Theosophical University Press Online Edition

La Sorgente Primordiale dell'Occultismo di G. de Purucker


Sezione 10:

La Gerarchia della Compassione

I Guardiani Silenziosi
I Tre Rivestimenti
L'Esercito dei Dhyāni-Chohan
L'Avatāra — un Evento Spirituale
Gli Avatāra Upapādaka e Anupapādaka
Gli Avatāra di Mahā-Vishnu e Mahā-Śiva
L'Avatāra Gesù
Il Potere di Āveśa
La Gerarchia dei Lama Tibetani
Gli Esseri della Quinta e della Sesta Ronda
I Buddha e i Bodhisattva
Gautama il Buddha
La nostra Dimora Spirituale

I GUARDIANI SILENZIOSI

Gli Arhat della "Bruma Ignea" del settimo gradino devono salire ancora solo di un grado per raggiungere la Radice-Base della loro Gerarchia, la più elevata sulla Terra e nella nostra Catena Terrestre. Questa "Radice-Base" ha un nome che non può esser tradotto in nessuna lingua occidentale se non mediante diverse parole unite insieme: — "II Baniano-umano-eternamente-vivente." Questo "Essere Meraviglioso" discese, secondo quanto si dice, da una "regione elevata" nella prima parte della Terza Era, prima della separazione dei sessi nella Terza Razza. . . .
È "l'Iniziatore," chiamato il "grande sacrificio," poiché, stando sulla soglia della luce, Egli la contempla dal Cerchio delle Tenebre in cui si trova e che non vuole attraversare; ed Egli non abbandonerà il suo posto prima dell'ultimo Giorno di questo Ciclo di Vita. Perché il Guardiano Solitario rimane al posto da lui stesso scelto? Perché si tiene accanto alla Sorgente della Saggezza Primordiale dalla quale non attinge ulteriormente, non avendo più alcuna cosa da imparare che già non sappia, né su questa Terra né nel suo Cielo? Egli è là perché i Pellegrini solitari, con i piedi piagati dal lungo viaggio di ritorno verso la loro patria, non sono mai sicuri fino all'ultimo istante di non smarrirsi in questo deserto illimitato d'illusione e di materia che si chiama la Vita Terrena. Perché Egli vuole indicare la via a quella regione di libertà e di luce, dalla quale si è volontariamente esiliato, ad ogni prigioniero che è riuscito a liberarsi dai legami della carne e dell'illusione. Infine, perché Egli si è sacrificato per salvare l'Umanità, per quanto soltanto pochi eletti possano trarre profitto dal grande sacrificio.
È sotto la guida diretta e silenziosa di questo Maha (grande) — Guru, che tutti gli altri Istruttori divini minori divennero, fin dal primo destarsi della coscienza umana, le Guide dell'Umanità primitiva. È per mezzo di questi "Figli di Dio" che l'Umanità infantile ricevette le prime nozioni di tutte le arti e di tutte le scienze, come pure della conoscenza spirituale; e furono essi che posero la prima pietra fondamentale di quelle antiche civiltà che provocano lo stupore delle nostre moderne generazioni di scienziati e di eruditi. — La Dottrina Segreta, I, pp. 207-8 ed. or.; pp. 273-5 online

La Gerarchia della Compassione è divisibile in quasi innumerevoli gerarchie minori, che percorrono verso il basso la scala dell'essere cosmico, dalla gerarchia suprema del nostro sistema solare attraverso tutti gli stadi intermedi, riempiendo ciascuno dei suoi pianeti, finché, alla fine, troviamo i suoi rappresentanti su questo piano fisico sui diversi globi delle catene planetarie. È composta di divinità, semidèi, buddha, bodhisattva, e di uomini magnanimi e nobili che servono da canale vivente per le correnti spirituali che provengono, su questo e su ogni pianeta del nostro sistema, dal cuore della divinità solare; e loro stessi, dalle compassionevoli profondità del proprio essere, spargono gloria, luce e pace sul sentiero. Gli uomini sanno poco dell'immenso amore, degli impulsi divini di compassione che dominano le anime di coloro che formano questa Gerarchia della Luce. Essi hanno fatto la grande rinuncia, rifiutando ogni speranza di un progresso evolutivo personale, e potrebbe esserlo per eoni futuri, per persistere nel loro compito al servizio del mondo. Non riconosciuti, non ripagati, lavorano costantemente, guardando gli altri che li superano, perché il fiume delle vite che si muove lentamente scorre rapido in un flusso incessante.

Sulla nostra terra vi è una gerarchia minore della luce. Vi sono, in questa sfera, intelligenze elevate che lavorano, anime umane, che hanno i loro rispettivi posti nei gradi gerarchici. Questi maestri o mahatma sono forze viventi nella vita spirituale del mondo; e le menti risvegliate ed intuitive percepiscono la loro presenza, almeno qualche vola.

Considerate il meraviglioso lavoro cui si dedicano quelli che ci hanno preceduto. Sono i rivelatori, nel senso di svelatori, perché sono gli iniziatori, coloro che portano la luce di era in era. Quelli dell'ordine dello splendore buddhico, della saggezza e della compassione, riproducono tra di noi ciò che ha luogo nelle sfere supreme, poiché vi sono rivelatori tra gli stessi dèi. E per questi immortali, come noi concepiamo che siano, vi è ugualmente una scuola di allenamento e una trasmissione della luce di manvantara in manvantara. Gli antichi Ermetisti avevano ragione: ciò che è in alto è lo stesso di ciò che è qui in basso, e ciò che è qui in basso non è che un'ombra, un riflesso, di ciò che è in alto.

Al vertice della Gerarchia della Compassione vi è il Guardiano Silenzioso. Egli ha rinunciato a tutto; in un assoluto autosacrificio aspetta e sorveglia con infinita misericordia, arrivando giù nella nostra sfera, aiutando ed ispirando nel silenzio della compassione spirituale. Il Guardiano Silenzioso rimane al suo posto dall'inizio alla fine del ciclo di vita manvantarica, né si muoverà da quella posizione di compassione cosmica finché sia stato dipanato l'ultimo filo del destino di quella gerarchia. È chiamato il Guardiano Silenzioso perché sorveglia e protegge, attraverso i manvantara di lunghe ere, in quello che a noi appare come un silenzio divino.

Questo Essere Meraviglioso è il legame e il vincolo spirituale dei vari bodhisattva e buddha della Gerarchia della Luce, sia con i mondi superiori, sia con noi e gli esseri inferiori della nostra ronda. Egli è il capo della gerarchia spirituale e psicologica della quale i maestri formano una parte. È il sempre vivo baniano[1] umano da cui essi — e anche noi — pendiamo come foglie e frutti. Da questo Meraviglioso Essere hanno origine i nostri impulsi più nobili attraverso i nostri sé superiori: la vita e l'aspirazione che sentiamo agitarsi nelle nostre menti e nei nostri cuori, l'impulso a migliorare, il senso della lealtà e della fedeltà — tutte le cose rendono la vita luminosa e bella, degna di essere vissuta.

Ci viene insegnato, come sanno i grandi veggenti spirituali, che lo stesso modello gerarchico esiste su ogni globo, su ogni pianeta abitato di ogni sole nelle infinitudini dello Spazio. Vi è, su ciascuno di essi, un maestro che insegna e che, in ogni caso, merita il termine che H.P.B. usa, cioè: "il Grande Sacrificio," perché, per l'illimitata compassione verso coloro che stanno più indietro nella scala dell'evoluzione, lui ha rinunciato a tutta la speranza e l'opportunità di elevarsi in questo manvantara. Non può imparare più niente da questa gerarchia, in quanto ha già la conoscenza che appartiene a questa gerarchia; ma rimane indietro per eoni, come il grande ispiratore ed istruttore. Ha sacrificato se stesso per tutti coloro che gli sono inferiori.

Proprio come le gerarchie nell'universo sono effettivamente numerose, così lo sono gli Esseri Meravigliosi o Guardiani Silenziosi, perché ognuno di loro è tale soltanto per la serie di vite nella sua gerarchia. Vi è l'Essere Meraviglioso che è il supremo capo spirituale, il Guardiano Silenzioso della Fratellanza della Compassione. Ce n'è anche uno per il nostro globo, che in questo caso è identico alla gerarchia della Fratellanza della Compassione. Ce n'è pure uno per la nostra catena planetaria, e uno per ciascuno dei suoi globi; e ce n'è ugualmente uno per il nostro sistema solare, il cui habitat è il sole, ed uno per il nostro universo, che è la nostra dimora, e così via per sempre.

Ognuno di questi Guardiani Silenziosi è la sorgente, la madre, di una gerarchia dei Buddha di Compassione. Sono realmente coloro dai quali scaturiscono consecutivamente nell'universo quelle azioni funzionali ed accurate che non falliscono mai, che noi chiamiamo leggi naturali. È il movimento della loro volontà e coscienza che si esprime in questo modo, e quindi si dice che essi siano impegnati in una battaglia perenne — una metafora umana — con le forze della pura materia, con il Ma-mo. Questo è un termine generico che include gli spiriti oscuri e sinistri e le operazioni della natura, che sono semplicemente le funzioni degli eserciti monadici della vita cosmica che si elevano lentamente verso l'alto, ma che sono ancora immersi nel profondo sonno spirituale dell'esistenza materiale. La battaglia di questi Guardiani Silenziosi è di sostenere le leggi di vita in una consecutio ordinata, affinché tutto prosegua nel giusto verso e la Luce non muoia dall'universo.

Seguendo la stessa regola dell'azione ripetitiva in natura, vi è un Guardiano Silenzioso per ogni uomo, il suo dio interiore — il buddha dentro di lui — che è il cuore del suo essere, l'origine della legge fondamentale o coscienza della sua struttura gerarchica. E vi è un Guardiano Silenzioso per ogni atomo. Poiché l'intera struttura del kosmo è costruita completamente sulle corrispondenze e le ripetitività, non vi sono assoluti in alcun posto, ed ogni cosa è strettamente relazionata ad ogni altra cosa. Il divino di una gerarchia è concretamente materia grossolana per un'altra gerarchia di gran lunga superiore; ma sia nell'una che nell'altra si applicano molto rigorosamente le regole ripetitive, perché la natura ha un corso d'azione totalmente ripetitivo.

È ovvio che questi Guardiani Silenziosi siano di vari gradi. Quello del nostro globo D della catena terrestre, ad esempio, è ancora umano, perché, sebbene sia il più avanzato dell'umanità, non si è ancora evoluto dallo stadio umano a quello del dio. Vi sono spiriti planetari, Guardiani Silenziosi che occupano un grado intermedio tra le divinità e gli uomini. Vi sono Guardiani Silenziosi tra gli dèi, e alcuni di essi si manifestano come dei soli — non soltanto nel cuore di un sole, il dio dietro la gloriosa stella che è il suo rivestimento, ma anche nel senso di quel rivestimento, nello stesso modo che un uomo non è solo lo spirito e l'anima di se stesso, ma è anche il suo veicolo; per cui è un uomo fisico, psichico, spirituale e divino.

È ugualmente vero che un Guardiano Silenzioso superiore è il capo di Guardiani Silenziosi minori che egli guida, proprio come il Guardiano Silenzioso del nostro globo, che in verità è un semidio umano ma ancora un uomo, è il custode della nostra umanità. È in questo essere che affondano le nostre radici della coscienza individuale, tante quante le varie propaggini dell'albero del baniano derivano originariamente dal tronco genitore che ora vive con i suoi figli come un pari, tuttavia primo tra i pari. Il sempre vivente baniano umano a cui allude H.P.B. non è un uomo incarnato. È realmente il Mahāchohan[2] di questa terra, un'entità che infatti fu un uomo in epoche molto lontane, in precedenti manvantara. Egli è il supremo Buddha di Compassione, la guida e l'istruttore più elevato della gerarchia dei Grandi Esseri nel nostro periodo attuale, il canale attraverso il quale passano la sublime ispirazione e la vita che scaturisce dal Guardiano Silenzioso dell'umanità.

Il sé superiore di ciascuno di noi è un baniano umano sempre vivente, la sorgente di una moltitudine di anime umane che sono state inviate come diramazioni, ed esse stesse mettono radici nel mondo materiale; e queste anime umane a loro volta crescono attraverso l'evoluzione di lunghe ere per diventare baniani spirituali, ed ognuno di essi emette nuove radici, nuovi rami, ma tutti originati dall'albero genitore. Quindi, questo baniano umano sempre vivente può essere chiamato il cuore genitoriale dei mahatma.

Quando definiamo questo Meraviglioso Essere gerarchico come il nostro sé superiore, il nostro Paramātman, intendiamo che è lui il seme primordiale o originatore, dal quale noi cresciamo e ci sviluppiamo in entità composite. Noi scaturiamo spiritualmente da lui. O possiamo considerarlo, sotto un aspetto, come un fascio di luce divina che si separa in innumerevoli monadi e raggi monadici durante un manvantara; e, quando arriva il pralaya, si ritira ancora e si contrae in se stesso, ora arricchito e nobilitato, attraverso i suoi sterminati eserciti di monadi manifestate e raggi monadici, dall'esperienza individualizzante che questi hanno sperimentato.

Le innumerevoli varie coscienze crescono in potere, gloria ed autoconoscenza per mezzo delle vite attraverso le quali esse sono passate nella vita dell'essere più grande.

Alcuni parlano del nostro dio interiore come se fosse la nostra conclusione finale. Ma i suoi regni di coscienza non sono che l'inizio di altri regni ancora più divini, raggiungendo sempre più profondamente la matrice dell'Infinitudine, perché la scala della vita si estende senza fine.

Vorrei cercare di chiarire: nelle epoche future, quando l'ipseità spirituale di un uomo sarà diventata, ad esempio, una divinità solare, egli sarà un Guardiano Silenzioso di quel sistema solare — il suo vertice, la sua testa, il cuore e il cervello, governando tutti gli eserciti di entità che riempiranno quel sistema solare e che saranno tutti i suoi figli; ora sono atomi di vita nel suo corpo fisico, naturalmente anche nel suo linga-śarīra, nel kāma-rūpa, in manas e nella sua parte spirituale. Come individuo, egli non dovrà più imparare in quell'Uovo di Brahmā, che allora sarà egli stesso ampiamente sviluppato. In altre parole, tutti gli esseri che ora lo compongono, che lo aiutano ad esprimersi su tutti i piani, si saranno sviluppati essi stessi in molti tipi di entità: atomi, vegetali, animali, uomini, semidèi, ecc. — chiamateli angeli, arcangeli, poteri, principati, perché il nome non conta molto. Egli stesso sarà il Guardiano Silenzioso, colui che si ergerà in tutto il suo splendore solare per numerosi eoni, non imparando più niente nel mondo che allora sarà il suo corpo, la sua auto-manifestazione — vivendo per amore delle vite che sono scaturite da lui come scintille da un fuoco centrale. Naturalmente, nelle sue parti ancora più elevate, egli imparerà su piani che, in corrispondenza, sono superiori; ma metà della sua attenzione, della sua vita, dell'intelligenza e delle possibilità di crescere come un dio, sarà dedicata agli eserciti che compongono gli elementi inferiori del suo essere. Non può, non vuole, avanzare di un passo e lasciare un solo atomo di vita abbandonato dietro di lui sul lunghissimo sentiero evolutivo, perché questo sarebbe impossibile. Ciò è dovuto in parte al karma e in parte alla pura compassione. Tale è il sublime destino di tutti noi.

Portiamo ora un altro esempio: il Guardiano Silenzioso della nostra catena planetaria. Quando cominciò il nostro sistema solare, la nostra catena planetaria era tra i "figli di Dio" — il dio era il Padre Sole, e i figli erano le divinità in lui e intorno a lui — e l'essere supremo della nostra catena, lo spirito planetario più elevato di quella stessa catena planetaria come era nel precedente manvantara solare, ora si reincarna come il capo, il corifeo, della nostra attuale catena. Inoltre, per tutte le molte incarnazioni della nostra catena planetaria durante il manvantara solare, quell'unico spirito planetario sarà il nostro Guardiano Silenzioso. Egli deve, per così dire, trascinare il pesante fardello di tutta la catena planetaria, appeso come un ciondolo multiplo da essa, ma non desiderando mai, nemmeno per un istante, liberarsi degli innumerevoli eserciti che compongono quella catena, compresi noi stessi.

Un terzo esempio, sul piano umano, è la triade superiore della costituzione dell'uomo, ātma-buddhi-manas — chiamatela la monade Cristica o il Buddha interiore, se volete — il suo Guardiano Silenzioso. È lui stesso e tuttavia non è lui stesso. In quest'idea sta il vero significato di un Guardiano Silenzioso: l'entità spirituale solitaria che non vorrà elevarsi da solo, e che riproduce come da una sorgente ogni nuova incarnazione dell'uomo come anima umana. Questo si realizza per mezzo del raggio proveniente da questo Guardiano Silenzioso nell'uomo.

Come hanno detto i Pitagorici, la triade superiore rimane in "silenzio e nella tenebra," ed è veramente la radice del nostro essere. Per noi sono silenzio e tenebra, ma la nostra vita umana è effettivamente tenebra. Nel proprio essere questa triade superiore è luce superna, gloria ineffabile, e il suo silenzio è tale per noi solo perché le nostre orecchie non sono allenate a udire ciò che avviene lì.

Un altro esempio di un Guardiano Silenzioso umano è il capo spirituale di tutti gli adepti che hanno sempre vissuto su questo globo, che ci vivono ora, o che ci vivranno in futuro: l'unico che essi riconoscono come il loro padre spirituale, un uomo e tuttavia un semidio, perché è un dio incarnato in un'anima umana altamente evoluta. Egli è un vero essere incarnato, anche se non possiede necessariamente un corpo di carne. Può anche darsi, ed è abbastanza probabile, che si sia incarnato come un nirmānakāya; un nirmānakāya è un uomo completo meno la grossolana triade inferiore. Quest'entità, il Guardiano Silenzioso del nostro globo e della sua umanità, è sulla terra.

Questo Essere Meraviglioso è la Fratellanza gerarchica degli adepti della nostra catena planetaria, iniziata nella quarta ronda sul nostro globo o all'incirca verso il periodo mediano della terza razza- radice — che era il periodo in cui l'umanità stava cominciando ad essere autocosciente e pronta a ricevere la luce. La discesa di questo Essere da un piano superiore, dal globo A attraverso i globi B e C, era più una proiezione di energia che la discesa di un'entità incarnata verso il basso. Era una visita nel nostro mondo sotterraneo,[3] intrapresa per l'amore di aiutare quegli esseri viventi nelle sue 'ombre.'

Ora, questo Essere Meraviglioso è un dhyāni-buddha. Bloccati all'interno della sua essenza vitale, emanando da lui come da un sole, vi sono numerosi raggi, e questi raggi-figli sono gli ego umani. Come l'albero del baniano, questo Essere Meraviglioso emette i viticci dello spirito, che raggiungono il basso, nella fabbrica sostanziale dell'universo in cui egli vive, e lì fanno radice; e per il fatto che ricevono da lui l'essenza della vita, essi stessi diventano alberi di baniano, crescendo a loro volta. In altre parole, raggiungono la crescita evolutiva, spirituale ed intellettuale, e la maturità psichica, e quindi emettono altri nuovi viticci 'verso il basso,' che fanno radici, costruendo così nuovi tronchi, ecc.

Uno degli insegnamenti più belli della teosofia è che questo Essere Meraviglioso venne da una "regione elevata" come un nostro visitatore, vivendo in quello che per lui era il mondo sotterraneo, e dimorando tra noi per un periodo, come il primordiale spirito maestro della razza umana — un Essere contemporaneamente uno e molti — un mistero.


I TRE RIVESTIMENTI

Nella costituzione settenaria di ogni essere manifestato, non solo dell'uomo ma anche degli dèi, vi sono 'tre rivestimenti' conosciuti nel Buddhismo esoterico come trikāya, vale a dire il dharmakāya, il sambhogakāya, e il nirmānakāya. Comunque, solo negli umani più progrediti (o in esseri al loro livello) questi rivestimenti diventano autocoscientemente attivi e funzionanti.

In ogni essere questa triplice essenza ha una comune e identica origine, e la sua sorgente madre è l'Essere Meraviglioso che è contemporaneamente 'l'Uno e i Molti,' che si manifesta in tutta la gerarchia in una successione di esseri emanati da lui stesso, e quindi esistenti e funzionanti sia come individuo, sia come un aggregato negli stati dharmakāya, sambhogakāya e nirmānakāya, dall'inizio alla fine del grande manvantara cosmico.

L'aspetto più elevato o sotto-entità dell'Essere Meraviglioso è il Primo Logos o spirito primordiale, chiamato Ādi-buddha; ādi significa primordiale. È questo Ādi-buddha ad essere nello stato dharmakāya: quello della coscienza pura, beatitudine pura, intelligenza pura, libero da ogni pensiero personalizzante; è quel corpo o condizione spirituale di un essere in cui il senso dell'animità e dell'egoità è svanito nell'universale o gerarchico. Il secondo aspetto dell'Essere Meraviglioso è chiamato il dhyāni-buddha, ed è effettuato dal sambhogakāya, che significa la partecipazione del corpo, perché il buddha nello stato sambhogakāya conserva ancora la sua coscienza individuale, la sua egoità. Il terzo aspetto o sotto-entità è il mānushya-buddha, che significa buddha umano, così chiamato perché nato in un corpo umano per un'opera di compassione tra gli uomini; per volontà o bisogno, egli vive e lavora nello stato nirmānakāya, sul quale esiste una dottrina straordinariamente meravigliosa. In un senso, è il più elevato dei tre aspetti a causa dell'immenso autosacrificio volontario che ha coinvolto l'incarnazione nell'esistenza umana. È lungo la linea dei dhyāni-buddha e dei mānushya-buddha che l'insegnamento della saggezza delle ere è misticamente tramandato all'umanità attraverso i loro rappresentanti sulla terra, la Fratellanza degli adepti, che costituiscono l'aspetto spirituale e psicologico dell'Essere Meraviglioso, e sono la Gerarchia della Compassione, chiamata dai greci la Catena d'Oro di Hermes.

In questi nobili esseri umani come i mahatma — anche se minori rispetto ai vari gradi di bodhisattva e buddha — non solo ci sono questi tre rivestimenti autocoscientemente attivi e funzionanti, ma questi eccellenti uomini possono trasferire a volontà i loro centri di coscienza quasi completamente da uno all'altro.

Ora, quando l'ego autocosciente sceglie di focalizzare la propria coscienza nel dharmākaya, e se questa scelta è stata fatta definitivamente, il suo nirvana è irrevocabile, perché da quel momento le parti inferiori della costituzione sono gettate via e l'adepto-buddha si risveglia nello stato del nirvana, dove rimane per ere — fino al termine del manvantara cosmico. Così, i Buddha di Compassione ottengono lo stato dharmakāya, che dà loro il diritto di entrare in nirvana; ma essi vi rinunciano, e una loro parte rimane nel samhogakāya, sebbene possano scegliere la condizione del nirmānakāya. I Pratyeka Buddha, d'altro canto, cercano deliberatamente di ottenere la sublimità del dharmakāya e vi restano immersi nella beatitudine e nell'isolamento spirituale egoista finché si aprirà il prossimo manvantara.

Il samhogakāya è il rivestimento intermedio, ed è lo stato di quei grandi esseri che per varie ragioni karmiche partecipano, in una certa misura, della saggezza e della beatitudine ineffabile del dharmakāya, e tuttavia sono legati, per vincoli karmici di simpatia, alle moltitudini di esseri sofferenti che si trascinano dietro, e così, in misura, sono altrettanto funzionanti nel nirmānakāya.

Questi esseri che sono diventati autocoscientemente funzionanti nel nirmānakāya scelgono tale rivestimento per rimanere in contatto con l'umanità, perché lo stato nirmānakāya li rende capaci di esercitare un'immediata e continua influenza di tipo altamente spirituale ed intellettuale negli affari umani, e anche di elargire un aiuto diretto quando il karma lo permette.

I bodhisattva scelgono invariabilmente il rivestimento nirmānakāya quando il loro grado iniziatico li rende capaci di agire in questo modo, anche se pochi tra loro, per ragioni karmiche che non vogliono e non possono controllare nonostante la loro grande saggezza, trovano necessario assumere il sambhogakāya. Quando le cause karmiche si sono esaurite, si reincarnano e in seguito assumono il rivestimento nirmānakāya, o lo assumono immediatamente.

Potrei accennare che i tre rivestimenti non si possono correlare ai tre dhātu del Buddhismo, essendo questi dhātu rispettivamente i regni spirituali, i mondi intermedi o elevati in manifestazione, e i sottopiani inferiori cosmici su cui noi umani stiamo vivendo attualmente. Quindi il dharmakāya appartiene all'arūpa-dhātu; il sambhogakāya al rūpa-dhātu; e il nirmānakāya al kāma-dhatu.

Questi tre rivestimenti corrispondono anche alle tre divisioni della costituzione umana — che in Occidente sono definite come spirito, anima e corpo — che l'adepto o iniziato, in rare occasioni quando è necessario, può separare l'uno dall'altro, senza annientarsi. Il dharmakāya, quindi, corrisponde alla triade superiore ātma-buddhi-manas (o meglio, in questo caso, il manas superiore); il sambhogakāya al manas superiore congiunto a kāma e ai gradi superiori di prāna; e il nirmanakāya a manas-kāma-prāna e al rivestimento astrale che essudano da se stessi. Poiché il nirmānakāya vive nei mondi astrali, è ovvio che abbia bisogno di un 'corpo astrale' corrispondente al piano su cui è attivo. Inoltre, il suo manas superiore e buddhi funzionano naturalmente dentro di lui, sebbene il suo campo autocosciente di lavoro sia nel manas-kāma-prāna, proprio come l'autocoscienza dell'uomo oggi è largamente focalizzata nel kāma-manas e nei principi inferiori, e tuttavia i principi superiori sono più o meno funzionanti in lui.

Tutte queste affermazioni, bisogna ricordare, sono semplicemente appigli del pensiero e quindi non dovremmo ancorare permanentemente il nostro pensare a qualche modo particolare di valutare queste corrispondenze. Infatti, il nirmānakāya comprende ogni cosa tranne la triade inferiore, cioè il corpo, i prāna fisico-astrali, e il linga-śarīra. Oltretutto, include il sambhogakāya e il dharmakāya; ma il centro della coscienza è per il momento collocato nella particolare qualità nirmānakāya della coscienza stessa.

Non è possibile nemmeno per l'adepto funzionare completamente ed autocoscientemente in tutti i tre rivestimenti contemporaneamente; ma lui può scegliere a sua volontà in quale vuole temporaneamente funzionare. Quale che sia quello che sceglie per lavorare in qualsiasi momento, il flusso ātmico della coscienza passa sempre attraverso di lui. Quindi, questa separazione o concentrazione temporanea dell'autocoscienza in uno dei rivestimenti non significa che il rivestimento così selezionato sia interrotto dal resto della costituzione, perché una tale rottura porterebbe alla dissoluzione dell'intera costituzione e significherebbe la morte completa dell'adepto.

L'insegnamento inerente al trikāya è uno dei più sublimi nell'intera gamma dell'Occultismo. È per far funzionare autocoscientemente questa triplice essenza buddhica vivente nella costituzione di ogni essere umano, che i maestri di compassione, quando sono sulla soglia del nirvana, rinunciano a quello stato supremo e ritornano a guidare e ad istruire l'umanità.


L'ESERCITO DEI DHYĀNI-CHOHAN

Le verità rivelate all'uomo dagli "Spiriti Planetari" (i più elevati Kumâra, quelli che non si incarnano più nell'Universo durante questo Maha-manvantara) che appariranno sulla terra come Avatâra soltanto all'inizio di ogni nuova razza umana, e al passaggio dalla fine di un ciclo, piccolo o grande, all'inizio di un altro — al tempo in cui l'uomo diveniva più animalizzato, furono fatte svanire dalla sua memoria. Però, benché questi Istruttori rimangano con l'uomo non più del tempo richiesto per imprimere sulle menti plastiche dell'umanità bambina le eterne verità che essi insegnano, il loro Spirito rimane vivido, anche se latente, nel genere umano. E la piena conoscenza della rivelazione primordiale è sempre rimasta per pochi eletti ed è stata trasmessa da allora fino al presente, da una generazione di Adepti all'altra. Come dicono gli Istruttori nel Sillabario Occulto: "Questo è fatto per garantire ad esse (le verità eterne) di non essere perdute o interamente dimenticate nei secoli successivi dalle generazioni future". . . . La missione dello Spirito Planetario è di far risuonare la nota chiave della Verità. Una volta che ha diretto la sua vibrazione a percorrere il proprio corso ininterrottamente lungo le concatenazioni della razza sino alla fine del ciclo, egli scompare dalla nostra terra fino al seguente Manvantara Planetario. La missione di ogni istruttore di verità esoteriche, che stia al vertice o alla base della scala della conoscenza, è esattamente la stessa; come in alto, così in basso. — H.P.B., E.S. Instructions, III; La Dottrina Segreta, volume 3

Le classi di esseri spirituali che riempiono il nostro sistema solare sono dodici, spesso riportate comunque come dieci, delle quali tre sono definite come dimoranti nel silenzio, e sette in manifestazione. Come scrive H.P.B. ne La Dottrina Segreta:

L'Occultismo divide i "Creatori" in dodici classi; di queste, quattro hanno raggiunto la liberazione alla fine della Grande Età, la quinta è pronta per raggiungerla, ma rimane ancora attiva sui piani intellettivi, mentre sette sono ancora sotto la diretta Legge Karmica. Queste ultime agiscono sui globi portatori di uomini della nostra catena. — II, 77 ed. or.; p. 548 online

Le quattro più elevate delle dodici classi delle entità monadiche o spirituali sono le classi superiori degli dèi. La quinta classe è composta da entità che stanno sulla soglia della divinità e possono considerarsi quasi divine; sono i vari gradi dei buddha superiori, sia i Buddha di Compassione che i Pratyeka Buddha più elevati. Sono spiriti supremi, dhyāni-chohan liberati, al di sopra dei sette gradi inferiori di esseri manifestati. Questa quinta classe costituisce collettivamente il collegamento mediante il quale tutto l'universo settenario inferiore è sostenuto dai regni divini come un ciondolo. Poiché il vertice di qualsiasi gerarchia si mescola sul piano più basso di quello superiore ad esso, devono esserci dei collegamenti tra di loro, organismi che connettono, gerarchie di esseri che servono da intermediari. È questa quinta classe di esseri elevati che ci collega direttamente con gli dèi. Il loro posto in natura è, di fatto, il regno del Guardiano Silenzioso.

Le rimanenti sette classi di monadi o spiriti cosmici — dhyāni-chohan di gradi e sottogradi differenti — sono comunemente divisi in due gruppi: i tre superiori, e i quattro inferiori. Quelli dei tre superiori di questo esercito settenario di esseri spirituali sono definiti come dhyāni-buddha e costituiscono la Gerarchia della Compassione. Sono le intelligenze che spingono all'azione i costruttori, cioè i dhyāni-chohan dei quattro gruppi inferiori. È l'interazione delle sostanze dell'energia tra queste due linee a costituire unitamente la totalità di tutti i processi evolutivi nel nostro kosmo. Queste due linee non devono essere confuse. I dhyāni-buddha sono gli architetti, i supervisori che forniscono il modello, definiscono i progetti, e il loro lavoro è eseguito dai gradi inferiori di dhyāni-chohan chiamati i costruttori, che ricevono l'impressione creativa dagli esseri dell'arco luminoso e la manifestano. I costruttori non solo lavorano concretamente nel kosmo materiale esterno, ma lo formano, e sono (in un senso) i principi inferiori dei dhyāni-buddha che costituiscono il kosmo interno. Ora, ciascuna di queste due linee è settenaria: vi sono sette classi di dhyāni-buddha, e sette classi di dhyāni-chohan di gradi inferiori.

Il vertice di qualsiasi gerarchia è il suo seme, la sua radice, il centro vitale originario, da cui la gerarchia pende come un frutto dal ramo dell'Albero della Vita. Questa regola prevale in tutto l'universo e, di conseguenza, l'origine e la sorgente della vita di tutti i dhyāni-buddha è l'apice di quella particolare gerarchia alla quale loro appartengono. Questo vertice della gerarchia a volte lo chiamiamo 'Colui che sorveglia in silenzio,' una frase simile all'espressione 'i signori della meditazione,' cioè i dhyāni-chohan.[4] Ciò non significa che questi esseri spirituali elevati passino il loro tempo a non far niente se non a meditare, nel senso umano del termine. Sono chiamati 'i signori della meditazione' perché quello è il modo in cui la mente umana li concepisce misticamente. In realtà, sul loro piano, godono uno stato di alta attività spirituale e, nella grande opera cosmica, sono i collaboratori degli dèi superiori. Un'altra ragione per cui sono chiamati così è che il dhyāni-chohan nel cuore di ciascuno di noi, il nostro dio interiore, è da noi concepito come un'entità che medita in silenzio attraverso tutte le ere, aspettando il momento in cui questo Buddha interiore, questo Cristo immanente, sarà capace di elevare al proprio stato spirituale di potere e saggezza la nostra anima umana che lotta.

Se qualcuno degli esseri che vivono negli elettroni degli atomi del nostro corpo dovessero pensare alla coscienza umana, che è la loro sorgente di esistenza e vitalità, non dubito che queste infinitesimali entità viventi ci riterrebbero come i signori della meditazione. La nostra vita umana è vissuta su una scala molto più lenta, molto più maestosa, rispetto alla loro frenetica esistenza; e di conseguenza la durata di un singolo pensiero umano, sfuggente come ci sembra, a loro sembrerebbe uno stato di coscienza dalla durata immensa. Similmente, noi esseri umani che viviamo piccole vite frenetiche a paragone con i grandiosi periodi delle entità simili a dio, possiamo concepirli solo come immersi in uno stato di profonda coscienza spirituale, di cui ciascuna fase, o pensiero, ci sembra lunga di secoli. E ancora superiori a questi esseri elevati vi sono altre gamme di entità ancora più sublimi.

Un dhyāni-chohan pienamente sbocciato era, per lunghi eoni in altri manvantara, un atomo di vita; e ciascuno degli eserciti di atomi di vita che compongono la nostra intera costituzione su tutti i suoi piani e in tutti i suoi principi è, nel suo sé esteriore, un futuro dhyāni-chohan, e nel nucleo del suo cuore un dhyāni-chohan pienamente sviluppato — sebbene ancora inespresso. Così l'uomo non è solo una essenza che è già un dhyāni-chohan, ma anche un esercito, una vasta e quasi infinita moltitudine di dhyāni-chohan non evoluti. Anche la sua anima è sulla buona strada per evolvere verso la condizione di dhyāni-chohan.

L'onda di vita umana alla fine della settima ronda della nostra catena planetaria sarà diventata un esercito di dhyāni-chohan, una razza di dèi, pronta a prendere il volo negli spazi interiori dello Spazio. L'uomo sarà sbocciato in un dio autocosciente, non ancora 'Dio' o il vertice della gerarchia alla quale appartiene per discendenza karmica, ma un dio. Egli sarà diventato uno spirito planetario, un dhyāni-chohan, uno di quel meraviglioso esercito di esseri spirituali che sono gli uomini perfetti di precedenti manvantara. Quando abbiamo iniziato la prima volta il nostro pellegrinaggio in questo manvantara, furono questi dhyāni-chohan, i nostri signori spirituali, ad aprirci il sentiero, e guidarono i nostri incerti passi perché diventassimo uomini, incarnazioni dei nostri sé superiori. Quando diventiamo autocoscienti, cominciamo a guidare noi stessi, e a lavorare coscientemente con loro secondo la nostra evoluzione.

Gli agnishwātta,[5] o Lha solari sono un altro aspetto di questo esercito di dhyāni-chohan. I pitri agnishwātta appartengono alla triade superiore dei sette manifestati che lavorano direttamente nell'uomo e attraverso di lui. E poiché siamo intimamente affini alla gerarchia solare, infatti apparteniamo a loro, abbiamo questi legami di un rapporto psicologico, intellettuale e spirituale con la divinità solare, il Padre Sole.

In verità, noi siamo Figli del Sole o i pitri solari nelle nostre parti più elevate. Oppure, ancora più precisamente, diventeremo tali quando l'energia dell'agnishwātta, un Figlio del Sole pienamente sviluppato, che ora adombra ciascuno di noi, avrà realizzato dentro di noi il prodigio spirituale — elevandoci alla sua propria natura. Ogni essere umano è il tempio di un raggio dello splendore solare, e qui non ci riferiamo soltanto al sole fisico, ma all'uovo aurico del sole interiore che è una divinità permanente che elargisce al sole manifestato la luce e la vita che lui diffonde per tutto il suo regno.

La maggior parte dei re egiziani, com'è mostrato sul cartiglio di molti di loro, avevano, tra i loro appellativi, quello della dignità del Figlio del Sole. Nei primi periodi dell'Egitto, quando questo era veramente un saluto regale, significava un effettivo passaggio, tramite l'iniziazione nel quarto grado, della costituzione interiore dell'uomo fuori dalla sfera della terra e attraverso gli spazi planetari, finché l'iniziando non fosse entrato nei portali del sole e, spiritualmente parlando, non fosse venuto in comunicazione con il signore e datore di vita del sistema solare.

Vi erano anche altre nazioni che seguivano e conservavano gli antichi rituali, e quindi gli appellativi; e frequentemente, nelle loro letterature più antiche e qualche volta anche nei loro scritti più recenti, troviamo che era usata la stessa espressione iniziatica: Figlio del Sole. Gli antichi re egiziani, e i mistici di tutti i popoli che passavano attraverso questo meraviglioso rito, percorrevano quel sentiero e ritornavano come veri salvatori degli altri uomini.

I mānasaputra[6] sono ugualmente dhyāni-chohan. Ci sono sette classi di questi mānasaputra, proprio come ci sono sette classi di agnishwātta. Infatti, l'energia degli agnishwātta e l'energia dei mānasaputra sono due aspetti degli stessi esseri cosmici. L'incarnazione, o l'entrata di questi mānasaputra nell'umanità ancora mentalmente non risvegliata della metà e della posteriore terza razza-radice di questo quarto globo durante l'attuale quarta ronda, avvenne in sette fasi, in base alle sette classi di mānasaputra. Ciò ebbe luogo in epoche prima che tutta l'umanità di quel periodo diventasse autocosciente. Le classi superiori dei mānasaputra s'incarnarono per prime, per cui i veicoli umani in cui si erano incarnati non solo furono i primi a diventare autocoscienti, ma furono anche gli umani più importanti di quel remoto periodo; e i mānasaputra meno progrediti furono quelli che entrarono nei veicoli umani inferiori, che furono anche gli ultimi in ordine di tempo a diventare autocoscienti.

L'entrata dei mānasaputra nei veicoli che allora erano ancora incoscienti, fu un atto karmico, corrispondente nella storia razziale all'entrata della mente nel bambino umano oggi. Il primo è un atto razziale, il secondo è individuale; ma la regola è la stessa. Questo evento ebbe luogo quando si manifestò la mente, la capacità di comprendere. Ora, com'è detto nella Dottrina Segreta, i mānasaputra discesero ed insegnarono; vennero dai regni più elevati ed invisibili, e s'incarnarono nel cervello ancora privo di senso, e gli uomini da allora in poi diventarono esseri autocoscienti, pensanti, intelligenti. Come un bambino nei suoi primi anni non è completamente umano, nel senso che la mente, l'ego reincarnante, non ha manifestato ancora i suoi poteri, tale era la condizione del flusso di vita umana che precedette il punto mediano della terza razza-radice: c'erano i veicoli umani, ma la mente era latente.

Queste entità mānasaputriche non erano del tutto diverse dagli esseri in cui immisero la loro divina fiamma dell'intelligenza. Il fatto è che era venuto il momento, nel ciclo delle lunghe ere del viaggio dei pellegrini, in cui il loro apparato psichico e fisico si era elevato attraverso l'evoluzione, al punto in cui la loro parte superiore poteva manifestarsi anche su questo piano fisico, e trasformare così le entità allora sognanti e quasi coscienti in esseri umani autocoscienti.

Nondimeno, questi mānasaputra, i nostri ego superiori, vennero da altre sfere. Le due affermazioni sono perfettamente aderenti, perché l'essenza di un uomo non è in alcun modo vincolata dai limiti del suo corpo fisico. Il suo ego superiore, il mānasaputra che agisce in lui anche oggi, vive in un'altra sfera diversa da quella del proprio cervello, ed egli stesso è soltanto un velo delle parti ancora più elevate dell'essenza monadica.

Ciascuno di noi, come essere umano, come mānasaputra reincarnante, deriva l'origine di quella parte della sua costituzione dalla divinità solare. E quando, attraverso l'iniziazione combinata al forte impegno spirituale verso l'alto, otteniamo la comunione autocosciente con questa fiamma solare insita nel nostro cuore, allora possiamo fregiarci a diritto dell'appellativo Figlio del Sole.

Poiché tutti i pitri mānasaputra e tutti i pitri agnishwātta sono dhyāni-chohan, sono quindi praticamente identici. La differenza è che l'elemento agnishwātta mette in evidenza quella parte della loro natura che si rapporta al fatto che sono divenuti uno con la manifestazione del fuoco cosmico, il fuoco dell'essere spirituale, e ne sono i canali; mentre il mānasaputra evidenzia la realtà che essi si sono identificati, o sono all'unisono, con quella parte del proprio cuore interiore, il cui elemento è il fuoco della coscienza spirituale.

Kumāra[7] è ancora un altro nome per questi dèi o spiriti cosmici, e costituisce un terzo aspetto dello stesso esercito di esseri. Ciascuna gerarchia, che sia il sole, un pianeta, o l'uomo stesso, è un aggregato di monadi, tutte collegate da legami inscindibili — non di materia o di pensiero, ma dell'essenza dell'universo. Sono intrinsecamente uno, proprio come ogni raggio che si sprigiona dal Padre Sole è dello stesso materiale fondamentale, e tuttavia sono diversi come individui. Le monadi sono kumāra superiori anche agli agnishwattā e ai mānasaputra. Gli agnishwātta o mānasaputra sono chiamati kumāra perché, se paragonati a noi, sono esseri di purezza spirituale. Di questi tre termini, kumāra è il più comune, e lo si potrebbe anche applicare ad altre gerarchie di esseri che non possono tecnicamente essere chiamati mānasaputra o agnishwātta.

Questi tre nomi, pur riferendosi alla stessa classe di esseri, hanno ciascuno il proprio significato. Una scintilla divina incosciente comincia la sua evoluzione in qualsiasi mahāmanvantara come un kumāra, un essere di originaria purezza spirituale, non ancora contaminato dalla materia. Quando l'entità evolvente ha raggiunto una piena divinità autocosciente, allora è un agnishwātta, perché è stata internamente purificata dall'azione dei fuochi spirituali dentro di sé. Quando un tale agnishwātta si assume il compito di portare la mente ad un pitri lunare in cui un suo raggio s'incarna, allora, sebbene nel proprio regno sia un agnishwātta, funziona come un mānasaputra.

Nessun uomo può ritenersi un essere umano completo se non possiede in sé gli elementi spirituali, intellettuali, psichici, vitali, astrali, e fisici, ed inoltre, a meno che non sia collegato dai tre superiori con il suo dio superiore, formando così i dieci. Oggi noi siamo i pitri lunari evoluti; in altre parole, noi, come anime umane, siamo i pitri lunari diventati ciò che siamo attualmente, evoluti in maniera considerevole da quando siamo venuti dalla luna.

Delle sette classi di pitri lunari, le quattro inferiori sono i costruttori, i lavoratori, per così dire; le tre superiori sono gli architetti, i progettisti, gli elaboratori dell'idea che i lavoratori eseguono. Queste tre classi superiori di dhyāni-chohan o pitri lunari le possiamo definire innanzitutto come i buddha più elevati. La seconda classe è quella dei figli della mente, i pitri mānasaputra o agnishwātta — ed anche i pitri lunari, perché, sebbene vengano dal sole, agiscono così attraverso la luna. La terza classe la potremmo definire semplicemente come i dhyāni-chohan. Queste tre sono le classi spirituali ed intellettuali, mentre le quattro classi inferiori, raggruppate sotto il nome generico di pitri barhishad, sono coloro che lavorano nei regni più materiali, seguendo automaticamente ed istintivamente i progetti della vita che le classi spirituali hanno lanciato su di loro in onde vitali.


L'AVATĀRA — UN EVENTO SPIRITUALE

La dottrina dell'avatār[8] è profondamente mistica. Ci porterà, forse più di ogni altro insegnamento, a realizzare quanto siano veramente meravigliosi i misteri celati dietro il velo dell'apparenza esteriore. Un avatāra è un evento spirituale transitorio. Arriva nel mondo degli uomini come una luce accecante dall'alto, attraversa il cielo degli affari umani, e svanisce. In futuro ci saranno molti avatāra, come ce ne sono stati in passato.

L'avatāra è una composizione magica, una combinazione di elementi spirituali, psichici, astrali e fisici. Proprio come lo è un comune essere umano, egli è composto da tre basi: spirito, anima, corpo; ma invece di essere un uomo — un ego reincarnante con un lungo passato karmico che risale alle infinitudini della durata, e con un lungo futuro karmico davanti a lui — l'avatāra è un'unione temporanea di questi tre elementi, per produrre tra gli uomini effetti spirituali ed intellettuali più o meno permanenti. È un'operazione della magia bianca più elevata, deliberatamente provocata dai maestri di saggezza e compassione, per introdurre nella nostra atmosfera umana l'influenza diretta e l'energia di un dio.

L'avatāra non ha né passato né futuro, perché non possiede alcun ego reincarnante come lo hanno invece gli esseri umani. La natura intermediaria di un avatāra è presa a prestito da un essere umano molto evoluto come un buddha. Il Signore Gautama il Buddha fornì il suo apparato psico-spirituale all'avatāra Śankarāchārya in India, ed anche a Gesù il Cristo. Nessuno di questi due aveva qualche karma passato o futuro, nel senso usuale della parola. L'avatāra, come tale, è un'illusione, una semplice māyā, e naturalmente è impossibile che l'illusione si reincarni. Tuttavia, abbastanza stranamente, è questa māyā che agisce in maniera meravigliosa nel mondo. La divinità non è māyā, l'elemento buddhico non è māyā, il corpo non è māyā, però la combinazione di questi tre in un'unione temporanea è la māyā.

Il seguente estratto descrive graficamente, anche se in modo succinto, le principali caratteristiche della natura e della funzione di tutti gli esseri avatārici, in particolare degli avātāra upapādaka.[9] È preso dagli scritti lasciati da H.P.B., che furono pubblicati dopo la sua morte nel cosiddetto terzo volume della Dottrina Segreta:

Vi è un grande mistero in tali incarnazioni; esse sono al di fuori e al di là del ciclo delle rinascite generali. Le rinascite possono dividersi in tre classi: le incarnazioni divine chiamate Avatâra; quelle degli Adepti che rinunciano al Nirvâna per continuare ad aiutare l'umanità: i Nirmânakâya; e la naturale successione delle rinascite per tutti: la legge comune. L'Avatâra è un'apparizione che può essere definita un'illusione speciale entro la naturale illusione che regna sui piani sotto l'impero di questo potere, Mâyâ; l'Adepto rinasce coscientemente, di sua volontà e a suo piacimento; le unità del gregge comune seguono inconsapevolmente la grande legge dell'evoluzione duale.
Che cosa è un Avatâra? Prima di essere usato, il termine deve essere ben compreso. È una discesa della Divinità manifestata — sotto il nome specifico di Shiva, Vishnu, o Âdi-Buddha — in una forma illusoria di individualità, un'apparizione che per gli uomini su questo piano illusorio è oggettiva, ma che non è così nella realtà. Questa forma illusoria, non avendo né passato né futuro, poiché non ebbe alcuna precedente incarnazione né avrà susseguente rinascita, non ha nulla a che fare con il Karma, che pertanto non ha presa su di essa. [p. 233 online, v. s.]

I Buddha di Compassione, se vogliono, possono incarnarsi in un corpo umano, ma lo fanno molto raramente, o forse mai, perché i meccanismi spirituali della natura sono così delicatamente regolati, che essi vengono solo in determinati periodi ciclici della storia razziale. Tuttavia, la loro grande influenza scaturisce costantemente, permeando il cuore umano e stimolando l'intelletto umano — almeno se il visitatore divino è il benvenuto. Sono loro la sublime speranza della razza umana, gli ispiratori e gli istruttori dell'umanità. Essi sono i nirmānakāya nei loro vari stadi; e ancora oggi il nirmānakāya di colui che è conosciuto come Gautama resta sulla terra, ed è noto ai grandi iniziati e mahatma; ed egli insegna, ispira ed impartisce l'iniziazione nel più sacro dei luoghi della terra, un distretto sconosciuto dell'Asia Centrale, conosciuto però negli archivi mistici di Śambhala. Lì hanno luogo le grandi iniziazioni. Lì vi sono i Buddha nati e rinati.

Un buddha è uno che ha salito i gradini della scala della vita, uno dopo l'altro, ed ha quindi ottenuto la buddhità, che significa la pienezza umana della gloria spirituale ed intellettuale, ed ha fatto tutto questo mediante i propri sforzi autodiretti lungo il sentiero evolutivo di un lontano passato. Un avatāra, al contrario, è l'ardente splendore spirituale che attraversa l'orizzonte della storia umana, resta per un po' e quindi sparisce. Un avatāra viene in certi periodi critici, quando il male imperversa forte nel mondo e la virtù appassisce nei cuori degli uomini; allora avviene la discesa o incarnazione di un essere divino, che nei suoi regni spirituali è pronto e attende. Ma per entrare in contatto con la sfera della vita umana, è necessario un veicolo o principio intermediario straordinariamente evoluto e santo per far discendere la corrente divina. Questo veicolo intermediario è fornito da un Buddha di Compassione affinché la divinità che s'incarna possa risplendere attraverso di esso ed illuminare così ancora più fortemente questa natura intermediaria presa a prestito dal Buddha che a quel punto s'incarna in un seme umano.

Quando l'avatāra svanisce, il corpo si disgrega, e la parte presa a prestito ritorna al Buddha — ma dire che 'ritorna' darebbe un'idea sbagliata, perché suggerisce che essa sia stata separata dal Buddha, il che è inesatto. Essa è il Buddha; ma dopo la morte dell'avatāra, il Buddha allora riprende il pieno possesso e l'uso di tutte le sue facoltà, invece di essere nella posizione di aver prestato la parte più nobile del suo apparato psichico. La divinità recupera il suo raggio divino, la proiezione della propria essenza che aveva inviato nella composizione dell'avatāra. Come una lingua di fiamma balza da un fuoco e poi recede, così il raggio divino ritorna alla sua sorgente divina — e questo è immediato, perché l'azione dello spirito è più veloce del pensiero.


GLI AVATĀRA UPAPĀDAKA E ANUPAPĀDAKA

Vi sono realmente due tipi di avatāra: gli upapādaka e gli anupapādaka, e la distinzione tra queste 'discese' avatāriche trapela negli stessi termini sanscriti. Upapādaka significa 'obbligato a seguire' o 'conforme a,' 'obbligato a venire.' Anupapādaka è l'opposto di ciò, 'non obbligato a seguire,' ecc., e di conseguenza può essere tradotto come uno che non va o viene secondo una linea di successione; quindi non significa un messaggero in una linea di messaggeri, con ciascuno che passa la torcia in mano al suo successore.

La classe upapādaka di esseri avatārici è alquanto sconosciuta popolarmente, e appena percepita nelle scuole filosofiche dell'India e altrove, mentre quella anupapādaka è abbastanza ben compresa come la 'discesa' di una porzione di un essere divino in un individuo umano allo scopo di realizzare nel mondo alcuni grandi ed elevati obiettivi. Gli upapādaka, abbastanza rari nella storia umana, sono così chiamati perché sono obbligati a seguire o a venire mediante gli swabhāva degli strumenti psicologici attraverso cui funziona il raggio avatārico, proprio come un raggio di brillante luce solare che penetra attraverso una finestra dai vetri colorati tende a diventare il colore del vetro. In altre parole, il raggio divino, pur avendo il proprio swabhāva, tuttavia è de facto modificato nella sua espressione dalle forti caratteristiche e dall'individualità dell'apparato psicologico del Buddha attraverso cui lavora; e così è detto che è upapādaka.

Ora, gli avatāra anupapādaka sono molto più numerosi perché questa classe include tutti i vari modi in cui un raggio divino si manifesta nella vita umana. Il termine anupapādaka fu alquanto parafrasato da H.P.B. come "l'auto-nato dall'essenza divina," e descrive esattamente la natura e il tipo di questa classe di avatāra in qualsiasi mondo abbiano luogo queste manifestazioni.

Come esempi della classe anupapādaka, vi sono per primi i dhyāni-buddha, auto-nati dalla matrice dell'intelligenza cosmica, e che tuttavia appaiono attraverso il loro inerente swabhāva ed impulso. Ancora, in un certo senso, gli svariati tipi dei veri logoi sono ugualmente avatāra anupapādaka, e in verità i dhyāni-buddha sono raggi provenienti da questi logoi, anche se questi stessi dhyāni-buddha sono a carattere anupapādaka. Come altri esempi di tipi alquanto diversi di anupapādaka, possiamo riferirci a quei rari casi del genio umano superiore spiritualmente ed intellettualmente, in cui il dhyāni-buddha dell'uomo stesso ispira o riempie direttamente con la propria radiosità l'apparato psicologico proprio dell'uomo, e forse i più degni di nota di questo tipo di discese avatāriche anupapādaka sono i mānushya-buddha, come ad esempio Gautama il Buddha.

Tutta questa dottrina inerente agli avatāra è tipicamente esoterica, per cui fu soltanto accennata da H.P.B., e quindi di solito in termini piuttosto ambigui e a volte anche in un linguaggio che, pur corretto, è 'oscuro.' Nel suo Glossario Teosofico — un'opera postuma che lei non corresse mai di propria mano — afferma che "vi sono due tipi di avatar: quelli nati da donna, e quelli senza genitori, gli anupapâdaka." Ora, gli anupapādaka in verità sono "senza genitori," perché sono raggi divini che nascono in seno alla monade divina e si diffondono verso il basso nelle loro varie discese, in modo da svolgere il proprio lavoro nel mondo attraverso i loro riflessi o rappresentanti sulla terra — cioè i loro veicoli umani. Vi sono i casi ancora più rari di upapādaka che sono "nati da donna;" e proprio qui è l'enigma, perché, naturalmente, per quanta riguarda i corpi fisici, qualsiasi essere umano che è un avatāra anupapādaka deve lavorare attraverso un corpo nato da una donna.

Il punto qui è che gli avatāra upapādaka sono realmente 'creazioni' di una sublime ed elevata magia bianca. Śankārachārya ne era uno, come lo era Gesù; e solo questi due, con le loro caratteristiche molto diverse, mostrano che gli upapādaka variano tra loro stessi.

L'ampia gamma della classe anupapādaka include tutti i diversi individui che emanano da se stessi una radiosità attraverso la propria costituzione inferiore. Quindi, essi si estendono dai dhyāni-buddha e dai logoi fino a quei grandi uomini e donne che sono ispirati ciascuno dal loro dio interiore. Esempi di avatāra che sono anupapādaka sono molto numerosi nella storia, e vengono spesso citati nella religione e nella filosofia. Potremmo menzionare la lunga linea dei veri mānushya-buddha, tra i quali c'era Gautama. Tsong-kha-pa del Tibet, che visse nel quattordicesimo secolo dell'era cristiana, era ugualmente una sorta di anupapādaka mānushya-buddha minore. Krishna era un altro esempio di avatāra anupapādaka.

La 'seconda venuta' di Cristo — non di Gesù ma dello spirito Cristico — allude alla convinzione universale che Ādi-buddha o il Cristhos, il Logos, si manifesti di volta in volta nel mondo. In altre parole, la 'seconda venuta' è semplicemente una nuova manifestazione del Logos, il Christos. Come dice Krishna nella Bhagavad-Gītā:[10]

Ogni qualvolta, O discendente di Bharata, viene in esistenza la decadenza del dovere — e nasce l'empietà — allora, in verità, io mi manifesto!
Per proteggere i giusti, per distruggere i malvagi, allo scopo di stabilire il Dovere, io m'incarno di età in età.

Qui abbiamo Krishna, l'avatāra-tipo dell'Indostan, il che implica che egli viene in periodi diversi nel mondo manifestato come un'energia avatārica, quando iniziano i cicli discendenti o materializzanti nell'esperienza umana. Egli proclamava nella sua capacità divina di essere uno degli dèi che spiritualizzano e rinvigoriscono il nostro universo. È ovvio dedurre dal suo insegnamento che molti dèi possono ed hanno manifestazioni avatāriche. Quello che in Krishna era come l'essenza divina potrebbe essersi manifestato come un avatāra molte ere prima, ed è inevitabile che si manifesterà ancora; e la stessa divinità che agì attraverso Gesù deve aver inviato in passato un raggio divino in altri esseri umani, cioè altre entità avatāriche, e sarà così anche in futuro.

In un certo senso, il dio interiore di ogni essere umano, che è una scintilla dello spirito cosmico, potrebbe dire le stesse parole come quelle attribuite a Krishna. Per l'uomo comune di oggi, sballottato dai venti del destino perché non possiede alcun potere spirituale, sarebbe un'apparizione simile a quella di un avatāra se la sua divinità interiore — il cuore del suo ego reincarnante — si esprimesse più o meno ininterrottamente attraverso la sua coscienza, e quindi attraverso il suo cervello fisico. Quando ha luogo un evento del genere, abbiamo un buddha — non più un essere umano comune, ma un essere glorificato.

Un buddha è un essere che nelle ere passate, attraverso l'evoluzione autodiretta, ha sviluppato il dio dentro di sé. Lavorando per tutto quello che esiste, egli avanza rapidamente verso lo stato divino; ed è questo estremo autosacrificio dell'essere umano, del tipo più elevato concepibile, che rende un buddha un essere così santo ed eccellente. Questo avviene perché qualsiasi Buddha di Compassione è considerato, nella filosofia esoterica, anche al di sopra di un avatāra. Tuttavia, come rango, l'avatāra è più avanti nell'evoluzione. Non dovremmo confondere il semplice rango con lo sviluppo evolutivo. Nulla sulla terra è superiore nell'evoluzione rispetto ai Buddha di Compassione, perché essi sono la vera incarnazione della saggezza e dell'amore. Sono loro che formano il Muro di Protezione intorno all'umanità.

L'avatāra è l'evento più sublime nella storia spirituale dell'umanità — come la venuta di una grande luce a scopi esoterici e meravigliosi; ma la luce viene e passa, mentre un buddha continua per sempre il suo nobile lavoro, per un tempo senza fine. Ma non possono essere oggetto di paragone. Il buddha assiste alla venuta di un avatāra. Entrambi appaiono in periodi ciclici: gli avatāra di solito all'inizio di un ciclo discendente, i buddha all'inizio di cicli ascendenti ma anche discendenti.

Come detto precedentemente, i dhyāni-buddha sono tutti anupapādaka; tuttavia, essi stessi (sia che li contiamo in numero di sette o dieci o dodici) erano avatāra divini dell'Ādi-buddha, il Logos, che le scritture mistiche buddhiste chiamano Avalokiteśvara. Lo stesso Avalokiteśvara è quindi la sintesi o l'origine dei dhyāni-buddha da lui emanati; ed è inoltre un grande avatāra logoico della classe anupapādaka.

Ora, in un certo senso, ogni buddha, essendo una manifestazione dei flussi spirituali di un dhyāni-buddha, è un avatāra anupapādaka. Ogni volta che un essere umano si unisce con il suo dio interiore, sia pure momentaneamente, diventa per quel breve periodo un avatāra anupapādaka — auto-creato o nato da sé. Egli non diventa necessariamente così con l'iniziazione, né con un atto di magia bianca come avviene per le altre classi di avatāra. Per la stessa ragione si può dire che ogni buddha è un anupapādaka, un avatāra nato da sé, perché è affine al dhyāni-buddha, il buddha celeste. Per il tempo necessario, egli diventa il veicolo o il canale attraverso il quale questo buddha celeste, la sua divinità interiore, si manifesta in una relativa pienezza. In tal caso è più che l'ego spirituale del buddha in azione.

Altrove ho affermato che tutti i mānushya-buddha, i buddha razziali, sono ciascuno il rappresentante o il riflesso sulla terra del suo rispettivo dhyāni-buddha. Ad esempio, Amitābha, il dhyāni-buddha, emanò il dio interiore di Śakyamuni, chiamato Gautama il Buddha; e lo stesso Amitābha irradiò il buddha interiore individuale o il dio di Tsong-kha-pa. Cito qui il significativo passaggio della Dottrina Segreta, che puntualizza direttamente questo soggetto:

Esotericamente, però, i Dhyani-Buddha sono sette, dei quali cinque soltanto si sono finora manifestati, e due si manifesteranno nella Sesta e nella Settima Razza-Radice. Essi sono, per così dire, i prototipi eterni dei Buddha che appaiono su questa terra, ognuno dei quali ha il proprio divino prototipo. Cosi, per esempio Amitâbha è il Dhyâni-Buddha di Gautama Śakyamuni, e si manifesta attraverso quest'ultimo ogni volta che questa grande Anima s'incarna sulla Terra, come fece nel caso di Tzon-kha-pa. Come la sintesi dei sette Dhyani-Buddha, Avalôkitêsvara fu il primo Buddha (il Logos), ed Amitâbha è il "Dio" interiore di Gautama che, in Cina, è chiamato Amita (Buddha). Essi sono, come giustamente afferma il prof. Rhys Davids, "le gloriose controparti del mondo mistico, libere dalle condizioni degradanti della vita materiale," di ogni Buddha terrestre e mortale — i Mânushi-Buddha liberati, incaricati di governare la Terra durante questa Ronda. Sono i "Buddha della Contemplazione" e sono tutti Anupadaka (senza genitori), cioè nati per sé dalla divina essenza. — I, 108 ed. or.; pp. 160-1 online

Ognuno di questi sette dhyāni-buddha è la guida spirituale o il Manu di uno dei sette globi della nostra catena planetaria e, durante ciascuna ronda su uno qualsiasi di questi globi, i mānushya-buddha che appaiono rispettivamente nelle sette razze-radici sono tutti 'riflessi' anupapādaka del dhyāni-buddha di quel globo.

In certi circoli vi è stata una buona parte di scritti piuttosto invadenti ed insulsi sulla venuta del prossimo Buddha, che i buddhisti di tutto il mondo aspettano che arrivi al momento opportuno delle età cicliche, e che hanno chiamato Maitreya — un termine sanscrito che può essere tradotto come l'Amichevole. Ora, il periodo in cui il Maitreya Buddha deve apparire è noto solo agli stessi mahatma, e a quelli superiori a loro; ma di sicuro non avverrà che tra molte migliaia di anni, e la ragione è duplice: (a) il Maitreya Buddha nella sua manifestata pienezza di potere sarà il buddha razziale della settima razza-radice su questo globo in questa quarta ronda; e (b) un buddha razziale minore appare in ognuna delle sette sottorazze di una razza-radice; e quindi il Maitreya Buddha atteso per essere la prossima manifestazione buddhica avatārica tra gli uomini sarà quel particolare mānushya-buddha minore, chiamato 'Maitreya,' che apparirà alla fine, la settima ed ultima parte, della nostra attuale grande sottorazza, e quindi all'inizio della successiva sottorazza — e questo fra molte, molte migliaia di anni a venire.


GLI AVATĀRA DI MAHĀ-VISHNU E MAHĀ-ŚIVA

I buddhisti hanno sempre fermamente negato che il loro Buddha fosse, come è sostenuto dai Brâhmani, un Avatâra di Vishnu, nello stesso senso nel quale un uomo è l'incarnazione del suo antenato karmico. Essi lo negano in parte, forse, perché il significato esoterico del termine "Mahâ Vishnu" non è da loro conosciuto nel suo pieno significato impersonale e generale. Vi è un misterioso Principio in Natura, chiamato "Mahâ Vishnu," che non è il Dio che ha questo nome, ma un principio che contiene Bija, il seme dell'Avatarismo o, in altre parole, è la potenzialità e la causa di tali divine incarnazioni. Tutti i Salvatori del Mondo, i Bodhisattva e gli Avatâra, sono gli alberi della salvazione cresciuti dall'unico seme, il Bija o "Mahâ Vishnu." Che venga chiamato Âdi-Buddha (Saggezza Primordiale) o Mahâ Vishnu, è lo stesso. Compreso esotericamente, Vishnu è insieme Saguna e Nirguna (con o senza attributi). Nel primo aspetto, Vishnu è oggetto di venerazione e devozione exoterica; nel secondo aspetto, come Nirguna, egli è il culmine della totalità della saggezza spirituale — nell'Universo — Nirvâna, in breve — ed ha come devoti tutte le menti filosofiche. In questo senso esoterico il Signore Buddha era proprio un'incarnazione di Mahâ Vishnu.
Ciò, dal punto di vista filosofico e puramente spirituale. Dal piano dell'illusione, tuttavia, come si direbbe, o dal punto di vista terrestre, gli iniziati sanno che Egli era un'incarnazione diretta di uno dei primordiali "Sette Figli della Luce," che si riscontrano in ogni Teogonia: i Dhyân Chohan, la cui missione è, da un'eternità (aeon) all'altra, di vegliare sul benessere spirituale delle regioni affidate alla loro cura.[11]

La sorgente ultima di un avatāra è in un sole Rāja; ma, in effetti, la parte spirituale di un avatāra è un raggio proveniente da un dio, un abitante del nostro sistema solare; e più in particolare, questa divinità è una porzione dell'essenza spirituale solare. In India questi dèi che appartengono quindi al nostro sole e al suo sistema sono collettivamente chiamati con il nome complessivo di Vishnu, sebbene possano essere chiamati anche Śiva.

Una delle più antiche leggende hindu narra che Vishnu s'immerge nelle 'acque' nella forma di un cinghiale e sostiene la terra con le sue zanne. La storia si trova in qualche opera letteraria del ciclo vedico come pure nel Mahābhārata e nei Purāna. Nelle sue forme primitive, gli avatāra di una divinità sono attribuiti a Prajāpati, il padre dell'umanità e delle bestie, della vegetazione e di tutto il mondo minerale; in altre parole, a Brahmā. Forme posteriori della storia così come è raccontata nei Purāna, attribuiscono dieci avatāra a Vishnu, il Sostenitore. Costoro spaziano dall'avatāra-pesce, attraverso la tartaruga, il cinghiale, l'uomo-leone, il nano, e così via fino a Krishna, l'ottava incarnazione, e fino al decimo, chiamato il Kalki-avatāra. Ogni avatāra che si avvicenda nell'ordine del mondo è di un grado superiore a colui che l'ha preceduto. Il Kalki-avatāra non è ancora apparso, e questa incarnazione rappresenta quella che l'Occidente definisce popolarmente 'la venuta del Messia' — quando tutti i torti saranno raddrizzati e la giustizia sarà fermamente stabilita sulla terra.

Tutte queste leggende si basano su realtà della natura, ma sono raccontate in forma mitologica, cosicché, se non abbiamo la chiave, risultano difficili da comprendere. Alcune di queste raffigurazioni zoologico-mitologiche sono molto interessanti. Ad esempio, in Babilonia e in Persia, ed anche in Grecia, il cavallo simbolizzava il sole; il toro e la vacca erano simboli della luna. Ugualmente, in Indostan, il cinghiale che s'immerge nelle 'acque' dello spazio e solleva la terra sulle sue zanne, sostenendola così per il prossimo manvantara, significa non solo la vitalità fisica del quarto piano, ma anche la vitalità cosmica che riempie e sostiene la terra, radicata come è questa vitalità nella vita spirituale del dio del nostro sistema solare.

Nelle due classi di avatāra possiamo forse qualificare alcuni come avatāra di Mahā-Vishnu, ed altri come di Mahā-Śiva. La seguente osservazione può essere d'aiuto: gli uomini differiscono tra di loro in carattere, poiché alcuni sono aggressivi, altri riflessivi e riservati; ed altri ancora, sebbene essenzialmente buoni e costruttivi nelle azioni, nondimeno ottengono risultati annientando il male. Questi ultimi li potremmo chiamare raggi umani o avatāra minori di Mahā-Śiva, perché questi uomini sono distruttori nel senso di rigeneratori. Altri tipi di uomini, al contrario, sono conservatori del bene già esistente, i suoi custodi e protettori; ugualmente elevati, ugualmente forti, come la classe precedente, e servono un uguale proposito benefico ed elevato nel mondo. Li potremmo chiamare avatāra minori di Mahā-Vishnu.

In senso vero, gli antichi Brahmani avevano ragione nel considerare Gautama il Buddha come uno degli avatāra di Vishnu. In un senso ancora più recondito, forse, il Signore Buddha potrebbe essere chiamato un avatāra di Śiva. Tuttavia, potrebbe essere considerato un'incarnazione parziale di quell'aspetto della vita del nostro sistema solare che gli hindu chiamano Vishnu — uno degli elementi triadici del cuore del sole. Visto esotericamente, Vishnu non è un dio personale ma una divinità individualizzata, una delle tre più elevate del nostro sistema solare, che formano l'apice della corona del sole etereo, essendo le altre due Brahmā e Śiva.

L'unione di un grande e nobile uomo con una divinità cosmica è il tipo di avatāra che era il Buddha Gautama: si era elevato così in alto spiritualmente ed intellettualmente, che con un enorme sforzo di volontà ed aspirazione, ha potuto raggiungere con la sua coscienza proprio il cuore dell'energia di Vishnu del nostro sistema solare, e quindi 'far discendere' quell'energia divina su altri uomini. Questo pensiero è una chiave meravigliosa. Qui è un uomo con ere su ere di karma passato, destinato ad avere ere su ere di futuro karma spirituale, sempre elevandosi sul sentiero evolutivo verso picchi di realizzazione sempre più alti; ed anche attualmente, capace di elevarsi sempre più con un supremo sforzo del suo essere buddhico ed unirsi all'energia di Vishnu.


L'AVATĀRA GESÙ

Gli avatāra appaiono in differenti periodi ciclici, e qualche volta questi periodi si sovrappongono. Ad esempio, Śankarāchārya in India e Gesù di Nazareth vennero abbastanza vicini, essendo separati da un intervallo di circa cinquecento anni. Riguardo alla data storica di Gesù, H.P.B. ha messo in evidenza che egli visse almeno un centinaio di anni e ancora prima dell'accettato inizio dell'Era Cristiana, e vi è qualche debole prova che il grande avatāra siriano sia nato durante l'era di Janneo, il re di Giudea, che regno dal 104 al 77 'a. C.'

Ora, come abbiamo appena spiegato, nessun avatāra può reincarnarsi o ritornare, perché questa reincarnazione significherebbe che l'inusuale magica unione di questi tre particolari elementi dovrebbe ripetersi ancora con gli identici individui che hanno vissuto prima — e questo non può accadere. Vi è, comunque, un elemento reincarnante nell'avatāra, e che è la parte umana, l'apparato intermediario dell'anima, preso a prestito da uno dei Buddha di Compassione per formare il collegamento tra la divinità e il corpo, in modo che il raggio proveniente dalla divinità possa fluire attraverso l'anima buddhica e raggiungere così il cervello del corpo umano.

È possibile per i Grandi Esseri emanare da se stessi una porzione della loro vitalità psico-mentale — una porzione della loro coscienza umana — e fissarla nell'apparato psicologico di qualche altro essere umano. In Tibet questo è chiamato Hpho-wa, un trasferimento della coscienza e della volontà, la cui manifestazione più semplice è il trasferimento del pensiero.[12]

Poiché il buddha raggiunge la sua elevatezza mediante la reincarnazione, apprendendo cioè le lezioni della vita, egli diventa un maestro dei poteri e delle energie della costituzione umana, e fra questi vi è la capacità di proiettarsi fuori dal proprio corpo. Il buddha sa quando deve apparire un avatāra, e rinvigorisce il seme umano che produrrà il corpo del bambino di un tipo karmicamente ed ereditariamente puro. Al momento giusto, il buddha proietta la sua anima ed inspira nell'embrione in crescita il fuoco spirituale della propria anima. In seguito, nella vita del bambino avviene la connessione tra l'anima del buddha nel corpo e la divinità in attesa, quando il buddha s'innalza tramite la volontà e l'aspirazione finché, per così dire, il raggio divino è afferrato e trattenuto saldamente. E così è formata l'unione della divinità superiore, lo splendore buddhico dell'anima, e il corpo puro — e quest'unione è un avatāra. Lo stato del buddha rimane normale, anche se privato di una porzione della sua coscienza umana, che è tralasciata dalla propria volontà e serve da veicolo per l'avatāra.

Gesù, ad esempio, nel suo aspetto umano, era Gautama il Buddha: un uomo che, attraverso infinite incarnazioni in epoche passate, si era elevato al vertice superiore della grandezza spirituale tramite sforzi autoindotti. Questa è la ragione per cui alcuni scrittori teosofici hanno detto che Gesù aveva raggiunto lo stato buddhico nella sua evoluzione in vite precedenti. Ma ciò si riferisce solo all'elemento intermediario dell'essere avatārico, l'apparato psicologico o dell'anima del Signore Buddha, e non all'avatāra che, come tale, non ha alcun passato né futuro.

Ci si potrebbe chiedere: come era possibile che il germe di vita, il seme umano, che in circostanze ordinarie si sarebbe sviluppato per essere il corpo di un ragazzo ebreo, non avesse alcun karma precedente? Si, naturalmente ogni cosa è karmica; anche un seme ha il proprio tipo di karma. Accadde questo: l'apparato psicologico del Buddha prese possesso di questo germe di vita che si stava sviluppando, prima che l'ego reincarnante, che sotto circostanze normali si sarebbe incarnato in quel corpo, avesse il tempo di coinvolgersi con quel germe.

Riguardo all'adombramento della divinità, è piuttosto un'illuminazione, una glorificazione: era a questo che alludeva realmente Gesù sulla Croce, quando proruppe, come asserisce il Nuovo Testamento, nel meraviglioso grido, Eli, Eli, lama sabachtani — una traduzione greca della frase ebraica — che è stata malamente travisata: "Oh, mio Dio, mio Dio. Perché mi hai abbandonato!" Questa non è la traduzione di quelle parole ebraiche. Se il verbo 'abbandonare' fosse stato usato in quel grido, sarebbe stato 'azavtāni; ma era, come risulta, shabahhtāni, che significa 'tu mi glorifichi.'

Ora, se ricordiamo che i cristiani, per più di mille e cinquecento anni, hanno insegnato che i loro Vangeli erano ispirati dall'azione diretta o dalla presenza dello Spirito Santo, e scritti quindi sotto 'ispirazione plenaria,' e dunque infallibili; e se troviamo perfettamente precise le parole ebraiche che sono state travisate, possiamo solo supporre che c'era qualcosa di inesplicabile per i teologi che affrontavano questi passaggi, e così cercarono di nasconderli. Gli apologisti cristiani peggiorarono semplicemente il problema affermando che queste parole erano caldee o aramaiche, lingue semitiche affini all'ebraico. Ma non è mai stato dimostrato che la radice verbale 'āzab diventi shābahh in caldeo o aramaico, con il significato di abbandonare. Shābahh significa glorificare — la vera parola che si trova nel Nuovo Testamento e che è stata mal tradotta come 'abbandonare.'

Gli scrittori originari dei passaggi in cui si trova questa frase travisata nel Greco del Nuovo Testamento (Matteo, xxvii, 46; Marco, xv, 34) conoscevano incontestabilmente qualcosa delle cerimonie iniziatiche come quelle che avevano luogo in Asia Minore. Sappiamo, ad esempio, che Origene, il Padre della Chiesa, che io personalmente credo abbia avuto molto a che fare nell'aiutare a strutturare gli attuali Vangeli Canonici, fosse almeno in parte iniziato nei misteri esoterici della Grecia.

Un neofito passava attraverso due fasi nella prova iniziatica: una era la sperimentazione dell'agonia del ritiro temporaneo del dio interiore, momento in cui egli era lasciato privo della sua guida spirituale per affrontare e dominare le difficoltà e le prove probatorie dell'iniziazione e del mondo sotterraneo. Doveva provare che come uomo abbandonato poteva resistere ed affrontare le prove iniziatiche e vincerle. Come possiamo vedere, vi era un momento di sofferenza più intensa in cui la parte umana dell'uomo torturato lanciava il grido: "Perché mi hai abbandonato?"

La seconda fase veniva dopo che l'uomo aveva provato che il suo ego umano abbandonato aveva risvegliato la propria divinità monadica interiore, che allora entrava in azione come guida e protettrice; e quando questo accadeva, allora egli poteva gridare nell'estasi della riuscita realizzazione, "Oh, dio dentro di me, tu mi riempi di gloria."

Ora, gli scrittori dei due passaggi — che sono alquanto identici — evidentemente omisero il passaggio precedente che si riferiva all'agonia dell'abbandono, ma conservarono le parole ebraiche del grido di gloria, l'esclamazione della riuscita realizzazione. Tuttavia, la traduzione greca la rende come il grido dell'abbandono.

O forse questo groviglio di parole e significati concordati da questi originari scrittori cristiani quasi iniziati era per mostrare ai posteri che vi era coinvolto un mistero che non poteva essere apertamente spiegato, ma che andrebbe investigato? Io penso che questi due versi diano, sotto metafora, una raffigurazione di quanto avveniva nelle camere dell'iniziazione; e gli scrittori scelsero come figura tipo la gloriosa individualità di Gesù, l'uomo avatāra, e costruirono intorno a lui ciò che volevano dire, mascherandolo, sul dramma dell'iniziazione. Infatti, l'evento non accadde mai su una croce di punizione, come i Vangeli narrano la storia, trasformando un evento simbolico dei Misteri in una punizione prammatica. Gesù, poi chiamato il Christos, non fu mai crocifisso in quel modo.

Tutto l'evento descrive semplicemente una delle cerimonie più meravigliose dell'iniziazione — l'elevazione di un grande uomo a divinità, l'entrata di un dio nell'uomo superiore, in modo che l'umanità dell'uomo si perdesse nella divinità che lo illuminava, ed era l'esempio di una teopneustia che diventava teopatia piena.[13] Da quel momento diveniva il canale dell'azione divina attraverso di lui, un vero Cristo. Ciò avveniva quando era stata acquisita la maturità fisica, e quando certe iniziazioni erano state superate. Allora, quando il corpo era disteso su un giaciglio cruciforme dopo mesi di preparazione, l'apparato psicologico del Buddha, mediante un supremo atto di volontà, si risvegliava in unione con la divinità che attendeva — il divino si riversava splendente nell'uomo, e diventava l'avatāra!

Questo non vuol dire, comunque, che Gesù non avesse cominciato molto tempo prima il suo lavoro. Egli era un alto iniziato, un maestro, che si allenava per l'evento avatāra, ma fu dopo quell'evento che il suo vero insegnamento fu dato alla sua scuola interna.

Un avatāra, la sua esistenza e il suo lavoro, se propriamente intesi, sono tutti combinati nella parola stessa, perché nel suo utilizzo si riferisce particolarmente alla 'discesa' o alla 'trasmissione' della sua influenza. In questo sta il mistero del Cristo. Vi sono infatti anche degli avatāra tra gli dèi. E vi sono esseri simili come gli avatāra nel mondo animale — non gli anupapādaka o avatāra nati da sé, come esemplificato tra gli uomini, ma gli avatāra della magia bianca come Gesù, Śankarāchārya, ed altri.

Tutta l'esistenza, l'essere e il lavoro degli avatāra, avvengono perché essi sono coinvolti come parte degli sforzi della gerarchia dei Buddha di Compassione. Così, è un atto di compassione che spinge — è ovvio, anche karmicamente — il buddha a prestare una porzione della propria costituzione e a colorala quindi karmicamente, condizione per la quale da quel momento in poi il buddha è responsabile, perché questo prestito è stato un atto della sua volontà. La divinità sul proprio piano, naturalmente, è proporzionalmente responsabile.

Di solito, un avatāra arriva nel nostro mondo quando una divinità sta passando attraverso l'iniziazione, e un essere umano fornisce il veicolo per renderlo capace di scendere in quello che per la sfera divina è il mondo sotterraneo. Quando un essere umano sul nostro piano si sottopone ad una corrispondente iniziazione, l'uomo scende nel mondo sotterraneo dove un abitante di lì coopera a prestargli il suo veicolo cosciente e pensante, per permettere alla monade umana di manifestarsi e lavorare lì.

In alcuni dei Vangeli Apocrifi dei cristiani vi sono leggende sulla discesa di Gesù nel mondo sotterraneo per predicare agli "spiriti in catene" (vedi anche La Prima Epistola di San Pietro, iii, 19) — le catene significano semplicemente i legami karmici di un regno di materia inferiore al nostro, le catene del mondo sotterraneo, le catene dell'iniquità. Noi umani siamo spiriti in catene per una divinità nella propria sfera, che entra nella nostra sfera e cerca di insegnarci.

Tutta la storia di Gesù è un mito esoterico — non un mito nel senso ordinario del termine, ma una storia che ha un meraviglioso sottofondo di verità, espressa in stile mistico o metaforico. In altre parole, i racconti del Nuovo Testamento altro non sono che la documentazione di un ciclo iniziatico. Alcune delle parabole attribuite al grande avatāra umano sono insegnamenti diretti presi dalle scuole misteriche dell'Asia Minore e, se giustamente compresi, vanno valutati come rivestimenti che velano una verità sublime.

Una di queste parabole è quella di Gesù e dell'albero di fico: "E visto lungo la strada un fico, gli si accostò; ma non trovandoci altro che foglie, disse: Da te non nasca mai più frutto in eterno. E il fico si seccò all'istante." (Matteo, xxi, 19)

Nelle antiche scuole dell'Oriente Citeriore, ed anche in qualche altra parte dell'Oriente, gli alberi rappresentavano metaforicamente un sistema di dottrina esoterica — a volte dell'insegnante. Il frutto che l'albero portava erano le opere buone compiute e il successo ottenuto nel seguire la vita spirituale che questa scuola esoterica aveva, o che si supponeva avesse avuto.

Quindi, un albero di fico — il simbolo favorito del Giorno in quella parte del mondo — che non portava alcun frutto significava una scuola mistica che aveva fallito. Lo spirito, la luce, l'avevano abbandonata, e non rimaneva niente se non la fiorente organizzazione exoterica: l'albero, in verità, con la sua vita esterna, ma senza frutti. Secondo un'espressione linguistica formulata imprecisamente, si dice che Cristo abbia 'maledetto' l'albero di fico perché non trovò alcun frutto quando aveva fame. La scuola misterica aveva fallito: lo spirito Cristico dell'umanità non poteva trovarvi alcun alloggiamento, desiderando ardentemente come quello spirito Cristico di beneficare continuamente gli altri; e così ciò che restava della vita dell'albero era lì, e alla fine fu ritirata, e allora la scuola si seccò e morì.

I cristiani, all'inizio della loro era, erano una scuola esoterica in quella parte del mondo, ma in breve tempo degenerarono dal punto di partenza. La vita spirituale che il loro grande fondatore aveva instillato nei suoi diretti discepoli presto svanì, lasciando soltanto le ceneri morte del passato, memorie fuggenti che presto scomparvero dalla coscienza degli uomini di quel tempo.

Un altro esempio dell'insegnamento sotto forma di metafora si trova nella storia della Stella di Betlemme. In realtà, non ci fu nessuna stella del genere, benché vi sia sempre un'insolita posizione del sole, della luna, e dei pianeti, astrologicamente parlando, quando sta per nascere un buddha o un avatāra. Il carattere occulto del mito cristiano non può essere meglio provato che da questa leggenda della stella che guidò i Tre Magi a fermarsi a Betlemme, dove stava il bambino Gesù. "Abbiamo visto la sua stella in Oriente e l'abbiamo seguita fin qua," è la sostanza di quello che si afferma abbiano detto i tre Saggi; tuttavia, è ridicolo supporre che uno dei globi stellari del cielo errava attraverso l'atmosfera della terra per guidare tre individui nella piccola città di Betlemme e che poi 'si fermò ancora' sulla stalla.

Le due parole stella ed Oriente sono sufficienti a dimostrare qui il vero significato. La 'stella' è proprio quella a cui allude H.P.B. ne La Dottrina Segreta (I, 572-3) dove nomina i due tipi di stelle: una, la stella astrologica che presiede alla nascita di un uomo, e l'altra 'stella' che è il prototipo interiore spirituale dell'uomo, o meglio, la sorgente nella galassia. La parola Oriente è anche un termine filosofico, spesso impiegato nella frase "il mistico Oriente," e significa comunemente saggezza esoterica o conoscenza occulta. Per cui, la supposta affermazione dei tre Saggi significa semplicemente che "mediante la saggezza occulta abbiamo trovato che un avatāra apparirà presto tra gli uomini, e conosciamo quella che è la divinità o stella guida di questo nuovo luminare spirituale che abbiamo seguito."


IL POTERE DI ĀVEŚA

Nell'antica letteratura esoterica dell'Indostan si fa spesso menzione di āveśa,[14] una parola tecnica e mistica che indica il potere posseduto dagli iniziati della scuola bianca e di quella nera di entrare nel corpo di un altro, occuparlo ed usarlo. Il potere di quest'azione non è, naturalmente, né buono né cattivo, ma diventa benefico o malefico secondo l'uso o l'abuso di questa capacità magica.

Nelle rare occasioni in cui un adepto del sentiero della mano destra, un mago bianco, usa questo potere allo scopo di adoperare il corpo di un altro, in qualsiasi circostanza egli non domina né distrugge né influenza negativamente la volontà o la vita o il corpo dell'altro. Piuttosto, porta le sue caratteristiche psicologiche e prāniche in vibrazione sincrona e simpatica con quelle dell'individuo il cui veicolo sta usando; e in questo modo l'apparato psicologico, la vitalità e il corpo dell'individuo di cui si serve non sono in alcun senso danneggiati ma, se non altro, effettivamente raffinati.

Il mago nero, o adepto del sentiero della mano sinistra, al contrario, domina e rende schiavi la volontà e l'apparato psicologico e i prāna dell'individuo di cui usa il veicolo, e sempre a durevole scapito ed offesa della sua vittima. Inoltre, l'adepto bianco, senza eccezione, ha il tacito consenso volontario di colui che gli presta il proprio veicolo; mentre il mago nero raramente ottiene un tale consenso, e anche se questo consenso non volontario viene forzato, gli effetti sono sempre negativi.

Qui dovremmo riportare un punto molto importante, perché spiega un certo mistero connesso ad H.P.B. e, in verità, a qualche altro chela che a volte può prestare se stesso o se stessa — cioè le parti inferiori della costituzione — perché vengano usate dall'intelligenza e dalla volontà dell'insegnante del chela. Questo è il punto importante: poiché l'adepto sincronizza il suo swabhāva, le caratteristiche individuali con quelle del chela in questo esempio, l'effetto naturale è che quasi infallibilmente le caratteristiche personali dell'adepto o lo stile di scrittura o il modo di parlare sono in larga misura modificati e diventano strettamente simili a quelli del chela, il cui veicolo l'adepto sta usando. Così vediamo che il chela, nel trasmettere le parole del suo maestro, inconsciamente e automaticamente influenza lo stile e le caratteristiche del suo maestro con i propri.

Un esempio: a quei tempi, quando H.P.B. prestò il suo apparato psicologico e i suoi principi inferiori perché fossero usati dal suo maestro, egli adattò, cioè sincronizzò, le proprie caratteristiche mentali e psicologiche a quelle di lei, per non danneggiarle; infatti, le elevò e le rese più chiare per tutto il tempo necessario. Ma il risultato fu che, quando gli obiettivi perseguiti erano prodotti — sia che fosse una lettera o uno scritto o qualche altra cosa — sembravano o risuonavano tutti uguali a quelli di H.P.B., ma molto migliorati e chiariti — proprio come allora si sarebbe espresso il sé superiore di H.P.B. se avesse lavorato libero e senza restrizioni attraverso l'apparato umano.

Ora, con l'uso del potere di āveśa, molte cose veramente strane e sorprendenti possono accadere, e sono accadute, nella storia occulta dei movimenti filosofici e religiosi. In verità, i maghi dei tempi antichi potevano animare le statue; e questo spiega eloquentemente un gran numero di documentazioni e leggende sulle statue degli dèi o degli eroi che erano state indotte a muovere gli occhi o a fare un cenno della testa, o addirittura a parlare. Il fondamento logico di questi prodigi sta nel fatto che tutta la materia, come il legno e la pietra, è composta di particelle elettroniche e molecolari che, sebbene di solito stiano in equilibrio, tuttavia sono perfettamente fluide se le consideriamo aggregati di elettroni, atomi e molecole, che si muovono a velocità vertiginosa. Così, quando la volontà e l'intelligenza onnipotenti dell'adepto vengono lanciate nel fluido elettrico che controlla questi movimenti molecolari ed elettronici, tali movimenti possono essere, a volontà dell'operatore, cambiati per realizzare un movimento di porzioni del corpo fino a quel momento 'inanimato' — essendo queste porzioni, per il momento, rese plastiche.

Questo fatto riguarda anche le cosiddette pietre che si muovono della storia antica, o le statue degli dèi che si muovevano e parlavano per lunghi periodi di tempo e anche di più. Naturalmente questa abilità magica poteva essere fermata distruggendo l'oggetto materiale così 'incantato,' perché tale distruzione ovviamente significava la rottura della coesione molecolare dell'oggetto quando veniva infranto oppure ridotto in polvere o bruciato — con l'oggetto materiale distrutto, la magia stessa cessava per forza, non essendovi alcun veicolo materiale attraverso il quale l'energia potesse lavorare.[15]

Nei periodi degenerati di Atlantide, l'abuso di āveśa era molto prevalente, essendo i maghi neri famosi per le pratiche e le frodi malefiche che operavano sulle moltitudini umili, sconsiderate e spesso credulone.

Sia le scuole bianche che nere della razza Atlantiana usavano questo potere per produrre, tra le altre cose, entità automatiche o che si muovevano da sole, e in verità erano comuni come lo sono oggi i macchinari moderni. Come esempio, H.P.B., citando ne La Dottrina Segreta[16] un passo da un antico manoscritto, parla degli stregoni di Atlantide che impiegavano come servitori alcuni automi creati specialmente, che facevano i lavori umili e pesanti; ed altri automi, che erano veramente delle 'macchine animate,' da un lato impiegati come sentinelle, o dall'altro, per avvertire di un pericolo, proprio come la scienza moderna ha imparato a capire ed usare il termometro, il barometro, le cellule fotoelettriche, ecc.

Tutti questi automi erano senza anima nel senso umano ed appropriato del termine, poiché non avevano né coscienza né una mente integrale, essendo semplicemente macchine animate dalla magia per svolgere particolari doveri o compiere certe importanti funzioni scientifiche. Platone, in uno dei suoi famosi Dialoghi, cita l'esistenza e l'impiego di questi automi da parte degli abitanti dell'isola di Poseidone, una porzione dell'antica Atlantide.

Il processo con cui l'adepto mette in campo la sua volontà e la sua intelligenza producendo delle esteriorizzazioni da se stesso, è chiamato, come detto, Hpho-wa, un termine che copre anche la proiezione di una māyāvi-rūpa mediante l'adepto. Vi sono molti modi in cui questo potere, che può essere sia un male terribile che un beneficio divino, può essere impiegato.


LA GERARCHIA DEI LAMA TIBETANI

Uno dei comandamenti di Tsong-kha-pa ingiunge ai Rahat (Arhat) di fare, ogni secolo, in uno specifico periodo del ciclo, un tentativo per illuminare il mondo, inclusi i "barbari bianchi." Fino ad oggi nessuno di questi tentativi ha avuto successo. Un fallimento dopo l'altro. Dobbiamo spiegare il fatto alla luce di una certa profezia? Si dice che fino a quando Pban-chhen-rin-po-chhe (il Grande Gioiello di Saggezza) non condiscenda a rinascere nella terra dei P'heling (occidentali) e, apparendo come il Conquistatore Spirituale (Chom-den-da), distrugga gli errori e l'ignoranza di secoli, sarà di scarsa utilità cercare di sradicare le errate concezioni della P'heling-pa (Europa); i suoi figli non daranno ascolto a nessuno. Un'altra profezia dichiara che la Dottrina Segreta rimarrà in tutta la sua purezza nel Bhod-yul (Tibet), solo fino al giorno in cui esso sarà liberato dall'invasione straniera. La semplice visita di nativi occidentali, anche se amichevole, sarebbe perniciosa per le popolazioni tibetane. Questa è la vera chiave dell'esclusivismo tibetano.[17]

In base al fatto che, nel corso dei suoi scritti, H.P.B. fece così tante allusioni al Tibet e alla sua gerarchia Lamaistica, e alle cosiddette incarnazioni del Buddha, ecc., io penso che quanto scrivo ora serva come ammonimento contro la confusione degli insegnamenti del Buddhismo e del Lamaismo Tibetano in rapporto alla religione-saggezza.

La successione della gerarchia dei Lama, fin dai tempi di Tsong-kha-pa nel quattordicesimo secolo è un fatto reale, il cui principio è compreso in quel Buddhismo più profondo che è realmente Buddhismo esoterico.[18] Com'è abbastanza noto, il Tashi Lama e il Dalai Lama sono i due capi dello Stato Tibetano.[19] Nessuno dei due è una reincarnazione del Bodhisattva Śakyamuni; ma la successione iniziata con Tsong-kha-pa è la trasmissione di un 'raggio' in ciascun caso della linea dei Lama Tashi derivante dal Mahā-guru che H.P.B. chiamava il Guardiano Silenzioso di questo globo. Vi è un'importante distinzione tra le successive reincarnazioni di Gautama e i successivi incorporamenti dei raggi provenienti da una medesima sorgente nella Gerarchia della Compassione.

In verità, è una successione seriale di un raggio del Buddha: ma il Buddha, in questo esempio, non è il Bodhisattva Gautama, ma il dhyāni-buddha di cui lo stesso Bodhisattva Gautama era un raggio incarnato — e il più nobile e completo dall'inizio della nostra quinta razza-radice.

Ora, anche i tibetani, forse ad eccezione del Tashi e del Dalai Lama stessi, considerano questa trasmissione consecutiva come ripetute reincarnazioni di Gautama il Buddha. Ma questo è sbagliato; ed è proprio il punto in cui si crea confusione. I membri supremi della gerarchia tibetana, inclusi i Khutukhtu,[20] sono ben addentrati nei soggetti di queste realtà esoteriche come lo era H.P.B. Questi sono stati i fatti fino ad oggi, e non sembra esserci alcun dubbio ragionevole che la successione proseguirà finché si trovano veicoli umani troppo imperfetti da portare su questa linea. In età primitive esisteva una stessa successione di veri insegnanti in altre parti del mondo, e questa era la base delle misteriose storie ricorrenti nelle antiche letterature, che parlano di gerarchie di iniziati che hanno continuato attraverso le ere perché collegate al Mahā-guru.

Pur tollerando certe esagerazioni di fantasia ed errori dell'antica storia filosofica del Tibet, ed avendo in mente la chiave esoterica, non è azzardato dire che almeno gli insegnamenti più elevati e più filosofici anche del Lamaismo exoterico si avvicinano ad una presentazione exoterica di alcune delle dottrine dell'arcaico occultismo teosofico più di quanto ne possiamo trovare oggi sulla terra.

Il Dalai Lama è considerato il capo ufficiale esecutivo della gerarchia tibetana, e il Tashi Lama il principale insegnante e responsabile dei segreti mistici del Buddhismo Tibetano. Inoltre, si suppone che il Dalai Lama sia il tulku, cioè la reincarnazione umana, di alcune delle caratteristiche di Avalokiteśvara, il misericordioso Governatore del Mondo, mentre si suppone che il Tashi Lama sia il tulku del dhyāni-buddha Amitābha — 'saggezza infinita.' Il Tashi Lama e il Dalai Lama sono esemplari, nel governo esoterico ed exoterico dei buddhisti tibetani, di quello che è effettivamente la forma di governo spirituale in funzione a Śambhala.

Ora, sia Avalokiteśvara che Amitābha (in tibetano, rispettivamente: Cherenzi e Ö-pa me) sono entità o poteri cosmici, essendo Avalokiteśvara realmente il buddhi entitativo del kāma cosmico o amore e compassione infiniti, mentre Amitābha è il dhyāni-buddha cosmico o essenza cosmica che rappresenta la saggezza o l'intelligenza dell'universo solare.

Il Lamaismo exoterico parla comunemente di cinque dhyāni-buddha ai quali sono dati vari nomi; naturalmente, a livello esoterico essi sono sette o anche dieci; e questi dhyāni-buddha sono sia entità cosmiche che i raggi o riflessi di quegli originali cosmici che si manifestano nell'uomo come monadi. Ora, le principali essenze monadiche o i 'buddha' nella costituzione umana, come pure nella costituzione del cosmo, sono i seguenti: Ādi-buddha, Amitābha-buddha, Avalokiteśvara, Amitāyus.

Ādi-buddha,[21] che significa il Buddha Primordiale Originario, corrisponde, da una certa angolazione, al Primo Logos immanifesto.

Amitābha, che significa Luce sconfinata o Gloria Illimitata, corrisponde al Secondo Logos manifestato-immanifesto, e così anche ad Alaya. È dal seno di Amitābha che s'irradiano quei raggi spirituali ed intellettuali o monadi, che nel sistema Brahamanico sono spesso chiamati kumāra, agnishwātta, e mānasaputra.

Avalokiteśvara,[22] corrisponde al Terzo Logos manifesto. Nel Lamaismo exoterico tibetano è spesso chiamato Padmapāni, che significa portatore di loto o anche nato dal loto; ma in esoterismo, Padmapāni è un nome dato al potere spirituale e intellettuale emanato da Avalokiteśvara, il Terzo Logos.

Amitāyus vuol dire Vita o Vitalità Illimitata, con un riferimento particolare a quella parte della gerarchia cosmica del nostro sistema solare che si manifesta dappertutto come vitalità intelligente, unificante, e che tutto abbraccia, nascendo dal cuore del sole.

La chiave del mistero dell'intricata e molto travisata dottrina delle 'incarnazioni del Buddha' in Tibet sta in questo: ogni essere umano contiene in sé, come parte formativa della propria costituzione, un raggio proveniente da una qualsiasi delle sette o dieci essenze cosmiche dell'universo solare; per cui, ad esempio, il suo manas superiore è un raggio di Amitābha, e la parte divina e spirituale del suo kāma è un raggio dell'Avalokiteśvara cosmico.

Così, queste incarnazioni non sono gli effettivi incorporamenti del Buddha chiamato Gautama (che era egli stesso un raggio dell'Amitābha cosmico). Ma quando avvengono di fatto e non solo teoricamente, queste incarnazioni Lamaistiche sono, in tutta verità, esempi di uomini che, per l'alto avanzamento evolutivo e allenamento occulto, manifestano almeno qualche porzione di uno o l'altro dei dhyāni-buddha interiori che appartengono a ciascun uomo del genere. Per questo motivo i tibetani ritengono i Tashi e i Dalai Lama come i tulku rispettivamente di Amitābha e di Avalokiteśvara. Questo si applica anche ai casi di incarnazioni minori dei 'Buddha viventi,' come i viaggiatori europei le chiamano quando si riferiscono ai molti casi della storia Lamaistica che mostra che questo o quell'individuo è 'un'incarnazione del Buddha.' Significa semplicemente che è affermato che questi lama minori siano — speriamo che lo siano veramente — 'incarnazioni' di uno o l'altro dei dhyāni-buddha.

La verità è che tutti questi riferimenti ai dhyāni-buddha, così comuni nella religione e nella mitologia tibetana, sono sia riferimenti ad entità cosmiche o, più frequentemente, alla monade spirituale nell'uomo; e poiché gli stessi esseri umani appartengono come individui, per il loro swabhāva evolutivo, ad una o l'altra di queste essenze cosmiche, ne consegue che un 'Buddha vivente' è detto un'incarnazione sia di Amitābha che di Avalokiteśvara, o anche di Amitāyus. Se ne deduce che tali 'incarnazioni' non sono in alcun modo limitate ai principali funzionari del Tibet, ma possono aver luogo in esempi minori, ma solo quando gli individui sono genuinamente iniziati e molto evoluti. Questi alti iniziati, comunque, sono estremamente rari. Uno di essi era il grande riformatore religioso e filosofico Tsong-kha-pa, che purificò il Buddhismo degenerato del suo tempo e fondò quella che oggi è conosciuta come la setta Gelupka, spesso chiamata dei Berretti Gialli, il potere ecclesiastico e predominante nella gerarchia tibetana.

Ogni uomo sulla terra ha diverse monadi nella sua costituzione, ciascuna delle quali è chiamata nella filosofia tibetana un dhyāni-buddha; ed ognuno di questi dhyāni-buddha si manifesta attraverso un fulgore di se stesso, che è il suo buddha umano o mānushya. Pochissimi sono gli esseri umani abbastanza evoluti finora, da esprimere anche il buddha umano in se stessi; quando riescono a farlo, una di queste grandi figure appare, come ad esempio Gautama Śakyamuni. Vi sono naturalmente buddha minori che sono i bodhisattva, e posso aggiungere che la dottrina bodhisattva in occultismo è molto importante quanto lo sono gli insegnamenti concernenti i buddha. È la gloriosa linea di Bodhisattva che appaiono frequentemente attraverso le ere, a formare in ampia misura la nobile Fratellanza dei nirmānakāya, dei quali la Fratellanza degli adepti è parzialmente composta, e a cui appartiene il Buddha Gautama nel suo aspetto più umano o bodhisattva.

Così, ciascun essere umano, contenendo o essendo nelle sue parti superiori un dhyāny-buddha, contiene o è ugualmente un mānushya-buddha, e quindi ha potenzialità di divenire un bodhisattva tra gli uomini: e tutte le iniziazioni sono dirette allo scopo di elevare gli uomini in bodhisattva per il benessere del mondo e di ogni cosa che è.

Attualmente il Lamaismo tibetano è il solo rappresentante sulla terra di un sistema che, attraverso la storia umana, orale o scritta, è esistito in ogni paese e fra ogni razza di popolazioni. La storia tramandata di solito tace alquanto su questi antichi sistemi di pensiero filosofico e religioso e le loro scuole di filosofie o allenamento, perché erano rigorosamente tenuti segreti al popolo, soprattutto l'esistenza della Fratellanza dei mahatma era quasi sconosciuta finché H.P.B. portò l'attenzione dell'umanità e ricevette il dono del martirio per la sua abnegazione personale.

Qualsiasi sistema, se intrapreso con purezza è, per così dire, un'estensione sulla terra della Gerarchia spirituale-psicologica della Compassione, che potremmo chiamare il baniano spirituale della nostra catena planetaria con il suo sovrintendente, il Guardiano Silenzioso.

Vediamo così che il Lamaismo tibetano contiene notevoli elementi di verità occulta, uniti a una gran quantità di esoterismo assoluto nel pensiero e nella pratica; e ai margini dell'altopiano tibetano il Lamaismo è sprofondato quasi al livello in cui Tsong-pha-ka lo trovò, quando il Buddhismo degenerato dei suoi tempi era largamente caduto nella stregoneria e nella magia nera, a causa delle infiltrazioni delle locali pratiche Bhön.

Generalmente, in Tibet la gente è ancora spiritualmente incontaminata, anche se per molti versi eccessivamente immatura: e così ha conservato alcuni degli insegnamenti della saggezza arcaica, per quanto siano diventati exoterizzati. Ma precisamente, ciò che ha luogo in Tibet, cioè il riconoscimento come incarnazioni in esseri umani dei raggi spirituali delle sorgenti cosmiche che agiscono attraverso i loro sette principi, può avvenire — e in verità è avvenuto — in altre parti del mondo, se i veicoli umani, attraverso l'allenamento occulto e la purezza spirituale, sono idonei e pronti a ricevere.[23]

In età precedenti, questa conoscenza era comune all'umanità, ma è stata assolutamente dimenticata in Occidente. I druidi avevano più o meno lo stesso insegnamento che esiste anche oggi in una forma alquanto vaga tra i drusi del Libano in Siria. Questa conoscenza era ben nota nell'antica Persia tra gli zoroastriani, come lo era in Egitto. Molti mistici greci la insegnavano, come ad esempio nella filosofia neoplatonica, e la storia greca registra spesso il fatto che questo o quell'uomo è stato ispirato da Apollo o da Mercurio, o che qualche altra donna sia stata colmata delle virtù di Giunone o Venere. In India è comune la tradizione che gli avātara siano i più grandi esempi di incarnazioni di questo raggio cosmico spirituale.

Ciò che ha avuto luogo in passato non è altro che il significato di ciò che avverrà in futuro; così il presente, che è solo una linea divisoria tra passato e futuro, deve ugualmente conoscere esempi di incarnazioni spirituali.[24]



GLI ESSERI DELLA QUINTA E SESTA RONDA

Ogni "Ronda" porta con sé un nuovo sviluppo e perfino un completo cambiamento nella costituzione mentale, psichica, spirituale e fisica dell'uomo, poiché tutti questi princìpi evolvono su una scala sempre ascendente. Ne deriva che quegli individui i quali, come Confucio e Platone, appartenevano psichicamente, mentalmente e spiritualmente ai piani superiori dell'evoluzione, erano, nella nostra Quarta Ronda, simili a quelli che saranno gli uomini di media evoluzione nella Quinta Ronda, la cui Umanità occuperà sulla scala dell'evoluzione un grado infinitamente superiore a quello in cui si trova la nostra umanità attuale. E così pure Gautama Buddha — la Saggezza incarnata — era ancora superiore a tutti quegli uomini di cui abbiamo parlato e che abbiamo chiamati della "Quinta Ronda"; e così Buddha e Sankaracharya sono chiamati allegoricamente "Uomini della Sesta Ronda". È evidente quindi la saggezza celata nella frase summenzionata e trovata allora come "evasiva" e cioè, che "alcune gocce di pioggia non formano un temporale, per quanto ne siano il presagio". — La Dottrina Segreta, I, 162 ed. or.; pp. 222-23 online

Fin da quando l'esistenza della Fratellanza degli adepti e maestri venne all'attenzione del mondo occidentale, particolarmente dopo la pubblicazione di alcune delle loro lettere nel 1880, gli studenti sono stati confusi da qualche loro riferimento agli esseri della quinta e della sesta ronda. Il tema è stato già trattato in un precedente capitolo, ma per chiarirlo ancora ulteriormente, aggiungiamo le seguenti osservazioni.

Un essere della quinta ronda è uno che ha già ottenuto lo stato di coscienza che il comune appartenente alla razza umana dovrà raggiungere durante la quinta ronda su questa terra. Un essere della sesta ronda è uno che ha raggiunto lo stato di coscienza che il comune essere umano otterrà nella sesta ronda. L'onda di vita umana, con i suoi molti gradi di espansione evolutiva che si manifestano nei vari tipi di umanità, non è la sola ed unica, ma in realtà è una delle dieci famiglie di onde di vita che stanno creando le ronde della nostra catena planetaria terrestre. Ad esempio, vi sono innumerevoli eserciti che ci precedono nel nostro progresso evolutivo, i precursori, e vi sono ugualmente sterminati eserciti che ci seguono a rimorchio.

Sulla nostra catena planetaria vi sono altre entità, non solo attualmente sulla terra ma in altri sei globi, cosicché noi umani, le bestie, i vegetali, i minerali e gli elementali, non siamo i soli eserciti su questa catena così come è adesso.

Quando tutte le sette gerarchie alla fine raggiungono il globo G durante la prima ronda, si radunano tutte insieme su quel globo, che é l'ultimo globo dei sette manifestati; e qui terminano tutte la prima ronda simultaneamente, prima che cominci il nirvana interplanetario.

Partendo dalla seconda ronda, tutte le linee di evoluzione o attività sono già state tracciate, e non essendoci niente che debba essere costruito da zero, il progresso delle onde di vita è relativamente più veloce per quelle che sono le più evolute. L'effetto è che alcuni eserciti minori di monadi, e anche di individui, percorrono molto più rapidamente il loro corso evolutivo, e quindi precedono il corpo generale delle sette gerarchie evolventi. Questo avviene perché ora abbiamo tra di noi esseri della quinta ronda, anche se noi, come umani, siamo nella nostra quarta ronda.

Quando la nostra onda di vita si sarà mossa sul globo E, i śishta del regno umano saranno i più elevati, cioè i prossimi rappresentanti supremi della loro onda di vita. Saranno realmente esseri della quinta ronda, con pochissimi esseri della sesta ronda che appariranno tra loro a lunghi intervalli di tempo. Ciò significa che non sono chiamati a fare subito quella che per la nostra onda di vita umana è la sua quinta ronda, perché l'hanno già fatto, attraverso il loro carattere e le loro qualità come precursori: hanno oltrepassato la massa della propria onda di vita. Le stesse osservazioni si applicano ugualmente agli esseri della sesta ronda, che sono i buddha. Questi esseri della sesta ronda — la cui spiritualità è così elevata, e la cui capacità innata acquisita attraverso lunghi eoni d'esperienza è così grande, che essi sono avanti anche agli esseri della quinta ronda — sono davvero pochissimi.

Si dice che Gautama il Buddha sia stato l'unico essere della sesta ronda pienamente sviluppato negli annali della storia.

Ora, come è ottenuta questa evoluzione interiore? Naturalmente, in ogni serie o gruppo di entità ve ne sono alcune rimasti indietro; poi, la maggioranza intermedia, e infine quelle entità che sono avanti. Queste sono le anime più vecchie, quelle che hanno compiuto gli sforzi più duri e hanno conquistato la maggior parte del sé, perché l'autoconoscenza deriva da un intelligente autocontrollo in ogni pensiero e azione. Quando sopraggiunge la morte, questi precursori seguono lo stesso percorso di tutte le entità disincarnate, solo che lo fanno autocoscientemente. Compiono una propria ronda individuale attraverso la catena planetaria, prima ascendendo lungo l'arco luminoso fino a raggiungere il globo più alto; poi, dopo un riposo nirvanico relativamente lungo, scendono attraverso i globi dell'arco discendente, fino a raggiungere nuovamente il globo D, la nostra terra; e poiché hanno compiuto una ronda in anticipo sull'onda di vita, quando ritornano al nostro globo sono esseri della quinta ronda.

Avanzano attraverso le esperienze ottenute sui differenti piani degli altri globi e le varie incarnazioni avute in ciascuno di questi globi; e queste esperienze sono costruite nella fabbrica dell'anima come caratteristiche. È un'incessante e naturale crescita interiore, che altro non è che una sempre maggiore manifestazione della monade, il dio interiore. Semplificando, su questi altri globi queste monadi pellegrine si sottopongono ad esperienze autocoscienti invece di essere, come avviene di solito per gli ego reincarnanti, avvolte in un lungo devachan per l'intero periodo tra le vite terrene. Da ciò dovrebbe essere chiaro che lo sviluppo evolutivo degli esseri della quinta e della sesta ronda non è ottenuto solo con l'allenamento, l'iniziazione o l'autoapprendimento durante le incarnazioni su questo globo D. Per quanto questi metodi siano indispensabili, sarebbe del tutto impossibile diventare un essere genuino della quinta e della sesta ronda soltanto in questa maniera.

Un essere della sesta ronda è uno che, in anticipo sull'onda di vita, ha richiamato all'azione il buddhi o sesto principio in lui, perché è nella sesta ronda che buddhi avrà la sua evoluzione; mentre l'essere della quinta ronda è uno che ha risvegliato più o meno la manifestazione del quinto principio in sé, il manas. Noi umani, essendo a metà della quarta ronda, siamo ancora nel processo evolutivo del nostro quarto principio, kāma.

Gli esseri della sesta ronda sono così pochi, che possiamo definitivamente stabilire che un vero essere della sesta ronda è sempre un buddha, o un'entità equivalente a un buddha. L'intero essere dell'uomo è riempito dalla gloria del dio in lui. Comunque, anche oggi vi sono molti esseri della quinta ronda tra di noi, ma non sono in nessun modo tutti allo stesso livello dello sviluppo della quinta ronda: vi sono quelli avanzati, quelli meno avanzati, e quelli che sono appena diventati esseri della quinta ronda. Se queste anime pellegrine sono di gran lunga così avanzate da poter trovare dentro di sé la forza spirituale, intellettuale e psichica, allora continuano senza interruzione il processo di incarnazioni autocoscienti sugli altri globi per un'altra ronda, e così, quando raggiungono di nuovo la terra, lo fanno come esseri della sesta ronda.

Può essere interessante citare questo passaggio da una delle lettere di K.H.[25] scritta in risposta a una domanda di A. P. Sinnett: se un uomo della quinta ronda "si dedicasse all'occultismo e diventasse un adepto . . . eviterebbe ulteriori reincarnazioni terrene?"

No, se escludiamo Buddha — un essere della sesta ronda, poiché egli aveva oltrepassato con successo la razza nelle sue precedenti incarnazioni da superare persino i suoi predecessori. Ma allora un tale uomo deve essere trovato in bilioni di creature umane. Egli era diverso da altri uomini sia nell'aspetto fisico che nella spiritualità e nella conoscenza. Anche se evitò ulteriori incarnazioni solo su questa terra, quando l'ultimo degli uomini della sesta ronda del terzo giro avrà lasciato questa terra, il Grande Insegnante dovrà reincarnarsi sul pianeta successivo. Soltanto, poiché ha sacrificato la Beatitudine e il Riposo nirvanici per la salvezza delle creature sue compagne, Egli rinascerà nel settimo giro, il più elevato, del pianeta superiore. Fino a quel momento Egli adombrerà ogni dieci millenni (noi diciamo piuttosto e aggiungiamo: "ha già adombrato" un individuo scelto che generalmente ha capovolto le sorti delle nazioni. Vedi Iside, vol. I, pp. 34 e 35 ed. or., e il primo comma sulle pagine.)

Per quanto ne sappiamo, la razza umana non ha ancora prodotto un essere della settima ronda, un precursore che sia avanti di tre ronde dell'onda di vita in generale. La maggior parte dei mahatma sono esseri avanzati della quinta ronda, in bilico sulla linea di passaggio nell'umanità della sesta ronda; i loro chela sono esseri della quinta ronda meno avanzati.

Le monadi precorritrici — oltre a passare in una reincarnazione più o meno autocosciente dopo la morte, attraverso gli altri globi della nostra catena planetaria, e ottenere così lo stato della quinta ronda — nel lasciare la catena lunare erano già evolutivamente più avanzate della maggior parte delle altre monadi. Durante il corso delle loro ronde sulla nostra attuale catena terrestre, e cominciando anche dalla terza ronda, questi ego precursori che s'incarnavano cominciarono a sentire così fortemente l'azione dentro di loro delle qualità e delle facoltà umane, da lasciare, per così dire, il vasto flusso degli ego nell'onda di vita umana, ed incarnarsi sui differenti globi della catena più avanzata rispetto alla massa degli ego. Questa priorità nello stato evolutivo è quindi mantenuta anche quando la maggior parte dell'onda di vita umana raggiunge a sua volta la sua quarta ronda, in modo che i precursori possano effettivamente essere, da quel momento, nella loro quinta ronda, e in qualche caso anche nella loro sesta ronda.

Scrivendo su questo soggetto, nel 1882, K.H. diede questa spiegazione:

Lo schema con le sue sette parti sarebbe incomprensibile all'uomo se egli non avesse la facoltà di sviluppare in anticipo il sesto e settimo senso, come hanno dimostrato gli Adepti superiori — sensi che saranno la dote naturale di tutti nelle ronde corrispondenti. Il nostro Signore Buddha — un uomo della sesta r. — non sarebbe apparso nella nostra epoca, per quanto grandi fossero i meriti da Lui acquisiti nelle reincarnazioni precedenti, se non fosse stato per un mistero . . .
Poiché l'uomo, avendo completato il settimo giro su A, ha appena iniziato il primo giro su Z, poiché A muore quando egli lo abbandona per B, ecc., e poiché egli deve anche restare nella sfera che si trova fra un ciclo e l'altro dopo Z, come avviene fra un pianeta e l'altro, finché l'impulso non mette ancora in moto la catena, è evidente che nessuno possa superare per più di una ronda la propria specie. Solo il Buddha fa eccezione per virtù di un mistero. Fra noi vi sono uomini della quinta ronda perché ci troviamo nella seconda metà del settimo giro della terra. Ciò non sarebbe potuto accadere nella prima metà. L'infinita moltitudine degli uomini della nostra quarta ronda che ci hanno superati ed hanno completato i sette giri su Z, hanno avuto il tempo di passare il periodo fra un ciclo e l'altro, d'iniziare la nuova ronda e di continuare a lavorare sul globo D (il nostro). Ma come possono esserci uomini della prima, seconda, terza, sesta e settima ronda? Noi rappresentiamo le prime tre e la sesta può venire solo a rari intervalli e prematuramente come per i Buddha (solo sotto determinate condizioni), mentre l'ultima, la settima, non è ancora evoluta! [26]

Generalmente parlando, il "mistero" significa che questi rarissimi pochi, destinati a diventare esseri della sesta ronda pur essendo nella quarta ronda, sono aiutati e individualmente guidati da alcune entità dhyāni-chohaniche, che non solo incoraggiano questi ego precursori e li proteggono, ma lo fanno anche quando quegli ego si sottopongono alle varie iniziazioni attraverso le quali devono passare. Questo mistero personifica il fatto ulteriore che tali precursori sono aiutati ad incarnarsi pienamente ed autocoscientemente su ciascuno dei globi della nostra catena planetaria, rendendoli quindi capaci di raccogliere le esperienze che la massa degli individui della quarta ronda ottiene solo quando la principale onda di vita raggiunge questi diversi globi.


I BUDDHA E I BODHISATTVA

Ora china il tuo capo ed ascolta con attenzione, o Bodhisattva — la Compassione parla e dice: "Può esserci beatitudine quando tutte le vite sono destinate a soffrire? Sarai tu salvato e ascolterai l'intero mondo gridare?" — La Voce del Silenzio, p. 71

Vi sono alcuni esseri il cui amore è così onnicomprensivo, la cui abnegazione personale è così grande, il cui senso di unità con l'Uno è così relativamente completo, che in un certo periodo della loro evoluzione tornano indietro sul sentiero e diventano forze benefiche nella vita spirituale ed intellettuale dell'umanità, sacrificando il loro progresso per eoni ed eoni futuri, e sopportando quello che per loro è poco meno di un inferno vivente, per aiutare, restando come un fuoco spirituale nell'atmosfera di un pianeta o di un sistema solare. Questi sono i Buddha di Compassione.

Tutta la natura s'inchina con riverenza e soggezione davanti a loro, poiché stanno più in alto degli dèi, ai quali altrimenti si sarebbero uniti e li avrebbero trascesi.

I Grandi Esseri della terra vivono per il mondo, ma non gli appartengono, legati al mondo dal proprio atto di potente compassione; e non entreranno in alcun nirvana permanente finché l'umanità, attraverso il corso naturale dell'evoluzione, sarà progredita al punto di non avere più bisogno dello stimolo spirituale che è dato dai Buddha di Compassione.

Non c'è amore più grande per un uomo che rinunciare alla propria vita per il suo fratello. Ma quando il Buddha di Compassione rinuncia a tutto quello che egli è, rinuncia a tutto il suo progresso individuale per ritornare nell'oscurità della sfera fisica allo scopo di aiutare e salvare l'umanità, in verità è la divinità stessa all'opera.

Il Pratyeka Buddha, d'altro lato, è uno che s'impegna a perseguire tutto e ottiene la buddhità per se stesso. Si eleva ai regni spirituali del proprio essere interiore nel quale si avvolge, non ascoltando il richiamo a ritornare e aiutare l'umanità. È un individuo molto puro e santo; altrimenti non avrebbe potuto raggiungere il nirvana. Ma è così totalmente assorbito nella bellezza, nella gloria e nella meraviglia delle sfere celesti, che quella bellezza è come un velo che annebbia i suoi occhi ed offusca la sua memoria degli eserciti dietro di lui che lottano. Per quanto sia glorificato, il Pratyeka Buddha non è al livello dell'ineffabile sublimità del Buddha di Compassione.

Il Buddha di Pietà antepone davanti a sé tutto ciò che vive, dandogli la priorità; il Pratyeka, il Buddha 'solo per sé,' antepone se stesso davanti a tutto ciò che vive. Entrambi sono del sentiero della mano destra, ma uno vive per il mondo, e l'altro vive per se stesso nel mondo, allo scopo di ottenere il nirvana individuale.

Se dovessimo fare un atto di misericordia solo per mettere a tacere un qualcosa che viene da dentro, o essere più in pace con noi stessi, allora, in ultima analisi, questo sarebbe egoismo; esemplificherebbe proprio quello che è un Pratyeka Buddha. Aspirare all'avanzamento individuale è egoismo spirituale. Chi non ha mai sentito agitarsi nel suo cuore un bagliore di pietà che è oblio di se stesso, di amore universale, l'istinto dell'autosacrificio per gli altri, non potrà mai concepire che tutto questo è un moto dell'anima basato sul puro interesse individuale. Le idee sono completamente separate, come i due poli.

I Pratyeka Buddha e i Buddha di Compassione, in un certo senso, possono essere paragonati alla vecchia favola della tartaruga e della lepre. I Pratyeka sono come la lepre; saltano in avanti verso il futuro e si conquistano un posto glorioso nelle sfere. Ma i Buddha di Compassione restano indietro per realizzare il lavoro più nobile da svolgere, persino tra gli dèi — condurre l'esercito di quelli meno evoluti di loro: portarli alla Luce, alla Grande Pace; e, anche se il loro lavoro sembra più leggero di quello dei Pratyeka, tuttavia verrà il momento in cui i Buddha di Compassione supereranno i Pratyeka, che si troveranno cristallizzati nella loro purezza spirituale e, per il momento, incapaci di avanzare oltre.

Ma, poiché i Buddha di Compassione hanno rinunciato al sé personale per il Sé universale, il cuore stesso dell'universo è attivo dentro di loro e quindi il loro progresso sarà effettivamente accelerato. Quando, nei lontanissimi eoni del futuro, i Pratyeka emergeranno dalla loro condizione nirvanica, dovranno iniziare un nuovo sentiero di evoluzione come apprendisti, mentre i Buddha di Compassione saranno già allora molto più avanti di loro.

I Buddha di Compassione non hanno alcuna gioia nel loro lavoro? In verità, ce l'hanno, perché i loro cuori sono in pace, sapendo di essere affini agli dèi, e che attraverso di essi scaturisce il flusso dell'illuminazione proveniente dal Guardiano Silenzioso. Sono loro i Grandi Salvatori, quelli che aiutano sempre là dove il karma lo permette, vale a dire il karma dell'individuo, che sia un essere umano o una razza.

H.P.B. ha chiamato i Buddha di Compassione l'incarnazione stessa della saggezza e dell'amore, i due elementi più elevati nell'universo: la saggezza, che è la visione suprema, la conoscenza che viene dalle reminescenze delle passate eternità, e un assenso totale alle leggi della natura, di cui sono parte; e l'amore, impersonale e maestoso, che porta al sacrificio del sé anche quando è sulla soglia del nirvana.

Inizialmente potrebbe essere abbastanza ingarbugliato sentire di così tanti dèi, dhyāni-chohan, buddha, bodhisattva, e così via. Ma non sarebbe così se rimuovessimo dalle nostre menti la vecchia idea che gli dèi sono una sola famiglia di esseri, e che gli uomini sono qualche altra famiglia del tutto distinta. Noi siamo i figli degli dèi, letteralmente, dèi embrionali; e quelli che sono gli dèi una volta furono uomini. Quello che sono i dhyāni-buddha rispetto ai dhyāni-bodhisattva, lo sono i buddha umani su questo piano rispetto ai bodhisattva umani. La regola è la stessa.

Ogni dhyāni-buddha o 'buddha di contemplazione' ha i suoi figli nati dalla mente, per così dire, la sua progenie spirituale, che sono i dhyāni-bodhisattva. Per chiarire: quando un insegnante risveglia l'anima in un uomo e lo porta verso una vita più grande e più nobile, quell'uomo che ora comprende è quindi un bodhisattva del suo insegnante. L'insegnante ha trapiantato una parte della propria essenza di vita, una parte della sua mente, nella vita del discepolo, risvegliando così dentro di lui i fuochi mānasaputrici. Questo è quanto fanno i dhyāni-buddha alle altre entità elevate sui loro piani; hanno i loro allievi in cui risvegliano la facoltà bodhisattvica, lo splendore buddhico, portando così in esistenza i dhyāni-bodhisattva e, in seguito, i buddha umani o mānushya.

Similmente sul nostro piano: quando i mānushya-buddha trovano discepoli adatti, li ispirano, li colmano del fuoco santo, spirituale ed intellettuale, in modo che, quando questi stessi allievi sono relativamente completati in spiritualità, diventano mānushya-bodhisattva, per poi diventare mānushya-buddha. E questo è così perché la luce buddhica è risvegliata dentro di loro; ciascuno percepisce il dio interiore, e da quel momento non conosce né pausa né riposo finché anche lui raggiunge la buddhità umana.

Riguardo i vari tipi di buddha: una procedura e una struttura comune vale dappertutto, per cui, se comprendiamo la natura e la funzione di una classe dei buddha, comprenderemo a grandi linee l'intera gamma dell'insegnamento. Ad esempio, ogni ronda è sotto il governo di un dhyāni-buddha che è divisibile in sette 'figli,' che fanno i mahā-buddha dei sette globi. Ognuno di questi mahā-buddha è ancora divisibile in sette 'figli,' che sono i buddha razziali.

Dei due buddha che appaiono in ogni razza-radice — uno verso l'inizio, e l'altro verso la metà o la conclusione, dipende dalle circostanze — uno di essi si dedica particolarmente alla razza-radice come razza. La stessa influenza buddhica, comunque, agendo attraverso lo speciale buddha razziale, si manifesta proprio un vasto numero di bodhisattva, che appartengono tutti alla stessa razza, che possono essere chiamati i buddha minori, che appaiono ad intervalli periodici durante la razza. Gautama il Buddha era uno di questi bodhisattva in cui e attraverso il quale il buddha razziale manifestò il suo potere trascendente. Questi bodhisattva di solito sono anche gli individui che appaiono all'inizio di ogni cosiddetto ciclo manvantarico, che è di circa 2.160 anni.

Il buddha che appare verso la metà o verso la fine della razza è il particolare buddha della razza-radice successiva, che appare quindi un po' prima del suo tempo per guidare, in collaborazione con lo stesso buddha razziale, la fine della razza verso la coalescenza e la connessione con la successiva razza-radice.


GAUTAMA IL BUDDHA

In tutte le antiche religioni che hanno un lato esoterico[27] o mistico, vi sono insegnamenti o suggerimenti incentrati sull'idea che in qualche parte del mondo esista un'energia o intelligenza spirituale, che è il guardiano e l'amico dell'umanità, al quale spesso si allude come al Capo degli adepti-veggenti delle ere, e che è intimamente connesso ai principi spirituali che guidano ed ispirano l'universo. H.P.B. parla di questo misterioso individuo come del Grande Iniziatore.

Ora, definire questo individuo come Gautama il Buddha, in un senso sarebbe corretto, perché l'influenza spirituale del Grande Iniziatore era lì; tuttavia, considerare questo individuo semplicemente come un essere umano significa discostarsi alquanto dalla verità. Il suo raggio, una parte della sua intelligenza, in determinate occasioni rare e lontane tra loro nel corso di una grande razza-radice, appare come un buddha in un corpo umano. Ma il buddha non è il semplice uomo fisico, che è soltanto il rivestimento esterno e il canale attraverso il quale arrivano la luce e l'insegnamento. Il vero buddha è un'entità interiore (anche se non esattamente l'entità spirituale in ogni uomo) che serve da canale attraverso il quale scaturiscono le influenze, il potere della volontà, l'intelligenza di qualche essere ancora più sublime — il Grande Iniziatore.

Gautama il Buddha era un uomo. Attualmente è un nirmānakāya. L'ego superiore dell'entità che si manifestò per ultima come Gautama il Buddha agisce attraverso questo nirmānakāya; e questo ego superiore è il Buddha, il trasmettitore dell'intelligenza spirituale del Grande Iniziatore.

È a Gautama il Buddha, considerato in tal senso, e al potere che agisce attraverso lui, che si riferivano gli insegnanti di H.P.B. quando usavano frasi come "È colui al quale dobbiamo fedeltà," "Colui la cui parola è la nostra Legge." Come uno dei due Buddha razziali della nostra quinta razza-radice — il secondo Buddha essendo il Maitreya, che verrà tra milioni di anni futuri — continuerà a sorvegliare e a proteggere questa razza-radice. Egli è l'origine e il fondatore di ogni grande movimento spirituale o filosofico che si è sviluppato in qualsiasi momento della nostra razza-radice. È lui il Capo di tutti gli adepti, il Signore, il Chohan, ed è davanti a lui, e alla sua presenza, che avviene la settima e più grande iniziazione.[28]

A causa della sua connessione con l'avatāra Gesù, il Buddha era intimamente associato con il fondatore della Cristianità. Attraverso la sua compassione infinita, prestò se stesso per l'opera dell'avatāra Gesù, legandosi quindi inevitabilmente e per sempre al karma che ne derivava; ma ciò non significa che tutto il male che è stato versato, e tutto il bene che è stato fatto dai cristiani e dalla Chiesa fin dalla morte di Gesù debbano ricadere pesantemente su Gautama il Buddha. Questo sarebbe semplicemente ribadire la vecchia interpretazione teologica e del tutto errata della dottrina dell'espiazione vicaria. La legge karmica chiederà conto agli stessi che hanno compiuto il male.

È questo il significato: Gautama il Buddha, il saggio più nobile che sia vissuto in milioni di anni, anche lui, con la sua saggezza simile a quella di un dio, fece piccoli errori durante la propria vita. Nel suo desiderio spirituale di dare verità, luce, amore e compassione agli uomini, in parecchie occasioni dischiuse un po' troppo le porte. Lì giace sempre un grande pericolo psichico e spirituale. Per rimediare a ciò che aveva esagerato, divenne la parte intermediaria dell'avatāra Gesù (proprio come alcune centinaia di anni prima aveva fornito la parte intermediaria dell'avatāra Śankarāchārya), correggendo quindi, in una certa misura, ciò che egli, Gautama il Buddha, aveva fatto nel suo amore illimitato per l'umanità.

In Gautama Śakyamuni, come uomo, vi erano parecchi elementi diversi che funzionavano: (a) l'individuo ordinario che era un grande e splendido uomo; (b) ad ispirarlo era il bodhisattva incarnato, sebbene l'essenza mānasaputrica, che apparteneva a quel grande essere umano come una monade di per sé, non fosse ancora stata risvegliata pienamente; (c) ad illuminare questo bodhisattva in Gautama fu il buddha; e (d) ad ispirare ed illuminare quel buddha — una fiamma spirituale che agiva nell'uomo attraverso il bodhisattva — fu il dhyāni-buddha della nostra ronda, che naturalmente lavorava attraverso il dhyāni-bodhisattva di questo globo D.

Tutto questo può apparire molto complicato, ma in realtà non lo è. Noi abbiamo, prima, un essere umano spiritualmente evoluto in cui l'essenza innata mānasaputrica fu parzialmente risvegliata, fornendo così un campo di coscienza per la sua individualizzazione come bodhisattva incarnato. Poi, l'essenza monadica che agisce attraverso questo bodhisattva incarnato fu individualizzata come buddha, e questi elementi formano i vari centri monadici principalmente attivi in Śakyamuni. In aggiunta a questo, e poiché il bodhisattva incarnato permise al raggio del buddha interiore di manifestarsi, vi fu la ricezione anche nella coscienza umana del raggio ancora più spirituale proveniente dal dhyāni-buddha della quarta ronda, che a sua volta si spostò verso il buddha umano per mezzo del dhyāni-bodhisattva del globo.

Questo dhyāni-buddha potrebbe essere descritto come l'influenza spirituale 'esterna' che agisce attraverso il buddha umano; e il buddha, il bodhisattva, e l'essenza mānasaputrica parzialmente risvegliata, formano la triade nella costituzione di Gautama Śakyamuni, attivandosi per produrre il mānushya-buddha.

Quando Gautama, il cui nome personale era Siddhārta, abbandonò la sua casa, secondo la bella storia, e andò alla ricerca della luce per ottenere la buddhità umana per amore della "salvezza degli dèi e degli uomini," egli stimolò ad un'attività relativamente completa il bodhisattva dentro di lui. L'uomo ordinario, grande com'era, non fu mai completamente subordinato al bodhisattva interiore, che poteva allora manifestare le sue nobili facoltà, illuminato dal raggio buddhico. Tuttavia, questa comunione con il suo buddha interiore non era ancora sufficiente al proposito che aveva in mente, perché questa particolare incarnazione umana dell'uomo chiamato Siddhārta doveva essere il veicolo del buddha minore della razza, che avrebbe sorvegliato la nostra quinta razza-radice. Nelle letterature esoteriche del Buddhismo è affermato che ogni mānushya o buddha-umano, come lo era Gautama, è la controparte terrena di un buddha celeste, la sua origine divina e spirituale. Nel buddha celeste, il dhyāni-buddha, che invia da se stesso il raggio, l'energia, la spiritualità, la volontà, l'intelligenza, ognuno dei quali, manifestandosi attraverso il veicolo spirituale-umano, produce il mānushya-buddha.

Ed è anche il Buddha che, durante tutta la sua gestione che dura dall'inizio della quinta razza-radice finché gli succederà il Maitreya-buddha, aiuta a realizzare l'apparizione di un avatāra in certi periodi ciclici. Il motivo è che una divinità, per manifestarsi, richiede un apparato psicologico puro e forte come quello di un buddha. Infatti, l'energia che emana da una divinità potrebbe rovinare l'apparato psicologico di un normale mahatma, sebbene egli sia molto al di sopra del corso generale dell'umanità. Vi sono grandi misteri inerenti in questa questione della buddhità.

Anche nell'apparenza fisica, il Signore Buddha, quando si manifestò come Gautama, era molto diverso dagli altri uomini. Non solo irradiava gentilezza, amore, forza disciplinata, pace, e una brillante intellettualità, ma si dice che fosse bello in maniera sovrumana e che somigliasse a un dio; e tuttavia, suo figlio, nato prima che la buddhità fosse coscientemente raggiunta, non era che un essere della quarta ronda, pur essendo un uomo buono e nobile. Il suo nome era Rāhula.

L'incarnazione di un buddha non è una discesa dal devachan come nel caso di noi comuni mortali. Ogni essere umano è un'entità composita. Vi è un dio dentro di lui, un ego spirituale, un ego umano, una natura animale, e il corpo fisico, che esprime al meglio che può il fascio di energie che sorgono attraverso e dentro l'uovo aurico. Ora, ciascuno di questi elementi è di per sé un'entità che impara la sua strada verso l'alto. L'autocoscienza, il senso dell'egoità, è qui; ma oltre questo, c'è il senso dell'unità cosmica, che è l'atmosfera e la coscienza del dio interiore, un buddha celeste. Quindi, come nell'uomo coesistono un buddha celeste, un buddha umano, un'anima umana che agisce attraverso un corpo animale, è evidente che possono aver luogo molte cose singolari se le circostanze sono quelle giuste, e che le condizioni dell'incarnazione di un buddha devono essere de facto molto diverse, in verità, dalla reincarnazione di un uomo comune. E così fu nel caso di Śakyamuni.

Il Principe Siddhārta di Kapilavastu, che in seguito divenne il veicolo fisico di un buddha, era un essere umano spiritualmente evoluto, e quindi un veicolo adatto per esprimere l'elemento superiore nella sua natura, il mānushya-buddha, egli stesso il veicolo del buddha celeste — la parte più alta di una simile elevata costituzione. Di conseguenza, l'uomo era nato, era passato attraverso tutte le fasi di prammatica, ma poiché era adombrato dallo splendore buddhico, era un figlio dello splendore. Si sposò, nacque Rāhula. Poco dopo, venne la prima luce interiore di uno splendore abbagliante; e il principe Siddhārta lasciò la sua casa e divenne un viandante — questo significa semplicemente che egli si ritirò dal mondo, in modo che la sua parte umana potesse allenarsi a diventare un canale pienamente cosciente per il manifestarsi del mānushya-buddha interiore.

Fu così che alla fine, dopo essersi impegnato nella disciplina autoimposta e nell'anelito spirituale e nella conquista interiore, sotto l'albero sacro della Bodhi, l'albero della saggezza, venne l'illuminazione completa, come racconta la leggenda, e il mānushya-bodhisattva chiamato Gautama-Śakyamuni ottenne la buddhità. Questo bodhisattva incarnato divenne il perfetto e volontario strumento psico-spirituale attraverso cui il suo buddha interiore poteva esprimersi. Quando lo stato della buddhità era stato raggiunto, troviamo il buddha che agisce attraverso il bodhisattva, il quale agisce attraverso l'uomo risvegliato, esemplificando così l'attività delle tre monadi superiori nella costituzione umana: vale a dire, lo spirituale, il bodhisattva o mānasaputra, e l'umano evoluto. E questo è esattamente quello che ciascuno di noi avrà l'alto privilegio e la gioia di diventare — a condizione che percorriamo la razza con successo.

Il Buddha visse fino a ottant'anni insegnando: impartì iniziazioni, aiutò, confortò, ispirò. Quando il corpo che lo aveva servito così bene si affievolì con il passare degli anni, il Buddha 'morì' — secondo l'insegnamento exoterico.[29]

La verità sull'argomento è che in quel momento il buddha dentro Gautama Śakyamuni entrò nella condizione nirvanica, lasciando il bodhisattva ancora attivo, che agiva attraverso la struttura fisica invecchiata. Il Nirvana, in questo caso, significa realmente che il buddha celeste entrò nei suoi nativi regni cosmici, essendo il suo lavoro per il momento finito, e lasciò indietro quello umano illuminato dallo splendore del mānushya-buddha, il buddha interiore. La sua parte del buddha era 'morta' per il mondo, aveva cioè completato il suo lavoro ed era passata in nirvana, per attendervi il successivo compito alla fine di questa quinta razza-radice, quando lo stesso spirito del buddha illuminerà nuovamente un uomo-bodhisattva.

Per vent'anni dopo che il nirvana era stato raggiunto, Gautama il Buddha visse tra i suoi iniziati, e insegnò ed impartì iniziazioni; e all'età di cent'anni alla fine il suo corpo morì.[30] Il corpo fu rigettato, e tutta l'entità come mānushya-buddha rimase come un nirmānakāya,[31] e così vive oggi, ed è il canale, il veicolo, attraverso il quale emanano le energie pure derivanti dal centro spirituale del nostro sistema solare. Quindi, egli è il canale del Grande Iniziatore, il guardiano e protettore di ogni grande religione o filosofia del mondo fondata durante la nostra quinta razza-radice, e continuerà ad essere così e ad agire finché arriva il Maitreya Buddha nel corso dei cicli delle ere.

La differenza tra questo grande saggio e gli uomini comuni è che in Śakyamuni le parti più alte della sua costituzione agivano più o meno pienamente attraverso "l'uomo," almeno il più pienamente possibile per qualsiasi individuo umano che è un essere della sesta ronda. Quando si sottopose alla sua sesta sublime iniziazione, da quel momento egli 'morì' come 'uomo,' ma continuò a vivere. In altre parole, dopo questo avvenimento egli insegnò per vent'anni attraverso la parte umana iniziata e quindi glorificata della sua costituzione; ma nessun uomo può sottoporsi alla sesta iniziazione, che è il momento della Grande Rinuncia — molto meno della settima — e 'ritornare' nel mondo degli uomini come egli era prima.[32]

Quindi, il significato è che l'ego umano dentro di lui, cioè quella parte superiore della sua costituzione, adesso era ridiventato un buddha ed era entrato in un nirvana; ma la parte inferiore della sua natura umana o intermediaria funzionava ancora sulla terra come un glorioso bodhisattva — in questo avvenimento grandioso e splendido vediamo il significato di molte affermazioni buddhiste: che un buddha lascia dietro di sé un bodhisattva per continuare il lavoro. Allora, essere un buddha significa che la propria parte superiore è in nirvana, e che la parte umana, che è buddhi-mānasica, vive come un insegnante, come un bodhisattva-nirmānakāya. Quindi, è il corpo fisico con il suo apparato vitale-astrale, che alla fine muore.

Ora, Śakyamuni, al momento di ottenere la buddhità e durante la sua sesta iniziazione, rientrò in un nirvana. O potremmo formularlo altrimenti, dicendo che la monade spirituale in lui entrò in un nirmānakāya, o divenne un nirmānakāya, la cui coscienza è nirvanica e troppo pura ed altamente spirituale per permettere qualsiasi contatto con le nostre grossolane sfere di vita e materia. Tutto il resto della costituzione del Buddha, dopo questa iniziazione, sceglie subito di entrare nella condizione nirmānakāya, mentre quella parte della costituzione di Śakyamuni che era l'intermediaria tra la monade spirituale e le parti più elevate dell'ego umano, rimase sospesa come sambhogakāya, cioè non si manifestò perché non 'scelta.'

Qui, il punto importante dell'insegnamento è che certi esseri umani altamente spirituali che si sottopongono con successo alla sesta iniziazione scelgono il sambhogakāya invece del nirmānakāya, come ad esempio il Pratyeka Buddha, perché nel loro caso la parte superiore della propria costituzione diventa il dharmakāya, tutte le parti intermediarie più elevate diventano il sambhogakāya; la 'scelta' del nirmānakāya non avviene, e così nel loro isolamento questi individui puri ma spiritualmente egoisti perdono ogni contatto con il mondo e le sue forze e ogni desiderio di aiutare quelli meno avanzati.

Dopo la morte fisica del Buddha alla veneranda età di cento anni, il bodhisattva, che era realmente il Siddhārta ora illuminato, rimase, come detto, nell'atmosfera della terra come un nirmānakāya, vale a dire un uomo completo ma glorificato, nel pieno possesso di tutte le facoltà, le caratteristiche e i principi della sua costituzione, tranne il corpo fisico, il linga-śarīra e i prāna più grossolani.

Per quanto riguarda l'espressione "nell'atmosfera della terra," essa è precisa, ma è incompleta. Potremmo definire la situazione con maggiore accuratezza dicendo che il bodhisattva, in qualità di nirmānakāya che si è ritirato dal comune contatto fisico con gli uomini e dalla terra e i suoi affari ma che ha mantenuto relazioni di sorveglianza e sovrintendenza con loro dai piani interiori — il bodhisattva-nirmānakaya, inizialmente conosciuto come Śakyamuni, dimora in quella parte estremamente misteriosa della superficie terrestre, protetto e custodito contro ogni intrusione, là dove si trovano alcuni dei più grandi appartenenti alla Fratellanza occulta, Śambhala.


LA NOSTRA DIMORA SPIRITUALE

Śambhala è la dimora segreta della grande Fratellanza dei mahatma e dei loro superiori, dal cui centro, in determinati periodi della storia della nostra quinta razza-radice, essi vengono inviati tra gli uomini per una diffusione spirituale ed intellettuale. È un vero distretto in una regione mistica della terra sconosciuta a tutti, tranne a coloro la cui formazione li chiama lì, ed è descritto come un luogo di grande bellezza, circondato da una serie di maestose montagne dell'Himalaya. Nessuna forza generata dal genio umano può penetrare in questo centro spirituale, perché esso è protetto da barriere ākāśiche. Dalla fine della quarta razza-radice dell'umanità si è mantenuto inviolato contro aggressioni di qualsiasi tipo. Molti hanno tentato, senza riscontro, di identificare questa mistica località con qualche moderno distretto o città conosciuti. Nei Purāna e altrove è affermato che da Śambhala verrà il Kalki-avatāra del futuro.[33]

È proprio perché il Buddha Gautama era il Buddha destinato ad apparire nella nostra quinta razza-radice, che il suo destino e i suoi doveri sono strettamente legati alla nostra attuale razza-radice fino alla sua conclusione; e così egli rimane in un misterioso isolamento a Śambhala, ma, come capo della Fratellanza, in un costante contatto spirituale, intellettuale e fisico, con la razza umana.

Questo centro è karmicamente uno dei luoghi della terra destinati al futuro. È significativo che una delle arterie, per così dire, della sorgente terrestre della vita passi attraverso o sotto di esso. In questo senso, H.P.B., ne La Dottrina Segreta, cita dai Commentari del Libro di Dzyan, quanto segue:

Essa [l'acqua di vita] circola purificata (al suo ritorno) al suo cuore, che batte sotto il piede della sacra Shambalah, che allora (agli inizi) non era ancora nata. Infatti, è nella cintura dell'abitazione dell'uomo (la terra) che stanno nascoste la vita e la salute di tutto ciò che vive e respira. — II, p. 400 ed. or.; p. 454 online

Poi, in una nota a piè di pagina, commenta:

È il sangue della terra, la corrente elettro-magnetica che circola attraverso tutte le arterie; e si dice che si trovi immagazzinata nell' "ombelico della terra."

Inoltre, Śambhala ha due aspetti: quello spirituale e quello geografico.

È stato affermato che la patria spirituale della nostra razza è principalmente nel sole, e prima ho fatto riferimento a quell'inaccessibile distretto sacro del Tibet come alla dimora centrale dei maestri. Ora, vi è una terza dimora spirituale, una località intermedia tra il sole e il Śambhala tibetano. Accenni a questo terzo luogo davvero molto sacro si possono trovare in tutte le grandi religioni exoteriche, e questo luogo è il vertice di quello che nei Purāna hindu è chiamato Śvepa-dvīpa, il Monte Meru o Sumeru. È il polo nord della terra, scelto non per i suoi pregi geografici, se pure ve ne siano, ma per la sua posizione astronomica. Su questa regione, H.P.B. ha scritto:

Si afferma che questa "Terra Sacra" non partecipò mai alla sorte degli altri Continenti, poiché è l'unica destinata a durare dal principio alla fine del Manvantara attraverso tutte le Ronde. È la culla del primo uomo e la dimora dell'ultimo mortale divino, scelto come un Sishta per il futuro seme dell'umanità. Di questa terra sacra e misteriosa, ben poco si può dire, eccetto forse, secondo l'espressione poetica di un Commentario, che "La stella polare la guarda con il suo occhio vigile, dall'alba alla fine del crepuscolo di un 'giorno del grande respiro." — La Dottrina Segreta, II, p. 6 ed. or.; p. 8 online.

Questi stadi o piani della dimora spirituale dell'umanità sono quindi tre: il pianoterra è la bella e misteriosa regione di Śambhala; il successivo è il mistico polo nord, geograficamente identico al polo nord della terra, ma misticamente del tutto diverso; e il piano alto è il sole. Su questi piani vivono tre classi separate di entità, con ciascuna delle quali la razza umana è in stretta unione spirituale ed intellettuale. Dalla condizione di uomo passiamo alla condizione di mahatma, dalla condizione di mahatma passiamo alla quasi divinità, e dalla quasi divinità diventiamo dèi.

La vita stessa è una sublime avventura, una serie costante di veli, oltre i quali, uno dopo l'altro, il pellegrino passa. Ed ogni iniziazione evolutiva è una rivelazione, nel senso di uno svelamento, anche se, abbastanza stranamente, questo significa un rivelamento. E perché? Perché ogni volta che riceviamo una nuova luce ne siamo temporaneamente accecati, crescere in conoscenza ci rende momentaneamente ciechi a tutto quello che è ancora più elevato. E dobbiamo vivere attraverso la nuova rivelazione finché impariamo che è un rivelamento, e poi passiamo ad una rivelazione superiore.

D'altro lato, vi è una rivelazione nel senso di svelamento, e questa è l'iniziazione. L'iniziazione è, in verità, ispirazione, e tutto il lato luminoso della natura è eternamente in azione nello svelamento, nel dare alle anime pronte, umane e altrimenti, aiuto e luce, nell'incoraggiare l'aspirazione nel cuore e portare i pellegrini della vita verso panorami sempre maggiori di grandiosità.

Esistono sia la rivelazione che la ricerca indipendente: vi è il progresso individuale, che include la scoperta spirituale, intellettuale e psicologica; e vi sono anche rivelazioni nel senso di svelamenti, e queste sono tutte sia iniziazioni che ispirazioni. L'iniziazione è un metodo breve di ottenere la luce e lo sviluppo evolutivo, e per questo è così difficile. Ma è sublime.

Il risultato dei gradi più elevati dell'iniziazione, quando è ottenuta con successo, è che le parti divine o spirituali del candidato s'identificano temporaneamente con il suo carattere individuale egoico o la mente — il suo ego. Questo ha luogo realmente nella quinta iniziazione, caratterizzata com'è dagli attributi speciali della natura mānasica dell'uomo, il mānasaputra in lui. Gli adepti superiori che hanno passato almeno la quinta e forse la sesta iniziazione riconoscono, percepiscono e realizzano in loro stessi la costante presenza vivente del dio interiore; e in diversi paesi, nei momenti di estasi interna, essi si rivolgono alla divinità interiore chiamandola per nome. Alcuni l'hanno chiamata il Padre, altri la chiamano Padre-Fuoco, Padre-Fiamma, Padre-Spirito, o Padre in Cielo; ma sempre padre, perché lo spirito in noi è l'essenza ultima e l'origine, e quindi la sorgente del nostro essere.

Considerate quale immensa dignità e grandiosità questa realtà dona alla vita umana. Significa che ogni essere umano è una flebile espressione di un'entità deifica, e che può diventare autocoscientemente uno con il suo dio interiore — che è il suo sé più profondo — nella misura in cui egli diventa, tramite la volontà, incarnato in una tale identità.

L'adepto, ad esempio, che ha raggiunto almeno una volta quest'unione superna, raggiunge da quel momento in poi una comunione praticamente a sua volontà. Gli adepti di tipo inferiore che non hanno mai ottenuto una minima parte di quest'unione, sentono o percepiscono il loro essere più profondo come qualche altro, ma tuttavia misteriosamente identico; e nei momenti di pericolo o di tensione di qualsiasi tipo, con uno sforzo della volontà accrescono questa comunione, e quindi l'unione, con la divinità interiore, invocando e ricevendo potere da essa. Gli adepti di grado superiore sentono o percepiscono perfettamente quest'unità, non più come un'esteriorizzazione, per così dire, del sé individuale, ma come del Sé più profondo dell'individuo.

Questo è il Buddha o il Cristo interiore dentro l'uomo. La stessa esperienza può essere ottenuta da qualsiasi adepto superiore, e in grado minore da qualsiasi essere umano. È un'idea meravigliosa sentire che abbiamo questa sorgente perenne ed inesauribile di luce spirituale ed intellettuale e di forza dentro di noi, che possiamo evocare, che possiamo attirare, se solo ci risvegliamo in essa. Parimenti, in un senso, è l'essenza della dottrina dell'avatāra nel suo aspetto anupapādaka. Questa è la vera meta da raggiungere nell'iniziazione.

La strada per crescere non è difficile. È chiamata 'un sentiero ripido e spinoso,' ma è così soltanto per l'uomo inferiore passionale, egoista e avido. La strada dello spirito è la strada della luce, della pace, della speranza; è la strada verso il sole. È la sensazione gloriosa che siamo noi a possedere il destino, essendo di origine divina, e che nel cuore di ciascuno di noi vive un dio, e che possiamo salire la mistica scala della vita sempre più in alto, espandendo perennemente il campo della nostra coscienza e la sfera delle nostre attività da un pianeta a un sistema solare, e da un sistema solare a una galassia, e da una galassia a un universo, e da un universo ad altre combinazioni di universi, incrementando sempre, incessantemente, l'espansione della coscienza, del potere, della saggezza e dell'amore.

Quando ci piombano addosso momenti di prova e difficoltà e ci rivolgiamo alla nostra interiorità e saliamo lungo quella mistica scala interiore, quella colonna ardente di splendore dentro di noi, allora, per il momento, diventiamo trasfigurati; e se possiamo ottenere quest'unione, tutto quello che facciamo sarà fatto a perfezione, e saremo veramente infallibili nei nostri giudizi.

Ho spesso percepito che, se non facessi nient'altro per il resto dei miei giorni sulla terra tranne che insegnare questa dottrina nelle sue molte forme — trasformandola, modellandola, in modo da indirizzarle a diverse menti — farei di più che se insegnassi i dettagli della filosofia occulta per lo stesso periodo di tempo, scegliendo molti modi diversi di farlo. Questa è la dottrina base della teosofia esoterica, l'identità fondamentale dell'essere umano nel suo spirito con la gerarchia spirituale dell'universo.


[1] Albero sempreverde (Ficus bengalensis), originario dell'India, dove è anche coltivato come albero sacro. – n. d. t.

[2] Un chohan, un mahāchohan, un dhyāni-chohan, è necessariamente un uomo, o lo è stato, sia di questa terra, che in qualche passato manvantara. Non è esatto, comunque, dire che il Mahāchohan è stato, in qualche lontano manvantara, un essere divino che venne sulla terra per aiutare l'umanità, poiché egli è passato attraverso la fase umana come un'entità evolvente, ed è ancora umano. Noi adesso stiamo passando attraverso i gradi inferiori della fase umana. In remoti eoni del futuro, ancor prima che la catena planetaria avrà raggiunto la sua conclusione manvantarica, anche noi, come un esercito umano, saremo diventati dhyāni-chohan, e prima di questo, avremo raggiunto lo stadio che ora occupa il Mahāchohan. Il termine Mahāchohan è un appellativo, proprio come lo è Buddha o Cristo. Vi sono grandi mahāchohan, alcuni anche di grado inferiore, ma quello di cui stiamo parlando è il capo supremo, il signore ed istruttore della Fratellanza degli adepti e, attraverso di essi, il nostro istruttore.

[3] Il mondo sotterraneo è un termine tecnico che significa qualsiasi mondo inferiore a quello sul quale vive l'essere superiore. Non vi è alcun mondo sotterraneo assoluto – ma anche il globo A è un mondo sotterraneo rispetto ad un globo superiore.

[4] Fundamentals of the Esoteric Philosophy, cap, XXIX e XL.

[5] Agnishwātta è un termine sanscrito composito: agni, fuoco, e svad, provare o addolcire; perciò si riferisce a coloro che hanno provato o sono stati provati dal fuoco – il fuoco della sofferenza e del dolore nell'esistenza materiale, che produce grande fibra e forza di carattere, cioè la spiritualità. Questo termine 'provare' ha ugualmente il significato di diventare 'uno con.' Così, provare il fuoco significa diventare uno con esso; la parte ignea della propria natura è la parte in cui l'essenza monadica si manifesta al momento intorno ad un centro egoico. Dal punto di vista occulto, il termine agniswātta significa un'entità che è diventata, attraverso l'evoluzione, una in essenza con il fuoco etereo dello spirito. I pitri agnishwātta sono i nostri antenati solari in opposizione ai barhishad, i nostri antenati lunari.

[6] Mānasaputra è un termine composito: mānasa, mentale, dalla parola manas, mente, e putra, figlio – la progenie del mahat o intelligenza cosmica; quest'ultima è sempre stata descritta come il fuoco della coscienza spirituale.

[7] Un termine sanscrito: ku, con difficoltà, e māra, mortale; l'idea è che questi esseri spirituali sono talmente elevati da passare attraverso i mondi della materia, cioè diventare mortali, solo con difficoltà. Vedi Occult Glossary, pp. 2-4.

[8] Avatāra è un termine sanscrito che significa 'discesa,' da ava, giù, e tri, 'attraversare.'

[9] È un argomento storicamente interessante che i seguaci di una delle prime sette cristiane fossero chiamati Docetisti dai loro oppositori – un termine greco che significa apparenza o sembianza, perché insegnava che Gesù era una mera 'apparenza' tra gli uomini, chiaramente un riflesso distorto del significato originario della dottrina dell'avatāra se applicata agli avatāra upapādaka. Questi Docetisti, comunque, andarono completamente fuori pista, perché affermavano che anche il corpo di Gesù era un'illusione, e quindi non fu crocifisso proprio lui, ma che fu crocifissa solo una sua 'apparenza' – in effetti un curioso groviglio, una finzione e una distorsione dell'allegoria esoterica. Naturalmente è vero che i partiti ortodossi falsificarono anche più dei Docestisti questo argomento, poiché proclamavano che Gesù era nato da una Vergine, che era una delle tre Persone della triade cosmica e, cosa ugualmente insensata, che era richiesto a una delle Persone della loro Trinità di salvare l'umanità dalle conseguenze del peccato commesso, per il quale la sfortunata razza umana era stata creata dall'infinita saggezza e prescienza.

Questo non lo scrivo come un'apologia dei Docetisti né come un'approvazione delle loro opinioni, ma soltanto per puntualizzare che in'importante setta cristiana primitiva non aveva del tutto perso di vista l'insegnamento essenziale concernente gli avatāra upapādaka.

[10] Capitolo IV, sloka 7-8.

[11] Dagli scritti lasciati da H.P.B. e pubblicati dopo la sua morte come La Dottrina Segreta, vol. 3. (vedi pp. 393-94 online)

[12] Vi prego di non confondere Hpho-wa, il trasferimento della coscienza, che significa anche volontà, potere e coscienza, e un senso di condizioni e luoghi circostanti, con un trasferimento della mera personalità. Il trasferimento del pensiero di un maestro è comunque piuttosto identico al trasferimento o al passaggio di se stesso in un'altra parte del mondo, nella māyāvi-rūpa, che è spesso difficile da distinguere tra i due, perché la māyāvi-rūpa è effettivamente la proiezione dell'individualità. Tutto l'uomo è lì, tranne gli elementi fisici, astrali e vitali, che sono lasciati indietro, e quindi è ovviamente anche una proiezione della coscienza e del pensiero. È l'Hpho-wa nella sua fase più elevata; l'Hpho-wa nella fase inferiore è semplicemente la proiezione del pensiero di un individuo, un grado estremo di trasferimento del pensiero.

[13] Vi sono dei termini tecnici greci presi dagli antichi insegnamenti dei Misteri. La teopneustia o 'inspirazione di un dio' avveniva alla sesta iniziazione, quando il candidato sentiva l'inspirazione o ispirazione del suo dio interiore attraversare tutto il suo essere per un lasso di tempo più o meno lungo. La teopatia o 'sofferenza di un dio' era la settima iniziazione, la più elevata di tutte, quando il candidato era divenuto uno strumento assolutamente altruistico del divino, sia dentro che fuori, per cui egli 'soffriva' letteralmente l'assorbimento o l'unità con la sua divinità ardente. (Vedi Fundamentals of the Esoteric Philosophy, cap. xxxv)

[14] Un composto sanscrito formato dalla preposizione ā, che significa approccio o in direzione di, e dalla radice verbale viś, che significa entrare, pervadere, e quindi possedere. La radice viś ha un'altra forma, vish, con un significato alquanto identico, da cui viene il nome Vishnu, la seconda divinità della Trimurti Hindu.

[15] Vedi "Animated Statues" [Statue Animate] di H.P.B., The Theosophist, novembre 1886.

[16] II, 427, nota a piè di pagina.

[17] Dagli scritti lasciati da H.P.B. e pubblicati dopo la sua morte come 'La Dottrina Segreta,' volume 3. (pp. 449-50 online)

[18] Vi è anche oggi, e c'è sempre stata fin dai tempi dello stesso Gautama il Buddha, una linea esoterica d'insegnamento nel Buddhismo, a dispetto di quanto possa essere stato detto, anche dalla stessa H.P.B., in parte per nascondere la verità, e in parte per rivelarla. Questo Buddhismo Esoterico non è in alcun modo essenzialmente diverso dall'insegnamento esoterico che sta nel retroscena di ogni grande sistema religioso o filosofico, ed è quindi identico alla teosofia delle epoche arcaiche. Era precisamente questa teosofia arcaica che H.P.B. aveva in mente quando si riferiva al significato occulto delle diverse dottrine buddhiste. Sia La Dottrina Segreta che La Voce del Silenzio annoverano innumerevoli riferimenti a questa saggezza segreta, la sua Voce in particolare è piena di insegnamenti e di nomi che appartengono distintamente alla filosofia buddhista.

[19] Dalai Lama è un termine composito di origine tibetana – dalai, che è una corruzione di ta-le, che significa oceano o mare, e lama, che implica il significato di superiore – riferendosi all'Oceano Superiore o Oceano della Maestà, avendo la parola maestà un significato spirituale come pure ufficiale. L'oceano o mare, secondo H.P.B. (La Dottrina Segreta, II, 502) indica il 'mare della conoscenza' che è stato tradizionalmente conservato con cura, e che rimase per ere dove ora si estende il Gobi o deserto dello Shamo. Dalai Lama è l'appellativo ufficiale usato principalmente dai mongoli e dai cinesi in relazione al dignitario più elevato del Monastero Gedun Dubpa di Lha-ssa, la città dei Lha, la città sacra del Tibet. I tibetani indicano questo funzionario supremo come Gyal-wa Rim-po-che, il Sovrano Eccellentissimo.

Il Tashi Lama è il dignitario supremo del Monastero Tashi-Ihümpo a Shigatse, e porta il titolo di Pan-chen Rim-po-che, l'Eccellentissimo Insegnante del Gioiello; la tradizione tibetana ritiene il Tashi Lama spiritualmente superiore, nei ranghi interni, al Dalai Lama.

[20] I lama reincarnati. – n. d. t.

[21] Nel Lamaismo esoterico tibetano, Ādi-buddha è ugualmente chiamato Vajradhara (in tibetano: Dorje-chang) e Vajrasattwa (in tibetano: Dorje-sempa): Vajra è un termine sanscrito che ha vari significati, come ad esempio, diamante, fulmine, e in verità, qualsiasi cosa che nel pensiero mistico partecipa alla natura della durata, della massima chiarezza, del potere immenso e dell'impersonalità; e quindi è a questo che allude H.P.B. quando parla dell'Anima Adamantina. Dhara significa possessore o sostenitore; e sattwa, dell'essenza.

[22] Questo termine è di solito tradotto male dagli orientalisti come 'il Signore che guarda verso il basso,' probabilmente perché il Buddhismo exoterico del Nord in genere definisce Avalokiteśvara e i suoi raggi come il Grande Signore di Pietà. Questa traduzione, pur dando l'idea delle caratteristiche e delle funzioni di Avalokiteśvara, tuttavia pecca non solo contro la grammatica sanscrita, ma contro il significato intrinseco della filosofia buddhista. Il nome è un composto: ava, sotto o in basso; lokita è il participio passato passivo derivante dalla radice verbale lok, contemplare, vedere, essere consapevole, e quindi significa visto o manifestato; invece īśvara significa signore. Per cui, Avalokiteśvara, se appropriatamente tradotto o compreso, significa 'il Signore che è visto in basso' – cioè l'apparizione manifestata (o apparizioni) dell'energia spirituale del Terzo Logos che agisce nel nostro mondo, e si mostra come armonia, regolarità, ordine, compassione, ecc.

[23] I termini shaberon, khubilkhan, khutukhtu, ecc., che si trovano in Iside Svelata, sono comunemente usati in Mongolia, ed anche in altre parti dell'Asia, come in Siberia. Il loro significato varia e le parole spesso sono applicate erroneamente ai meri stregoni o medium spiritisti. Com'erano usati originariamente in Tibet, questi ed altri termini simili, si riferivano ai casi minori di incarnazioni; e qualche centinaio di anni fa, e forse in pochissimi casi oggi, potrebbero designare appropriatamente gli iniziati genuini.

[24] Vedi i seguenti articoli di H.P.B.: 'Lamas and Druses,' The Theosophist, giugno 1881; 'Reincarnations in Tibet,' The Theosophist, marzo 1882; e 'Zoroastrianism in the Light of Occult Philosophy,' The Theosophist, giugno e luglio 1883.

[25] Le Lettere dei Mahatma, p. 117 ed. or.; Lettera 17.

[26] Le Lettere dei Mahatma, pp. 96-7 ed. or.; pp. 80-1 online.

[27] Ogni orientalista sa che dopo la morte del Buddha sorsero gradualmente un numero di scuole, che dopo un paio di secoli si raggrupparono sotto due principali egide di pensiero filosofico: l'Hīnayāna e la Mahāyāna. Le diverse scuole Mahāyāna del Buddhismo settentrionale sono tutte altamente filosofiche, ma predomina l'elemento mistico. Nel sistema Hīnayāna dell'Asia meridionale predomina l'elemento tecnicamente filosofico; ma per coloro che sanno come leggere i suoi scritti, diventano abbastanza palesi il pensiero mistico quasi rigorosamente velato e anche la saggezza esoterica ivi contenuta. I più grandi insegnanti della scuola Mahāyāna hanno affermato che l'Hīnayāna rappresenta la 'dottrina dell'occhio' del Signore Buddha, mentre il sistema Mahāyāna e i suoi scritti comprendono gli insegnamenti esoterici dati in origine dal Buddha ai suoi arhat e successivamente elaborati da loro e dai discendenti, per cui questi insegnamenti sono chiamati la sua 'dottrina del cuore' – che misticamente significa l'essenza nascosta del pensiero interiore del Buddha.

Entrambe queste scuole, comunque, si sono più o meno cristallizzate nel formalismo. Alcune ramificazioni della scuola Mahāyāna si sono notevolmente mescolate con le idee e i simboli tāntrici, e i seguaci di due o tre di queste sette, in un certo senso insegnano effettivamente la magia della 'mano sinistra.' Così, se vogliamo avere una panoramica chiara della pienezza dell'insegnamento del Buddha, nella misura in cui è arrivato fino ad oggi, dovremmo congiungere l'esoterismo mistico del sistema Mahāyāna originale con l'insegnamento del sistema Hīnayāna, perché il primo delucida il secondo.

C'è stato un numero di uomini veramente grandi che inizialmente elaborarono la struttura del sistema Mahāyāna considerato nel suo insieme; erano alti iniziati che insegnavano quanto più possibile il Buddhismo esoterico, considerati i tempi in cui essi lavoravano, o che era loro permesso elargire dal Mahāchohan, del quale erano i rappresentanti per questo lavoro speciale. Due di essi furono Nāgārjuna e Āryasangha, generalmente stimati ancora oggi dai seguaci del sistema Mahāyāna come due bodhisattva.

Nāgārjuna fu il fondatore della scuola Mādhyamika – che significa la Via Di Mezzo; Āryasangha invece, l'unico che era un discepolo diretto dello stesso Gautama il Buddha, è stato il fondatore dell'originale o primitiva scuola Yogāchāra. Ora, entrambe queste scuole, così come esistono oggi, contengono una grande quantità di insegnamento tāntriko, e quindi sono gravemente degenerate. Allo studente può risultare interessante leggere cosa dice H.P.B. nel suo Glossario Teosofico sotto la voce "Âryasangha."

I termini sanscriti Mahāyāna e Hīnayāna significano, rispettivamente, il grande veicolo o sentiero, e il veicolo difettoso o sentiero, avendo yāna il doppio significato di veicolo e del modo o maniera di andare. Mahā vuol dire grande; ma l'idea contenuta nel termine hīna, difettoso, non è solo quello di un errore di un'esposizione parziale. Questo è esattamente quello che dicono i Mahāyānisti: che il sistema Hīnayāna è vero nella misura in cui procede, ma che è difettoso o imperfetto perché incompleto. Da un punto di vista di guardare al soggetto, si potrebbe dire che quello Hīnāyāna è l'insegnamento exoterico o incompleto del Gautama Buddha, mentre il senso interiore o segreto del Mahāyāna è l'insegnamento pieno o completo che il Buddha diede ai suoi arhat e discepoli scelti.

Una buona parte degli scritti di H.P.B. contiene frequenti allusioni a questi sistemi, specialmente a quello Mahāyāna, per cui è stato abbastanza comune per molti immaginare che la teosofia sia soltanto una specie di Buddhismo esoterico, invece di essere l'antica saggezza cosmica degli dèi, della quale gli insegnamenti di Gautama il Buddha non sono che un'interpretazione. Potrei aggiungere che, mentre H.P.B. era lei stessa formalmente buddhista per ragioni sue, non era, nei suoi insegnamenti, buddhista nel senso settario del termine.

[28] Si afferma che molti dei grandi personaggi nell'antica mitologia e storia hindu siano 'nati' sia nel Sūrya-vanśa che nel Chandra-vanśa, che significano rispettivamente 'razza solare' e 'razza lunare.' Ora, queste 'razze' sono due lignaggi familiari, essendo il Sūrya-vanśa la linea dei kshattriya che derivavano da Ikshwāku, figlio del Manu Vaivaswata, che era figlio di Vivaswat il sole; e l'altra linea, il Chandra-vanśa, che originariamente si proclamava come discendente della luna, perché discesa dal Rishi Atri. Il grande personaggio epico Rāma era nato nel Sūrya-vanśa; e Krishna, come pure il Buddha Gautama, nacquero nel Chandra-vanśa.

Il solo punto importante in questo sistema alquanto settario e mitologico è che queste due 'razze' rappresentano realmente due diverse scuole di esoterismo arcaico. L'insegnamento che caratterizzava la razza solare era conservatore, diffondendo la saggezza delle epoche passate e applicandola senza importanti modifiche alle condizioni di quel periodo; invece il Chandra-vanśa era piuttosto uno stralcio dei metodi 'più nuovi,' in aggiunta al patrimonio della saggezza dei tempi antichi. In questo contesto, la luna non è la luna degli stregoni e della magia nera, ma è un riferimento alla realtà mistica che ogni neofito, nel suo progredire lungo il sentiero, deve coltivare ed elevare in se stesso 'l'elemento lunare' per diventare uno con il dio interiore; in altre parole, evolvere la monade umana a diventare la propria monade divina.

[29] Alcuni passaggi nel Mahā-Paranirvāna-Sūtra danno un breve ed importante insegnamento riguardante la morte applicando il processo con cui ha luogo alla dipartita dello stesso Gautama il Buddha, come personaggio-tipo. Definiscono questo processo come "l'ascesa" della coscienza del Buddha attraverso parecchi piani, e ancora della sua "discesa," e della successione di questi tre momenti. Ora, la morte fisica ha luogo in tutti gli esseri umani esattamente nello stesso modo, anche se, nel caso dei grandi saggi, è modificata dalla loro levatura altamente spirituale.

Le porzioni superiori della costituzione umana non si distaccano dal corpo fisico con un solo strappo del filo d'oro, ma questo strappo è preceduto dall'ascesa della coscienza nei piani superiori della costituzione umana, una pausa momentanea, poi una discesa fino a quando la coscienza rianima il cervello fisico per pochi secondi, e in questo istante gli occhi possono aprirsi per un momento o due. Allora la coscienza ascende ancora una volta e, dopo un'altra breve pausa, è nuovamente attirata nelle attrattive dei mondi astrale e fisico, e ancora, forse per un attimo fugace, il cervello fisico diventa momentaneamente cosciente. A quel punto, la coscienza ascende ancora per la terza volta, ma adesso in maniera più forte, e dopo un altro breve intervallo ridiscende, ma questa volta molto debolmente, e forse la coscienza registra un flebile contatto con il piano fisico; e dopo un brevissimo intervallo sopravviene l'incoscienza totale ed assoluta: il filo d'oro della vitalità è spezzato, e l'uomo interiore è libero. Il panorama dell'ante-mortem precede immediatamente il periodo della prima ascesa.

[30] Così Gautama il Buddha morì quando entrò in Nirvana, morì per il mondo all'età di 80 anni, ma lo stesso uomo nelle sue parti inferiori visse per altri 20 anni nel suo corpo fisico e nella parte spirituale-psichica della sua costituzione come bodhisattva, e il Bodhisattva Gautama morì quando il suo corpo raggiunse i 100 anni d'età. (da The Dialogues of G. de Purucker) – n. d. t.

[31] Un nirmānakāya può vivere in qualsiasi veicolo che egli possa scegliere, da formare mediante la sua volontà e pensiero; e ugualmente ha il potere e la saggezza di scegliere il piano interiore, o i piani, in cui vivere. In ogni caso, comunque, il 'corpo' del nirmānakāya è formato dal proprio uovo aurico: vale a dire, il processo di formare un tale pensiero – e il corpo della volontà equivale a un addensamento temporaneo, mediante kriyā-śakti, degli strati esterni dell'uovo aurico dell'adepto; questo 'corpo' è formato per corrispondere in qualità e attributo al piano interiore che è scelto come il 'mondo' in cui il nirmānakāya dimora.

Ogni nirmānakāya è un mahatma, tranne la triade inferiore; ma non tutti i mahatma sono dei nirmānakāya. Vi sono mahatma che sono incarnati; e, ovviamente, poiché vivono nel veicolo fisico-astrale-vitale, non sono nirmānakāya. Alcuni mahatma di grado inferiore non hanno ancora raggiunto il punto evolutivo in cui trovano vantaggioso per il loro sublime lavoro abbandonare la triade inferiore della loro costituzione e vivere come nirmānakāya.

[32] Per comprendere il significato esoterico di ciò che era realmente il nirvana di Gautama il Buddha, dobbiamo ricordare che ci sono nirvana di diversi tipi e diversi gradi di sublimità. Nel rinunciare al nirvana, la scelta fu fatta dalla parte umana, il bodhisattva in procinto di diventare un buddha nel futuro. Ma la parte più elevata del Buddha deve entrare in nirvana. Non può recedere, è andata oltre il punto dell'esistenza spirituale in cui è possibile scegliere di rimanere indietro. Questo spiega l'insegnamento exoterico che il Buddha entra nel nirvana, da cui non c'è ritorno per la parte superiore che entra in nirvana; il vero insegnamento invece è che l'anima umana del Buddha, il bodhisattva, è la parte che fa la grande rinuncia e torna indietro nello spirito di compassione di aiutare tutto ciò che vive.

[33] Nel Vishnu-Purāna si fa il seguente riferimento a Śambhala:

Quando le pratiche insegnate dai Veda e le istituzioni della legge saranno quasi estinte, e la chiusura dell'età Kali sarà vicina, una porzione di quell'essere divino che esiste, per la sua natura spirituale, nel carattere di Brahma, e che è l'inizio e la fine, e che comprende ogni cosa, discenderà sulla terra: nascerà nella famiglia di Vishnuyaśa – un eminente Brahmano del villaggio di Śambhala – come Kalki, dotato delle otto facoltà sovrumane. Con la sua irresistibile forza egli distruggerà tutti i Mlechchha e i ladroni, e tutti quelli che hanno la mente incline all'iniquità. Allora, ristabilirà la giustizia sulla terra; e le menti di coloro che vivono alla fine dell'età Kali saranno risvegliate, e saranno trasparenti come il cristallo. Gli uomini così cambiati in virtù di quel particolare periodo saranno come i semi degli esseri umani, e daranno vita ad una razza che seguirà le leggi dell'età Krita (o l'età della purezza). Poiché è detto: "Quando il sole e la luna, e Tishya (l'asterismo lunare), e il pianeta Giove, saranno in una sola casa, ritornerà l'età Krita." – Libro IV, cap. xxiv, pp. 228-9. (traduzione di H.H. Wilson)


Sezione 11

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