteri del regno di Dio," ma la stessa verità era data agli altri in parabole; ed è per questo che, pur vedendo, non vedevano con la visione e la comprensione interiore, e pur udendo le parole e ricevendone beneficio, la loro relativa mancanza di allenamento nel linguaggio mistico non li conduceva ad alcuna comprensione della dottrina segreta sottostante alle parole. Ma "A voi, 'piccoli,' 'miei bambini,' " disse in sostanza Gesù, "A voi espongo chiaramente i misteri del regno dei cieli." (Matteo, 13: 11)

Il linguaggio simbolico è anche il linguaggio dei Misteri greci; queste parole come "piccoli," o "bambini," erano termini greci e si riferivano a coloro che erano "rinati," che avevano cominciato a percorrere il sentiero degli insegnamenti segreti. Proprio la parola "misteri," come si trova in Luca, è presa direttamente dai riti greci, mentre l'espressione "il regno dei cieli" è una frase che appartiene al sistema esoterico del più vicino Oriente. Tali parole e frasi religiose e filosofiche, tra le altre, erano comuni alla popolazione a cui Gesù si rivolgeva a quel tempo. Tutto questo prova che il Cristianesimo aveva una simile dottrina interna o esoterica, che non ha più, almeno come un settore riconosciuto dello studio del Cristianesimo.

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Pur non essendo generalmente riconosciuto, è vero che le primitive dottrine che lo schema cristiano promulgò durante i primi secoli della sua esistenza non erano così lontane dagli insegnamenti neoplatonici e neopitagorici così comunemente ricorrenti tra i greci e i romani di quel periodo. Ma nel passare degli anni il vero significato di queste dottrine neopitagoriche e neoplatoniche fu profondamente oscurato nel sistema cristiano, in cui il letteralismo e la fede cieca presero, con crescente rapidità, il posto dell'originale idealismo religioso. Alla fine, la pura metafora e l'interpretazione letterale soppiantarono il sentimento intuitivo e, in molti casi, la cognizione, fra quei primi cristiani, che ci fosse davvero una verità segreta dietro gli scritti che nella Chiesa Cristiana passavano correntemente come canonici — o realmente apocrifi.

Durante i primi secoli vi fu un numero notevole di uomini che cercarono di arginare questa crescente cristallizzazione per effettuare una riconciliazione spirituale tra gli insegnamenti più elevati dei popoli che circondavano il Mare Mediterraneo, e il nuovo schema religioso che in tempi successivi fu chiamato Cristianesimo. Tra questi uomini c'era, ad esempio, Clemente Alessandrino, che visse nel secondo secolo dell'era cristiana. Un altro era il famoso Origene, anche lui appartenente alla scuola d'Alessandria, che visse nel secondo e terzo secolo dello stesso periodo. Un terzo fu il vescovo cristiano Sinesio, neoplatonico, che visse nel quarto e quinto secolo. Il modo in cui Sinesio si destreggiò per conciliare le sue forti convinzioni neoplatoniche e i doveri della sua posizione episcopale, è qualcosa che offre allo studioso di storia un interessante esempio di ginnastica mentale e psicologica; ma egli lo fece, e apparentemente riuscì a conservare il rispetto di tutte le parti, perché sembra che sia stato un uomo di cuore mite e sincero. Sinesio rimase neoplatonico fino al giorno della sua morte, e fu il cordiale amico di Ipazia, la cui sfortunata e tragica fine ci è stata raccontata dallo scrittore inglese Charles Kingsley. Ipazia, in realtà, fu la prima insegnante di filosofia di Sinesio.

Origene, l'erudito Alessandrino e Padre della Chiesa, insegnò molte cose curiosamente simili, in certi rispetti, alle dottrine teosofiche, che cambiando nomi e stili di fraseggio possiamo probabilmente rinvenire nelle sue parole una buona quantità di Filosofia Esoterica. Origene lottò tutta la vita per incorporare almeno qualcuna di queste chiavi esoteriche, con la loro interpretazione, nella dottrina della sua Chiesa, perché agissero come un vivente potere spirituale nei cuori e nelle menti dei cristiani. Finché era vivo e poteva dirigere personalmente il movimento di cui era a capo, nella Chiesa cristiana vi furono sempre dei seguaci devoti a questi insegnamenti interni, poiché questo senso interno rispondeva all'appello interiore delle loro anime per una rivelazione della verità maggiore di com'era di solito espressa nella parola esterna o letterale.

Nell'anno 543 o giù di lì, all'incirca duecento anni dopo la morte di Origene, fu tenuto a Costantinopoli un Concilio convocato dal Patriarca Menna in obbedienza a un editto imperiale emesso dall'Imperatore Giustiniano, che esponeva in forma ufficiale le lamentele che avevano raggiunto il palazzo imperiale, asserendo che certe dottrine attribuite ad Origene d'Alessandria erano "eretiche," e che, se il concilio da lui convocato le avrebbe realmente trovate tali, queste dottrine dovevano essere scomunicate e bandite dall'anatema ecclesiastico e vietate dal suddetto sinodo. Le dottrine denunciate furono caldamente discusse in questo Concilio; e dopo una lunga ed avvelenata disputa, il risultato della delibera fu che gli specifici insegnamenti di Origene, così veementemente disapprovati, alla fine furono formalmente condannati e anatemizzati.

Parte dei quindici anatemi pronunciati contro le dottrine di Origene si possono ricapitolare come segue:

1. La preesistenza dell'anima prima della sua attuale vita terrena; e il ritorno finale alla sua natura e condizione spirituale.

2. La derivazione di tutte le entità razionali da esseri altamente spirituali, che all'inizio erano incorporei ed immateriali, ma che ora esistono nell'universo in gradi discendenti di sostanzialità e che si differenziano in vari ordini denominati Troni, Principati, Poteri, e in altri gradi o ordini chiamati con altri nomi.

3. Il sole, la luna, le stelle e gli altri corpi celesti, sono il rivestimento di spiriti che ora sono più o meno degenerati dalla loro primitiva elevata condizione e stato.

4. L'uomo ora ha un corpo fisico o materiale quale risultato retributivo o punitivo di misfatti, che seguono l'immergersi dell'anima nella materia.

5. Come questi esseri spirituali già caddero nella materia, così alla fine ritorneranno al loro primitivo status spirituale.

6. Il corpo di Cristo nella resurrezione era globulare o sferico; e così, alla fine, sarà anche per i nostri corpi.

7. Il Giudizio futuro è lo svanire del corpo materiale; e non ci sarà alcuna resurrezione materiale.

8. Tutti gli ordini inferiori di entità nella vasta gerarchia dell'Essere sono uniti al Logos divino (sia che simili esseri appartengano al Cielo o alla Terra) come lo è la Mente Divina; e il Regno di Cristo avrà fine quando tutte le cose ritorneranno nella Divinità.

13. L'anima di Cristo preesisteva come le anime di tutti gli uomini; e Cristo ha una tipologia, in potere e sostanza, simile a quella di tutti gli uomini.

14. Tutti gli esseri intelligenti, dovunque si trovino, alla fine s'immergeranno nell'Unità Divina, e allora svanirà l'esistenza materiale.

15. La vita futura di tutti gli esseri spirituali sarà simile alla loro esistenza originale; e quindi la fine di tutte le cose sarà simile allo stato originale, o condizione, di tutte le cose.

Tutte queste dottrine di Origene trovano una spiegazione soddisfacente negli insegnamenti teosofici, dove sono più esaurientemente elaborate.

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Nella religione che erroneamente si suppone sia la principale sorgente del Cristianesimo, cioè le dottrine degli ebrei, si possono trovare tracce dello stesso insegnamento esoterico che esiste ovunque. Tuttavia, nel Giudaismo è incorporata soprattutto quella che gli ebrei iniziati chiamavano la "tradizione" o "la Dottrina Segreta"; la parola ebraica che indica la tradizione è la Qabbālāh — dalla radice verbale qābal, "ricevere," "tramandare" — cioè qualcosa che è tramandato di generazione in generazione dalla trasmissione tradizionale.

Qui è attinente un breve estratto dal libro principale della Qabbālāh. Questo libro è chiamato Zohar, un termine ebraico che significa "Splendore":

Guai al figlio dell'uomo se dice che la Tōrāh [comprendente i primi cinque Libri della Bibbia ebraica] contiene detti comuni e racconti ordinari. Se così fosse, potremmo anche oggi comporre un corpo di dottrine prese dalla letteratura profana, che susciterebbe il più grande rispetto. Se la Legge contiene solo materiale ordinario, allora nelle letterature profane vi sono sentimenti di gran lunga più nobili; e se compilassimo una loro selezione, potremmo compilare un codice molto superiore della dottrina. No. Ogni parola della Legge contiene un significato sublime ed un mistero veramente celeste. . . . Gli angeli spirituali furono obbligati a rivestirsi di abbigliamenti terreni quando discesero sulla terra, poiché non avrebbero potuto rimanere né avrebbero potuto essere capiti senza rivestirsi di simili abbigliamenti; così è la Legge. Quando la Legge venne da noi, dovette rivestirsi in maniera terrena per essere compresa da noi; e questo rivestimento sono le sue narrazioni. . . . Quindi, coloro che comprendono non guardano a questi rivestimenti [le semplici narrazioni] ma al corpo ad essi sottostante [cioè, al significato interno] — mentre i saggi, i servitori dell'Essere Celestiale . . . guardano solo all'anima. — 3:152a

Indiscutibilmente, e a dispetto di plausibili argomentazioni contrarie, la Qabbālāh ebraica esisteva come un sistema tradizionale di dottrina molto tempo prima che fossero redatti i suoi attuali manoscritti e i loro predecessori letterari, perché questi sono una produzione relativamente posteriore e databile probabilmente al Medioevo europeo. Una prova di quest'affermazione sta nel fatto che, nei primi secoli dell'era cristiana, troviamo parecchi Padri della Chiesa che usano un linguaggio che potrebbe essere stato preso dalla teosofia ebraica — la Qabbālāh degli ebrei.

Tutti i popoli dei tempi antichi, come greci, hindu, persiani, egiziani e babilonesi, usavano lingue differenti, e in molti casi diversi simboli di linguaggio; ma in tutte le grandi religioni e filosofie vanno ricercati i principi fondamentali che, una volta collocati nella giusta posizione e sottoposti a meticolosi esami ed analisi, si rivelano identici nella sostanza.

Comunque, tutte queste religioni e filosofie in nessun caso esposero in forma esplicita la totalità del corpo degli insegnamenti che sono il suo nucleo: una religione sottolinea uno o più dei principi basilari, un'altra religione o filosofia accentua un altro principio, e i rimanenti principi giacciono sullo sfondo e sono relativamente velati. Ciò tiene conto delle variazioni tipologiche e caratteristiche delle varie religioni del mondo, che spesso sembrano avere poco in comune, forse anche in contraddizione. Un'altra causa di tutto questo sono le variazioni in cui esse furono trasmesse originariamente al mondo; ogni religione o filosofia del genere, avendo nel tempo il proprio collocamento e periodo, rappresenta nelle sue forme posteriori le menti diverse che svilupparono le sue dottrine in questa o in quella particolare forma.

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La completa ignoranza di questo retroterra di saggezza esoterica ha portato alcune popolazioni a dire che la teosofia è soltanto un insieme di antiche e sorpassate teorie religiose e filosofiche, in voga cinquecento, mille o cinquemila anni fa. Questi critici dicono: "È insensato risalire agli antichi nella nostra ricerca della verità: per la nostra epoca ha valore solo il nuovo." Oppure dicono: "Rivolgiamoci al futuro e lasciamo che il passato, ormai morto, seppellisca le proprie ossa ammuffite!" Le menti di queste persone sono incatenate dal mito scientifico che l'uomo si sia evoluto, relativamente parlando, da un antenato scimmia o da un antenato semianimale comune sia all'uomo che alle scimmie, che ha passato i suoi periodi felici libero da qualsiasi responsabilità morale o intellettuale, masticando frutta e insetti nelle pause in cui non si dondolava di ramo in ramo in qualche foresta tropicale. Quindi, tutto il nostro futuro è in ciò che deve venire; il passato non ha niente di meritevole; e, di conseguenza, è un enorme spreco di tempo studiare altrimenti, alla maniera più o meno accademica dell'archeologo.

È una replica perversa che va contro tutti i fatti non solo storici ma anche scientifici, che puntano con maggiore enfasi, quando nuove scoperte si accumulano, a quella che ora è una realtà riconosciuta: le origini della razza umana si perdono nella notte dei tempi; e che, per tutto ciò che crediamo contrario, questi oscuri corridoi e camere del passato ora dimenticato potrebbero effettivamente, se dovessero essere aperti nuovamente, rivelare che il lontano passato vide grandi e potenti civiltà che coprirono la terra sui continenti esistiti precedentemente, dove ora le turbolenti acque degli attuali oceani fluttuano le loro malinconiche onde.

In architettura, ingegneria, arte, filosofia, religione e scienza — in tutte le cose che formano la base della civiltà — constatiamo che vi è un pensiero antico, il fondamento della nostra civiltà e del nostro modo di pensare, e l'ispirazione ereditata e trasmessa, anche se non ancora riconosciuta, del meglio che abbiamo. Dove abbiamo costruito qualcosa che sia paragonabile alla Grande Piramide d'Egitto nella grandiosità di una raffinata tecnica ingegneristica, nella sua magnificenza ideativa e nella sua meravigliosa esecuzione? È così stupefacente nella sua colossale massa, così perfettamente orientata verso posizioni astronomiche, così accurata nella posa della sua muratura, così magnifica nella concezione ideale che l'ha creata, che i nostri moderni ingegneri ed eruditi la guardano stupiti e dicono francamente che le massime risorse possibili della moderna tecnica ingegneristica, se fossero applicate su una simile opera, indubbiamente non potrebbero migliorarla, e forse nemmeno eguagliarla.

Che dire del Nagkon [Angkor] Wat[1] in Cambogia? E dei giganteschi e stupefacenti monumenti megalitici in Peru e nell'America Centrale — ed anche delle notevoli strutture arcaiche che ancora esistono nello Yucatan e in alcune zone del Messico, e in altre parti del mondo? Che dire del magnifico tempio di Borobudur a Giava — una massa relativamente recente di muratura evidentemente solida, che resiste meravigliosamente splendida al trascorrere dei secoli; e, nonostante le influenze distruttive e corrosive dei terremoti e degli agenti atmosferici, è ancora ricoperto da una ricchezza di sculture, simili a merletti di pietra, fatti così delicatamente, da sembrare che l'opera sia stata creata con un ago?

Che dire del mirabile tempio di Karnak, a Tebe, in Egitto — abbastanza recente da un punto di vista archeologico — del quale oggi restano solo portali, colonne e pilastri, in uno stato più o meno rovinato, ma il cui insieme lascia attonito il visitatore?

Siamo orgogliosi del nostro vetro, ma i romani avevano il vetro che poteva essere modellato in qualsiasi forma desiderata con il martello o il mazzuolo, come hanno riportato gli scrittori romani. Anche le nazioni mediterranee dell'Europa avevano anticamente un metodo per indurire il rame, in modo che avesse la tempra e la caratteristica del nostro buon acciaio.

Noi riscaldiamo le case per mezzo di acqua calda o aria calda, ma così facevano anche i romani ai tempi di Cicerone. Usiamo il microscopio e il telescopio, e siamo giustamente orgogliosi della nostra abilità tecnica; ma sappiamo anche che i babilonesi, ad esempio, intagliavano le gemme con incisioni così sottili che un occhio nudo non può distinguerli chiaramente, e dobbiamo usare un microscopio o una lente d'ingrandimento per vedere distintamente le linee di contorno. Come facevano tutto ciò se non avevano delle apparecchiature d'ingrandimento? Forse che i loro occhi erano tanto più potenti dei nostri? Questa è una supposizione assurda. Cosa possiamo concludere quindi, se non che avevano qualche apparecchiatura d'ingrandimento, di vetro o di altro materiale? Perché si dice che gli antichi astronomi fossero a conoscenza non solo di altri pianeti, che nella maggior parte dei casi, in verità, l'occhio nudo non può vedere, ma certi eruditi hanno affermato di essere a conoscenza delle loro lune, un fatto — questo — che noi, con i nostri progrediti strumenti astronomici, abbiamo saputo solo da qualche decina di anni? Leggiamo nelle opere antiche che l'Imperatore Nerone usava una lente d'ingrandimento — che potremmo chiamare un binocolo — per guardare gli spettacoli nei teatri romani; e la leggenda tramanda che la usò per guardare l'incendio di Roma.

E che dire della stenografia? I discorsi di Cicerone fatti nel Foro Romano ed altrove erano stenografati dal suo liberto, l'amato Tiro, che in seguito divenne il suo biografo. Da quanto tempo abbiamo impiegato questo utilissimo mezzo di trascrivere esattamente le parole dei discorsi umani? Ci viene anche detto che furono collocati dei parafulmini sul Tempio di Giano a Roma, da Numa, uno dei primi e più saggi re di Roma che, secondo la tradizione, visse nei primi periodi di Roma, secoli prima della formazione della Repubblica. E che dire di Archimede di Siracusa, uno dei maggiori scienziati fisici e scopritori? Vi sono poi i Vimāna, le macchine volanti menzionate in antichissimi scritti Sanscriti, come nel Mahābhārata e nel Rāmāyāṇa, i due più grandi poemi epici dell'India.

Che dire sul canone delle proporzioni nell'arte, usato dagli antichi greci? Confrontate la loro arte squisita ed ispirata con la nostra, e rivolgetevi poi alle nostre moderne stravaganze artistiche, come il cubismo e il futurismo, che fanno pensare che stiamo guardando insensatamente in astrale quando tentiamo di capire ciò da cui è tormentato il nostro occhio. Quale è veramente il canone fondamentale che la maggioranza dei nostri artisti e tecnici seguono oggi, non solo nell'architettura, ma pure nella scultura? È il canone greco come noi lo intendiamo. Da dove provenne originariamente la moderna religione in Europa, da dove derivò la sua ascesa? Dagli antichi greci e latini.

E che dire del sistema eliocentrico, che ci conferma che il sole è al centro dei suoi reami, che i pianeti circolano intorno al sole, ciascuno nella propria orbita, e che la terra è una sfera posizionata nello spazio come un corpo planetario? Ci sono voluti pensatori e scopritori europei nel corso di molto tempo, di fronte alle grandi persecuzioni e al costo delle vite di non pochi grandi uomini, per portare altri individui meno intuitivi e più irriflessivi a riconoscere questa realtà della natura; ma tutti i più grandi fra gli antichi greci lo insegnarono — Pitagora, Filolao, Ecfanto, Hiketas, Eraclide, Aristarco, e molti di più. Altri avrebbero voluto insegnarlo apertamente, se non fosse stato che il sistema eliocentrico era un insegnamento confinato ai Misteri, e che solo pochi osavano darne qualche piccolo accenno.

L'insegnamento dei Misteri nascosto dietro le forme esterne dei sistemi arcaici del pensiero era ritenuto la cosa più sacra che gli uomini potessero trasmettere ai loro discendenti, perché si era riscontrato che la rivelazione di questa dottrina misterica a depositari meritevoli portasse, sotto appropriate condizioni, dei meravigliosi cambiamenti nelle loro vite. Perché? La risposta la possiamo trovare in tutte le religioni e filosofie antiche sotto la stressa metafora: la raffigurazione di una nuova nascita, una nascita nella verità, era davvero un risveglio spirituale ed intellettuale dei poteri dello spirito umano, e poteva quindi essere chiamata realmente una rinascita dell'anima nell'autocoscienza spirituale. Quando ciò accadeva, questi uomini erano chiamati Iniziati — in India, dvija, un termine sanscrito che significa "due volte nati." In Egitto questi uomini "rinati" erano chiamati "figli del Sole." In altri paesi erano chiamati sotto altri nomi.

Nel suo "Il Carattere Esoterico dei Vangeli," H. P. Blavatsky scrisse:

La Gnosi [o saggezza] soppiantata dallo schema cristiano era universale. Era l'eco della religione-saggezza primordiale che una volta era stata l'eredità di tutta l'umanità; e, di conseguenza, potremmo veramente dire che, nel suo aspetto puramente metafisico, lo Spirito di Cristo (il logos divino) era presente nell'umanità fin dal suo inizio. L'autore delle Omelie di Clemente ha ragione; il mistero del Christos — che oggi supponiamo sia stato insegnato da Gesù di Nazareth — "era identico" a quello che fin da principio era stato trasmesso a "coloro che ne erano degni." . . . Possiamo imparare dal Vangelo secondo Luca che i "degni" erano quelli "ritenuti degni" di ottenere la "resurrezione dai morti" [l'iniziazione] in questa vita, . . . coloro che sapevano che non potevano più morire, essendo simili agli angeli, che erano figli di Dio e figli della Resurrezione." In altre parole, erano i grandi adepti di qualsiasi religione; e queste parole si applicano a tutti quelli che, senza essere Iniziati, lottano e arrivano al successo mediante gli sforzi personali di vivere la vita e ottenere la conseguente illuminazione spirituale fondendo la loro personalità — il "Figlio" con il "Padre," il loro individuale Spirito divino, il Dio in loro. Questa "resurrezione" non può essere monopolizzata dai cristiani, ma è la giusta nascita spirituale di ogni essere umano dotato di anima e spirito, quale che sia la sua religione. Tale individuo è un uomo-Cristo. — Studies in Occultism, pp. 145-146

 

Capitolo 2

Allegoria e Simbolismo Mistico

La realtà di un corpo d'insegnamento esoterico per lo studio e l'uso privato di coloro che danno prova di essere qualificati, non è una cosa nuova nella storia della religione e della teosofia. Questa procedura è una questione di effettiva necessità, perché non è possibile insegnare a chi non ha familiarità con gli elementi di un campo di studio più profondo, almeno finché non è diventato idoneo a comprenderlo con un minimo di allenamento morale ed intellettuale.

Chi non ha sentito parlare di fanatici religiosi e del male che hanno fatto ai loro simili? Sono un esempio di ciò che può produrre un pensiero religioso e filosofico mal digerito e travisato su menti deboli ed impreparate. Se un uomo non comprende appropriatamente un nobile insegnamento, la sua vera bellezza, la sua autentica profondità, può talmente sedurre e distruggere il suo giudizio, che rischia di essere trascinato via dalle sue normali sicurezze mentali nei comuni principi etici. Il flusso di queste emozioni in un uomo non preparato, che seguono simpateticamente ed automaticamente lo stimolo che questi insegnamenti gli danno, potrebbe facilmente, in un momento di debolezza mentale o morale, indurlo ad oltraggiare psicologicamente un altro, diventando quindi la causa di un danno intellettuale ed etico a quest'altro uomo — come ci mostra chiaramente la storia del fanatismo religioso.

Alcuni insegnamenti religiosi e filosofici divulgati pubblicamente nella nostra epoca, nei tempi passati erano esoterici, ed erano stati quindi impartiti sotto il velo dell'allegoria e del simbolismo mistico. Non è facile, nella nostra era pragmatica, comprendere perché doveva esserci questa reticenza, poiché oggi un detto comune è che la verità può solo fare bene, e i fatti della natura sono proprietà comune dell'umanità, e quindi non vi è alcun pericolo possibile nel comunicare la conoscenza. Tuttavia, non esiste una falsità più fantasiosa. Chi non sa che la conoscenza può essere abusata in maniera aberrante, e spesso lo è, da individui egoisti? Oggi gli scienziati stanno cominciando a vedere che la comunicazione di tutte le verità della natura a ciascuno, senza una protezione preparatoria, è un corso di procedimento che è pieno di pericoli e rischi nascosti, non solo per gli individui ma per l'intera umanità.

Due degli insegnamenti ora divulgati pubblicamente dal movimento teosofico, ma che erano esoterici in determinate epoche, sono le dottrine del karma e della reincarnazione. Karma è un termine usato per descrivere le cosiddette leggi della natura, brevemente riassunto nelle parole dell'Apostolo Paolo: "Qualunque cosa un uomo semina, raccoglierà." È la dottrina delle conseguenze, dei risultati derivanti dal pensiero e dall'azione, inevitabilmente e con giustizia assoluta, sia che queste conseguenze si presentino immediatamente nel tempo, o che siano posticipate ad un periodo successivo.

Karma è quel totale di un'anima, che è l'anima stessa, causato nell'attuale essere dalla propria volontà, pensieri e sentimenti, che opera sulla sua stessa struttura e sostanza, preparando così il suo destino futuro, in quanto la presente esistenza è il destino forgiato per se stesso dalle proprie vite passate.

Come dice H. P. Blavatsky ne La Voce del Silenzio:

Sappi che nessuno sforzo, per quanto piccolo, in buona o in cattiva direzione, può scomparire dal mondo delle cause. Neppure il fumo disperso rimane senza traccia. "Una parola dura pronunciata in vite trascorse non si distrugge, ma inevitabilmente ritorna." (Precetti della Scuola Prasanga.) La pianta del pepe non produrrà rose, né la candida stella del delicato gelsomino si muterà in spino o in cardo.
Tu puoi creare "oggi" la sorte del tuo "domani." Ciascuna delle cause seminate ad ogni istante nel Grande Viaggio ("Il Grande Viaggio" o tutto il ciclo completo di esistenze in una "Ronda") produce la sua messe di effetti, poiché la rigida Giustizia regge il Mondo. Con l'impulso potente di un'azione infallibile, essa reca ai mortali vite di letizia o di dolore, karmica progenie di tutti i nostri pensieri e di tutte le nostre azioni precedenti. — p. 34 ed. or.; p. 37 online I. Cintamani

È ugualmente sbagliato supporre, da una parte, che il karma sia fatalismo e che gli esseri umani siano sotto la sua azione cieca e fortuita, vittime di un destino inscrutabile ed immorale, di un cieco caso; o, dall'altra, che il karma sia la creazione o la legge dell'azione creata da qualche entità cosmica, diversa e fuori dall'universo stesso, e quindi extracosmica. Ed è ugualmente sbagliato supporre che qualsiasi cosa accada all'uomo nelle sue serie infinita di vite, durante il corso dei lunghi eoni della sua peregrinazione, sia assolutamente immeritata, o che gli eventi, in particolare e in generale, gli accadano al di fuori della sua originaria azione causativa. È necessario sottolineare ciò perché qualcuno, in base a certi passaggi di H.P. Blavatsky, ritiene che ci sia qualcosa come un "karma immeritato"; dimenticando che proprio per comprendere il suo insegnamento, dobbiamo includere ogni sua affermazione su questo argomento — non ignorandone nessuna. Nel mondo c'è realmente un'ingiustizia relativa o una "sofferenza" relativamente "immeritata," causata dall'interazione delle varie parti della complessa costituzione dell'uomo — poiché i principi superiori, come l'ego reincarnante, nel corso del destino karmico, spesso richiamano sull'uomo semplicemente personale avvenimenti di cui quell'uomo personale, in qualche vita, non era egli stesso direttamente responsabile. Ma l'ego reincarnante era pienamente responsabile, anche se il suo veicolo inferiore, l'uomo astrale o personale, attraverso il quale l'ego reincarnante agisce, non riconosce la giustizia delle sfortune, delle sofferenze, e del destino karmico causato in altre vite — e quindi a quell'uomo personale o astrale questi colpi del destino appaiono immeritati ed ingiusti. Ma, in verità, come H.P. Blavatsky dice: "non c'è un avvenimento nelle nostre vite, né un giorno negativo, che non possa essere ricondotto alle nostre azioni in questa o in un'altra vita." (La Dottrina Segreta 1: 643-4 ed. or.)

L'uomo stesso, in vite precedenti, mise in azione le cause che più tardi, per la rigida giustizia karmica, provocarono gli effetti dei quali egli, in questa vita, si lamenta e chiama immeritati. Questo stesso errore nel travisare il ragionamento logico, delicato e sottile, dell'insegnamento, fece in modo che il primitivo Cristianesimo evitasse di riconoscere la giustizia infinita ed automatica nel mondo, con l'idea che, poiché le sofferenze dell'uomo sembravano inesplicabili, erano quindi immeritate e dovute alla saggezza impenetrabile di Dio Onnipotente — i cui decreti l'uomo deve accettare umilmente senza mettere in dubbio la saggezza di una provvidenza spiegata in questo modo.

La reincarnazione rientra nella dottrina più generale dell'incarnazione, la quale insegna che l'ego umano ritorna sulla terra in qualche periodo futuro dopo il cambiamento che gli uomini chiamano morte, e anche dopo un periodo più o meno lungo di riposo nei regni invisibili chiamati devachan. Questa reincarnazione ha luogo affinché l'uomo possa imparare nuove lezioni sulla terra, in epoche nuove, in ambienti nuovi, riprendendo su questa terra i vecchi legami di simpatia e d'amicizia, di odio e antipatia, che erano stati apparentemente spezzati dalla mano della morte quando l'ego-anima lasciò le nostre sfere.

Questi due insegnamenti, una volta tenuti segreti o palesemente divulgati in una forma più o meno incompleta, sono esempi del modo in cui, di era in era, quando nasce il bisogno di agire, gli insegnamenti esoterici sono apertamente sviluppati dalla Fratellanza di saggi e veggenti. Questi insegnamenti modificano profondamente la civiltà perché cambiano radicalmente la psicologia umana e la visione spirituale ed intellettuale dell'umanità. Poche persone realizzano l'enorme ma sempre invisibile e silenziosa influenza che le nuove idee hanno sulla coscienza umana; e questo accade in particolare per gli insegnamenti di tipo spirituale o intellettuale. Tutti questi insegnamenti sono pieni delle concezioni divine degli dèi, che per primi diedero agli uomini la Verità; e questo è il segreto dell'immenso dominio che la Religione di per sé (a parte le semplici religioni degenerate) ha sull'intelletto umano.

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Fu l'arcaica personificazione di queste concezioni divine degli dèi nelle antiche cerimonie misteriche, che portò all'istituzione formale delle iniziazioni rituali. Ogni popolo, ogni razza, aveva la sua gamma delle stesse verità fondamentali. I greci avevano i propri Misteri, che fin dai primi tempi erano funzioni dello stato e si svolgevano sotto le sanzioni della legge, come pure le istituzioni iniziatiche di Eleusi e della Samotracia.

Gli ebrei avevano ugualmente il loro sistema di ricerca mistica che, ad un grado più o meno completo erano incorporati nella Qabbālāh — l'insegnamento tradizionale tramandato da insegnante ad allievo che, una volta graduato, diventava un insegnante, trasmettendolo poi ai suoi allievi come un compito segreto comunicato dai Padri. Tra i cristiani si dice ancora oggi che nelle primitive comunità cristiane esisteva un corpo d'insegnamenti segreti. Girolamo, ad esempio, uno dei più rispettati Padri della Chiesa, menziona il fatto, sia pure in un senso fortemente ortodosso della sua fedeltà, e ne parla con disprezzo — una prova, se non altro, che egli ignorava il nucleo dell'insegnamento del suo Maestro Gesù.

È anche opinione comune che le grandi religioni dell'Indostan avevano tutte le loro rispettive strutture esoteriche, in cui gli allievi più abili e affidati ricevevano la nobile saggezza, e poi la trasmettevano. Anche le cosiddette tribù selvagge, come ci hanno dimostrato gli antropologi, hanno i loro particolari misteri segreti e tribali — nella maggior parte dei casi memorie dei giorni in cui gli antenati formavano le prime razze più civilizzate del globo.

Questa necessità di tenere segreta una certa quantità della Tradizione Esoterica è responsabile delle raffigurazioni simboliche, spesso belle ma in alcuni casi alquanto deprecabili, che sono state espresse in tutte le antiche letterature. La stessa ovvia difficoltà di trasmettere ad orecchie e menti non allenate era diffusa nei primi tempi della Chiesa Cristiana. Possiamo trovare molti tra i primi Padri della Chiesa che scrivevano sul cosiddetto futuro Regno di Cristo. Evidentemente, non dissero abbastanza di tutto quello in cui credevano su questo argomento.

Un cristiano che testimoniò l'esistenza di un insegnamento esoterico nelle primitive comunità cristiane fu Origene, che ne parla nel suo libro Contro Celso. Celso era un filosofo greco che contestò agli insegnanti cristiani del suo tempo le loro affermazioni di possedere quasi tutta la verità contenuta nel mondo. Origene, che era veramente un grande uomo dotato di un'ampia mentalità, scrisse sull'argomento di una dottrina esoterica nelle religioni non-cristiane della sua epoca. Parafrasando:

In Egitto i filosofi hanno una saggezza segreta riguardo alla natura del Divino, la quale saggezza è rivelata alle persone solo sotto il rivestimento di allegorie e fiabe. . . . Tutte le nazioni orientali — i persiani, gli indiani, i siriani — nascondono misteri segreti sotto la copertura di favole ed allegorie religiose: il vero saggio [l'iniziato] di tutte le nazioni comprende il loro significato, ma l'individuo non istruito vede solo i simboli e il rivestimento di copertura. — Libro I, cap. xii

Questo fu detto da Origene nel suo tentativo di contestare gli attacchi fatti contro il sistema cristiano da molti pagani, secondo cui il Cristianesimo era soltanto un rimaneggiamento composto da fiabe mitologiche pagane mal comprese. Origene affermò che nel Cristianesimo vi era un simile sistema esoterico; aveva ragione fino a un certo punto. Possiamo trovare nello Zohar della Qabbālāh ebraica un'affermazione secondo la quale l'uomo che proclama di comprendere la Bibbia Ebraica nel suo significato letterale è un pazzo: "Ogni sua parola ha un significato segreto e sublime, che il saggio conosce."

Maimonide, uno dei più grandi Rabbini ebrei del Medio Evo, che morì nel 1204, nella sua Guida dei Perplessi scrive:

Non dovremmo mai prendere alla lettera quello che è scritto nel Libro della Creazione, né avere su di esso le stesse idee che ha la gente. Se fosse altrimenti, i nostri dotti saggi non avrebbero fatto un così grande lavoro per nascondere il vero significato, e non avrebbero messo davanti agli occhi dei profani il velo allegorico che nasconde le verità contenute. Presa alla lettera, quell'opera contiene le idee più assurde e inverosimili del Divino. Chiunque ne intuisca il vero significato, dovrebbe custodire con cura la sua conoscenza, senza divulgarla. Questa è una regola insegnata dai nostri saggi, in relazione al lavoro dei sei giorni. . . . — II, xxix

È del tutto possibile che molte cose che si trovano a prima vista potrebbero non soddisfare il ricercatore che esamina queste letterature passate. Prima di arrivare a delle conclusioni finali contrarie a ciò che non comprendiamo, non sarebbe più saggio sospendere il giudizio invece di affermare che gli antichi, nello scrivere, così come hanno fatto, fossero un branco di stupidi o sensuali? Alcuni dei veli che avvolgono gli antichi insegnamenti a volte ci possono sembrare ridicoli; ma alcuni di questi stessi rivestimenti sono sublimi nella loro armonia e nella simmetria dello schema, mentre altri sono effettivamente esposti in maniera grezza. Ma l'errore, forse, è tanto in noi quanto, in una certa misura, nel metodo usato da quei grandi uomini dei tempi antichi, perché noi non afferriamo né lo spirito che ha dettato quelle particolari forme d'espressione né valutiamo con chiarezza le condizioni sotto cui furono enunciate.

Ad esempio, rivolgendoci al Nuovo Testamento, in Matteo (10: 34) troviamo un'affermazione pronunciata da Gesù: "Non sono venuto a portare la pace ma la spada." Un linguaggio sorprendente per il "Principe della Pace" — se presa alla lettera! Dovremmo allora accettarla nel suo valore nominale? O la nostra intuizione ci dice che vi è un significato dietro e dentro le semplici parole?

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Nella sua Seconda Epistola, il Padre della Chiesa San Clemente disse che Gesù, quando gli fu chiesto quando sarebbe venuto il suo regno, replicò: "Quando due più due fa uno." L'essere umano è diviso in sette principi o elementi: una diade superiore che possiamo chiamare la monade spirituale perché le sue parti sono realmente inseparabili e duali soltanto quando si manifestano; una diade intermedia o diade psicologica, e un ternario inferiore. Questo ternario inferiore è l'essere umano puramente fisico, composto di corpo, essenza vitale, e di un corpo modello o astrale, intorno al quale è costruito il corpo fisico. Questo ternario, alla morte, si dissolve completamente, lasciando le due diadi interiori, ciascuna di esse un'unità — la natura spirituale e la natura psicologica. In un futuro molto lontano queste due diadi, attraverso i processi di crescita evolutiva, diventeranno una sola unità, cioè, la natura psicologica o intermedia sarà così progredita da diventare un veicolo perfetto per la manifestazione della diade superiore o il dio interiore spirituale che è in noi, che si fonderà in quest'ultimo diventando quindi un essere unitario intrinseco. Gli uomini che oggi, come pure in passato, sono riusciti a completare quest'unificazione delle due diadi — "quando i due e due fanno uno" — sono chiamati Cristi, adottando un termine del sistema cristiano. I buddhisti chiamano un simile essere umano un Buddha, "un risvegliato," "un illuminato."

Passiamo alla prossima proposizione: "quando l'esteriore è simile all'interiore." Il corpo umano non è stato sempre come è adesso — un grossolano strumento fisico attraverso il quale le forze più sottili dell'anima e dello spirito devono esprimersi se vogliono manifestarsi completamente. Questa difficoltà nell'esprimere le facoltà e i poteri interiori non sarà così grande in un futuro lontano, perché man mano che l'uomo evolve, evolve anche il suo rivestimento fisico, verso un raffinamento della grossolana compattezza del materiale, facendolo avvicinare sempre più strettamente alla fabbrica sostanziale degli involucri della coscienza dell'uomo interiore. Così, "quando l'interiore è simile all'esteriore" significa: quando lo strumento vivente, cosciente, esteriore, o involucro, diventa più adatto ad esprimere sempre più facilmente le facoltà divine e spirituali del corpo luminoso interiore.

Passiamo ora alla terza proposizione: "quando non vi è né maschio né femmina." L'attuale stato della razza umana divisa in uomini e donne non fu sempre così in passato, né sarà così in un remoto futuro. Sta per arrivare il tempo in cui non ci saranno né uomini né donne, ma solo esseri umani; perché il sesso, come molti altri attributi dell'entità umana, è uno stadio evolutivo transitorio. A quel tempo, la razza umana si sarà evoluta al di fuori di questa maniera di esprimere le qualità positive e negative dell'economia psicologica dell'essere umano. Quando non vi saranno più né maschi né femmine, ma semplicemente esseri umani che dimorano in corpi di luce luminosa, allora il dio interiore, il Cristo Immanente, il Dhyāni-Bodhisattva, sarà capace di manifestarsi in una perfezione relativa. Allora sarà arrivato il Regno di Cristo, del quale scrissero i primi mistici cristiani.

Uno studio degli insegnamenti teosofici proverà l'esistenza di una grande saggezza che giace dietro a queste parabole, non solo nel sistema cristiano ma ugualmente in tutta la grande letteratura filosofica e religiosa di qualsiasi razza. Queste parabole e questi insegnamenti mistici dati sotto il velo della metafora e dell'allegoria non sono, in alcun senso, fantasie mistiche inventate ma rappresentazioni effettivamente simboliche o figurate di eventi che sono accaduti nella passata storia della razza umana o forse sono visioni profetiche di eventi che accadranno in futuro.

Un altro esempio del metodo mistico d'insegnare è preso dagli scritti di uno dei primi Padri della Chiesa, Ireneo. Nella sua opera Contro le Eresie, dice che Papia, un discepolo dell'Apostolo Giovanni, ascoltò questa parabola dalle labbra di Giovanni:

Il Signore insegnò e disse che verrà il tempo in cui le viti si svilupperanno, ciascuna con diecimila tralci, ed ogni tralcio avrà diecimila ramoscelli, ed ogni ramoscello di un tralcio avrà diecimila viticci, ed ogni viticcio avrà diecimila grappoli d'uva, ed ogni grappolo conterrà diecimila chicchi d'uva, ed ogni chicco d'uva, pressato, fornirà venticinque litri di vino; e quando qualcuno dei santi prenderà possesso di qualche grappolo, un altro grappolo esclamerà: "Io sono un grappolo migliore, prendimi, e benedici il Signore per me!" — Libro V, cap. xxxiii, 3

Nel Vangelo secondo Giovanni, si racconta che Gesù abbia detto:

Io sono la vera vite, e il Padre mio è il vignaiuolo. . . .
Io sono la vite, voi siete i tralci. Se uno rimane in me ed io in lui, questo porta molto frutto; perché senza di me [la Vite] non potete produrre niente. Chi non rimane in me sarà gettato via come tralcio e seccherà e, raccolto, sarà buttato nel fuoco a bruciare. Rimanete in me ed io in voi. Come il tralcio non produce frutto a meno che rimanga nella vite, così voi non potete se non rimanete in me. — 15: 1, 5-7

In questa bella parabola cristiana della "Vite e i Tralci" la Vite è la natura spirituale dell'uomo; e nell'allegoria di Ireneo questi vari tralci e ramoscelli, viticci, e grappoli individuali, sono evidentemente intesi per rappresentare i discepoli, grandi e piccoli, degli Insegnanti.

Per noi prosaici occidentali è difficile non ironizzare quando sentiamo racconti o allegorie così pittorescamente semplici nella loro fede cieca; ma indubbiamente un gran numero di persone, in quei periodi del Cristianesimo primitivo, credevano che questi racconti fossero previsioni di eventi futuri e che contenessero una grande verità sotto una copertura mistica. Qualsiasi allegoria del genere fosse data loro, con la relativa affermazione che era stata trascritta come uno dei detti del loro Signore Gesù, era accettata sia per il valore nominale, sia perché conteneva alcune verità mistiche profondamente nascoste. Questa fiducia era spesso giustificata, perché a quei tempi c'era l'abitudine rivestire le dottrine difficili sotto la copertura delle parabole.

Il Buddha, il Cristo, Platone, Apollonio di Tiana, Pitagora, Empedocle, il persiano Zoroastro, insegnavano tutti in questo modo. Si, anche i prammatici rabbini ebraici scrivono con le stesse prerogative allegoriche e velate. Essi ci informano, ad esempio, che vi saranno 60.000 città sulle colline della Giudea, e che ciascuna di queste città conterrà 60.000 abitanti; dicono pure che quando il loro messia sarà venuto Gerusalemme sarà una città immensamente estesa: che allora avrà altre 10.000 città nei suoi dintorni e 10.000 palazzi, mentre il Rabbino Simeon ben Yochai dichiara che nella città vi saranno 180.000 negozi dove si venderanno solo profumi, e che ogni grappolo delle vigne giudee produrrà trenta barili di vino!

Questo esempio dell'allegoria mistica è presa dalla Bibliotheca Magna Rabbinica di Bartolocci. Impiega le stesse immagini dell'allegoria cristiana, della vite, del grappolo e del vino, con lo stesso indubbio significato essenziale.

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Senza la chiave d'interpretazione, molti vari sistemi del mondo antico rimarranno non solo paradossali allo studioso di oggi ma, di solito, inesplicabili. Torniamo ai due passaggi nel Nuovo Testamento: Nel Vangelo secondo Matteo — "secondo" ovviamente significa che lo scrittore non è Matteo, ma qualcuno che ha affermato di scrivere secondo gli insegnamenti di Matteo — si trova quanto segue:

E verso l'ora nona, Gesù gridò a gran voce: "Eli! Eli! lama sabachthani!" che, interpretato, vuol dire: "Mio Dio, Mio Dio, perché mi hai abbandonato?" E alcuni degli astanti, avendo udito, dissero: "Guardate, egli chiama Elia." — 27:46-7

E nel Vangelo secondo Marco:

E nell'ora nona Gesù gridò a gran voce: "Eloi! Eloi! lama sabachthani!" che, interpretato, vuol dire: "Mio Dio, in cosa mi hai abbandonato?" E alcuni degli astanti, avendo udito, dissero: "Vedete, egli chiama Elia!" — 15:34-5

In questi due estratti, l'autore ha tradotto dagli originali greci e, di conseguenza, la frase ebraica che appare in entrambi questi estratti è traslitterata in caratteri inglesi in questo modo, per dare il più rigorosamente possibile la pronuncia fonetica dell'originale ebraico. I manoscritti greci sia di Matteo che di Marco variano essi stessi riguardo all'ortografia di questa frase ebraica, ma in entrambi i casi le variazioni sono soltanto tentativi degli scrittori greci di compitare in caratteri greci le parole ebraiche di questa frase. L'Ebraico ha certi suoni che il Greco non ha e, di conseguenza, gli scrittori greci dovevano scegliere quei caratteri dell'alfabeto greco che sembravano i più vicini, come suono, a quelli degli ebrei. Il punto veramente importante è che queste sono inconfondibilmente parole ebraiche, e chiunque conosca il Greco e l'Ebraico può facilmente comprendere la necessità di fare una traslitterazione appropriata per avvicinarsi al suono dei vocaboli originali ebraici. Quale che possa essere la traslitterazione dell'Ebraico, il significato è perfettamente chiaro, e sia Matteo che Marco hanno traslitterato scorrettamente qualcosa che le parole ebraiche non contengono.

Dovremmo affermare per inciso che i teosofi non accettano l'idea medievale di un'ispirazione divina parola per parola che guida gli scrittori del Nuovo Testamento, e nemmeno l'ispirazione divina o altrimenti dei traduttori della "versione autorizzata" di Re Giacomo. La storia mistica di Gesù è una storia vagamente simbolica dell'iniziazione, in cui Gesù, in seguito chiamato il Cristo, è raffigurato come l'esemplare du qualsiasi grande uomo che si sottopone alle prove del ciclo iniziatico. Ciò non significa che non sia esistito un tale saggio come Gesù. Questo grande saggio è esistito in un periodo alquanto precedente al supposto inizio dell'era cristiana. L'idea è che il Nuovo Testamento espone una storia simbolica dell'iniziazione di un saggio di nome Gesù.

Ora, queste parole Eloi! Eloi! lama sabachthani! sono parole ebraiche ellenizzate per quanto riguarda l'ortografia del Nuovo Testamento. Solitamente gli apologisti biblici dicono che sono parole aramaiche, che sembra un tentativo forzato di spiegare ciò che altrimenti è inspiegabile; perché le parole sono effettivamente corrette sia in Ebraico come pure in Caldeo [Semitico Babilonese] e contengono un significato violentemente diverso dalla traduzione com'è resa in questi due estratti, come sarà mostrato. Il significato di questa frase non è "Dio Mio! Dio Mio! Perché mi hai abbandonato?" ma "Dio Mio! Dio Mio! perché mi hai dato questa pace?" oppure, come si potrebbe tradurre il verbo ebraico shābaḥ: "Perché mi hai glorificato così grandemente!"

Shābaḥ significa "lodare," "glorificare," e anche "dare pace." Sicuramente questa traduzione, anche se le parole originali sono valide e in vero Ebraico, concorda di più con la storia dello stesso vangelo, ed è più vicina alla storia di Gesù come gli stessi cristiani ce l'hanno narrata. Perché il "figlio di Dio," che è anche il veicolo umano di una delle tre inseparabili persone della Trinità, quindi una parte inseparabile della Divinità stessa secondo l'insegnamento cristiano, dovrebbe esclamare, nelle parole dell'agonia dalla Croce, secondo la leggenda: "Mio Dio! Mio Dio! Perché mi hai abbandonato?"

Torniamo all'Antico Testamento: nel Ventiduesimo Salmo troviamo: "Mio Dio! Mio Dio! Perché mi hai abbandonato? Perché sei così lontano dall'aiutarmi, e dalle parole del mio grido?" Qui le prime parole ebraiche sono: 'Ēli 'Ēli lāmāh 'azabthānī!" e sono correttamente tradotte. La parola ebraica 'āzab significa "abbandonare," "lasciare," "rinunciare," e per Davide è un'esclamazione naturale in vista della situazione che allora presumibilmente esisteva. É un vero grido umano, un grido emesso nella disperazione, che qualsiasi uomo potrebbe aver fatto sotto lo sforzo di una grande prova spirituale ed intellettuale.

Però, come abbiamo detto, nel Nuovo Testamento abbiamo il "Figlio di Dio" che esclama: "Perché mi hai abbandonato?" Ma se consideriamo le parole che gli stessi scrittori evangelici espongono, troviamo che non significano niente del genere, ma significano, al contrario, un'esclamazione di estasi. La suggestione coinvolta negli accenni di un significato esoterico contenuto in questo intricato episodio del Nuovo Testamento è importante. Se gli scrittori secondo Matteo e secondo Marco avevano in mente questo Salmo quando fecero questa scorretta interpretazione, ci chiediamo solo perché lo fecero, perché erano probabilmente due uomini che conoscevano l'Aramaico e l'Ebraico. Se questi due vangeli furono scritti in Alessandria, la situazione resta la stessa, perché Alessandria allora avevano una vasta e dotta colonia ebraica. Sembrerebbe che qualche tentativo di spiegare l'enigma sia del tutto inammissibile, in quanto la parola ebraica 'āzab, usata nel Salmo 22, verso 1, e che significa "abbandonare" o "lasciare" non è la parola shābaḥ, usata dai due scrittori evangelici, che significare "lodare," "glorificare."

Ma proprio qui è il punto; gli autori di questi vangeli, scrivendo, come fecero, di questa "sofferenza" — un antico termine per l'iniziazione di chi sta ricevendo la glorificazione, il suo elevarsi alla temporanea divinità — usarono esattamente la parola appropriata. Ci è detto che in questo ciclo iniziatico arriva il momento che si avvicina alla prova suprema, quando l'iniziato deve affrontare tutto il peggio che è dentro di lui, e il peggio che il mondo della materia può portare contro di lui, e passa con successo attraverso queste prove difficili. E in quel momento solenne — quando nessuna luce interiore sembra apparire per dargli forza, assisterlo ed illuminarlo, quando, secondo lo stesso meccanismo stabilito del rito iniziatico, che era sia spirituale che psicologico, agendo sull'uomo sofferente — egli era temporaneamente privato di tutto l'aiuto che la propria natura spirituale-divina poteva dargli. Era obbligato a stare da solo, come uomo, nella sua solitaria natura umana non ancora altamente allenata e, affrontando il peggio, passare con successo attraverso la prova, come uomo, e raggiungere all'istante la riunificazione autocosciente con il suo dio interiore. La vittoria ha creato la gloria, come la coscienza umana non potrà mai sperimentare in misura maggiore. Era in questo momento supremo di riunificazione con la gloria del dio vivente in lui, che l'uomo, vittoriosamente superando nella sua solitaria umanità la terribile prova davanti a sé, gridava estasiato, in un'inesprimibile liberazione spirituale: "O mio Dio! O mio Dio! Come mi hai glorificato!"

Questi due scrittori possono essi stessi aver copiato da una dottrina più antica e ancora più mistica, incorporata in qualche documento più vecchio che a quel tempo possedevano e, sia per scelta o per errore, possono aver omesso parole o passaggi che erano intermediari tra la frase ebraica da loro riportata e la sua traduzione, che loro stessi fecero o citarono. Se è così, quale potrebbe essere stata questa fonte più antica, che adesso è perduta?[2]

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I mistici persiani Sūfī, che aderivano a quella che potrebbe essere chiamata la teosofia del Maomettismo persiano, scrissero della coppa di vino che scorre e dei piaceri della taverna, della purissima gioia e della beatitudine trascendente in compagnia del loro Amato; e tuttavia, i loro scritti mettevano molto in evidenza il significato opposto alla sensuale immaginazione del canto d'amore. Il mistico persiano Abū Yazīd, che visse nel nono secolo, scrisse: "Io sono il vino che bevo, e il suo coppiere." La coppa di vino simbolizzava in generale la "Grazia di Dio," le influenze e le attività dei poteri spirituali che riempiono l'universo. Lo stesso scrittore Sūfī disse: "Sono andato di dio in dio finché essi gridarono da me e in me: "O! Tu, Io!"

Quale vivido linguaggio è questo! Come se l'anima del poeta stesse tentando di ripulirsi di tutta la personalità, e si sforzasse di dire che il suo Intimo era l'Intimo del Tutto.

Chiunque legga attentamente i profondi poemi dei mistici Sūfī ed è consapevole della loro raffinata spiritualità, a meno che sia reso insano dal pregiudizio, sa che la scrittura era completamente simbolica. Prendiamo in esame le quartine di 'Omar Khayyām, o di un estratto dal Dīvāni Shamsi Tabriz di Jalālu'ddīn Rūmī, che Nicholson ha meravigliosamente tradotto come segue:

Ecco, poiché io sono sconosciuto a me stesso, cosa devo ora fare in nome di Dio?
Io non adoro né la Croce né la Mezzaluna, non sono un Infedele né un Ebreo,
La mia patria non è l'Oriente e nemmeno l'Occidente, e non è la terra né il mare;
non sono consanguineo né di un angelo né di uno gnomo;
non sono domato dal fuoco e nemmeno dalla schiuma del mare,
non sono formato né di polvere e nemmeno di rugiada.
Non sono nato nella lontana Cina, né a Saqsīn né in Bulghār;
né in India, dove ci sono cinque fiumi, né sono cresciuto in 'Irāq o nel Khurāsān.
Non in questo mondo e nemmeno in quel mondo io abito, né in Paradiso né all'Inferno;
Non sono stato cacciato dall'Eden o da Rizwān[3], né da Adamo io discendo.
In un luogo oltre il luogo supremo, in un tratto senza ombre o tracce,
Trascendendo l'anima e il corpo io vivo di nuovo nell'anima del mio Amato!

Qui è la Sorgente Divina che canta il poeta Sūfī, la Patria ultima di noi tutti. Il Canto di Salomone nella Bibbia ebraica contiene la stessa suggestiva immaginazione sensuale, anche se i mistici Sūfī avevano la scusa che, sotto la paura del forte esercito maomettano, non osavano scrivere quelli che sarebbero stati considerati insegnamenti non ortodossi, e quindi optarono per il canto d'amore, che aveva un aspetto innocuo. Apparentemente, il Canto di Salomone descrive solo le attrattive sensuali del più amato dei re ebraici; e tuttavia chi ha qualche conoscenza di questo metodo figurativo di scrittura simbolica legge facilmente tra le righe e s'impadronisce del pensiero sottostante.

Rivolgiamoci ora all'Estremo Oriente. Ci stupiremo delle scoperte che verranno fatte nelle varie ramificazioni dell'antica letteratura cinese, mistica, religiosa, filosofica. Uno dei più grandi insegnanti della Cina fu Lao-tse, il fondatore del Taoismo, uno dei più nobili sistemi religiosi e filosofici del mondo. Secondo la leggenda, egli fu concepito in modo supernaturale, come si presume che sia avvenuto per molti altri grandi insegnanti del mondo. Sua madre lo tenne in grembo per settantadue anni prima che nascesse, per cui, quando alla fine egli venne fisicamente alla luce, i suoi capelli erano bianchi come se fosse per l'età, ed è per questo che in seguito fu conosciuto come "il vecchio ragazzo." I suoi biografi ci narrano che quando il suo lavoro di una vita fu compiuto, si mise in viaggio diretto in Occidente, verso il Tibet, e sparì; e non sappiamo dove e quando morì. Seguendo i pochi fatti che sembrano essere autentici, e accantonando la massa di materiale mitologico che è stato intessuto intorno al suo nome e alla sua personalità, Lao-tse apparirebbe come una delle periodiche incarnazioni di un raggio di quello che nella Tradizione Esoterica è misticamente chiamato Mahā-Vishnu, in altre parole, un avatāra. Sembra non esserci alcun dubbio di sorta che egli fosse perlomeno uno degli inviati o messaggeri riconosciuti della Fratellanza, che periodicamente manda dei rappresentanti scelti fra di loro per introdurre un impulso verso la spiritualità.

La sua grande opera letteraria è chiamata Tao Te Ching — "Il Libro dell'azione di Tao." Tao, tra gli altri significati mistici, significa la "via," o il "sentiero;" te significa "virtù." Ma tao, pur significando la via o il sentiero, significa anche il pellegrino, o colui che viaggia sul Sentiero.

La Via del Tao è non agire per qualche motivo personale; condurre affari senza sentirne le difficoltà; gustare ignorando il sapore; considerare il grande come il piccolo, e il piccolo come il grande; ricambiare con gentilezza le offese. — Tao Te Ching, cap. lxiii

L'ultima frase di questo notevole libro è alterata in questo modo:

É il Tao del Cielo a beneficare e non ad arrecare offese; è il Tao del Saggio ad agire e non a lottare. — cap. lxxxi

Il significato di questi opposti logici è: non preoccuparti affatto; non dispiacerti affatto; ma semplicemente sii ed agisci! Qui è più vividamente espressa la differenza tra la comprensione non sviluppata dell'uomo comune e la saggezza spirituale del saggio. Il saggio sa che ogni cosa contenuta nell'universo è nell'uomo, perché l'uomo è una parte inseparabile dell'insieme cosmico; e un uomo sta nella propria luce, nasconde i suoi progressi, lottando polemicamente e tenendo costantemente in tensione i suoi muscoli spirituali, intellettuali e fisici, logorando la sua forza in movimenti vani e futili. Lao-tse disse: "Sii quello che è in te. Fai ciò che dentro di te ti dice di fare." Questo è il segreto del Tao.

Fin qui è il pensiero mistico dell'antica Cina come è esemplificato negli insegnamenti inerenti al Tao. La mancanza di spazio ci impedisce di illustrare ulteriormente le origini del pensiero mistico cinese da altre fonti, come ad esempio il Buddhismo Mahāyāna. La sola letteratura mistica cinese è una miniera di profonda filosofia mistica.

È all'India che dovremmo rivolgerci per trovare gli esempi più aperti della tradizione arcaica che durante gli ultimi tre o quattro millenni ha diffuso la sua dilagante influenza non solo attraverso l'Asia ma, fin dai tempi di Anquetil-Duperron, ha inciso sempre più fortemente, ad ogni secolo che passava, sui popoli dell'Occidente. Tuttavia, anche in India i moderni rappresentanti delle antiche religioni filosofiche hanno degenerato dalla loro incontaminata purezza. Se India e Cina possono essere definite miniere della tradizione esoterica che il ricercatore intuitivo può riportare alla luce, ancora più giustamente questa definizione la possiamo applicare alle magnifiche letterature dell'antico Indostan. È possibile che qualcuno dei più nobili pensieri mistici sia incorporato in quel cimelio di un passato ora quasi dimenticato, cioè le Upanishad. In queste Upanishad, gemme di incomparabile bellezza, l'insegnamento esoterico è accuratamente celato da un controllo superficiale sotto la copertura di allegorie, parabole e simboli.

Per illustrare il metodo delle Upanishad di dare informazioni, accontentiamoci prendendo in esame il caso, vero o immaginario, di Uddālaka-Āruni, uno dei grandi insegnanti Brāhamana di questa parte del ciclo della letteratura Vedica. Uddālaka-Āruni sta insegnando a suo figlio Śvetaketu, che gli chiede la conoscenza:

    "Portami da quel luogo un frutto dell'albero Nyagrodha."
    "È qui, Signore!"
    "Dividilo."
    "Ora è diviso, Signore!"
    "Cosa ci vedi?"
    "Questi semi, troppo piccoli"
    "Dividine uno."
    "L'ho diviso, Signore."
    "Cosa ci vedi?"
    "Proprio niente, Signore!"
    Il padre allora disse: "Figlio mio, da quell'essenza molto sottile che tu non vedi qui, nasce il maestoso albero Nyagrodha. Ci devi credere, figlio mio. Quella che è l'essenza sottile — in essa tutto ciò che esiste ha il proprio sé. Essa è il Reale; è il Sé, e tu, o Śvetaketu, sei tutto ciò!"
    "Per favore, Signore, dimmi ancora di più," disse il figlio.
    "Così sia, figlio mio," rispose il padre: "Metti questo sale nell'acqua, e poi vieni da me nel mattino."
    Il ragazzo fece come gli era stato ordinato di fare. [Nel mattino] il padre gli disse: "Portami il sale che hai messo nell'acqua ieri notte."
    Il figlio lo cercò e non lo trovò, perché si era sciolto. Il padre allora disse:"Assaggia l'acqua in superficie. Com'è?"
    Il figlio rispose: "È salata."
    "Assaggiala dallo strato di mezzo. Com'è?"
    Il figlio rispose: "È salata."
    "Assaggiala dal fondo. Com'è?"
    Il figlio rispose: "È salata."
    Il padre allora disse: Vai a buttarla e poi torna da me." Il ragazzo così fece; tuttavia il sale rimaneva sempre come prima.
    Allora il padre disse: "Proprio così in quest'apparenza tu non vedi il Reale, ragazzo mio, ma in verità Esso è proprio lì. È il Reale; è il Sé; e tu, o Śvetaketu, sei il Reale. Quella che è questa sottile essenza — in essa tutto ciò che è ha il proprio Sé. È il Reale; è il Sé; e tu, o Śvetaketu, sei tutto ciò!
    Se qualcuno colpisse alla radice questo grande albero davanti a noi, sanguinerebbe, ma continuerebbe a vivere. Se colpisse il suo tronco, in verità sanguinerebbe, ma continuerebbe a vivere. Se colpisse la sua cima,in verità sanguinerebbe, ma continuerebbe a vivere. Permeato dal Sé vivente, l'albero si erge forte bevendo il suo alimento e rallegrandosi.
    "Ma se la vita [che è il Sé vivente] si allontana da un suo ramo, quel ramo muore; se abbandona un altro ramo, anche questo muore. Se abbandona un terzo ramo, anch'esso muore. Se abbandona tutto l'albero, l'intero albero muore. Dopo questo, figlio mio, ascolta quanto segue." Così il padre parlò ancora.
    "In verità, questo corpo appassisce e muore quando il Sé vivente lo abbandona, ma il Sé vivente non muore.
    "Quella che è la sua sottile essenza — in essa tutto ciò che esiste ha il suo sé. Essa è il Reale, e tu, o Śvetaketu, sei tutto ciò."
    "Per favore, Signore, insegnami ancora di più," disse il ragazzo.
    "Così sia, figlio mio," rispose il padre.
— Chāndogya-Upanishad, vi, 12-13, 11

I diversi sistemi filosofici dell'Indostan meritano tutti uno studio accurato, ma qui basta solo esaminare i sei Darśana o "Visioni" creati dal genio della mente hindu. Il principale di essi è il Vedānta, letteralmente la "fine dei Veda," che ha sviluppato tre scuole: la Advaita-Vedānta" o "non-dualistica," il cui esponente più importante è stato Śaṅkarāchārya; la "Dvaita-Vedānta" o "dualistica," e la scuola "modificata non-dualistica" denominata "Viśishṭa-Advaita." Nonostante tutto il merito intrinseco di queste varie "Visioni" o sistemi di pensiero, nessuna di esse si eleva ai livelli altissimi dell'insegnamento esoterico come fa la dottrina Gautama il Buddha. Sia cercando nella letteratura della Scuola Meridionale, o rivolgendoci alla più mistica elaborazione della Scuola Mahāyāna, che si trova nell'Asia Centrale e Settentrionale, è incondizionatamente affermato che il Buddhismo, in particolare la sua diramazione settentrionale, ha un così forte e vitale significato interno nelle sue varie scritture quanto ne ha qualsiasi grande religione del mondo.

Allegorie, parabole e simboli, nascondendo le sublimi verità, hanno una loro funzione universale da espletare nella distribuzione dell'insegnamento filosofico e religioso. Alcune di queste allegorie sono spesso rozze, forse repulsive; ma questa sensazione nasce, almeno ad un grado molto esteso, nel nostro automatico rifiuto mentale di quello che non ci è familiare nel pensiero religioso e filosofico.

Quale simbolo, inoltre, potrebbe essere più spiacevole di quello del serpente così grossolanamente rappresentato nel Genesi? Ma le scritture ebraiche non sono le uniche ad impiegare il serpente come simbolo di un insegnante spirituale, perché la letteratura hindu offre degli esempi alquanto numerosi in cui la serpe o serpente chiamato nāga o sarpa sta come un appellativo dei grandi insegnanti, uomini saggi, spiriti della luce come pure delle tenebre. In verità, gli abitanti di Pātāla — che significa "inferno" ma anche le regioni che si trovano agli antipodi della penisola hindu — sono chiamati Nāga: ed Arjuna, nel Mahābhārata (I, śl. 7788-9), è raffigurato mentre viaggia verso Pātāla, dove sposa Ūlūpi, la figlia di Kauravya, Re dei Nāga a Pātāla.

Perché il serpente, sia nelle scritture ebraiche che cristiane, è stato chiamato "menzognero" e pure "ingannatore," e a quella patetica figura della teologia medievale, il Diavolo, hanno dato l'appellativo di "serpente tentatore" e anche di "Padre delle Menzogne"? Perché si è pensato che il serpente del Giardino di Eden, che tentò la prima coppia umana a compiere il male, fosse l'incarnazione o il simbolo di Satana? D'altro lato, perché il serpente, con il suo andamento lento e sinuoso, sarebbe stato preso come simbolo della saggezza ed usato per indicare un iniziato, come nella frase attribuita allo stesso Gesù il Cristo: "Siate saggi come serpenti e innocui come colombe?"

La risposta è semplice. Proprio come le forze della natura sono di per sé neutre, e diventano ciò che gli umani chiamano "bene" o "male" in seguito al cattivo uso che ne fanno gli individui, precisamente così un'entità naturale, quando è usata come una raffigurazione simbolica, diventa utilizzabile in senso buono o cattivo. Questa realtà è mostrata nel linguaggio sanscrito, dove si fa riferimento agli iniziati, sia del sentiero della mano destra che della mano sinistra, con parole che trasmettono le caratteristiche del serpente. I Fratelli della Luce sono designati Nāga, mentre i Fratelli delle Tenebre o delle Ombre sono più appropriatamente chiamati Sarpa, termine che deriva da srip, che significa "strisciare," "procedere lentamente" in maniera scaltra e furtiva e, quindi, metaforicamente, "ingannare" con abilità o insinuazione.

I Fratelli della Luce e i Figli delle Tenebre sono entrambi centri focali di potere, di sottile pensiero ed azione, di saggezza ed energia. Le stesse forze naturali sono impiegate da entrambi. I Nāga, i "serpenti" spirituali di saggezza e luce, ai quali alludeva Gesù, sono sottili, benevoli, saggi, e dotati del potere spirituale di spogliarsi del rivestimento fisico, la "pelle" o corpo, quando l'iniziato è diventato vecchio, e di assumere a volontà un altro corpo umano più nuovo, più giovane. L'altra classe, i Sarpa, sono insinuanti, ingannatori, velenosi nella motivazione e nell'azione, e quindi molto pericolosi.

In quest'uso della figura del serpente come velo di un significato segreto, e nell'elaborazione delle caratteristiche del serpente sotto forma di allegoria e storia, si percepisce chiaramente l'antica maniera di mascherare le verità naturali.


  

Capitolo 3

Mondi Visibili ed Invisibili

Una delle principali dottrine della Tradizione Esoterica afferma che l'universo è un organismo settuplo (o decuplo), vale a dire che è un'entità vivente, le cui le varie parti componenti sono anche esseri, alcuni più o meno intelligenti e coscienti di altri, poiché la relativa pienezza di questa coscienza ed intelligenza diminuisce a ciascun passo "verso il basso" sulla scala cosmica della vita. La forma più comune in cui questa dottrina è divulgata è quella dei cieli e degli inferni: sfere di ricompensa per una vita giusta, e sfere di punizione purgatoriale per una vita sbagliata. La maggior parte delle antiche letterature non ha mai localizzato questi regni di felicità o sofferenza in qualche parte dell'universo visibile, ma è stato sempre affermato che fossero regni invisibili o eterei dell'universo.

Le cattive idee monastiche che l'inferno sia situato al centro della terra, e che il cielo sia localizzato nell'atmosfera superiore, furono magnificamente esposte da Dante nella sua Divina Commedia — un'eco distorta del travisamento delle storie mitologiche greche e romane sull'Olimpo e sul Tartaro. Anche queste idee exoteriche contenevano invariabilmente il corollario inespresso che questi regni fossero più eterei della nostra grossolana terra; inoltre, queste idee erano l'ultimo sforzo disperato degli istinti umani per tessere una struttura di luogo e di tempo dove le anime degli uomini sarebbero andate quando la loro vita sulla terra aveva finito il proprio corso.

Simili alle precedenti erano le successive nozioni di alcuni teologi cristiani o mistici improbabili: che l'inferno si trovasse nel sole o sull'arida superficie della luna, o in qualche altro luogo fuorimano; o, ancora, che il cielo si trovasse oltre le nuvole, in qualche invisibile regione molto lontana dell'etere blu. Ma tutte queste località quasi fisiche del cielo e della terra avevano un'origine piuttosto recente; e quando i primitivi insegnamenti dei regni invisibili erano scomparsi dalla memoria dell'Occidente, sopraggiunse allora la nuova e mentalmente rinnovante influenza della ricerca scientifica europea, la quale mostrava che non c'era alcuna vera ragione di localizzare l'inferno o il cielo in qualche parte dell'universo fisico.

La scienza dell'antropologia, studiando le rispettive mitologie delle razze umane, ha provato che la mente dell'uomo è molto incline ad elaborare sistemi di pensiero che trattino mondi invisibili, che sono l'origine e la meta delle anime umane, più di quanto lo sia a trovare le rispettive località di purificazione o di ricompensa nelle regioni del nostro globo fisico — come fece la mitologia, molto exoterica, della Grecia e di Roma, e la mitologia medievale del Cristianesimo, copia fedele della prima.

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Ora, quando un teosofo parla di mondi invisibili, non intende mondi che siano meramente invisibili nel senso che non sono visti, ma si riferisce ai mondi che sono il retroterra e il fondamento cosmico dell'universo visibile, i regni causativi, le radici delle cose. Quando gli spiritisti parlano di questa "summerland," o i cristiani del loro "cielo" e del loro "inferno," entrambi hanno una fugace intuizione che esista una verità dietro a ciò che dicono, che esista qualcosa al di là del velo fisico. Questa sensazione è indubbiamente corretta. Ma è più di qualcosa; è un vasto universo, un cosmo organico di molteplici tipi di mondi, piani e sfere, collegati, interrelazionati, interattivi, interconnessi, e intervitali.

Cos'è questo nostro mondo fisico visibile? Di cosa è composta la nostra terra, e come mantiene il suo posto e i suoi movimenti compositi nello spazio? Come fa, in verità, ad essere sospesa senza rischi nel cosiddetto vuoto? Come fanno gli altri pianeti e il sole a trovare la loro posizione nei vasti regni dell'infinito. Cosa sono le stelle, le nebulose, le comete, e tutti gli altri corpi apparentemente disseminati a caso nello spazio? Non vi è nient'altro che i corpi celesti visibili — e dietro di loro, intorno a loro e dentro di loro, non c'è che il nulla?

Viene in mente la primitiva idea teologica del Cristianesimo: che il Signore Iddio creò i cieli e la terra dal "nulla." Il nulla è il nulla, e dal nulla nessuna cosa può derivare, perché essa è il nulla. È una parola, una fantasia, un qualcosa che si attiene al modello della fantasia dell'immaginazione, come quando parliamo di una sfera piatta o di un triangolo che ha quattro lati. Queste sono parole senza senso e quindi un controsenso. Siamo portati e dedurre che il "nulla" precosmico dei cristiani deve aver contenuto come minimo la struttura infinitamente sostanziale dell'immaginazione divina, o il pensiero più la volontà. Persino il più ortodosso ed exoterico dei teologi difficilmente asserirebbe che la volontà divina e l'immaginazione divina e il potere creativo divino siano il nulla!

Proprio qui vediamo che anche lo schema cristiano, basato sulla filosofia pagana quasi dimenticata e travisata, diventa singolarmente affine all'insegnamento di tutte le filosofie e religioni, nel senso che, in ultima analisi, e risalendo alle primordiali origini manvantariche, l'universo con la sua sbalorditiva rete d'esistenza manifestata fu costruito fuori dalla sostanza della stessa essenza divina. Questa conclusione potrebbe risultare estremamente sgradita alla posteriore scuola degli esegeti cristiani; ma se il loro schema biblico e teologico ha un qualche valore, per evitare di essere rifiutato dovrà riconoscere la sua origine elevata. Perciò, in tutta l'antichità si credeva universalmente che ci fosse un invisibile retroterra, una vasta rete cosmica di esseri e cose che, nel loro aggregato e in simbiosi con i mondi in cui vivono, formano i regni causativi di tutti i mondi fisici che sono disseminati oltre gli spazi dello Spazio: l'invisibile struttura sostanziale del cosmo in cui questi mondi visibili trovano collocazione e posizione, e da cui prendono tutte le forze, le sostanze, e le leggi causative dell'essere che li rendono ciò che essi sono.

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Tutte le sfere o mondi manifestati a carattere materiale o semimateriale sono chiamati, strettamente parlando, inferni, perché l'esistenza degli esseri autocoscienti nei mondi della materia è talmente bassa a paragone delle sfere superiori. È abbastanza vero che queste "discese" o "ascese" sono tutte coinvolte nel viaggio evolutivo di lunghi eoni al quale le monadi pellegrine devono sottoporsi per ottenere l'esperienza pienamente autocosciente in ciascuno dei molteplici piani di vita cosmica. Nondimeno, questa "discesa" nelle sfere più materiali è appropriatamente considerata come una "caduta" e, di conseguenza, queste sfere inferiori sono tecnicamente degli inferni.

Molte delle antiche scritture descrivono alcuni di questi inferni proprio come il contrario di quello che il comune cristiano dei periodi medievali considerava come l'inferno teologico dei suoi manuali religiosi. Alcuni degli inferni nelle scritture brahmaniche o buddhiste sono, a giudicare dalle loro descrizioni mistiche, luoghi del tutto piacevoli!

Il nome generico per le vaste moltitudini di esseri semicoscienti, coscienti, ed autocoscienti, che abitano i mondi etericamente o spiritualmente superiori alla vita terrena, è deva — per usare un termine comunemente adoperato negli scritti hindu. Questo termine è quindi dato a quelle classi di esseri autocoscienti che "discendono" nelle sfere inferiori per acquisire esperienza. Una famiglia del genere è la famiglia umana che, strettamente parlando, è una gerarchia di deva. Ma la famiglia umana non è la sola gerarchia di deva.

L'importanza di quest'osservazione sarà percepita dagli studiosi delle antiche tradizioni che hanno familiarità con l'uso del termine "deva." Ad esempio, quando nella letteratura buddhista e brahmanica è stabilito che ci sono quattro divisioni generali di deva che vivono in sfere superiori a quella della terra, è un riferimento ai quattro piani cosmici proprio sopra il piano su cui si trova il nostro pianeta e, quindi, indica direttamente e con precisione i sei globi della nostra catena planetaria della terra superiori a questo globo. Questa realtà in se stessa dà un senso penetrante al significato interiore di gran parte delle scritture, come ad esempio dove si mostrano i deva che in certe condizioni sono più o meno strettamente associati alla sotto-gerarchia o famiglia umana.

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Questo universo fisico non è che il guscio, l'apparenza esterna e la manifestazione di realtà interne e causative; nel guscio ci sono le forze che lo dirigono. I mondi interiori sono le sue radici che si trovano nelle profondità dell'infinito interno, radici che sono collettivamente quel sentiero eterno del quale hanno parlato gli istruttori del mondo e che, se fedelmente percorso, conduce l'uomo con una coscienza sempre più sviluppata direttamente al cuore dell'universo — un cuore che non ha né una collocazione né una dimensione né una posizione e nemmeno una chiara definizione materiale, perché è l'Infinito stesso.

I veri veggenti con il loro "occhio interiore" risvegliato (in Oriente misticamente chiamato "l'Occhio di Śiva") hanno una conoscenza, che dirigono a loro volontà, di queste sfere fuori dalla nostra gerarchia, perché possono proiettarsi nell'intercomunicazione vibrazionale con queste energie e poteri superiori; e così, per il tempo in cui sono autocoscienti vivono su quei piani interiori e subito acquisiscono direttamente la conoscenza di quei regni. Tuttavia questo "occhio aperto," questa facoltà spirituale di visione interiore, può essere ottenuta da tutti gli uomini durante la vita e, ultimo ma non secondario, allenandosi sotto la guida di un insegnante idoneo. Il loro primo passo in direzione di questa comunione è la volontà e l'azione di mettere piede sul sentiero.

È così che la natura, nei suoi regni interiori ed esterni, è sperimentata dalla sola pietra di prova degna di fiducia nella vita umana — la coscienza dell'individuo. La coscienza interiore viene in diretta relazione, senza interferenze secondarie, con il cuore dell'universo, e allora sopraggiunge la realizzazione della verità per l'aspirante sincero, perché egli si identifica nelle attività interiori dell'universo.

Non c'è altro metodo di venire in contatto con la comprensione dei mondi interiori, se non facendo in modo che la propria coscienza entri in unione con la loro sostanza; e una delle prime lezioni insegnate all'aspirante è che l'unico vero modo per comprendere un essere o una cosa è di diventare, almeno temporaneamente, l'essere o la cosa stessa. In questa semplice affermazione c'è molto più di quanto appaia in superficie, perché su di essa si basano tutti i riti e i cerimoniali dell' iniziazione genuina. Per un uomo è possibile comprendere l'amore o sentire la simpatia soltanto se, per il tempo che dura, la sua essenza diventa lo stesso amore o simpatia. Stare semplicemente in disparte e prendere in esame queste funzioni della costituzione umana, crea una fatale dualità tra l'osservatore e l'osservato, il soggetto e l'oggetto, ergendo così una barriera di distinzione. Solo amando comprendiamo l'amore; solo entrando in sintonia percepiamo e comprendiamo la simpatia, altrimenti parliamo o speculiamo soltanto su cosa siano di per sé la simpatia e l'amore.

Quando si studia la forma, la bellezza o il profumo di qualche amabile fiore, avvertiamo piacere ed una certa elevazione di pensiero e sentimento; ma realizziamo di essere diversi dal fiore perché noi siamo l'osservatore e il fiore è l'osservato; se invece proiettiamo la nostra coscienza nel fiore stesso e diventiamo temporaneamente quel fiore, possiamo comprendere tutto quello che il fiore significa di per sé e in sé.

Questi pensieri contengono l'essenza e la sostanza di una grande verità. Nemmeno il più grande adepto può entrare nella natura e nei segreti dei mondi invisibili e comprenderli appieno, a meno che non proietti la sua coscienza percettiva nella loro unità spirituale e psichica. Quando questo avviene, per tutto quel tempo egli è coscientemente parte integrale di questi mondi interiori, delle loro rispettive caratteristiche e delle diverse energie e qualità.

È solo diventando simpateticamente uno con il soggetto o l'oggetto di studio, che possiamo tradurre in pensieri umani per gli altri ciò che sperimentiamo. È così che i grandi geni del mondo hanno arricchito e dato un senso alla vita umana con ciò che essi hanno trasmesso ai loro simili. Se leggiamo la poesia mistica e ideologica delle antiche leggende, come ad esempio nella mitologia celtica e scandinava, siamo profondamente consapevoli delle loro verità, perché il veggente o il bardo canta di udire la crescita dell'erba o il canto dei corpi celesti nelle loro orbite, o di comprendere il linguaggio dell'ape o le voci del vento.

È possibile passare autocoscientemente da un universo o da un campo gerarchico dell'essere in qualche altra sfera gerarchica. Infatti, è una delle esperienze umane più comuni, così ordinaria, che le esperienze entrano nella nostra coscienza come semplici passaggi di routine, e non vediamo la foresta nella sua bellezza a causa degli alberi. Ognuno, quando dorme, entra in un altro piano o regno di coscienza. Ciò deve intendersi alla lettera, e non dobbiamo considerarlo soltanto come una suggestiva variazione pittorica dei pensieri della giornata appena conclusa. Se modifichiamo gli indici di vibrazione di qualsiasi particolare stato, entriamo quindi in regni differenti dell'universo, inferiori o superiori, secondo il caso personale. Chi cambia la vibrazione emotiva di odio o amore e lo fa seguendo il comando della sua volontà, sta esercitando una parte della sua costituzione interiore che, prima o poi, se allenata più perfettamente lungo la stessa linea, sarà capace di oltrepassare il velo presumibilmente denso delle apparenze, perché esercitandosi in questo modo egli avrà allenato la facoltà appropriata e il suo organo coordinato ad agire così. Chi resiste vittoriosamente alla tentazione di fare il male e di rimanere ad un livello inferiore a quello che egli stesso è, esercita in lui la facoltà che un giorno lo renderà capace di passare autocoscientemente dietro il velo nelle tremende prove dell'iniziazione.

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Poiché nostri sensi ci parlano solo di una piccola parte delle forze, della gamma di energie e sostanze universali che riempiono l'universo, e che sono veramente l'universo stesso, devono ovviamente esistere altri mondi e sfere che sono invisibili alla nostra vista, intangibili al nostro tatto, e che possiamo conoscere solo imperfettamente attraverso il delicato apparato della mente — poiché non abbiamo ancora allenato la mente a diventare un tutt'uno, simpateticamente e vibrazionalmente, con ciò su cui essa investiga. Il nostro apparato sensoriale non è altro che un canale attraverso il quale otteniamo la conoscenza solo del mondo fisico. L'entità pensante in noi, la mente, l'anima, la coscienza — che possiedono sensi di gran lunga più raffinati e più sottili di quelli del nostro corpo grossolano — sono il Pensatore e il Conoscitore. Nessun uomo ha ancora provato i vasti poteri del suo ricevitore psico-spirituale — cosa esso può fare e conoscere, e ciò che può ottenere guardando interiormente. In verità, i nostri cinque sensi effettivamente distraggono la nostra attenzione verso l'esterno, nel vasto e confuso tumulto delle cose fenomenali, invece di rivolgerla verso i canali della saggezza e della conoscenza, i regni causativi interiori, sia dell'universo che della nostra costituzione.

Né abbiamo qualche controllo adeguato sui nostri pensieri, che corrono alla rinfusa attraverso il nostro cervello come un'orda di elementali quali effettivamente sono, spesso portando alla rovina anche la nostra moralità. In realtà, sappiamo poco delle nostre facoltà interiori — spirituali, intellettuali, psichiche — e dell'apparato sensoriale corrispondente a ciascuna delle sue categorie che, in ogni caso, sono di gran lunga superiori e più sottili di quelle fisiche. Se questi sensi interni fossero sviluppati più perfettamente, allora saremmo in grado di riconoscere i mondi invisibili ed i loro abitanti, ed avere con essi un rapporto cosciente — e nei regni superiori saremmo effettivamente capaci di colloquiare con gli dèi. Queste osservazioni non hanno alcun riferimento ai fantasmi o ai cosiddetti spiriti dei morti.

Le menti più geniali della scienza moderna si stanno avvicinando ad un concetto più ampio della Vita Universale e delle relazioni che l'uomo ha con essa. Dicono alcune cose sorprendenti che contrastano con le idee scientifiche anche degli ultimi quindici anni. Il Manchester Guardian ha recentemente pubblicato un articolo intitolato "La Nuova Visione dell'Universo" [1935] dal quale riportiamo questo estratto:

Perché tutta la materia dell'universo si è divisa in milioni di sistemi di stelle, gas, e polvere, abbastanza uniformemente calibrati e distribuiti? . . .
Da dove venne la nube primordiale? Forse dalla quinta dimensione! Sir J. H. Jeans ritiene che la difficoltà di spiegare la configurazione dei bracci a spirale nelle grandi nebulose [galassie] può essere risolta solo dalla scoperta che i centri di queste nebulose sono aperture attraverso le quali la materia sgorga da qualche altro universo dentro al nostro. . . .
Se questo fosse vero, cosa dire della quinta dimensione? Cos'è l'iper-universo tipico della quinta dimensione? Quali specie di entità lo popolano? Da dove viene la stessa quinta dimensione?

Qui abbiamo un moderno scrittore scientifico sulla stessa linea che avrebbe puto seguire qualche antico veggente. Apparentemente, egli trae la conclusione che è da queste altre "dimensioni" che si riversa nel nostro universo fisico la materia, che significa energia proveniente da un universo al di là del nostro — un insegnamento della teosofia arcaica dei tempi preistorici, da cui le successive religioni e filosofie derivarono i loro contenuti sostanziali. Questo vecchio insegnamento, un'affermazione vera ed intuitiva di saggezza occulta, nel senso che nel cuore delle nebulose o galassie che cospargono gli spazi dello Spazio, devono esistere quelli che sono chiamati "punti singoli" o centri dai quali, e attraverso i quali, la materia fluisce nel nostro universo fisico, e questo flusso di energia sostanziale ci arriva da una "quinta dimensione." Per dirlo con le sue parole in Astronomy and Cosmogony, questi centri sono punti "da cui la materia si riversa nel nostro universo da un'altra dimensione spaziale del tutto estranea, per cui, ad un abitante del nostro universo, essi appaiono come punti in cui la materia è incessantemente creata." (p. 352)

L'uso della parola dimensione è inadeguato perché è inesatto. Dimensione è un termine di misura. Ma, dopo tutto, cosa importa, se dà l'idea essenziale? Questa dimensione egli la chiama quinta, seguendo la posizione di Albert Einstein, poiché la quarta dimensione apparentemente è il tempo. Queste dimensioni preferiremmo chiamarle mondi, sfere o piani, il retroterra causativo di tutto l'universo che vediamo. I nostri principi umani superiori vivono in questi regni invisibili, impropriamente chiamati "altre dimensioni"; quindi, lì noi siamo a casa, come i nostri corpi fisici sono a casa qui sulla terra.

Poiché l'universo è un vasto organismo, ed ogni cosa in esso contenuto è una parte inseparabile in quanto inerente e composta; di conseguenza, l'uomo ha in sé tutte le cose che ha l'universo, perché è una porzione inseparabile dell'insieme cosmico. Inoltre, essendo egli una parte inseparabile dell'universo, ogni energia, ogni sostanza, ogni forma di coscienza nell'infinitudine dello Spazio illimitato è in lui, latente o attiva. Quindi l'uomo può conoscere seguendo il sentiero che porta sempre più dentro se stesso, verso il suo sé essenziale, poiché in questo modo la conoscenza della realtà da lui ottenuta è diretta. Su questi fatti si basano tutti i cicli iniziatici e la grande saggezza e conoscenza che vi sono acquisite.

L'antico insegnamento Ermetico dei greci di Alessandria, che lo trasmisero da fonti ancora più antiche è espresso nel noto aforisma: "Ciò che è in basso è identico a ciò che è in alto; ciò che è in alto è identico a ciò che è in basso." Questa è una delle dottrine fondamentali dell'antica religione-saggezza, su cui si basa la legge dell'analogia: che il grande si rispecchia nel minuscolo, nell'infinitesimale; e ugualmente, l'infinitesimale riflette il cosmico. Perché? Perché l'universo è un solo vasto organismo, e una sola Legge opera attraverso il tutto; quindi, ciò che è attivo o latente in una sfera, deve essere attivo o latente in tutte, tenendo debitamente conto dei gradi diversi di eterealità o materialità delle sostanze di questi rispettivi mondi. Questi mondi interni controllano dunque quelli esterni, e tutto quello che accade sul piano fisico è il risultato di forze interne, sostanze e poteri, che si esprimono esternamente. Le facoltà dell'uomo attraverso il suo corpo fisico si esprimono esattamente nello stesso modo, poiché l'uomo, in piccolo, è una copia di ciò che l'universo è in grande.

Terremoti, maremoti, eruzioni vulcaniche, aurore boreali ed australi, vento, grandine, tempeste elettro-magnetiche; la precessione e la recessione dei periodi glaciali; malattie endemiche, epidemiche e pandemiche; il tranquillo crescere dell'erba nei campi o lo sbocciare dei fiori; lo sviluppo di una cellula microscopica in un essere umano all'incirca di quasi un metro e novanta; le grandi forze titaniche che agiscono in seno al nostro sole e sulla sua superficie, ed i periodici percorsi seguiti dai pianeti con una precisione invariabile — sono tutti esempi di come lavorano queste forze causative interne, le forze impellenti racchiuse nei mondi interiori, che si manifestano esternamente. Infatti, tutti questi fenomeni non sono altro che effetti nelle nostre sfere fisiche esterne di ciò che avviene negli invisibili regni interni. Le cose hanno luogo lì all'interno e quando i punti d'unione o di contatto sono abbastanza vicini a noi, allora la nostra sfera fisica sente gli effetti nella stupefacente massa di fenomeni prodotti dalla natura.

L'idea di qualche scienziato che la sorte o il caso prevalga attraverso tutto l'universo esterno può forse attribuirsi al vecchio concetto materialistico del "determinismo fisico," che sostanzialmente è l'idea che nell'universo non ci sia nulla tranne la materia priva di impulsi, priva di anima, vitalmente non guidata, che si muove in maniera fortuita verso mete inconoscibili o sconosciute. Questi scienziati si sono ribellati all'illogicità di questa concezione, e hanno cercato di rifugiarsi in concetti puramente matematici dove il loro desiderio inespresso è che la legge e la regolarità si manifestino dappertutto, ma dove c'è abbastanza vaghezza di un retroterra causativo per ammettere l'intrusione di un'intelligenza cosmica dirigente. Tuttavia essi mancano di vedere che l'idea della sorte o del caso è in se stessa solo un ricadere nello stesso vecchio determinismo fisico-materialistico sotto una forma diversa.

I mutevoli punti di vista degli scienziati, scaturiti dalla scoperta di nuovi fatti naturali, significano che c'è un flusso nel pensiero scientifico, del quale nessun uomo ci ha tuttavia dato la finalità. Indubbiamente molte idee che sono state diffuse come scientifiche e successivamente abbandonate a favore di nuove idee, possono essere riprese e ristrutturate per adattarsi a ciò che il futuro ha in serbo. In particolare, questa è una possibilità connessa a quello che oggi è comunemente chiamato "indeterminismo," che in qualche modo è chiaramente materialistico come lo era il vecchio determinismo ora non più in auge, e che sembra ancora lo stesso determinismo in una nuova forma. Sarebbe ovvio che, se l'indeterminismo deve essere considerato come semplice sorte o caso o un'azione fortuita, questo non può sussistere in un universo che questi stessi scienziati definiscono così spesso come l'opera di un "matematico cosmico" — di un'intelligenza cosmica. Una sia pur piccola mescolanza di casualità ed intelligenza come sarebbe l'ordine cosmico, implicherebbe, da un lato, la legge e l'azione determinata, e dall'altro, il caso irresponsabile che significherebbe disordine cosmico.

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Il teosofo non è fatalista. L'universo, con tutto ciò che contiene,è il risultato di un'inerente catena di causalità che si estende dall'infinità del passato all'infinità del futuro. Ogni cosa nell'universo è una conseguenza di cause precedenti che generano gli attuali effetti — prova dell'azione o funzionalità di innumerevoli volontà ed intelligenze nell'universo. Persino Spinoza, un panteista, riecheggiò l'insegnamento delle Upanishad che l'universo non è che una manifestazione o un riflesso della coscienza della Divinità cosmica, proprio come la Tradizione Esoterica fa derivare tutto quello che esiste da questa primordiale ed incomprensibile sorgente divina, da cui tutto è scaturito e alla quale tutto ritornerà; e quindi che il cosmo, con tutto ciò che vi è contenuto, è costruito sulla sostanza-coscienza intesa come la sua essenza. Non si può supporre che tra questa invisibile sorgente divina e l'universo fisico non vi siano gradi intermedi di legami interagenti, essendo questi legami veramente il vasto campo dei mondi invisibili o sfere, che sono i fattori causativi nella manifestazione cosmica.

L'uomo, di conseguenza al fatto che è una gerarchia minore emanata dalla stessa sorgente divina, possiede la sua misura d'intelligenza e potere di volontà che sono parti inerenti alla costituzione interiore. Collettivamente, l'umanità è uno degli sterminati eserciti degli aggregati gerarchici di intelligenze e volontà che riempiono l'universo, con ciascuna di tali gerarchie che vive sul proprio mondo per noi invisibile, e dentro di esso. Quindi l'uomo può incidere il suo destino come vuole, perché egli ha in sé gli stessi fattori che animano e governano l'universo. É circondato da leggi universali alle quali è inevitabilmente legato perché ne fa parte; e fuori dall'universo niente può muoversi, e dentro di esso niente può provenire dall'esterno perché non vi è esterno. E poiché egli contiene tutto ciò che l'universo contiene, ha possibilità di comprendere ogni cosa nell'universo — le più grandi questioni di natura cosmica possono trovare in lui la loro soluzione se egli penetra abbastanza profondamente nei regni invisibili della propria costituzione.

Poiché l'uomo, nella sua natura, è sia visibile che invisibile, poiché ha corpo, mente e spirito — ugualmente così l'universo deve essere visibile ed invisibile, perché la parte non può contenere più dell'insieme di cui è una porzione integrale. Il nostro globo, il sole, i pianeti, le stelle, le nebulose e le galassie; le comete, gli atomi e gli elettroni — sono tutti governati secondo lo stesso piano cosmico dalle energie che, essendo sostanziali, hanno i propri piani interiori, e si esprimono sul nostro piano fisico quando, scendendo verso il basso, lavorano su di esso e in esso. In verità, queste energie hanno origine da quei meravigliosi mondi invisibili che, in ultima analisi, sono loro stesse.

Ogni essere, non importa quanto sia piccolo o grande, è una vita che evolve. Poiché ciascuno di questi corpi visibili nell'universo altro non è che un aggregato di tali vite, abbiamo un indizio riguardo al vero significato degli antichi filosofi che parlavano di soli e di stelle come entità viventi, attive ed intelligenti, che creavano e disfacevano il karma. Sono quelle che i greci antichi chiamavano "entità animate," zōa, da cui deriva il termine "zodiaco," che significa il cerchio degli "esseri viventi"; e che i filosofi latini chiamavano animali — un termine usato con il significato originario di entità animate, e non nel senso ristretto di bestie.

Alcuni dei primi Padri cristiani insegnavano esattamente la stessa cosa: che il sole, le stelle e i pianeti, erano "esseri viventi." Tale è l'insegnamento esplicito del grande teologo greco Origene:

Non solo le stelle possono essere soggette al peccato, ma effettivamente non sono libere dall'esserne contagiate. . . .
E poiché notiamo che le stelle si muovono secondo un ordine e una regolarità tale che questi movimenti non sembrano in nessun momento soggetti a squilibrio, sarebbe il massimo della stupidità asserire che un metodo ed un piano così consistenti e ordinati all'osservazione possano essere attuati e completati da esseri senza ragione. . . . Tuttavia, poiché le stelle sono esseri viventi e razionali, indiscutibilmente ci possono essere tra di loro sia progresso che regresso. — Primi Principi, Libro I, cap. vii, 2-3

Ancora, nel suo trattato Contro Celso:

Poiché crediamo che anche lo stesso sole, la luna, e le stelle, preghino la divinità suprema attraverso il suo Figlio Unigenito, pensiamo che non sia appropriato pregare questi stessi esseri che offrono preghiere.
Noi cantiamo inni all'Altissimo e al suo Unigenito che è il logos e anche Dio; preghiamo Dio e il suo Unigenito, come fanno il sole, la luna, le stelle, e tutte moltitudini degli eserciti celesti. — Libro VIII, cap. lxvii

Inoltre, il punto di vista dei primi cristiani sulla vitalità innata che opera attraverso i corpi celesti, come veicoli della Vita Cosmica, lo possiamo riscontrare negli scritti del Padre latino Girolamo, che qui ripete gli insegnamenti di Origene:

Rispetto ai corpi celesti, dovremmo notare che l'anima del sole, o in qualsiasi altro modo possa essere chiamata, non cominciò ad esistere quando il mondo fu creato, ma prima che entrasse in quel corpo splendente e luminoso. Dovremmo sostenere simili punti di vista anche riguardo alla luna e alle stelle. — Epistole, Lettera ad Avito

È anche interessante notare che, a dispetto della condanna delle dottrine di Origene e della sua scuola da parte dei concili di Costantinopoli del sesto secolo, queste dottrine prevalsero più o meno apertamente attraverso tutta la comunità cristiana, e i loro echi continuarono anche nel Medioevo. Gli scrittori ecclesiastici dei periodi bui e medievali hanno molti passaggi che si riferiscono al sole e alle stelle e che, storicamente parlando, sono comprensibili solo sulla supposizione che siano più o meno riflessi delle dottrine di Origene e della sua scuola che, a loro volta, erano riproduzioni distorte degli insegnamenti pagani. Queste dottrine erano già largamente degenerate e travisate al tempo in cui Origene e la sua Scuola le divulgarono nella comunità cristiana, e furono, inoltre, più o meno distorte nel loro originario significato pagano dal pregiudizio mentale dei teologi dei cristiani che successivamente le insegnarono.

È direttamente agli antichi che dobbiamo rivolgerci se vogliamo ottenere uno schema più o meno definito del pensiero originario. È da Platone in particolare, e da Pitagora e la sua scuola, che sono derivate queste dottrine che alcuni Padri della Chiesa hanno ripreso e modificato ai loro scopi patristici. L'insegnamento arcaico non diceva che le stelle e gli altri corpi celesti luminosi fossero, nelle loro forme fisiche, angeli o arcangeli, ma che ciascuno era la dimora o il canale di manifestazione di qualche entità "angelica" sottostante. Ogni corpo celeste, una nebulosa, una cometa, una stella, o un pianeta pesante e roccioso come la nostra sfera terrestre, è un centro focale o una lente attraverso la quale si riversano le energie, i poteri, e le sostanze, che lo attraversano provenendo da sfere invisibili.

Ricordando quest'insegnamento, si vedrà subito che la terra, come madre e produttrice di esseri animati che traggono da lei la propria vita, è considerata un "animale," ed è quindi un organismo vivente ed animato. La terra ha anche un misterioso principio di istinto, o un principio quasi pensante. E anche le sue azioni e reazioni vitali, che si manifestano come fenomeni elettromagnetici — che nascono realmente dallo jīva della terra — tempeste elettriche e magnetiche, terremoti, e così via. Proprio come l'essere umano nei suoi principi inferiori è un "animale" o entità animata, così la terra è un essere animato nei suoi principi inferiori. Ciascuno ha il suo progresso evolutivo, sebbene la terra e i suoi figli fisici siano strettamente collegati tra di loro. Come un uomo viene in esistenza dal microscopico seme umano, così la terra, come accade per qualsiasi mondo, venne in esistenza da un seme cosmico. Così, come nasce un uomo, con i dovuti cambiamenti di circostanze e tempo, nasce un mondo. Entrambi nascono da punti o centri di energia, e questi punti di energia sono sempre incorporati in un aggregato più o meno vasto di sostanze atomiche.

Così è apparso l'uomo. Così è apparsa la terra. Così è apparso il sistema solare. Così è apparsa la galassia. Così sono apparse un bilione di galassie. E quando sopraggiunge il grande cambiamento di vita che gli uomini chiamano morte, l'uomo, il mondo, il sistema dei mondi, si ritirano nelle sfere invisibili a riposare in pace, e poi riappaiono e cominciano un nuovo corso evolutivo su una scala o piano alquanto superiore.

Prendiamo un pianeta quale esempio. Fuori dalle sfere invisibili, nel suo avanzare verso il basso nella materia, interviene il centro di vita o seme o punto di energia, raccogliendo dentro di sé, man mano che s'ingrandisce e diventa sempre più materiale, gli atomi di vita che sono pronti e attendono. Questo seme evolutivo o punto di energia continua il suo viaggio verso la terra, o meglio, verso la materia, attraverso le varie sfere interne ed invisibili, finché appare nella parte altamente materiale del nostro sistema di mondo come una nebulosa, come un filo di debole luce che vediamo nei cieli a mezzanotte. Passa poi attraverso varie fasi nel processo d'ingrandimento; una delle fasi transitorie è quella di una cometa, e alla fine diventa un pianeta in uno stato altamente etereo. Il processo di materializzazione continua fino a raggiungere una fase come quella del pianeta Saturno, ad esempio — poiché Saturno è meno denso perfino di quanto lo sia l'acqua sulla nostra terra. Questo pianeta è in una delle sue prime fasi come sfera planetaria e, nel seguire l'evoluzione del suo corso evolutivo di vita, crescerà ancora più denso, e alla fine diventa una roccia, un globo come la nostra Madre Terra.

La nascita dei mondi è sempre stata un enigma che le ricerche e le scoperte scientifiche non hanno ancora risolto del tutto e, di conseguenza, vi sono numerose teorie al riguardo. Una di queste ipotesi planetarie è la teoria del prof. Moulton e del prof. Chamberlin, proposta nel 1929. In un opuscolo intitolato The Planetesimal Hypothesis, descrivono la loro teoria sulla nascita dei pianeti dal sole in qualche remoto periodo del passato, provocata dall'effetto dirompente dell'avvicinarsi di un altro sole o stella al nostro sole, che a quel tempo si suppone fosse senza figli o compagni, sollevando così enormi ondate sulla superficie del sole, che portarono alla lacerazione di vaste masse di sostanza solare dal corpo del sole; e il radunarsi dei pezzi solari strappati dal sole per l'azione della gravità, questi aggregati dei pezzi solari formarono l'inizio dei rispettivi pianeti.

Questo non è l'insegnamento della Filosofia Esoterica, la quale sostiene che il nostro mondo fisico, inclusi stelle, pianeti, ecc., è solo il rivestimento esterno o il velo di un aggregato interno, vitale ed intelligente, di cause che nella loro collettività formano, o meglio, sono la Vita Cosmica. Questa Vita Cosmica non è una persona, non è un'entità individualizzata. È molto, molto al di là di ogni concezione umana, perché Essa è illimitata, senza principio né fine, coestesa in magnitudo con l'infinito, coestesa con l'eternità nella durata senza fine. La Vita Cosmica è, in verità, l'ineffabile realtà sottostante a tutto ciò che è. Spirito e materia non sono che due manifestazioni di questo mistero, questa sostanza-coscienza di vita. A volte è chiamato Spazio astratto — la causa essenziale e anche strumentale sia dello spirito che della materia, cioè energia e sostanza.

Lo Spazio stesso è quindi Realtà, il noumeno sottostante o la causalità sostanziale, eterna ed illimitata, che nelle sue miriadi di forme o attività si mostra come la Vita Cosmica, manifestandosi nell'aspetto del moto eterno ed illimitato, combinato con la coscienza e l'intelligenza e, attraverso la manifestazione, come moto incessante diretto dalla coscienza e dalla volontà cosmica.

Potremmo dovremmo allora chiamarlo Dio o un dio? Decisamente no, perché vi sono molti universi; quindi, vi sono molti "spazi" sullo sfondo di uno Spazio incomprensibilmente più grande, senza una grandezza limitante, che include tutto. La nostra casa-universo è solo uno degli innumerevoli universi, in senso letterale, che cospargono i campi dello Spazio illimitato, e ciascuno di questi universi è vitalizzato ed intelligentemente ispirato dalla Vita Cosmica illimitata. Il mondo universale, lo spazio universale, è pieno di dèi, "scintille dell'eternità," anelli di un'eterna catena causativa di intelligenze che vivono, si muovono, ed hanno la propria esistenza, nei vasti spazi dell'infinitudine, precisamente come facciamo noi nella nostra casa-universo, in scala ridotta.

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Mentre alcuni dei mondi invisibili sono di sostanze ed energie molto più eteree di quelle che animano e strutturalmente compongono i mondi visibili, ci sono ugualmente mondi molto più materiali e grossolani del nostro. Entrambi ci sono invisibili ed intangibili perché i nostri sensi fisici non rispondono ai tassi vibrazionali che questi mondi superiori ed inferiori possiedono. In realtà, rispondono solo a una piccola gamma dell'universo fisico, la madre dei nostri sensi. È questa limitazione dei poteri del nostro apparato sensorio ad impedirci di essere in sintonia con questi ed altri tassi vibrazionali ampiamente differenti.

La ricerca scientifica afferma che solo la radiazione copre un diapason di sostanze vibrazionali che comprendono settanta ottave, spaziando dai raggi più penetranti e compatti conosciuti finora, chiamati per la prima volta dal dr. Millikan "raggi cosmici," attraverso ottave di grado meno ampio e vibrazionale come i raggi x, la comune luce, il calore, sino a quella forma di relazione usata nei lavori radiofonici. Di quest'intera gamma di settanta ottave, i nostri occhi percepiscono appena una sola ottava. Così, pur sorprendente com'è l'abilità della nostra ottica fisica di trasmettere al cervello la radiazione che chiamiamo luce, tuttavia non è che una parte delle settanta ottave che ci dicono qualcosa al riguardo — e questo qualcosa stesso è un'informazione imperfetta. C'è poco da meravigliarci che H.P. Blavatsky abbia scritto nella Dottrina Segreta che il nostro universo fisico è solo "luce" solidificata o cristallizzata — quasi esattamente ciò che nel ventesimo secolo la scienza chiama radiazione.

Se la luce, dunque, è la base sostanziale del nostro universo fisico, che dire dei mondi con un'intensa attività rilevata dalle gamme a destra e a sinistra della radiazione, che non possiamo riconoscere tramite i nostri sensi, ma della quale l'industria dei moderni operatori scientifici ci sta informando? Di fatto, la Tradizione Esoterica direbbe che questo diapason di settanta ottave è solo una porzione più ampia di quel campo particolare di attività e sostanza cosmica contenuta nelle gamme inferiori della luce astrale; e, inoltre, invece di esserci settanta ottave di radiazione o attività vibrazionale nella materia, ce ne sono almeno un centinaio, la cui gamma particolare sono i mondi astrale e fisico. Sopra e oltre queste, al punto di un'etereità maggiore, giacciono campi letteralmente inimmaginabili di attività cosmica, e ciascun campo o piano possiede la propria serie di sostanze e forze. Ci sono mondi dentro ai mondi, sostanze più eteree esistenti in sostanze più grossolane, le prime essendo i noumeni causativi dei secondi; e così comprendiamo il motivo dell'antico detto che il mondo visibile, tangibile, cosiddetto fisico, altro non è che il velo o rivestimento che copre quello invisibile ed intangibile.

La coscienza, comunque si possa esprimere, è l'origine di tutte le forme della forza cosmica. Poiché tutti questi mondi interni ed invisibili esistono mediante la forza e attraverso di essa nel suo aspetto duale di movimento vitale e di base sostanziale, e poiché questi mondi interni sono effettivamente nient'altro se non forme di forza o energia che si manifestano in innumerevoli maniere, la deduzione inevitabile è che questi mondi invisibili sono riempiti da eserciti di entità coscienti e semicoscienti, che agiscono, come noi, nelle loro rispettive sfere — che sono tutte sotto il dominio delle complessive leggi cosmiche dello sviluppo evolutivo.

Proprio come il nostro mondo fisico ha abitanti di varie classi, con sensi evoluti per rispondere ai tassi vibrazionali di quella parte del diapason della vita che appartiene al piano fisico, così questi mondi superiori (ed inferiori) hanno i loro abitanti particolari, con sensi e menti costruiti per rispondere ai tassi vibrazionali dei mondi in cui si trovano. Inoltre, proprio come l'uomo ha una vaga conoscenza di altri piani mediante le sue facoltà psichiche e mentali più sottili, così è per gli abitanti di questi mondi invisibili: la crescita progressiva della facoltà e degli organi sensoriali porta lentamente tutte le entità a comunicare con gli altri piani d'azione e di coscienza, e a conoscerli. Per gli abitanti di uno qualsiasi di questi mondi superiori o inferiori, la loro materia è tanto reale per loro quanto lo è la nostra per noi — in verità tanto irreale se comprendiamo quanto sia temporanea ed irreale la materia fisica. La materia nei mondi superiori per noi è forza, o forze; e la nostra materia è forza — e forze — per i mondi inferiori al nostro.

Quella che è chiamata esistenza oggettiva è quella parte dell'insieme illimitato che, su ogni piano, è riconosciuto dagli esseri la cui coscienza, in quel momento, funziona lì; ma l'oggettivo, per gli esseri la cui coscienza funziona contemporaneamente su altri piani o mondi, è soggettivo. Quindi è ovvio che tutto il nostro universo fisico appare soggettivo — e quindi invisibile ed intangibile — agli esseri la cui coscienza, in quel momento, funziona su altri piani, come questi mondi interni sono soggettivi per noi. Inoltre, questi altri mondi e piani interpenetrano il nostro mondo, noi ci muoviamo attraverso di essi ed essi si muovono attraverso di noi, inosservati da noi come i loro abitanti non sono coscienti di noi e della nostra sfera.

Questo è un suggestivo passaggio di H. P. Blavatsky sull'argomento:

l'occultista non colloca queste sfere al di fuori o al di dentro della nostra Terra, come fanno i teologi e i poeti, perché la loro ubicazione non è in alcuna parte dello spazio conosciuto o concepito dal profano. Sono, per così dire, fuse con il nostro mondo; lo interpenetrano e ne sono interpenetrate. Ci sono milioni e milioni di mondi e di firmamenti a noi visibili; e ve ne sono ancora di più che non sono visibili al telescopio, e molti di questi non appartengono alla nostra sfera oggettiva di esistenza. Sebbene ci siano invisibili come se fossero a milioni di miglia dal nostro Sistema Solare, essi sono con noi, vicino a noi, dentro il nostro stesso mondo, così oggettivi e materiali per i loro rispettivi abitanti, come il nostro mondo lo è per noi. . . . ciascuno del tutto sottomesso a leggi e condizioni sue speciali, e non ha alcuna relazione diretta con la nostra sfera. Gli abitanti di questi mondi, come abbiamo già detto, possono passare — per quanto ne sappiamo o percepiamo — attraverso di noi e intorno a noi, come se fossimo spazio vuoto, poiché le loro abitazioni ed i loro paesi si interpenetrano con i nostri, sebbene non li vediamo, non avendo ancora le facoltà necessarie per farlo. . . .
. . . tali mondi invisibili esistono. Abitati densamente come il nostro, essi sono sparsi in numero immenso attraverso lo Spazio apparente; alcuni sono molto più materiali del nostro stesso mondo; altri divengono sempre più eterei, finché non hanno più forma e sono come "Respiri". Il fatto che i nostri occhi fisici non li vedano, non è una buona ragione per non crederci. I fisici non possono vedere il loro Etere, i loro Atomi, le loro "modalità di movimento" o Forze; eppure li accettano e li insegnano. . . .
Ma, se possiamo concepire un mondo composto di materia ancora più tenue (per i nostri sensi) della coda di una cometa, a ragione i suoi abitanti sono eterei, in proporzione al loro globo, quanto noi lo siamo in proporzione alla nostra Terra così rocciosa e dalla crosta così dura, non c'è dunque da meravigliarsi che non vediamo questi abitanti e se non ci accorgiamo né della loro presenza né della loro esistenza. — La Dottrina Segreta, 1: 605-7 ed. or.; I. Cintamani online, pp. 456-457

Infatti, come potremmo avvertire la loro presenza se ancora non abbiamo sensi evoluti a percepire questi mondi invisibili e i loro abitanti? Ma abbiamo i nostri organi più sottili ed interni che sono il vero uomo interiore: quella parte della nostra costituzione che è vincolata alle parti interiori e superiori del cosmo, proprio come il nostro corpo fisico è ugualmente connesso con questo mondo fisico.

Lo scienziato americano M. Luckiesh riecheggia l'insegnamento di H. P. Blavatsky, anche se è probabile che gli fosse inconsapevole del fatto. Dopo aver discusso le imperfezioni dei nostri sensi fisici, dice:

Questo sottolinea i limiti estremi dei nostri sensi umani nel valutare tutto quello che può esistere nell'universo intorno a noi. Con i nostri semplici sensi umani potremmo vivere in un mondo interno ad un altro mondo. Qualsiasi cosa è possibile oltre le nostre esperienze. La nostra immaginazione potrebbe evocare un altro mondo che coincide con il nostro mondo "umano," ma per noi invisibile, non percepibile, e sconosciuto. Sebbene sappiamo molto del mondo fisico in cui viviamo, al di là del velo impenetrabile dai nostri sensi potrebbero esserci altri mondi che coincidono con il nostro. — Foundations of the Universe, p. 71

In The Architecture of the Universe, il prof. W. F. G. Swann scrive della possibilità matematica di universi differenti, virtualmente senza limiti di numero, che potrebbero occupare lo stesso spazio, apparentemente interpenetranti, ma che ciascuno potrebbero essere distinto da tutti gli altri, per cui gli esseri che abitano uno qualsiasi di tali universi non sarebbero coscienti degli altri universi e dei loro rispettivi abitanti. Questa distinzione da universo ad universo, comunque, non esclude in alcun modo la possibilità che vi siano rapporti di tipo matematico e forse di altro tipo tra questi universi matematicamente diversi. Quindi, sulla base di queste linee d'unione interconnettenti o collegate, gli esseri in qualsiasi universo potrebbero avere la possibilità non solo di diventare coscienti dell'esistenza di universi differenti dal proprio, ma anche passare — in che modo matematico? — in altri universi e diventare quindi consapevoli dei loro rispettivi abitanti.

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Questi mondi superiori ed inferiori sono incomprensibilmente numerosi come lo sono gli atomi che compongono la materia fisica. Ad esempio, il numero di atomi che formano un piccolo grappolo d'uva è così incalcolabilmente immenso, che devono essere contati in sestilioni di sestilioni; e i mondi superiori ed inferiori degli spazi dello Spazio sono perlomeno ugualmente numerosi, perché non sono altro che gli "atomi" dell'Universo su scala di magnitudo cosmica; e nell'altra direzione, secondo la visione umana, quell'Universo ugualmente inimmaginabile su scala di magnitudo infinitesimale.

Ora, un simile Universo su scala cosmica è esso stesso costruito da universi minori che variano tra di loro, ma ciascuno è la copia fedele del suo genitore incomparabilmente grande; e ciascun essere che è un'unità organica è una molecola cosmica formata da eserciti incomprensibilmente numerosi di entità cosmiche "atomiche," atomi cosmici. Questi ultimi sono i vari soli e i loro sistemi planetari disseminati sui vasti campi dello spazio. Ciascun corpo celeste del genere, un sole o un pianeta, una nebulosa o una cometa, è ugualmente composto, come entità organica, da eserciti di esseri più piccoli di loro. La nostra terra, ad esempio, è composta di atomi che a loro volta sono costruiti da particelle o entità ancora più minute, chiamate protoni ed elettroni, positroni e neutroni, ecc., e anche queste particelle sono composite, quindi costruite da infinitesimali ancora più minuti.

L'interpenetrazione dei vasti eserciti di mondi, grandi e piccoli, superiori ed inferiori, è l'idea basilare, nell'insegnamento teosofico arcaico, delle gerarchie cosmiche, con ciascuna gerarchia che ha il proprio vertice e la propria base, i suoi piani superiori e più bassi. Così la più elevata di qualsiasi particolare gerarchia collima con quella inferiore della successiva gerarchia superiore, mentre il suo piano più basso collima con il piano più elevato della gerarchia appena al di sotto di essa sull'arco discendente; ogni gerarchia, quindi, è interpenetrata da forze e vibrazioni con qualsiasi altra gerarchia similmente connessa.

Ogni punto dello spazio, dunque, è la dimora di vite, e pertanto su molti più piani, poiché queste gerarchie sono densamente popolate da tutti i tipi di entità viventi in tutti i gradi dell'evoluzione; e ogni unità di questi sterminati eserciti di vite è un'entità evolvente sul proprio percorso verso gradi di perfezione evolutiva sempre più ampi.

H.P. Blavatsky scrisse:

Dagli Dèi agli uomini, dai Mondi agli atomi, da una stella a una piccola candela, dal Sole al calore vitale dell'essere organico più minuscolo — il mondo della Forma e dell'Esistenza è un'immensa catena i cui anelli sono tutti connessi fra di loro. La legge dell'Analogia è la chiave principale del problema del mondo, e questi anelli vanno studiati in modo coordinato nelle loro reciproche relazioni occulte. — La Dottrina Segreta, 1:604 ed. or.; p. 455 online, I. Cintamani

Le coscienze incarnate (notate il plurale) esistono in una gradazione praticamente infinita di gradi evolutivi — una scala della vita che si estende in entrambe le direzioni e funziona attraverso il vasto sistema gerarchico della galassia. Non vi sono, quindi, limiti, tranne quello gerarchico, e questa limitazione gerarchica è solo spaziale, non effettiva. Ma questa scala della vita è contrassegnata, a determinati intervalli, da punti d'approdo, tappe, da differenti "piani dell'essere," o le diverse sfere di coscienza cosmica — che si manifestano negli innumerevoli gradi della coscienza.

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Non è la nostra terra, questo granello di polvere cosmico, a riempire con i suoi morti i mondi invisibili. Noi umani non siamo eccezioni né i preferiti nell'eternità e nei campi illimitati dell'Infinitudine. Gli abitanti di questi altri mondi appartengono a questi altri mondi di sfere superiori (o inferiori), proprio come noi apparteniamo al nostro mondo fisico perché, per il tempo che dura, viviamo in corpi che derivano dalle sue sostanze ed energie.

Il nostro sé essenziale, la Monade, non appartiene comunque a questa terra. Occupa i corpi per un periodo, poi li mette da parte e passa oltre; ma lei stessa non prova mai la morte, perché la sua vera natura è la vita, essendo parte integrale della Vita Cosmica, così come un atomo è parte integrale della materia densa. I corpi morti che la monade abbandona sono semplicemente compositi, non entità integrali; ed essendo compositi, devono necessariamente logorarsi e disintegrarsi nei loro rispettivi elementi. Il corpo vive a causa della vita monadica che lo occupa; e quando questa vita si ritira perché quella forza che determinava la coesione recede, allora il corpo necessariamente decade. I corpi sono sogni, illusione — perché temporanei, effimeri, e sono di per sé semplicemente compositi fluidi tenuti insieme, durante qualsiasi vita incarnata della monade, dall'energia psico-magnetica della stessa monade.

Gli abitanti della terra sono venuti qui molte ere fa; e negli eoni del futuro remoto passeremo ancora da questo mondo fisico ai regni interni, e lo faremo collettivamente, perché noi saremo l'esercito umano in evoluzione. Quando arriverà quel momento, allora diventeremo come dèi. L'uomo può e vuole, nel corso del tempo futuro, raggiungere le altezze della saggezza e la conoscenza che sono completamente oltre l'attuale comprensione umana.


[1] In lingua khmer significa Tempio della città. — n. d. t.

[2] Per un maggiore ampliamento del soggetto, leggere 'La Storia di Gesù' (The Story of Jesus) dello stesso G. de Purucker, pubblicato su Istituto Cintamani online. — n. d. t.

[3] Ridwān or Rizwān, l'angelo che custodisce il Paradiso Islamico. — n. d. t.


Capitolo 4

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