Theosophical University Press Online Edition

La Sorgente Primordiale dell'Occultismo di G. de Purucker


Sezione 2

La Disciplina precede i Misteri

(Le Sezioni 1 e 2 sono state pubblicate insieme sotto il titolo The Path of Compassion [Il Sentiero della Compassione], copyright © 1986 Theosophical University Press.)

LA DISCIPLINA ESOTERICA

Venendo ora direttamente al soggetto della vera disciplina nell'allenamento esoterico, ad ogni neofito è insegnato che il primo passo è di "vivere a beneficio dell'umanità," e il secondo è di praticare, nella sua vita quotidiana, le "sei gloriose virtù" o paramita. Finché non abbia completamente abbandonato ogni desiderio di profitto o beneficio personale, non è idoneo nemmeno a tentare di incamminarsi sul sentiero. Deve cominciare a vivere per il mondo, e quando la sua anima è impersonalmente infiammata da tale desiderio, egli è pronto perlomeno ad iniziare questo tentativo.

Forse la cosa più importante da comprendere per l'aspirante discepolo è che, sebbene il sentiero del chela sia quasi sempre rappresentato come un sentiero di tristezza, dolore, e autosacrificio senza fine, questo non è altro che un modo di esprimere la verità. In realtà, è una regola di condotta e il più gioioso percorso di vita che gli esseri umani possano immaginare. Spesso ho anche pensato che le difficoltà siano state in qualche modo troppo enfatizzate per una ragione molto valida: impedire personalmente a individui ambiziosi di affrettarsi là dove anche gli angeli hanno paura ad inoltrarsi. Ė giusto che sia così, perché i pericoli di tutti i tipi che circondano il postulante non allenato e dal cuore immaturo per progredire occultamente sono estremamente veri, e le possibilità di fare un passo falso, o di avere i piedi insozzati nel fango della propria natura inferiore, sono così reali che gli ammonimenti dati non solo sono altruistici e dettati dalla compassione più elevata, ma sono anche divulgati con precisione per evidenziare la necessità della disciplina prima di qualsiasi introduzione ai Misteri.

Per riesporre più succintamente l'argomento, il sentiero del chelaiato è di un'ineffabile felicità per coloro che sono idonei a percorrerlo. Significa un vivere costante nella parte più nobile della propria natura, dove dimorano non solo la saggezza e la conoscenza, ma dove c'è un' incessante espansione del cuore in compassione e amore, da includere l'intero universo nella sua avvolgente vastità. In verità, le sue bellezze sono così sublimi, che quasi sempre è steso deliberatamente un velo su di esse, affinché l'incauto non sia tentato di sconfinare in regioni il cui etere sottile e datore di vita i suoi polmoni non possono tuttavia respirare in maniera avveduta. Il nostro Occidente ha dimenticato per troppo tempo, nonostante i buoni insegnamenti etici della sua religione ufficiale, che la vita dello spirito mentre è nel corpo è l'unica vita degna, ed è effettivamente una preparazione a vivere autocoscientemente e senza una diminuzione della facoltà o del potere oltre i portali della morte.

Il chelaiato, quindi, significa imparare ad essere 'a casa' in regni diversi dalla sfera fisica; ed è evidente che l'individuo non allenato si troverebbe senza aiuto, come un neonato, se dovesse fronteggiare le condizioni eccezionalmente mutate che lo metterebbero alla prova ogni volta che egli fosse improvvisamente scagliato in questi altri mondi.

L'allenamento esoterico è il risultato, attraverso epoche quasi infinite, dello studio molto accurato dei più grandi saggi e degli intelletti più nobili che la razza umana abbia prodotto. Non è uno studio arbitrario delle regole che si suppone debba seguire l'aspirante, anche se in verità lui presume e si aspetta di osservare certe regole; ma è parimenti la trasformazione — o conversione, nel senso originario di questo termine Latino — dal personale nello spirituale, e il rigetto di tutti i limiti che appartengono alla vita ordinaria, in rapporto alle facoltà, ai poteri e ai campi più estesi di attività che appartengono all'iniziato o adepto, secondo il suo grado di crescita.

Non vi è niente di così ingannevole come le false luci di maya. Spesso i fiori che hanno un bell'aspetto contengono un veleno mortale, sia nel bocciolo che nelle spine; quindi il miele porta alla morte dell'anima. A nessun chela è mai permesso di coltivare qualche potere psichico, finché non sia stata elaborata la grande base nell'evocazione delle energie e facoltà spirituali ed intellettuali: visione, potere di volontà, assoluto autocontrollo, e un cuore colmo d'amore per tutti. Questa è la legge. Quindi, non solo al principiante è proibito ottenere e usare poteri ora latenti, e di risvegliare le facoltà non ancora in funzione dentro di lui, ma coloro ai quali, attraverso il karma passato, accade di rinascere con queste facoltà interiori già risvegliate, devono abbandonare il loro uso e iniziare con l'allenamento. E questo avviene perché un tale allenamento è complessivo, cioè, ogni parte della natura deve essere relazionata armoniosamente e simmetricamente con ogni altra parte, prima che egli possa incamminarsi in modo sicuro sul sentiero.

Viene un momento, comunque, in cui un discepolo è preso per mano individualmente e istruito su come liberare l'anima affinché il corpo la strazi di meno, come diventare in ogni maniera più nobile, e questo con determinate regole di pratica, di comportamento, e di pensiero. Primo: la filosofia, apprendendo qualcosa sulla vita dell'universo; secondo: la disciplina; e terzo: i Misteri. Questo è l'ordine; in una certa misura corrono parallelamente, sebbene ciascuno sia evidenziato particolarmente quando arriva il suo momento.

Bisogna elaborare per prima cosa la filosofia, che comprende l'insegnamento con una certa dose di disciplina, e un'intuizione, un accenno dato su cosa sono i Misteri. Successivamente, la disciplina, con cui vi sono ugualmente gli insegnamenti; ma soprattutto al neofito è insegnato come controllare se stesso, come essere e comportarsi, con un esteso accenno ai Misteri futuri. Poi, per terza cosa, i Misteri, ciò che in pratica è chiamato Occultismo, quando l'individuo si è addestrato e gli è stato insegnato come affrancare lo spirito dentro di lui e anche le sue facoltà, sperimentando nel frattempo una disciplina e una filosofia ancora più elevate.

Sette sono i gradi dell'iniziazione. I primi tre sono scuole di disciplina e apprendimento. Il quarto è simile, ma di gran lunga più ampio, perché in esso comincia il ciclo più nobile di allenamento iniziatico. Dipende solo dall'individuo il progresso che egli farà. Il discepolo è un uomo libero, con libera volontà, e il suo destino è diventare un dio prendendo coscientemente parte dell'universo. Deve quindi scegliere il proprio sentiero ma, nell'esercitare la facoltà divina della propria volontà, deve stare in guardia per evitare che il suo egoismo, le sue tendenze egoistiche, se ancora ne è rimasta qualcuna, si riversino nel sentiero della mano sinistra. Il pericolo si cela ad ogni passo, un pericolo che non è esterno, ma in lui stesso.[1]

Quindi, la disciplina è essenziale su tutta la linea, differendo da quella che prevale in ogni fase dei rapporti umani soltanto in questo: è l'origine di quei principi spirituali ed etici che hanno guidato le civiltà del passato e le persone che le hanno costruite. La base di questa disciplina è l'oblio di se stessi, che equivale all'impersonalità; e per ottenere ciò, sono state introdotte altre regole minori dai saggi e veggenti che furono i fondatori delle scuole mistiche delle prime Ere.

Le regole in se stesse sono semplici, così semplici che il novizio, inesperto del codice occulto, è spesso deluso di non trovare qualcosa di più difficile da ottenere, dimenticando che le verità più grandi sono sempre le più semplici. Una tale regola è di non colpire mai, né di vendicarsi: meglio soffrire l'ingiustizia in silenzio. Un'altra è di non giustificarsi mai, di aver pazienza, e lasciare che sia la legge superiore ad equilibrare il karma. E ancora un'altra regola, forse la più importante di questa disciplina, è di imparare a dimenticare e ad amare. Allora tutto il resto verrà naturalmente, insinuandosi silenziosamente nella coscienza, e il novizio riconoscerà per intuito le regole, soffrirà a lungo pazientemente, compassionevolmente, e nobile di cuore.

Non siamo in grado di vedere la bellezza di non vendicarci, di non autogiustificarci, di dimenticare le offese, la bellezza del silenzio? Se non possiamo prendere queste regole troppo a cuore, in questo caso dovremmo seguirle impersonalmente, affinché non ci sia possibilità alcuna di rimuginare ferite reali o immaginarie. Qualsiasi sensazione bruciante di ingiustizia sarebbe fatale, e sarebbe in se stessa proprio la cosa da evitare, in modo passivo — sia passivamente che attivamente.

La ragione della proibizione di qualsiasi tentativo di autodifesa in caso d'attacco o di qualche accusa è l'allenamento: l'allenamento dell'autocontrollo, l'allenamento dell'amore, poiché non vi è disciplina così efficiente come lo sforzo personale. Inoltre, l'abitudine a difendersi non solo irrigidisce la superficie esterna dell'uovo aurico, ma la rende completamente grossolana; ogni volta evidenzia il sé personale inferiore, che è un allenamento in direzione opposta, che tende alla disgregazione, all'inquietudine e all'odio. Lasciate che la legge karmica prosegua il suo corso. Noi esercitiamo un giudizio e una discriminazione di tipo estremamente elevato quando diventiamo coscienti dell'efficienza di questa pratica. Se un uomo sente di aver agito bene alla luce della coscienza, allora il senso dell'offesa, il desiderio di vendetta, il bisogno febbrile di giustificarsi ai propri occhi, diventano meschini e inutili. La coscienza della giustizia porta il perdono e il desiderio di vivere in compassione e comprensione.

Ma non dobbiamo confondere la regola di considerare l'autogiustificazione alla stregua di quelle responsabilità che noi, come uomini e donne onesti, potremmo essere chiamati ad assumere. Può essere un dovere palese ribellarsi per un principio a rischio, o ergersi a difesa di qualcuno ingiustamente accusato. Essere fermamente decisi, rifiutando di partecipare ad una brutta azione è un atto di benevolenza. Il crimine sentimentale di permettere che il male avvenga sotto i nostri occhi, prendendovi quindi parte, è una vigliaccheria morale che porta al degrado spirituale. Comunque, quando noi stessi veniamo attaccati, è preferibile soffrire in silenzio. Solo di rado abbiamo la necessità di giustificare le nostre azioni.

Dominare la smania impaziente della parte inferiore di provare che 'noi abbiamo ragione,' può sembrare un esercizio negativo, ma richiede un'azione interiore molto positiva. Ė un esercizio preciso che insegna l'autocontrollo ed insegna l'equanimità. Praticandolo, a poco a poco cominciamo istintivamente a vedere i punti di vista degli altri. Tuttavia anche qui vi è un sottile pericolo, perché questa pratica, dopo averla seguita per qualche tempo, può diventare talmente affascinante, che vi è il rischio concreto di creare e coltivare un orgoglio spirituale per il successo finora raggiunto. Ė qualcosa che dobbiamo sorvegliare ed estirpare dalla nostra anima.

Ho conosciuto uomini che hanno lottato e combattuto così duramente per migliorare, da lasciare una traccia di cuori infranti dietro di loro, speranze distrutte di altre anime umane — la sofferenza arrecata agli altri dal loro frenetico desiderio del bene. Volevano avanzare così alla grande da dimenticare di essere umani. Ė sbagliato leggere un buon libro, fare esercizi salutari, o godere del cibo che mangiamo? Naturalmente no. Ma se una persona è fortemente attaccata a qualcosa che dà un piacere straordinario, e trascura il proprio dovere, allora dovrebbe dominare quell'attaccamento, perché sta facendo un danno; non è più un piacere innocente, ma è diventato un vizio. La questione è semplice: dimenticare se stessi e fare ciò che possiamo per dare beneficio agli altri, e saremo felici, spiritualmente ed intellettualmente spontanei e forti, e rispettati; soprattutto, rispetteremo noi stessi.

Ciò porta ad un altro concetto: è raro che facciamo i nostri peggiori errori attraverso i nostri vizi; e la ragione è che, quando riconosciamo i vizi, siamo raramente fuorviati da essi, ma ci disgustiamo e li respingiamo. Infatti, i nostri errori più gravi di sentimenti e di giudizio di solito derivano dalle nostre virtù — un paradosso, la cui forza psicologica cresce su di noi quando la ponderiamo.

Questo può essere dimostrato guardando alla storia dell'Europa medievale. Credo che sia inesatto supporre che i fanatici monaci o governanti ecclesiastici che incitavano quelle tremende persecuzioni religiose fossero demoni umani che escogitarono deliberatamente il modo di torturare le menti e i corpi dei propri sfortunati simili che cadevano sotto il loro potere. Ciò che facevano era diabolico, una diavoleria semplicemente inconscia, ma derivante dalle loro virtù, e, poiché ne avevano così grossolanamente abusato, divennero vizi inestricabili. Gli individui più crudeli di solito non sono quelli indifferenti, ma quelli che sono guidati da un ideale erroneo, dietro il quale vi è una forza morale usata male. Le loro virtù, ora diventate vizi non riconosciuti, per il momento li fanno sembrare completamente senza cuore.

I grandi pensatori come Lao-tse hanno fatto notare l'errore di non prendere in considerazione che un uomo estremamente virtuoso è in realtà un uomo vizioso — un paradosso stravagante, e che tuttavia contiene una profonda asserzione della realtà psicologica. L'uomo veramente pericoloso non è l'uomo malvagio, poiché egli arreca offesa tramite la sua deformità intellettuale e morale. Ė la bellezza intesa male e adoperata male che seduce — non solo la bellezza fisica, ma la bellezza di una virtù che è diventata distorta ed applicata erroneamente. La virtù in se stessa ci eleva fino agli dèi; e tuttavia sono le nostre virtù, se applicate egoisticamente, che ci portano così spesso a compiere le peggiori azioni.

C'è un significato profondamente esoterico nell'antica ingiunzione: "ama tutte le cose, sia grandi che piccole." L'odio è costrittivo, costruisce dei veli intorno all'individuo, mentre l'amore lacera quei veli, dissolvendoli e donandoci libertà, intuizione e compassione. Ė come l'armonia cosmica che si manifesta nella Musica delle Sfere, poiché le stelle e i pianeti, nei loro percorsi, cantano. L'amore, l'amore impersonale, ci armonizza con l'universo, e questo fondersi nell'universo è lo scopo finale, il più grande, di tutte le fasi del ciclo iniziatico.

L'amore personale, d'altronde, non è generoso, è poco caritatevole e spesso sgradevole, perché si concentra su un solo oggetto; pensa a sé piuttosto che agli altri, mentre l'amore impersonale viene donato pienamente, è la vera anima dell'autosacrificio. La sentimentalità non ha nulla a che fare con esso; infatti, è dannosa, perché è un'accentuazione della personalità. L'emozione dell'amore non è amore, appartiene al lato psichico e animale del nostro essere. Quando non mettiamo frontiere o limiti al flusso che scaturisce dal nostro cuore, quando non poniamo condizione alcuna nel tendere la mano a proteggere ed aiutare, siamo come il sole che emana luce e calore dappertutto. E quando l'amore è completamente altruistico, diventa spiritualmente chiaroveggente, in quanto la sua visione penetra proprio nell'essenza dell'universo.

Fra altre semplici e valide regole vi è quella di pensare impersonalmente in tutti i momenti; tentare, nelle nostre azioni quotidiane, di separare il nostro interesse da queste regole per quanto riguarda qualche beneficio alla nostra persona. Se le possiamo tradurre in un atto d'amore, quali che esse siano, saremo naturalmente impersonali, perché avremo perduto la dedizione a noi stessi per servire gli altri. Questa è la strada regale che porta all'autoconoscenza, perché non possiamo diventare il sé universale fino a quando la nostra attenzione e il nostro pensiero sono concentrati sul punto limite dell'egoismo.

Un'altra splendida regola è quella che il Signore Buddha diede come pregevole insegnamento ai suoi discepoli:

Quando nella mente sorgono pensieri negativi e disdicevoli, immagini di lussuria, odio ed infatuazione, il discepolo deve superare questi pensieri con altre immagini più dignitose. Quando in questo modo crea altre immagini dignitose nella sua mente, allora le immagini di lussuria, odio e infatuazione cessano, e poiché egli le ha superate, il suo cuore interiore è reso saldo, tranquillo, consolidato e forte. (Majjhima Nikaya, I, 288)

Tutto questo significa che quando siamo turbati, magari tormentati, da impulsi egoistici e personali, dovremmo immediatamente pensare ai loro opposti, e fissarli subito nell'occhio della nostra mente. Se abbiamo un pensiero d'odio dovremmo evocare un'immagine d'amore e gentilezza; se il pensiero è negativo, evochiamo un'azione magnanima e splendida; se è un pensiero egoistico, immaginiamo allora noi stessi mentre compiamo un atto di benevolenza, e ogni volta farlo impersonalmente. Io sono incline a considerare che questa sia la migliore regola migliore fra tutte. Ė uno studio affascinante del beneficio che ne deriva: il rafforzamento della volontà, la purificazione della visione e delle emozioni, la stimolazione delle forze del cuore e la crescita generale in forza e nobiltà di carattere.

Tuttavia, una volta che un pensiero ha lasciato la mente, è impossibile ritirare l'energia di cui l' abbiamo caricato, perché è già diventato un essere elementale, che comincia il suo viaggio verso l'alto.[2] Inoltre, se i pensieri 'neutralizzanti' di carattere opposto sono emanati immediatamente — pensieri di bellezza, compassione, perdono, desiderio di aiutare, di aspirazione — allora i due si fondono, e gli effetti dei pensieri negativi sono resi 'innocui,' nel senso in cui H.P.B. parla ne La Voce del Silenzio. (p. 55 ed. or.; p.14 ed. online Istituto Cintamani)

Comunque, lo ripeto: un pensiero non può mai essere revocato. Ė come un'azione che, una volta fatta, è fatta per sempre, ma non lo è per sempre: formulando un pensiero nobile o compiendo una buona azione, o seguendo un impulso negativo, pur non potendo revocare il pensiero negativo o l'azione, e annullarli, tuttavia possiamo, in una certa misura, rendere meno nocivo il male che il nostro pensiero o la nostra azione hanno erroneamente provocato.

Noi umani siamo personali precisamente in proporzione a come l'individualità spirituale è sprecata nei raggi della parte inferiore della nostra costituzione. Quando perdiamo la personalità, noi allentiamo la presa che questi elementi non progrediti hanno sul nostro essere reale. Questo significa che i raggi fino ad ora dispersi nelle varie entità atomiche dei nostri principi inferiori si radunano insieme — si radunano nel fascio dell'individualità e ridiventano così il nostro Sé essenziale. "Chi tiene conto della sua vita, la perderà, e chi avrà perduto la sua vita per amor mio, la ritroverà. (Matteo, x, 39)

Se tentiamo in ogni momento di essere altruisti, dimenticheremo i nostri bisogni personali. Occuparci delle nostre necessità è doveroso, ma esse non devono danneggiare lo spirito. Tentando di diventare impersonali, nel tempo entreremo nella coscienza universale — in queste poche frasi abbiamo il segreto e l'essenza dell'allenamento esoterico. Ma non dobbiamo uccidere la nostra personalità; dobbiamo invece usarla, cambiando in tal modo la direzione delle tendenze evolutive, affinché le correnti della sua vitalità possano scaturire nella coscienza superiore della nostra individualità. Ė un pensiero meraviglioso: secondo il grado in cui la nostra individualità s'accresce e la nostra personalità decresce, noi risaliamo sulla scala della vita verso un'unione intima e individuale con la divinità cosmica al centro del nostro sistema solare. Ciò si applica alla vasta moltitudine dell'esercito umano, come pure a qualsiasi altra entità con un equivalente avanzamento evolutivo, che possiede l'autocoscienza ed altri attributi che rendono un uomo veramente 'uomo.'

Impersonalità, altruismo e dedizione: sono magici nel loro effetto sui nostri compagni umani. Se possiamo imparare veramente a perdonare e ad amare, l'anelito della nostra anima sarà il servizio per l'umanità, dimenticando noi stessi. Nessuno è troppo umile per praticarlo, e nessuno così nobile da poterlo ignorare. Più elevato è l'atteggiamento, più imperativo è il richiamo al dovere. Senza aiuto, possiamo avere il mondo da combattere; ma anche se cadiamo sempre più giù, possiamo risollevarci e ricordare che le forze dell'universo sono dietro di noi e al nostro fianco. Il vero cuore dell'Essere è con noi e alla fine vinceremo, poiché niente può opporsi al fuoco sottile e onnipervadente dell'amore impersonale.

Nell'uomo giace il sentiero per la saggezza: un individuo che conosce se stesso, la cui natura spirituale è evidenziata al massimo grado, può comprendere i movimenti dei pianeti. Chi è ancora più evoluto può colloquiare con gli esseri che dirigono e guidano il nostro sistema solare; e chi ha l'intero essere ancora più sviluppato può penetrare perlomeno negli arcani del macrocosmo; e così via, all'infinito. Più elevato è lo sviluppo, più ampia è la visione e più profonda la comprensione. La via che conduce al Sé universale è il sentiero che ciascun individuo deve percorrere se vuole crescere, evolvere. Nessun'altro può crescere per noi, e noi possiamo crescere solo lungo le linee che la natura ha tracciato — la struttura del nostro essere.

L'uomo è in verità un mistero; sotto la superficie e dietro il velo c'è il mistero dell'egoismo, dell'individualità, un percorso che si distende in eternità remote. L'uomo, essenzialmente, è l'energia di un dio avvolta da veli.


MEDITAZIONE E YOGA

Ė nel silenzio che l'anima si rafforza durante la sua crescita, perché allora è proiettata sulle proprie energie e i suoi poteri, ed impara a conoscersi. Uno dei modi migliori per fare rapidamente e con certezza luce su un problema, di sviluppare l'intuizione, non è quello di affidare la risoluzione del problema a qualcun altro che riteniamo capace di aiutarci. Focalizzare le soluzioni e risolvere i problemi è questione di allenamento, di crescita interiore. Una delle prime regole insegnate al neofito è di non fare mai una domanda finché non abbia tentato seriamente e ripetutamente di trovare una risposta, perché il tentativo di comportarsi così è un appello all'intuizione, ed è anche un esercizio che rafforza i suoi poteri interiori. Facendo delle domande prima di aver tentato di risolverle da soli mostra semplicemente che stiamo cercando un appoggio, e questa non è una cosa buona. Esercitare le nostre facoltà significa crescere, ottenere forza ed abilità.

Alcune domande, comunque, vengono con una forza che costringe ad una risposta. Sono come il tocco mistico alla porta del tempio; richiedono un'emissione di più luce, perché non vengono dalla mente-cervello, ma dall'anima che cerca di capire la luce che scaturisce in sé dalle sorgenti perenni della divinità. Chiedi e sarai esaudito; bussa — con il tocco giusto — e la porta si spalancherà in te. Se l'appello è forte e abbastanza impersonale, i veri dèi del cielo ti risponderanno. Se l'individuo è seriamente impegnato, la risposta gli arriverà dall'interno, dal solo iniziatore che ogni neofito ha sempre.

La meditazione è una tendenza positiva della mente, uno stato di coscienza piuttosto che un sistema o un periodo di tempo in cui la mente-cervello pensa intensamente. Dovremmo essere positivi, ma in silenzio; positivi come una montagna di granito, ma sereni e pacifici, evitando le influenze disturbanti della mentalità sempre attiva e febbrile. E, sopra ogni cosa, impersonali. La meditazione, nel senso migliore, è la curva della coscienza e l'elevarsi della mente al piano in cui fa da guida l'intuizione, e dove nasce qualche idea o aspirazione nobile, e dove la coscienza agisce nel pensiero. Ma possiamo anche meditare su cose negative e, ahimè, sono in molti a farlo.

Ė quindi possibile meditare prima di addormentarci, in modo che l'anima ascenda agli dèi e sia rinnovata e rafforzata dalle sue conversazioni con quegli esseri divini. Ma è altrettanto possibile meditare prima che sopraggiunga il sonno affinché, quando i legami della vigilanza sono allentati e la mente-cervello messa a tacere, l'anima non sia trascinata giù, e quindi degradata e indebolita. Non dovremmo mai addormentarci fino a quando abbiamo sinceramente dimenticato tutte le offese ricevute. Ciò è molto importante non solo come pratica nobilitante, ma come una protezione molto necessaria. Riempite il cuore con pensieri d'amore e compassione per tutti, e la mente con qualche idea elevata, e indugiate su di essa con calma, con una meditazione impersonale che è senza sforzi e tranquilla, e allora ci sarà il riposo di tutti i sensi, e quiete nella mente.

Una ragione per cui necessita una rigorosa impersonalità, senza che s'introduca nel cuore il minimo pensiero di qualche elemento distruttivo o offensivo come odio, collera, paura o vendetta, o qualche altro orrendo elemento generato dal sé inferiore, è che quando il sonno s'invola sul corpo e la coscienza ordinaria della mente-cervello si rilassa, l'anima ora liberata segue automaticamente l'ultima direttiva ad essa data. Così la pratica di acquietare la mente prima di addormentarsi può elevare l'anima.

Meditate tutto il tempo — niente è così facile e così d'aiuto. Per la maggior parte degli studenti è molto meglio questo che avere un periodo stabilito: un pensiero tranquillo, continuo, sui problemi che avete, continuando anche quando le mani sono occupate con le faccende quotidiane, e la mente stessa completamente assorbita da altri doveri. Nel fondo della coscienza può esserci ancora questo continuo influsso segreto di pensiero. Ė come uno scudo protettivo in tutti i nostri affari, poiché circonda il corpo con un'aura che scaturisce dai recessi più profondi dell'uovo aurico, che è akashico e, attraverso il quale, quand'è condensato dalla volontà di chi sa come farlo, niente di materiale può passare.

Tuttavia, anche nella meditazione più profonda, quando ha perduto tutto il senso delle circostanze intorno, il chela non è mai nelle condizioni di perdere la sua vigilanza spirituale ed intellettuale. Ė sempre vigile, sempre consapevole di avere la situazione sotto controllo, anche quando la coscienza sta passando in rivista le innumerevoli fasi del soggetto contemplato. Ė altamente sconsigliabile, come regola generale, di permettere a se stesso di essere con il pensiero su un altro piano, a un punto tale da diventare un automa psichico o fisico.

Vi sono due tipi di meditazione: il primo è quello di fissare nitidamente nella mente qualche bella idea, come una fotografia, e il secondo è di immettere la coscienza in sfere superiori o piani e, così facendo, accogliere ed assorbire le esperienze che scaturiscono nella coscienza. Ma se abbiamo stretto i denti e i pugni e mentalmente martelliamo questo o quel punto del pensiero, non stiamo meditando perfettamente. Se lo facciamo, non possiamo avere successo, perché questo esercizio è semplicemente una cogitazione della mente, che spesso è esasperante, poco stimolante e priva di ispirazione. Vi è differenza tra il pensare giustamente concentrandoci su un soggetto, specialmente se questo significa usare la mente-cervello, e una concentrazione o assorbimento della coscienza nel seguire la direzione nobilitante lungo la quale la volontà spirituale è di guida.

Meditare, dunque, significa trattenere un pensiero continuo nella mente, e permettere alla coscienza di lavorare interiormente su questo pensiero, facilmente e con gioia. Lasciate che si fermi lì, lasciate che lo spirito mediti su di esso. Non c'è bisogno di imporgli la volontà fisica o psichica. Questa è la vera meditazione ed è realmente il segreto fondamentale dello yoga, che significa 'unione' della mente con l'ineffabile pace, saggezza e amore del dio interiore. Se pratichiamo questa semplice regola di jnana yoga, dopo un po' diventa naturale, una parte della coscienza quotidiana. La concentrazione o unificazione della mente è significa semplicemente portare più chiaramente questo pensiero nella nostra coscienza, e focalizzare tutta la nostra attenzione su di esso — non con la volontà, ma spontaneamente.

Tutte le altre forma di yoga che dipendono più o meno da un aiuto esteriore, come ad esempio, la posizione, la respirazione, la postura delle mani, delle dita e dei piedi, ecc., appartengono alle parti inferiori dello hatha yoga, e sono poco più che dei sostegni, perché distraggono la mente verso questi metodi esteriori e distolgono dall'obiettivo principale dello stesso autentico yoga, che è un'inversione della mente dalle cose esteriori a quelle spirituali. Così, tutte le forme dello yoga inferiore, diventate ora così popolari in Occidente attraverso gli 'insegnamenti' di 'yogi' itineranti e devianti, di solito fanno più danno che bene.

Il sistema dello hatha yoga è un metodo quintuplice di ottenere il controllo delle facoltà psichiche inferiori mediante varie forme di pratiche ascetiche, e che richiede una paralisi tecnica delle parti fisiche e psichiche tramite metodi violenti. Lo yogi effettua questo totale autoassorbimento sospendendo i suoi processi vitali e causando un corto circuito di certe energie praniche del suo corpo astrofisico. Come è ovvio, questa pratica è pericolosa mentalmente e fisicamente, come pure spiritualmente limitante, per cui è fermamente scoraggiata da tutte le scuole genuinamente occulte. Certi poteri possono invero essere acquisiti da questi metodi, ma, ripeto, sono poteri del tipo più basso, e non hanno alcun beneficio permanente; inoltre, possono ostacolare seriamente il proprio progresso spirituale.

A questo proposito, William Q. Judge scrisse:

. . . il progresso verrà fatto, ma non cercando di coltivare questi poteri psichici che al massimo possono soltanto realizzarsi debolmente, né sottomettendosi a qualche controllo da parte di un altro, ma educando e rafforzando l'anima. Se non si provano tutte le virtù, se la mente non è ben radicata nella filosofia, se i bisogni spirituali non vengono riconosciuti come separati dal regno dello psichismo, vi sarà solo una temporanea dispersione nei regni astrali, finendo in ultimo in una delusione, sicura come la luminosità del sole. ("Answers to Correspondence," dicembre 1893)

D'altro lato, i sistemi del raja yoga e dell'jnana yoga, includendo una disciplina spirituale ed intellettuale insieme all'amore per tutti gli esseri, hanno a che fare con le parti più elevate della costituzione interna — il controllo del fisico e dello psichico ne deriva come una conseguenza naturale di una comprensione dell'intero uomo settuplice. Lo yoga controlla e innalza la mente, effettuando così la comunione della coscienza umana con quella spirituale, che è coscienza relativa universale. Il raggiungimento di tale unione o identificazione con la propria essenza divino-spirituale porta l'illuminazione.

In alcune circostanze molto eccezionali, in cui un chela è avanzato relativamente oltre, mentalmente e spiritualmente parlando, ma che ha anche un karma fisico molto sfortunato e pesante, non ancora estinto, si usano appropriatamente i metodi dello hatha yoga a un grado limitato, ma solo sotto l'occhio del proprio maestro. Potrei aggiungere che gli Aforismi dello Yoga (o Sutra) di Patanjali sono una compilazione dello hatha yoga, ma del tipo più elevato. Le chiare istruzioni contenute in questo piccolo libro sono ben note agli studenti occidentali, soprattutto attraverso l'interpretazione di W. Q. Judge ed altri autori successivi.

Il vero yoga è la meditazione, come abbiamo detto, e questo implica che la mente sia focalizzata e fissata su un punto di pensiero nobile, e un meditare e concentrarsi su di esso. Patanjali, nei suoi Sutra (i, 2) scrisse: "Yogas chitta-vritti-nirodhah — "lo yoga previene i tumulti del pensiero." Ciò appare molto chiaro: quando la mente-cervello, sempre attiva, con il suo errare simile al volo di una farfalla, di pensiero in pensiero, e le sue febbrili emozioni, può essere controllata in un'aspirazione unilaterale e una visione intellettuale verso l'alto, allora questi 'tumulti' del pensiero svaniscono, e l'organo aspirante del pensiero diventa intensamente attivo, manifesta l'intuizione, vede la verità, e di fatto rende l'uomo, il cui organo del pensiero autocosciente è così occupato, un'incarnazione della saggezza e dell'amore — e questo è il vero yoga. Ė il Manas, il principio della mente, che è quindi attivo ed è, per così dire, girato su di sé verso l'alto, invece che verso il basso, diventando il buddhi-manas invece del kama-manas. Il chitta della frase sanscrita, cioè il 'pensare,' si colma di saggezza ed intuizione, e l'uomo diventa praticamente, se è esperto in questo sublime esercizio spirituale, uno con la divinità interiore.

Nello yoga successivo, Patanjali afferma: "allora il Veggente dimora in se stesso," il che significa che l'uomo diventa un veggente e dimora nel suo sé spirituale, il dio interiore.

Al contrario, quando la mente non è così controllata e diretta verso l'alto, allora i "tumulti (l'attività) diventano assimilati reciprocamente," come afferma il IV sloka — un'affermazione molto concisa per indicare che quando la mente è fissata su cose inferiori, le sue attività febbrili incatenano il manas superiore, che in questo modo diventa temporaneamente 'assimilato' ai suoi elementi più bassi, e l'uomo, di conseguenza, non è che un ordinario essere umano.

Un segreto occulto in relazione alla mente è che essa prende la forma dell'oggetto contemplato o percepito, e così si modella sugli oggetti del pensiero, quale che sia la loro qualità. Se l'immagine mentale è divina, la mente diventa simile ad essa, perché affluisce nel divino e si plasma in conformità; e ugualmente, quando la mente è trattenuta dalle cose inferiori, si assimila ad esse, perché affluisce nella loro forma ed aspetto.[3]

Ė precisamente il desiderio di conoscere, non per se stessi, e nemmeno per il semplice gusto di conoscere in senso astratto, ma il proposito di mettere la conoscenza sull'altare del servizio, che porta ad un avanzamento esoterico. Ė questo desiderio, questa volontà di un servizio impersonale, che purifica il cuore, chiarisce la mente e spersonalizza i nodi dell'egocentrismo inferiore, in modo che si sciolgano e diventino quindi capaci di ricevere la saggezza. Ė questo desiderio ad essere la forza impellente, il motore guida, che conducono l'aspirante in avanti, sempre più in alto.


LE PARAMITA E IL NOBILE OTTUPLICE SENTIERO

Nella letteratura buddhista come pure in quella della Teosofia moderna è stato scritto abbondantemente sulle 'gloriose virtù' o paramita, ma sfortunatamente esse sono state spesso considerate semplicemente un nobile ma relativamente irrealizzabile codice di condotta, cosa che in realtà sono; però sono anche qualcosa di più. Sono effettivamente le regole del pensiero e dell'azione, che all'inizio l'aspirante-chela deve seguire meglio che può, ma in seguito completamente, in modo che l'intera sua vita sia governata ed illuminata da queste paramita. Ė solo così che il discepolo può raggiungere quella che il Signore Buddha chiamava 'l'altra sponda[4] - i regni spirituali da conquistare attraversando l'oceano in tempesta dell'esistenza umana, e agire così sotto il proprio potere spirituale, intellettuale e psichico, con solo questo aiuto che gli vien dato, considerando il suo karma passato.

Si suppone che l'idea di andare sull'altra sponda sia tipicamente orientale, ma la cosa è ingiustificata, poiché molti inni cristiani parlano del mistico Giordano e di raggiungere la 'sponda che è oltre,' un concetto che sembra più o meno simile a quello del Buddhismo. 'Questo lato' è la vita del mondo, il perseguimento usuale o comune degli uomini. 'L'altra sponda' è semplicemente la vita spirituale che coinvolge l'espansione del potere e della funzione relativamente assoluti della dell'intera area della natura dell'uomo. In altre parole, raggiungere 'l'altra sponda' significa vivere all'unisono con la divinità interiore, e quindi condividere la vita universale in un'autocoscienza relativamente sviluppata. L'insegnamento di tutti i grandi sistemi religiosi e filosofici è stato di stimolare nei loro seguaci la realtà che la nostra vera meta è di imparare le lezioni dell'esistenza manifestata e passare da quest'esperienza alla vita cosmica.

Come recita il Dhammapada (verso 85):

Quelli che raggiungono l'altra sponda sono pochi.
I più vagano avanti e indietro su questa sponda.

Un breve scritto buddhista chiamato il Prajna-Paramita-Hridaya Sutra, "Il Cuore o l'Essenza della Saggezza dell'Attraversare," termina con un bel mantra che nell'originale sanscrito è così:

Gate, gate, paragate, parasamgate, bodhi, svaha!

O Saggezza! Vai, vai sull'altra sponda, approda sull'altra sponda, Hail!

In questo contesto la Saggezza può riferirsi al buddhi cosmico, altrimenti chiamato Adi-buddhi o "saggezza primordiale," e anche, in senso individualizzato, al supremo Guardiano Silenzioso della nostra catena planetaria, Adi-buddha. Ė rivolto a chi è arrivato sull'altra sponda, il pellegrino trionfante che è diventato autocoscientemente uno con il dio interiore e lo ha quindi percepito con successo attraverso la maya, le illusioni dei mondi fenomenici. I più elevati che hanno raggiunto questo stato sono jivanmukta, 'monadi liberate'; quelli meno elevati appartengono ai diversi gradi nelle numerose gerarchie della Gerarchia della Compassione.

La disciplina delle paramita, come H.P.B. le definisce ne La Voce del Silenzio è come segue (pp. 47-8 ed. or.; p. 36 online, ed. Istituto Cintamani):

Dana, la chiave di carità e d'amore immortale.
Sila, la chiave dell'Armonia nella parola e nell'azione, la chiave che equilibra la causa e l'effetto, e non lascia più campo all'azione karmica.
Kshanti, la dolce pazienza, che nulla può turbare.
Viraga, l'indifferenza al piacere e al dolore, la vittoria sull'illusione, la percezione della sola verità.
Virya, l'energia indomabile che si fa strada verso la VERITÁ superna, fuori del fango delle menzogne terrestri.
Dhyana, la cui porta d'oro, una volta aperta, conduce il Naljor [uomo senza peccati, santo] verso il regno dell'eterno Sat e la sua incessante contemplazione.
Prana, la chiave verso di essa, che fa dell'uomo un Dio, creandolo Bodhisattva, figlio dei Dhyani.

Il modo in cui queste paramita devono essere praticate è ben illustrato dal seguente estratto dal Mahayana Sraddhotpada Sastra,[5] che comunque ne menziona solo sei, anche se altrove sono classificate come sette e, più completamente, enumerate come dieci:

Come si dovrebbe praticare la carità (Dana)?
Se viene qualcuno e chiede qualcosa, i discepoli dovrebbero, nei limiti delle loro possibilità, accogliere con generosità la richiesta e in un modo da rendergli beneficio. Se i discepoli vedono qualcuno in pericolo, dovrebbero tentare con ogni mezzo in loro possesso di salvarlo e dargli un senso di sicurezza. Se qualcuno viene dai discepoli desiderando di essere istruito nel Dharma, essi dovrebbero, per quanto sta in loro, accordargli il giudizio migliore, tentare di illuminarlo. E quando essi compiono queste azioni di carità, non dovrebbero nutrire alcun desiderio di ricompensa o gratitudine, merito o profitto, né ricompense mondane. Dovrebbero cercare di concentrare la mente su quei benefici e benedizioni universali che sono allo stesso modo per tutti e, così facendo, realizzeranno dentro di loro la più elevata e perfetta Saggezza.
Come si dovrebbero praticare i precetti della virtù (Sila)?
I discepoli laici con famiglia dovrebbero astenersi da delitto, furto, adulterio, falsità, doppiezza, calunnia, conversazioni frivole, cupidigia, malizia, dall'accattivarsi favori, e da false dottrine. I discepoli non sposati dovrebbero, per evitare ostacoli, ritirarsi dal tumulto della vita mondana e, stando in solitudine, praticare quei metodi che portano alla tranquillità e alla moderazione e continenza . . . Dovrebbero sforzarsi, con la loro condotta, di evitare ogni disapprovazione e biasimo, e con il loro esempio incitare gli altri a rinunciare al male per praticare il bene.
Come si dovrebbe praticare una paziente indulgenza (Kshanti)?
Quando incontriamo i mali della vita non dovremmo né evitarli né sentirci danneggiati. Sopportando pazientemente le cattiverie inflitte da altri, non dovremmo nutrire alcun risentimento. Non dovremmo né esaltarci a causa della prosperità, degli elogi, o di circostanze piacevoli, né deprimerci a causa della povertà, degli insulti, o delle avversità. Mantenendo la mente concentrata sul profondo significato del Dharma, dovremmo in tutte le circostanze conservare una mente tranquilla ed equanime.
Come dovremmo praticare un'energia vigorosa (Virya)?
Nella pratica delle buone azioni non dovremmo mai diventare indolenti. Dovremmo considerare qualsiasi sofferenza mentale o fisica come la conseguenza naturale di azioni indegne fatte in precedenti incarnazioni, e decidere con fermezza che in futuro faremo soltanto quelle cose che sono in linea con una vita spirituale. Coltivando la compassione per tutti gli esseri, non dovremmo mai permettere che nasca un pensiero di indolenza, ma dovremmo essere sempre instancabilmente solleciti a beneficare tutti gli esseri . . .
Come dovremmo praticare la meditazione (Dhyana)?
L'intuizione intellettuale è ottenuta quando si comprende in modo veritiero che tutte le cose seguono la legge della causalità, ma in se stesse sono transitorie e vuote di qualsiasi sostanza propria. Vi sono due aspetti di Dhyana: il primo aspetto è uno sforzo per sopprimere pensieri oziosi; il secondo è una concentrazione mentale in uno sforzo di realizzare questo vuoto (sunyata) dell' essenza della Mente. All'inizio, un principiante dovrà praticarli separatamente, ma appena ottiene il controllo della mente i due aspetti si fonderanno in uno . . .
Egli dovrebbe contemplare il fatto che tutte le cose, pur essendo transitorie e tuttavia vuote, nondimeno, sul piano fisico hanno un valore relativo a quelli che prediligono la falsa immaginazione; per questi ignoranti, la sofferenza è molto reale — c'è sempre stata e sempre ci sarà — una sofferenza incommensurabile ed infinita . . .
A causa di ciò, è risvegliata nella mente di ogni serio discepolo una profonda compassione per la sofferenza di tutti gli esseri, che lo spinge ad un impavido e sincero fervore e a fare grandi voti. Egli decide di dare tutto quello che ha e tutto quello che egli è per l'emancipazione di tutti gli esseri . . . Dopo questi voti, il discepolo sincero dovrebbe, in tutti i momenti e nelle possibilità che la sua mente gli permette, praticare quelle azioni che sono benefiche sia per gli altri che per se stesso. Sia in movimento, sia stando fermo, seduto o in piedi, egli dovrebbe incessantemente concentrare la mente su ciò che andrebbe fatto saggiamente e avvedutamente lasciare ciò che è incompiuto. Questo è l'aspetto attivo di Dhyana.
Come possiamo mettere in atto la Saggezza Intuitiva (Prajna)?
Quando il discepolo, mediante la pratica esatta di Dhyana, ottiene il Samadhi, egli è passato oltre la discriminazione e la conoscenza, realizzando l'unità perfetta dell'essenza della Mente. Con questa realizzazione subentra una conoscenza intuitiva della natura dell'universo . . . egli ora realizza la perfetta Unità dell'Essenza, della Potenzialità e dell'Attività nello stadio del Tathagata . . .
Prajna-Paramita è la Saggezza suprema e perfetta; il suo frutto arriva invisibile, senza sforzo, spontaneamente; unifica tutte quelle che sembrano differenze, sia cattive che buone, in un solo Insieme perfetto . . .
Quindi, tutti i discepoli che aspirano alla perfetta Saggezza suprema, che è Prajna-Paramita, devono applicarsi con assiduità alla disciplina del Nobile Sentiero, poiché è il solo che li condurrà alla perfetta realizzazione della Buddhità.

Per comprendere e sentire spiritualmente la vera natura di prajna, è necessario abbandonare la visuale di "questo lato," e andare, con la comprensione spirituale, sull' 'altra sponda' (para), cioè un'ottica diversa di vedere le cose. Su 'questo lato' siamo coinvolti in analisi e particolari di una sfera di coscienza della mente-cervello, che diventa un mondo di attaccamenti e distinzioni del piano inferiore. Quando otteniamo questo 'capovolgimento' interiore, questo spostamento della nostra coscienza verso l'alto, verso la mistica 'altra sponda' dell'essere, entriamo più o meno con successo in un mondo di realtà trascendentali, da cui possiamo vedere le cose nella loro unità originale e spirituale, oltre la maya dei veli ingannevoli della molteplicità, penetrare nella natura essenziale di queste realtà e riconoscerle come esse sono veramente.

Questa condizione di chiarezza interiore e di appercezione spirituale ed intellettuale è così diversa dalle azioni familiari della coscienza del 'nostro lato' nel mondo quotidiano di apparenze transitorie, che le menti non allenate la associano al concetto di vuoto, vacuità. Il vuoto (sunyata, per usare il termine buddhista), nel suo reale significato metafisico, non dovrebbe comunque essere confuso con 'inesistenza' che implica una negazione assoluta dell'esistenza reale, e quindi annichilimento. Né deve essere compreso attraverso le facoltà raziocinanti della mente-cervello, ma piuttosto tramite la percezione diretta o immediata, che appartiene allo stato supremo spirituale-intellettuale chiamato prajna, che è al di sopra delle distinzioni mayaviche dell'esistenza e della non-esistenza, del particolare e dell'universale, dei molti e dell'uno.

In verità, questo stato elevato è la conoscenza intuitiva e l'intuizione penetrante della mente-spirito nell'uomo, il suo buddhi-manas, che è incommensurabilmente più potente e penetrante di quanto lo sia la semplice intellezione. Questa conoscenza e percezione dell'intuito sono sempre attive nei più alti e più universali recessi della nostra coscienza. Tramite il graduale risveglio dell'uomo inferiore verso la realizzazione autocosciente della propria coscienza spirituale-intellettuale — che nelle sue manifestazioni attive è identica a prajna — noi ci eleviamo dai regni inferiori della nostra coscienza e ci affranchiamo dalla schiavitù dell'ignoranza e della mancanza di conoscenza (avidya), liberandoci così dai vari tipi di dolore, sia interiore che esterno. Questa liberazione è il conseguimento dell'illuminazione suprema e dell'emancipazione (mukta). In breve, prajna si potrebbe tradurre meglio come intuizione, intendendo quell'illuminazione di un attimo o conoscenza piena, che in verità è divina.

Nel gruppo delle scritture buddhiste Prajna-Paramita, prajna è considerata il principio dirigente delle altre paramita, riferendosi ad esse come il metodo per raggiungere la realtà. Ė paragonata all'occhio che percepisce e comprende, che esamina con perfetta chiarezza di visione gli orizzonti della vita, e definisce il sentiero che l'aspirante deve seguire. Senza prajna, le altre paramita sarebbero prive di uno dei loro elementi più elevati; essa guida il loro graduale sviluppo, un po' come la terra fornisce i campi di sostentamento per la crescita della vegetazione.

Nell'universo tutti gli esseri posseggono prajna, anche se non è funzionate autocoscientemente, tranne nel caso in cui le entità in via di sviluppo, nel corso del loro pellegrinaggio evolutivo, si sono unificate in essa. Gli animali hanno prajna, incluse e le api e le formiche, ad esempio, ma manca loro qualsiasi consapevolezza autocosciente, perché quest'autorealizzazione di unione con prajna comincia solo con l'uomo — almeno su questa terra. Nelle sue prime flebili attività nell'essere umano, si manifesta come un'aspirazione verso l'illuminazione, l'amore, e la saggezza; fiorisce nel bodhisattva, ed è pienamente sviluppata nei Buddha e nei Cristi, che sono lo stato dell'illuminazione perfetta.

Il chela elevato o iniziato che ha raggiunto con successo lo stadio in cui egli è diventato le paramite, con la sua coscienza cristallina e relativamente senza limiti, tutto il suo essere in sintonia con l'anima universale dell'umanità, dopo aver rinunciato al suo sé per la gloria altruistica di vivere per tutto ciò che esiste, è tecnicamente chiamato un bodhisattva — 'uno la cui essenza (sattva) è proprio della natura della saggezza (bodhi).' Il motivo che spinge il vero discepolo a realizzare dentro di sé l'illuminazione suprema non è mai a beneficio personale, per quanto eccelso e spiritualizzato, ma il bisogno di fare del bene al mondo intero, di affrancare tutti gli esseri dalle catene dell'ignoranza e del dolore, di risvegliare dentro di sé un cuore compassionevole per tutto ciò che vive, affinché ogni essere senziente ottenga nel tempo l'emancipazione perfetta. (Vedi Fo-Mu Prajnaparamita, Fas. 14, Capitolo "On Wise Men")

Nel Mahaprajnaparamita viene posta a Sariputra la questione se il bodhisattva dovrebbe onorare solo gli altri bodhisattva e non " tutti gli esseri in generale." Allora il saggio risponde che dovrebbe effettivamente "riverirli con lo stesso sentimento di auto-abnegazione, come fanno i Tathagata."

E prosegue dicendo:

Il Bodhisattva dovrebbe quindi risvegliare un grande sentimento compassionevole verso tutti gli esseri e tenere la sua mente completamente libera da arroganza e presunzione, e sentirsi a questo modo: Io metterò in pratica ogni mezzo possibile affinché tutti gli esseri senzienti realizzino quello che è primario in loro stessi, cioè la propria natura buddhica (buddhata). Realizzandola, diventano tutti dei Buddha . . . (Hsuan-chuan, Fas. 387, cap. xii, "Sulla Moralità.").

Prajna, nell'entità individuale, come un essere umano, sostiene più o meno la stessa posizione di Adi-buddhi o mahabuddhi nell'universo. Uno degli assiomi della saggezza esoterica è che il nostro universo è un'entità; di conseguenza, possiamo raffigurare la sua mente universale individuale, o coscienza, come un vaso oceano di punti di energia autocosciente buddhi-manasica. Sotto questa prospettiva, prajna può essere descritta come la coscienza spirituale individuale di ogni membro dell'esercito di dhyani-chohan o spiriti cosmici. Così, quando un individuo ha raggiunto la consapevolezza di prajna, è in comunione autocosciente con la mente buddhi-manasica del Meraviglioso Essere della nostra gerarchia.

Da quanto detto, dovrebbe essere chiaro che vi sono numerose differenze di gradi nell'importanza di realizzazione fra i membri di una gerarchia, perché vi sono gradi differenti nei risultati tra il chela che comincia il sentiero e un mahatma, seguiti da esseri ancora più elevati che hanno una realizzazione maggiore di prajna sulla scala del progresso, che si estende costantemente verso l'alto fino a raggiungere l'Essere Meraviglioso. Prajna è la stessa in tutti; le differenze tra gli individui stanno nelle loro rispettive manifestazioni di prajna.

Vi sono anche differenze di altro tipo, come quella tra chi ha ottenuto una relativa realizzazione di prajna ed entra nel nirvana, ed un altro che ha ottenuto la stessa realizzazione ma rinuncia al nirvana. Qui abbiamo un'importante distinzione basata sull'etica cosmica: chi ha conquistato il nirvana e tuttavia vi rinuncia per ritornare indietro ed aiutare il mondo è eticamente è molto più elevato di colui che entra nel nirvana per la propria beatitudine. Ciascuno ha raggiunto una superiorità salvifica con prajna, da essersi meritato lo stato nirvanico, ma colui che rinuncia ad esso ha conquistato una realizzazione autocosciente di prajna su un piano buddhico più alto, più di chi si è guadagnato il nirvana e vi entra.

La chiave di questo mistero si trova nel fatto che ciascuno dei sette principi della costituzione umana è settenario, e quindi buddhi, che è la sede di prajna, è settuplice. Così vediamo che colui che entra nel nirvana ha raggiunto ciò che potremmo definire come kama-buddhi, ma non è andato oltre nella qualità della sua realizzazione di prajna; mentre colui che ha rinunciato al nirvana ha raggiunto quella condizione buddhica di prajna che potremmo definire sia come buddhi-buddhi, che come manas-buddhi. I buddha e i mahabuddha sono gli esseri che detengono quello che potremmo chiamare lo stato atmico di buddhi — e sentirsi quindi incondizionatamente e in modo assoluto identificati con l'universo.

Le sette paramita, come le abbiamo descritte, contengono l'essenza del codice di condotta incarnato nella più esauriente enumerazione delle dieci paramita, cioè il decalogo etico completo dell'Occultismo. Le tre paramita addizionali sono: adhishthana, upeksha, e prabodha o sambuddhi. Di queste, adhishthana, che significa 'coraggio inflessibile,' non solo respinge pericoli o difficoltà, ma quando è illuminata dall'intuizione, cioè da prajna, 'va oltre,' e 'predomina' su di essi. Il suo collocamento naturale segue virya o 'fermezza.' La successiva, upeksha o 'discriminazione,' ricerca e trova il metodo giusto di applicare le paramita, e giustamente viene dopo dhyana. Alle dieci paramita sono dati due termini: prabodha, che significa 'risveglio della coscienza interiore,' che porta alla conoscenza e alla preveggenza, dischiudendo così le gloriose visioni sul sentiero; e sambuddhi, 'illuminazione o visione totale e perfetta,' la consapevolezza della propria identità con lo spirituale, l'apice e il coronamento di tutto. Altrimenti detto, è 'l'unione con buddhi.'

In Oriente, sono occasionalmente incluse altre 'virtù' da diverse scuole di allenamento esoterico o quasi-occulto. Ad esempio: satya o verità, e maitra o fratellanza universale o benevolenza; ma se le analizziamo, vediamo che sono già incorporate nelle dieci paramita. Qui possiamo anche menzionare che in molte parti del mondo ci sono vari sistemi di allenamento, la maggior parte dei quali inutili, perché, ad un attento esame, troveremo che sono più o meno modifiche dello hatha yoga e, come abbiamo sottolineato, nel migliore dei casi sono estremamente pericolosi, e nel peggiore produrranno pazzia o perdita dell'anima.

La forza nasce dall'esercizio, ed è l'esercizio della nostra forza nelle prove e nell'esperienza della vita quotidiana che nel tempo porta a percorrere il sentiero. Se lo studente non segue la disciplina interiore, che è la pratica continua e vittoriosa dello spirito di queste dieci gloriose virtù o paramita, come regola inflessibile di condotta ed azione di giorno in giorno, egli non avrà mai successo nei suoi tentativi. Ė proprio questa disciplina, quest'esercizio del suo potere di volontà e della sua intelligenza, e dell'amore che dovrebbe riempire il suo cuore, che alla fine portano il neofito a una nuova o 'seconda' nascita, e che in definitiva fanno in modo che il dvija, il 'due volte nato,' l'iniziato, diventi padrone della vita e della morte.

Il lettore potrebbe meravigliarsi davvero del collegamento che le paramita hanno con i molto più familiari insegnamenti del Buddhismo, conosciuti rispettivamente come le Quattro Nobili Verità e il loro logico corollario: l'Ottuplice Sentiero. Il collegamento è sia storico che interiore, poiché entrambi contengono le stesse idee-radice, solo che nell'insegnamento più popolare sono formulate in modo tale da fornire un codice di condotta che il comune uomo del mondo è capace di seguire, se desidera evitare gli assillanti errori relativi alla vita umana, e raggiungere la pace e il distacco intellettuale che accompagnano una vita vissuta bene e nobilmente.

In breve, le Quattro Verità Supreme sono: la prima, che la causa della sofferenza e dell'angoscia nelle nostre vite deriva dall'attaccamento o 'sete' — trishna; la seconda, che questa causa può essere fatta cessare; la terza, che l'estinzione delle cause che creano il dolore umano è messa in atto vivendo la vita che libererà l'anima dal suo attaccamento all'esistenza; e la quarta, che la verità, portando all'estinzione delle cause della sofferenza, è in verità il Nobile Ottuplice Sentiero, vale a dire: "giusta fede, giusta risoluzione, giusto linguaggio, giusta condotta, giusta occupazione, giusto sforzo, giusta contemplazione, giusta concentrazione."

Ora, questo percorso di sforzi fu chiamato da Buddha la Via di Mezzo, perché da un lato non implicava alcun ascetismo inutile o fanatico, e dall'altro nessuna rilassatezza di principio e di pensiero, e quindi di condotta. Ė un codice, come abbiamo detto, che è insito nella ricerca di ogni uomo o donna, che non richiede alcuna condizione o circostanza speciale, ma che può essere praticato da chiunque desideri migliorare la propria vita e di fare la sua parte nell'aiutare ad estinguere la miseria del mondo che ci circonda, di cui i cuori umani sensibili sono coscienti dappertutto.

Non si deve, comunque, supporre che il chela trascuri le direttive dell'Ottuplice Sentiero, perché questo sarebbe un malinteso sulla loro importanza. In realtà, non solo egli le mette in pratica, ma lo fa con una maggiore concentrazione della mente e del cuore rispetto all'uomo comune, perché al tempo stesso si sta sforzando con tutta la sua anima di elevarsi alle altezze sublimi delle paramita per cui dovrebbe vivere.

Ė forse necessario valutare rigorosamente qualcosa su questo argomento, perché fra alcuni mistici immaturi vi è l'idea corrente totalmente sbagliata che la vita del chela debba ignorare i normali rapporti umani, e tenerne poco conto, e immaginare che egli sia affrancato dai suoi doveri, anche di tipo mondano, verso i suoi compagni umani. Quest'ultima supposizione è direttamente contraria a tutti gli insegnamenti dell'Occultismo.

Il principio alla base delle Quattro Verità Supreme e i loro otto corollari è questo: se la radice dell'attaccamento — il desiderio — può essere tagliata, l'anima allora diventa libera, e in questo liberarsi delle catene del desiderio che portano all'attaccamento, la causa del dolore viene estinta; ed è tagliando la radice dell'attaccamento, e vivendo conformemente, che la sete dell'anima per le cose materiali muore gradualmente. Quando ciò accade, l'individuo è 'libero' — egli è diventato un jivanmukta relativamente perfetto, un maestro di vita. Una volta raggiunto questo stadio di assoluto distacco, è un bodhisattva, e di conseguenza si dedica completamente a tutti gli esseri e le cose, con il cuore colmo di compassione infinita e la mente illuminata dalla luce dell'eternità. Ed è così che, come bodhisattva, egli appare più e più volte sulla terra, sia come un buddha che come un bodhisattva, oppure rimane di fatto nei mondi invisibili come un nirmanakaya.

L'idea comune riguardo il bodhisattva, che egli debba passare soltanto attraverso un'altra incarnazione prima di diventare un buddha, in se stessa è corretta, ma così com'è formulata è inadeguata. Infatti, l'ideale sia della teosofia esoterica che del Buddhismo esoterico è il bodhisattva, ancor più, forse, del buddha, perché il bodhisattva è colui il cui intero essere e proposito, e tutto il lavoro, è di fare del bene a tutte le creature, e di condurle al sicuro sull' "altra sponda;" laddove il buddha, pur facendo la stessa cosa ad un grado esteso, tuttavia, proprio per il fatto della sua buddhità nell'attuale fase di sviluppo spirituale della razza umana, è sulla soglia del nirvana, e di solito vi entra. Quindi è naturalmente possibile per un buddha rifiutare il nirvana e rimanere sulla terra come bodhisattva o nirmanakaya; e in quest'ultimo caso, come un Buddha di Compassione egli è subito un buddha per diritto e un bodhisattva per scelta.

Non si può mettere troppa enfasi sul grande bisogno di comprendere il significato interiore della dottrina del bodhisattva, che incorpora, così come fa, lo spirito dell'insegnamento occulto che si dipana attraverso il ciclo dell'allenamento iniziatico, come pure nelle più nobili scuole del Mahayana. Si vede subito perché nel Buddhismo del nord il bodhisattva è onorato così grandemente ed occupa una posizione tanto elevata nella venerazione dei cuori umani. Perché i Buddha di Compassione sono tali in quanto essi stessi incarnano questo ideale quando rinunciano alla beatitudine spiritualmente egoistica della buddhità nirvanica per rimanere in questo mondo e lavorare per esso. Anche il più umile e meno istruito può aspirare a questo ideale.

Negli eoni a venire un individuo dovrà scegliere se diventare uno dei Buddha di Compassione o uno dei Pratyeka-Buddha. Quando la scelta arriva sarà il risultato di vite precedentemente vissute, perché essa deriva dall'attitudine del proprio carattere, dalle facoltà spirituali risvegliate, dalla volontà resa vigile, che reagisce al comando: tutte queste dirigeranno la scelta, e in verità lo fanno, quando arriva il momento di scegliere. Quindi l'allenamento parte ora: diventando grande nelle piccole cose, egli impara a diventare grande nelle cose grandi.

Come pensiero finale, non deve risultargli gravoso vivere la vita che il Supremo Ottuplice Sentiero, o in verità le paramita, impongono. Dovrebbe gioire nell'agire così. Perché sinceramente io credo che chiunque pratichi queste nobili regole, almeno in una certa misura, ne sarà enormemente migliorato. Né possiamo dimenticare di quanto grandemente questa pratica coerente incrementerà il potere della volontà, rafforzerà la mente, espanderà le compassioni del cuore, e porterà ad una gloriosa illuminazione dell'anima, e tutte queste cose, nella loro fase finale, produrranno il mahatma — il vero bodhisattva.


IL CICLO INIZIATICO

Il nucleo del nostro essere è coscienza pura e, a seconda della misura in cui ci uniamo al nostro dio interiore, con quella pura coscienza monadica, la conoscenza verrà a noi naturalmente. Il nostro intelletto si espanderà, e alla fine diverrà cosmico, e noi allora realizzeremo che vi è un altro cosmo ancora più grandioso, del quale il nostro cosmo non è che un atomo. Questo è il cammino dell'evoluzione, della crescita interiore ed esteriore; è il sentiero dell'iniziazione, il sentiero per l'amore e la compassione onnipotenti.

La parola iniziazione deriva da una radice latina che significa cominciare, ed esotericamente implica un nuovo divenire, entrare in un percorso di vita e di studio che alla fine farà emergere tutta la grandezza spirituale ed intellettuale che un individuo ha dentro di lui. Infatti è un'accelerazione del processo evolutivo: non nel senso di tralasciare qualche fase, ma di condensare in un breve periodo ciò che, per essere ottenuto, nel corso naturale richiederebbe eoni di sforzi.

L'allenamento esoterico, dunque, è spesso doloroso, poiché significa una crescita accelerata, facendo rapidamente e vigorosamente quello che nelle comuni procedure della natura coprirebbe molte, molte decine di migliaia di anni, forse milioni. A volte è doloroso, perché invece di crescere lentamente per vedere la bellezza e l'armonia della vita dappertutto, l'aspirante deve imparare a padroneggiarsi con una volontà ferrea; dimenticare completamente se stesso, servire tutti: rinunciare al proprio sé per il sé universale, morire giorno per giorno, per poter vivere la vita cosmica.

Suppongo che ogni essere umano dia per scontato che dal momento in cui egli fu emanato per la prima volta dal seno dell'Infinito come una scintilla divina incosciente, fino a quando otterrà nuovamente la divinità come un dio autocosciente, egli fallirà, e fallirà molte volte, ma alla fine vincerà — se si risolleva e prosegue. Il fallimento non dura a lungo. Andare a ritroso, fermarsi e permettere alla corrente evolutiva di spazzarlo via, lasciandolo indietro, questo è moralmente sbagliato. Il nostro dovere è di andare avanti, diventare impersonali, dimenticando noi stessi. Ovviamente, l'espressione 'andare a ritroso' non implica un effettivo movimento retrogrado di un corpo. L'idea è adattata dall'esperienza umana. Possiamo iniziare con grande coraggio, superando l'ambizione di fare qualcosa, e poi lo scoraggiamento ci sovrasta e allora torniamo indietro, lasciando l'azione incompiuta. Strettamente parlando, andare a ritroso è impossibile, perché la natura chiude la porta dietro di noi ad ogni istante; né significa non fare ciò che l'evoluzione ci ha portato da oltrepassare. Piuttosto denota un ulteriore immergersi nella materia invece di elevarci più pienamente nello spirito; in altre parole, cambiando la direzione del nostro viaggio evolutivo.

Non ci fu mai un mahatma che non avesse fallito ripetutamente più volte. Il fallimento è una sfortuna, ma può essere rimediato; e con la volontà dell'intrepido lo si può ribaltare in vittoria. Per citare le parole di W. Q. Judge:

Noi possiamo "fallire" in determinate azioni o tentativi, ma fino a quando continueremo a perseverare, questi non sono "fallimenti" ma lezioni necessarie in se stesse. Attraverso la resistenza e lo sforzo conquistiamo nuova forza; noi raccogliamo in noi stessi — e in base a delle leggi occulte — tutta la forza che abbiamo acquisito vittoriosamente. Tutto il "successo" non è per noi ora, ma è uno sforzo continuo e persistente, e quello è il successo e non la semplice realizzazione di tutti i nostri progetti o tentativi. Inoltre, non importa quanto possiamo elevarci nella Natura, vi sono sempre nuovi gradini da salire sulla scala — quella scala i cui gradini sono tutti oltrepassati con fatica e dolore, ma anche con grande gioia di forza e volontà coscienti. Persino l'Adepto incontra nuove prove davanti a lui. Ricordate pure che quando diciamo "Io ho fallito" significa che abbiamo avuto e ancora abbiamo delle aspirazioni. E anche se questo è così, anche se abbiamo davanti a noi altezze più elevate di perfezione da raggiungere, la Natura non ci abbandonerà mai. Noi stiamo ascendendo e stiamo aspirando, e il senso del fallimento ne è la prova più sicura. Ma la Natura non approfitta di chi ha raggiunto i limiti della propria aspirazione, o li ha oltrepassati. Cosicché ogni "fallimento è un successo." All'inizio, più grandi sono le aspirazioni, più grandi sono le difficoltà che incontriamo. Non dimentichiamo quindi che continuare a provare anche quando i fallimenti sono costanti, è il solo modo per arrivare al vero successo. [Answers to Correspondence, settembre 1892]

Lo scopo dell'iniziazione è di creare un legame tra l'essere umano e gli dèi, che è cominciato facendo in modo che il neofito sia uno con il suo dio interiore. Significa non solo un'unione con le divinità, ma anche che l'iniziando, il principiante, se ha successo, oltrepasserà prima il velo dell'universo materiale e poi il velo degli altri universi dentro quello fisico-materiale, e ad ogni nuovo velo che si lascia alle spalle, entra in un mistero maggiore. In breve, significa divenire autocoscientemente uno con l'universo spirituale-divino espandendo la coscienza, affinché, da essere semplicemente umano, egli consegua dentro di sé il cosmo. Così l'uomo, nel suo pensiero e nella sua coscienza, è a casa sua in ogni parte dell'Esistenza universale — sia su Sirio, sia sulla Stella Polare, e anche su Canopo[6] o sulla terra, e tanto più per quanto riguarda i mondi invisibili.

L'iniziazione è un acceleramento del processo evolutivo, un risveglio dell'uomo interiore in opposizione alla persona fisica esteriore. Nelle sue fasi più elevate, porta con sé dei poteri e un espandersi della coscienza, che sono veramente divini; ma implica anche che deve addossarsi le responsabilità come un dio. Nessuno diventa un esoterista semplicemente firmando un foglio di carta; egli non può diventare tale finché un bagliore di luce buddhica non risplenda nel suo cuore e gli illumini la mente. Un esoterista naturale è colui che nasce con almeno un riflesso di luce cristica che risplenda interiormente. Un simile individuo prima o poi, come è certo che l'operato del karma prosegue il suo invariabile corso, è attratto verso il sentiero, poiché è l'elaborazione del suo destino, allenato e conformato in passato, che si riversa nel suo carattere come è ora, e raccoglie la sua fioritura in un istintivo riconoscimento della verità.[7]

Il rituale è la parte minore e virtualmente trascurabile dell'iniziazione. Nessuna iniziazione può essere conferita su di un altro. Tutta la crescita, tutta l'illuminazione spirituale, avviene dentro noi stessi. Non esiste altro modo. I riti simbolici e l'armamentario esterno non sono che aiuti per il candidato, aiuti per sviluppare la visione interiore, l'occhio interiore. Quindi ogni prova iniziatica, non importa dove o quali possano essere le modalità, è, in essenza, un individuo interiore che sboccia. Se non fosse così, non potrebbe esserci alcuna iniziazione, se non un rituale vuoto, come lo sono, per la maggior parte, i sacramenti delle chiese d'oggi; comunque, sono riflessi, per quanto deboli, delle passate esperienze di vita dei chela che si sottopongono all'iniziazione.

Gli antichi Misteri della Grecia, ad esempio, quelli sotto l'egida dello Stato ad Eleusi e in Samotracia, o a Delfi, o anche quelli che avvenivano all'Oracolo di Trofonio,[8] erano molto cerimoniali. Tuttavia, in tutti, anche nei periodi degenerati, vi era sempre un'effettiva esperienza spirituale. Potrei aggiungere che gli accenni delle prove da affrontare e da superare, trovati in letteratura, non dovrebbero essere interpretati troppo alla lettera; non sono proprio immaginari, ma sono rappresentazioni simboliche di ciò che l'iniziando doveva visualizzare in se stesso. Poiché i pensieri sono entità mentali e hanno quindi forma e potere propri, l'individuo deve vincere sulla sua natura interiore, o soccombere.

Praticamente, vi sono dieci gradi nel ciclo iniziatico, ma ci riguardano solo i sette che appartengono ai sette piani manifestati del sistema solare — essendo i tre più elevati completamente al di là dell'attuale comprensione umana; e rimarranno tali finché la nostra coscienza non sarà diventata praticamente universale, ultraumana. Questi sette gradi sono i sette grandi portali attraverso i quali il pellegrino deve passare prima di ottenere la quasi-divinità. Tra ognuno di questi portali ci sono sette porte più piccole attraverso le quali il candidato deve passare, poiché ciascuna è un passo avanti nell'allenamento, nella disciplina, cosicché vi sono complessivamente quarantanove stadi, proprio come vi sono quarantanove piani nel nostro sistema solare: sette grandi piani e sette sottopiani o sfere minori o regni in ciascuno dei sette principali.

I primi tre gradi o livelli sono correlati allo studio, con una continua aspirazione a crescere spiritualmente ed intellettualmente, ad evolvere e diventare più grandi; e anche a vivere la vita. Questi sono simbolici, cioè teatrali nella forma, nella misura in cui procedono i rituali. Vi è parimenti l'insegnamento (che è la parte principale di questi riti) sui segreti reconditi della natura, insegnamento che raramente è dato in una forma motivata e consecutiva, perché questa è la modalità della mente-cervello, ma è suggerito da accenni ed allusioni qua e là. Il metodo non è di riempire la mente del neofito dei pensieri di altri uomini, ma di risvegliare il fuoco spirituale interiore che porta ad un risveglio della comprensione, in maniera tale che il neofito diventi veramente l'iniziatore di se stesso.

Quelli che il neofito riceve dall'esterno sotto forma di idee, di pensieri, sono semplicemente stimoli esterni, che suscitano la vibrazione interiore che prepara alla ricezione della luce dentro di lui. La trasmissione di idee non è altro che un metodo della parola. Sono realizzate le impressioni che creano la corrispondente corda vibrante nell'apparato psicologico del ricevente, e immediatamente la corrispondente conoscenza lampeggia dalla mente superiore del ricevente. La devozione alla verità, al punto da dimenticare completamente se stesso, apre il canale ricettivo. La luce e la conoscenza allora entrano nella mente e nel cuore — da se stesso, dal proprio dio interiore, che così è risvegliato o, più correttamente, comincia a funzionare, per quanto temporaneamente; ed è in questo modo che l'uomo si autoinizia. L'intero processo si basa sulle leggi della natura, sulla crescita naturale della comprensione, della visione interiore.

Con la quarta iniziazione comincia una nuova serie di espansioni interiori — vale a dire che non solo lo studio, l'aspirazione, il vivere la vita, continueranno nelle fasi future, ma con questo grado qualcosa di nuovo accade. Da quel momento l'iniziando inizia a perdere la sua umanità personale e ad immergersi nella divinità, cioè consegue l'inizio della perdita di ciò che è meramente umano e comincia ad entrare nello stato divino. Gli è insegnato come lasciare il suo corpo fisico, come abbandonare la propria mente fisica, e ad avanzare nei grandi spazi, non solo dell'universo fisico, ma, più in particolare, dei regni invisibili della natura. Allora egli impara a diventare, ad essere, ad entrare nella coscienza interiore delle entità e delle sfere con cui viene a contatto.

La ragione di tutto questo è che, per conoscere appieno ogni cosa, il neofito deve essere ogni cosa; deve perlomeno diventare ogni cosa, se vuole comprendere correttamente ciò che è in tutte le sue ricerche. La sua coscienza deve fondersi nella coscienza dell'entità o cosa di cui, in quell'istante, sta imparando a conoscere il significato. Quindi, le storie quasi mistiche della 'discesa' dell'iniziando 'agli inferi' allo scopo di apprendere quale sia la vita dei dannati e quali siano le loro sofferenze; e anche, in parte, per far emergere la sua compassione sperimentando ciò attraverso cui passano queste entità come risultato karmico dei propri misfatti. E ugualmente, in una diversa direzione, l'iniziando deve imparare a diventare uno con gli dèi e conferire con loro. Per comprendere la natura e la loro vita, per ora deve divenire egli stesso un dio; in altre parole, entrare nel proprio essere supremo.

Iniziando così con questa quarta iniziazione, il neofito s'inoltra nei regni della coscienza; i fuochi spirituali della costituzione sono estremamente potenti sia nel carattere che nel funzionamento; l'elettricità spirituale, per così dire, circola con una corrente molto più potente. Non possiamo praticamente esprimere queste cose mistiche con il linguaggio quotidiano. In aggiunta agli insegnamenti e al rituale simbolico o teatrale, il neofito — ed egli è sempre tale, non importa quanto elevato possa essere il suo grado — ora impara a controllare le forze della natura e a diventare capace di realizzare simili meraviglie, come abbandonare il corpo, lasciare il nostro pianeta per passare ad altri centri del sistema solare.

Il quinto grado è lungo le stessa via d'esperienza, quando l'uomo diventa un maestro di saggezza e compassione. A questo grado, viene la scelta finale: se, come i grandi Buddha di Compassione, ritornare ad aiutare il mondo, vivere per esso e non per sé; o se, come i Pratyeka-Buddha, andare avanti sul sentiero del sé — semplicemente l'autosviluppo.

La sesta iniziazione attraversa regni ancora più elevati di coscienza ed esperienza; e allora arriva l'ultima e suprema iniziazione, la settima, che include l'incontro faccia a faccia con il proprio sé divino, per diventare uno con lui. Quando questo accade, egli non ha bisogno di alcun maestro. Ė inclusa anche la comunicazione individuale con il Mahachohan supremo, che è praticamente identico a quello che è stato chiamato il Guardiano Silenzioso della razza umana.

Ogni grado poggia sulla propria base di regola ed allenamento. Tuttavia, l'unica regola a ricapitolarle tutte è che la guida suprema del neofito è il dio dentro se stesso, che è il suo tribunale finale, spirituale ed intellettuale, e solo al secondo posto viene il suo maestro. A lui il discepolo concede una felice fedeltà — ma in nessun caso cieca obbedienza — perché sa che da questo momento il proprio dio interiore e il dio interiore del maestro sono entrambi scintille del sé di Alaya.

Potrei aggiungere che più alto è il grado, più informali e meno ritualistici diventano i rapporti tra maestro e discepolo, e più l'allievo dovrebbe sforzarsi di vivere e di essere all'unisono con il suo divino consigliere interiore. Inoltre, negli stadi più avanzati non è stilata alcuna documentazione, di nessun tipo. Ė solo la memoria degli uditori che viene allenata a ricevere e trattenere ciò che è stato impresso su di essa, un allenamento che non potrebbe mai essere realizzato con annotazioni scritte. Gli insegnamenti non sono affidati alla documentazione visibile della scrittura, del disegno, delle cifre, e nemmeno dell'incisione; sono trasmessi solo nella mente e nel cuore.

Tutto lo sforzo è di risvegliare il potere della volontà, l'individualità, e le facoltà innate del dio interiore. La trasmissione dell'intelligenza, quindi, è sussurrata da bocca ad orecchio, per usare un vecchio detto. Nei gradi più alti nemmeno questo è permesso, perché il neofito, il beneficiario della conoscenza e della saggezza esoterica, è diventato così addestrato da poter ricevere tramite la trasmissione del pensiero, per così dire, e non ha nemmeno bisogno di essere alla presenza del suo maestro. Sempre di più il maestro comunica attraverso il suono senza voce del silenzio, la voce in cui gli insegnamenti 'pronunciati' aprono la visione spirituale nel discepolo.

Ogni passo in avanti è un immergersi in una luce più grande, al cui paragone la luce appena lasciata è ombra. Non importa quanto in alto il neofito stia sulla bilancia dell'evoluzione; anche se fosse più in alto degli dèi, vi è sempre un altro proprio davanti, uno che sa più di lui; e davanti a quest'ultimo vi è una gamma costantemente ascendente di entità dalla coscienza cosmica progressivamente più vasta. Il flusso gerarchico è la struttura fondamentale della natura; quindi, nessuno di noi è senza un maestro, perché sopra di noi c'è l'universo infinito — gerarchie di vita e di esperienza evolutiva di gran lunga superiori alle nostre.

Di conseguenza, quando l'essenza monadica di un uomo, dopo aver lasciato la nostra gerarchia, avanza nei più sublimi regni dell'Esistenza cosmica, egli è come un'entità embrionale che comincia da lì la scalata ascendente nella prima ronda di quella nuova bilancia della vita, quando necessariamente avrà bisogno di qualcuno che guidi i suoi passi. E quel bisogno di guide e maestri rimarrà finché, nel corso delle età cicliche, egli sarà salito sempre e sempre più in su, fino al gradino più alto di quella bilancia della vita, quando nuovamente diventerà uno con quel mistero ancora più sublime delle più recondite profondità del suo essere. E quale nome possiamo dare a questo mistero ancora più ineffabile? Il linguaggio umano non ci riesce, e solo l'immaginazione spirituale può librarsi nelle sfere del divino. Così, l'entità in evoluzione passa continuamente da una gamma di vita all'altra, da una gerarchia all'altra di esperienza sublime — e così, sempre più in avanti. Non è evidente che siamo perennemente allievi nella scuola della vita, perché vi sono sempre più veli che coprono il volto della Realtà eterna?

Una volta sopravvenuta la comprensione spirituale, dopo non può mai più essere dimenticata. Ė proprio l'incapacità di cancellare dalla memoria la gloria vista e quasi toccata che giace dietro la miseria dell'insuccesso subìto da un aspirante fallito. Colui che non ha mai sperimentato il cielo, anela verso di esso, con la speranza di riuscirci; mentre chi ha evitato i suoi confini ed ha avuto una rapida visione del supernaturale attraverso i suoi portali e non riesce comunque a passarvi dentro, ricorderà abbastanza da colmare la propria anima di angoscia e anche di disperazione al ricordo della visione percepita e perduta.

Quando arrivano le prove dure, terrificanti come lo sono nei gradi più avanzati, la mentalità deve essere tale da respingere le influenze di carattere più persuasivo. Queste influenze sono impressionabili, e al tempo stesso una grande virtù, ma sotto molti aspetti una debolezza fatale; e un altro fattore psicologico da sorvegliare attentamente è la facoltà logica troppo forte e veloce della mente-cervello. La mente deve essere rigidamente subordinata agli attributi più nobili e non usurpare il posto della padronanza; se viene sottomessa, allora è di un valore autentico. La mente superiore che affonda le sue radici nel principio buddhico ha una propria logica e un'intuizione che sono infallibili, mentre i procedimenti della mente-cervello sono riflessi pallidi e di solito distorti, e a causa di questo sono spesso nemici estremamente pericolosi.

Non si può scherzare impunemente con l'Occultismo. Tutta la natura è risvegliata, e la lotta con il sé inferiore a volte può assumere il carattere della disperazione, perché il neofito sente istintivamente che deve vincere o soccombere. Ma se compie fedelmente il primo dovere che gli viene a portata di mano, non importa quanto umile e semplice, quello è il suo sentiero. Nel dominare la nostra debolezza, noi aiutiamo non solo la nostra natura, ma di più: aiutiamo ogni cosa senziente e vivente, perché siano unisoni con le forze che sono la circolazione dell'universo.

Raggiungere il vincolo d'unione con il proprio Sé essenziale è lo scopo supremo dell'iniziazione.[9] Ė il sentiero che porta agli dèi, il che significa fare di ciascuno di noi una divinità individuale. Seguire questo sentiero è un'impresa estremamente seria e sacra. Richiede ogni particella della forza e del potere della volontà che la nostra natura contiene, se vogliamo avanzare verso la meta sublime. Per raggiungerla dobbiamo ignorare totalmente il nodo della personalità, passando così nel tranquillo movimento orbitale della coscienza che esiste intorno al nucleo centrale del proprio essere, e allora fonderci finalmente e diventare unisoni con il sublime prodigio, la divinità interiore.

Dietro ogni velo ce n'è un altro, ma attraverso tutti questi veli risplende la luce della verità, la luce che vive perenne in ognuno di noi, perché è il nostro sé immortale. Ogni essere umano nel cuore del nucleo della sua essenza è un sole, destinato a diventare un componente dell'esercito stellare negli spazi dello Spazio, in modo che, fin dal primo istante in cui la nostra parte divino-spirituale comincia i suoi pellegrinaggi attraverso l'Esistenza universale, è già un sole in embrione, figlio di qualche altro sole che allora esisteva nello spazio. L'iniziazione porta quest'energia innata e latente nel cuore del neofito.

Aham asmi Parabrahman, Io sono il Tutto illimitato — oltre lo spazio e il tempo. Quest'idea è la chiave di volta del tempio dell'antica verità. Ė la madre natura nelle sue possibilità divine, spirituali, psicologiche, eteree e fisiche, che è la nostra casa universale — una casa che non ha alcuna localizzazione specifica perché è dappertutto.

Qui, allora, è il sentiero per il quale ogni figlio dell'uomo può ascendere, se possiede l'inflessibile volontà di agire così e l'anelito alla luce più grande. Egli può salire lungo i diversi stadi della gerarchia, facendo ogni passo verso l'alto attraverso un'iniziazione, finché il suo essere alla fine diventa uno con il Guardiano Silenzioso del nostro globo. In seguito, in un periodo ancora più lontano, la sua monade diventerà una con il Guardiano Silenzioso della nostra catena planetaria e, in un periodo ancora più distante nel tempo cosmico, egli s'identificherà, come un centro di vita monadico individuale, con la gerarchia del nostro sistema solare.

La parte più profonda di noi è la parte più profonda dell'universo: ogni essenza, ogni energia, ogni potere, ogni facoltà, che è nel Tutto illimitato in ciascuno di noi, attivamente o a livello latente. Tutti i grandi saggi hanno insegnato la stessa verità: "Uomo, conosci te stesso," che significa andare all'interno in pensiero e sentimento, in misura sempre maggiore, alleandoci autocoscientemente con la divinità nel centro del nostro essere — la divinità che è anche il cuore dell'universo. Lì, in verità, è la nostra casa: lo Spazio senza confini, senza frontiere.


[1] Viene chiesto spesso quale garanzia possa offrire un aspirante perché non divulghi ingiustamente e magari indiscriminatamente gli insegnamenti ricevuti. Non vi è alcuna garanzia assoluta. Questa è una ragione per cui le linee vengono sempre tracciate così ermeticamente, e perché il tocco dato deve essere quello giusto. Una delle protezioni contro l'infedeltà agli insegnamenti del grado più alto è il fatto che il mondo non li comprenderebbe, e penserebbe che l'uomo che sta così tradendo le verità più sacre sulla terra sia un pazzo. La gente considera sempre come insensate le cose che non comprende - quanti geni, all'inizio del loro percorso, sono stati ritenuti almeno in parte pazzi! Un'altra protezione è che ogni individuo appartenente a uno dei gradi più alti sa perfettamente che un solo tradimento per lui significherebbe la cessazione di tutti gli insegnamenti futuri, perché ogni nuovo grado spiega l'insegnamento dato nel precedente. Di conseguenza, un tradimento nel terzo grado, ad esempio, significherebbe tradire un 'velo' che deve essere spiegato o passato dopo il quarto grado, e così via attraverso tutti gli ulteriori gradi.

[2] Dobbiamo realizzare che ogni essere umano è il pensiero del suo dio interiore — un riflesso imperfetto di quello splendore interno, e tuttavia figlio dei pensieri della divinità interiore — anzi, i pensieri degli esseri umani che evolvono sono entità viventi, anime in embrione che si sviluppano e s'inoltrano verso il sentiero della crescita evolutiva.

[3] Questa grande realtà occulta ha quindi un aspetto sia superiore che inferiore; e questa facoltà della mente è usata dagli adepti sia di magia bianca che nera per produrre, se richiesti, effetti magici. In verità, non è troppo dire che i poteri di avesa, entrare nel corpo di un altro e usarlo, come pure l'Hpho-wa, cioè il potere di proiettare la volontà e l'intelligenza in altre direzioni, a volte fino a distanze incredibili, dipendono ampiamente da questo attributo o caratteristica della mente fluida.

[4] Paramita e paragata (o il suo equivalente paragamin) sono composti sanscriti che indicano 'uno che ha raggiunto l'altra sponda;' paramita (la forma femminile) è usata per le virtù o attributi trascendentali che dobbiamo coltivare per raggiungere quella sponda. Qui va rilevata una sfumatura di differenza nel significato: paramita implica l'idea di aver 'attraversato,' e quindi di essere 'arrivato,' mentre paragata (o paragamin) significa 'partenza' da questa punta estrema e quindi di essere 'andato' per raggiungere senza pericolo l'altra sponda.

Un altro termine usato di frequente nelle scritture buddhiste, che incorpora anche entrambe le sottili distinzioni del termine di prima, è Tathagata, un appellativo dato a Gautama Buddha. E' un composto sanscrito che può essere diviso in due maniere: sia tatha-gata, 'andato così,' cioè partito per l'altra sponda, e sia che l'ha raggiunta; e tatha-agata, 'arrivato così o venuto,' poiché il significato del termine Tathagata si riferisce sia a chi è sia 'partito,' sia a chi è 'arrivato' all'altra sponda, come avevano fatto i suoi precedenti Buddha.

[5] Spesso tradotto come il "Risveglio della Fede nel Mahayana," ma che si adatta molto inadeguatamente al significato dell'originale sanscrito. Sraddha significa sicuramente certezza o fiducia basata su un dispiegarsi delle esperienze interiori, la cui prova sta sia dentro che fuori il sé, e che qui implica un processo ininterrotto d'espansione interiore, una connotazione che è assolutamente assente nella parola 'fede.' Come per utpada, implica la stessa idea di continuità e di progressiva espansione, un risvegliarsi, un elevarsi verso una consapevolezza o realizzazione della saggezza, che culmina nella rinuncia mistica ai frutti dell'emancipazione e al raggiungimento dello stato buddhico. Questa scrittura appartiene al gruppo delle scritture Prajna-Paramita, e di solito è attribuita ad Asvaghosha, un illustre studioso buddhista che visse l'ultima metà del primo secolo d. C., e la cui opera più notevole è il Mahalamkara o "Il Libro della Grande Gloria."

[6] Canopo è un rarissimo tipo di stella supergigante gialla. — n. d. t.

[7] Vi sono casi sporadici di individui che sono stati chela in vite precedenti, ma che sono inciampati sul sentiero e spezzato il legame con l'insegnante, in qualche modo veramente sfortunato per se stessi. Tuttavia, a causa dei pregi passati, quando ha luogo la prossima o possibilmente una seconda incarnazione, essi entrano nella vita dotati di poteri o facoltà inusuali: entrano con un bagaglio di esperienze interiori, spirituali, intellettuali e psichiche, che fanno loro luce e li aiutano ad aver contatto con il dio interiore.

H.P.B. li ha chiamati i beniamini dei nirmanakaya, e indica come esempio Jacob Boehme. Vi era un individuo che per colpa del suo carattere gravemente caparbio, aveva spezzato il legame, e tuttavia era progredito sufficientemente da non perdere i conseguimenti spirituali realizzati. Sebbene non fosse più un chela diretto, tuttavia fu sorvegliato, aiutato, e il suo progresso futuro dolcemente stimolato, affinché nella vita successiva (o anche alla fine dell'ultima vita che aveva vissuto come Jacob Boehme) potesse di nuovo riallacciare il legame coscientemente. In altre parole, Jacob Boehme ebbe esperienze spirituali; iniziò se stesso dalla fontana di luce interiore, maturata in tempi precedenti quando egli era un chela accettato. In realtà, come abbiamo detto, tutta l'iniziazione è autoiniziazione, autorisveglio. Un insegnante semplicemente guida, aiuta, conforta, stimola e sostiene. (Vedi La Dottrina Segreta, I, 632 ed. online Istituto Cintamani)

[8] Trofonio [epiteto di Zeus] è il leggendario titolare dell'omonimo oracolo di Lebadeia, in Beozia. — n. d. t.

[9] Per qualche ragione vi è stato un singolare equivoco per qualcuno riguardo il fatto che le iniziazioni supreme sono negate alle donne. Non è questo il caso. Non c'è nulla al mondo che impedisca a una donna di raggiungere la vetta più nobile della conquista, superando con successo le prove più severe dell'iniziazione. Comunque, quelle che ricevono le iniziazioni più elevate di solito lo fanno in un corpo maschile, semplicemente perché è più facile, essendo gli apparati psicologici e fisiologici meglio preparati a passare per queste iniziazioni. Ma è assolutamente folle supporre che l'iniziazione in qualche epoca passata o presente sia stata oppure sia prerogativa o privilegio speciale degli uomini.

Basta solo ricordare la lunga ed ininterrotta linea storica di profetesse, anche nelle civiltà antropomorfiche e materialistiche della Grecia e di Roma, per comprendere che le donne avevano il loro spazio nelle scuole dei templi e raggiungevano alti e preminenti onori nell'addestramento esoterico. L'Oracolo di Delfi è forse il più conosciuto su larga scala; altri esempi sono i popoli druidi e germanici che anticamente erano famosi per le donne al comando, per le loro veggenti e profetesse. Nonostante la maggior parte delle donne iniziate possano essere state tenute dietro il velo dell'isolamento, tuttavia la loro capacità interiore e il potere di realizzare erano universalmente riconosciuti.


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