Theosophical University Press Online Edition

Occult Glossary di G. de Purucker


GLOSSARIO OCCULTO

UN COMPENDIO DI TERMINI ORIENTALI E TEOSOFICI

di G. de PURUCKER


Prima edizione pubblicata da Rider & Co., Londra, 1933. Seconda Edizione Revisionata, copyright ©1996 della Theosophical University Press. Traduzione © 2015 di Nicola Fiore. Versione elettronica ISBN 978-1-55700-232-7. Tutti i diritti riservati. Questa Edizione in Italiano, possono essere scaricati gratuitamente per uso personale. Tranne che per brevi estratti, nessuna parte di questa pubblicazione può essere riprodotta o trasmessa per uso commerciale o altrimenti, senza il permesso apriori della Theosophical University Press.


Contenuti

Nota dell'Editore

Chiave Per La Pronuncia delle Parole Sanscrite

Glossario Occulto

A | B | C | D | E | F | G | H | I | J | K | L | M | N | O | P | Q | R | S | T | U | V | Y | Z

Gli scritti teosofici di oggi contengono numerosi termini e concetti tratti dalle letterature sacre dell'antichità, la maggior parte dei quali non si trovano nei dizionari moderni. Altri termini che sono entrati nel gergo con una differenza di significati rischiano di perdere la loro chiarezza e utilità. Come il termine occulto, che significa semplicemente "nascosto" (come quando una stella è "nascosta" da una luna, un pianeta, o da un'altra stella), la loro profondità è stata oscurata dalle sovrapposizioni di connotazione popolare. Per questa terminologia specializzata si richiede una guida succinta e attendibile.

Stampato nel 1933, il Glossario Occulto esaudisce questo bisogno. Definendo circa 300 termini che si trovano abbastanza frequentemente nel campo della metafisica, è utile anche come un'acuta introduzione alla teosofia. Studioso dei linguaggi e delle filosofie occidentali e orientali, G. de Purucker era ben qualificato a delucidare tali termini, e a spiegare l'importanza spirituale di temi come karma, reincarnazione, cicli planetari e solari, fratellanza universale, e il pellegrinaggio evolutivo dell'uomo.

"L'Occultismo genuino, separato dall'etica, è semplicemente impensabile, perché impossibile. Non esiste un Occultismo genuino che non includa l'etica che il senso morale dell'umanità possa comprendere. L'Occultismo significa lo studio delle cose nascoste dell'Essere, la scienza della vita, della natura universale. Abbraccia non solo le parti fisiche, fisiologiche, psicologiche e spirituali, dell'essere dell'uomo, ma ha un'eguale portata, forse più ampia, negli studi che trattano la struttura e l'operato, come pure l'origine e il destino del kosmo."

G. de Purucker nacque il 15 gennaio del 1874 a Suffern, New York, figlio di un ministro anglicano che per qualche anno fu il cappellano della Chiesa Americana a Ginevra. Egli ebbe la sua prima educazione al Collegio di Ginevra e con tutori privati. Preparandosi al dicasterio, si specializzò in Ebraico, Latino, Greco, e negli scritti dei primi Padri della Chiesa. Comunque, le susseguenti letture delle filosofie orientali e della letteratura sanscrita lo portarono allo studio dell'esteso campo della teosofia che include tutte le religioni, filosofie e scienze. G. de Purucker fu a capo della Società Teosofica a Covina, California, dal 1929 fino alla sua morte, il 27 settembre 1942.

DELLO STESSO AUTORE

The Dialogues of G. de Purucker
The Esoteric Tradition
[1]
Fountain Source of Occultism[2]
Fundamentals of the Esoteric Philosophy
Golden Precepts of Esotericism
Man in Evolution
Messages to Conventions
The Path of Compassion
Questions We All Ask
The Story of Jesus[3]
Studies in Occult Philosophy
Wind of the Spirit

NOTA DELL'EDITORE   

Ogni branca di studio ha la sua speciale terminologia, e le filosofie esoteriche non sono un'eccezione. Questo compendio non solo chiarisce il significato dei termini che più frequentemente si trovano in questa letteratura, ma offre uno schema comprensibile degli scopi e dei principi sottostanti ad una tradizione di vecchia data, riguardo alla costituzione dell'uomo e all'universo in cui egli vive.

La Seconda Edizione Revisionata è fedele all'edizione originale del 1933. I cambiamenti includono l'ammodernamento di maiuscole, pronuncia e punteggiatura, e la modifica di qualche termine straniero (siamo riconoscenti al dr. Bruce C. Hall e a David Reigle per i loro rispettivi contributi).

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CHIAVE PER LA PRONUNCIA DELLE PAROLE SANSCRITE

La traslitterazione segue il moderno sistema, tranne che per le seguenti lettere, per facilitare la pronuncia: c = ch; ch = chh; ṛ = ṛi; ṣ = sh.

a come in organ (non la a in man) laya
ā far (non la a in hat) ātman
ai aisle (non la ai in stain) taijasa
au how (non la au in haul) bhaumika
b rub Brahmā
bh rub-hard bhūta
ch chair (non il suono del k come in can) chakra
chh staunch-hearted chhāyā
d David deva
dh sad-hearted dharma
dhy la "dh" come sopra, ma si pronuncia come
se fosse aggiunta una "y" dopo la "h" — 
"sad-hyearted" (non la j come in John dhyāna
e they (non e come in then o these) deva
g go (non come in legion) guru
h harm hari
I pin pitṛi
ī police avīchi
j joy (non come in azure) jīva
canyon (la j è silenziosa) āna
(si pronuncia nyāna)
k kelp kalpa
l let laya
m man manas
n nature nirvāṇa
ñ canyon jñāna
ṅg finger (non come in thing) liṅga-śarīra
o go (non come in got) bodhi
p path pralaya
ph uphill (non come in sapphire) phala
r rose rajas
s lesson (non come in rose) sat
ś shear śarīra
sh rush (non come in pleasure) śishṭa
t tub tamas
th light-hearted (non come in then) sthūla
u pull (non come in union) upanishad
ū rule (non come in view) bhūta
v voice (può essere pronunciata come una w
dopo una consonante) vidyā, svapna
y yet yogin

Nota — Quando si trovano insieme parecchie consonanti, non bisogna pronunciarle inserendo delle vocali tra di loro: quindi, ksha-tri-ya (non ke-shat-u-ri-ya), bhak-ti (non buh-hak-ti)

L'accentazione: le sillabe sono sia pesanti che leggere. Le sillabe pesanti contengono sia una vocale lunga che una vocale corta seguita da due o più consonanti (le lettere aspirate come bh sono consonanti singole). In genere, l'accento cade sulla sillaba pesante più vicina alla fine di una parola ma non sull'ultima sillaba. Esempi: tu--ya, man-van-ta-ra, pra-pa-ti; tranne u-pa-ni-shad (che non ha sillaba pesante).

La , , e (come in prakiti, Brāhmaa, e śisha), sebbene siano necessarie per una corretta traslitterazione del Sanscrito, e in qualche modo ne influenzano la pronuncia, possono essere ignorate per scopi pratici.

La combinazione dz (come in Dzyan) non è sanscrita ma dovrebbe essere pronunciata come in adze (non j come in John).

Un ulteriore aiuto nella pronuncia dei termini sanscriti, con esempi registrati, possiamo trovarlo in Sanskrit Pronunciation: Booklet and Cassette, di Bruce Cameron Hall, Theosophical University Press, 1992.



GLOSSARIO OCCULTO

Un Compendio di Termini Orientali e Teosofici

A | B | C | D | E | F | G | H | I | J | K | L | M | N | O | P | Q | R | S | T | U | V | Y | Z

— A 

Adepto     Il termine significa uno che è "specializzato"; quindi, anche nella nostra vita ordinaria, un chimico, un teologo, un meccanico, un ingegnere, un insegnante di lingue, un astronomo, sono tutti "adepti," persone specializzate, ciascuno nella sua professione. Negli scritti teosofici, comunque, un Adepto è colui che è specializzato nella saggezza esoterica, negli insegnamenti di vita.

Ādi-Buddhi    Vedi Svabhavat

Advaita-Vedānta    Vedi Vedānta

Agnishvātta, Gli    (Sanscrito) Un composto di due parole: agni, "fuoco," e shvātta, "assaporato" o "addolcito," da svad, radice verbale che significa "assaporare" o "addolcire." Quindi, letteralmente, uno che è stato deliziato o addolcito dal fuoco. Una classe di pitṛi: i nostri antenati solari contrapposti ai barhishad, i nostri antenati lunari.

I kumāra, gli agnishvātta, e i mānasaputra, sono tre gruppi o aspetti degli stessi esseri: i kumāra rappresentano l'aspetto della purezza originale spirituale, incontaminata dagli elementi grossolani della materia. Gli agnishvātta rappresentano l'aspetto del loro collegamento con il sole o il fuoco spirituale solare. Avendo assaporato il fuoco spirituale o essendo stati "addolciti" da esso — il fuoco dell'intellettualità e della spiritualità — sono quindi stati purificati. I mānasaputra rappresentano l'aspetto dell'intellettualità — le funzioni dell'intelletto superiore.

Gli agnishvātta e i mānasaputra sono due nomi per la stessa classe o esercito di esseri, e manifestano o significano o rappresentano due diversi aspetti o attività di quest'unica classe di esseri. Così, ad esempio, un uomo può essere definito un kumāra nelle sue parti spirituali, un agnishvātta nelle sue parti buddhiche-mānasiche, e un mānasaputra nel suo aspetto puramente mānasico. Altri esseri potrebbero essere chiamati kumāra nei loro aspetti più elevati, come ad esempio gli animali, ma essi non sono agnishvātta o mānasaputra incarnati.

Gli agnishvātta sono le nostre parti solari spirituali-intellettuali, e quindi i nostri insegnanti interiori. In precedenti manvantara essi avevano completato la loro evoluzione nei regni della materia fisica, e quando l'evoluzione degli esseri inferiori aveva portato questi ultimi al loro stato appropriato, gli agnishvātta vennero in loro aiuto perché avevano soltanto il "fuoco creativo" fisico, ispirando e illuminando questi pitṛi lunari inferiori con le energie spirituali ed intellettuali, o "fuochi."

Quando la catena planetaria di questa terra avrà raggiunto la fine della sua settima ronda, noi, che allora avremo completato il corso evolutivo per questa catena planetaria, lasceremo questa catena planetaria come dhyān-chohan, agnishwātta; ma gli altri che ora vengono subito dopo di noi — gli attuali animali — saranno i pitṛi lunari della prossima catena planetaria del futuro.

Mentre è corretto dire che questi tre nomi si riferiscono alla stessa classe di esseri, tuttavia ciascuno ha il proprio significato nell'insegnamento occulto, perché i tre nomi sono usati con tre significati distinti. Immaginate una scintilla divina incosciente che comincia la sua evoluzione in qualche manvantara solare o mahā-manvantara. Possiamo chiamarla un kumāra, un essere di originaria purezza spirituale, ma con un destino attraverso l'evoluzione karmica connessa ai regni della materia.

All'altra estremità della linea, alla conclusione dell'evoluzione in questo mahā-manvantara, quando l'entità evolvente è diventata un dio, una divinità autocosciente, il suo titolo appropriato allora è agnishvātta, perché è stata "addolcita" o purificata per mezzo dell'azione interna dei fuochi spirituali inerenti in essa.

Ora, quindi, quando un tale agnishvātta assume il ruolo di colui che porta la mente o la luce intellettuale a un pitṛi lunare che egli adombra e nel quale s'incarna un raggio proveniente da sé, allora, sebbene nel proprio regno sia un agnishvātta, funziona come un mānasaputra o figlio della mente o mahat. Una breve analisi degli elementi compositi di questi tre nomi può risultare utile.

Kumāra deriva da ku, che significa "con difficoltà" e māra, che significa "mortale." Quindi, il significato della parola può essere parafrasato come "mortale con difficoltà," e il significato usualmente dato dagli studiosi di Sanscrito — "morire facilmente" — è del tutto exoterico e arguto, e indubbiamente nasce dal fatto che kumāra è un termine usato frequentemente per bambino o ragazzo, ed ognuno sa che i bambini "muoiono facilmente." L'idea è quindi che gli esseri puramente spirituali, anche se alla fine destinati con l'evoluzione ad attraversare i regni della materia, diventano mortali, cioè materiali, solo con difficoltà.

Agnishvātta ha il significato affermato prima, "deliziato" o "compiaciuto" o "addolcito,"cioè "purificato" dal fuoco — che potremmo rendere in due modi: sia come il fuoco della sofferenza e del dolore nell'esistenza materiale, che produce grande fibra e forza di carattere, cioè spiritualità; o, forse ancora meglio dal punto di vista dell'Occultismo, significa un'entità, o delle entità, che attraverso l'evoluzione è divenuta una in essenza con l'etereo fuoco dello spirito.

Mānasaputra è un composto di due parole: mānasa, "mentale," o "intellettuale," dalla parola manas, "mente," e putra, "figlio" o "bambino," quindi un figlio della mente cosmica — un figlio nato dalla mente, come lo definisce H. P. Blavatsky. (Vedi anche Pitṛi, Pitṛi Lunari)

Ahaṅkāra    (Sanscrito) Una parola composta: aham, "Io," kāra, "artefice" o "colui che fa," dalla radice verbale kṛi, "fare," "produrre"; egoismo, personalità. Il principio egoistico e māyāvico nell'uomo, nato dall'ignoranza o avidyā che produce il concetto dell' "Io" come diverso dal Sé Uno universale.

Ākāśa    (Sanscrito) Il termine significa "brillante," "splendente," "luminoso." Il quinto elemento cosmico, la quinta essenza o "quintessenza," chiamata Aether dagli antichi Stoici; ma non è l'etere della scienza. L'etere della scienza è solo uno dei suoi elementi inferiori. Nelle scritture Brahmaniche ākāśa è usata per quello che i buddhisti settentrionali chiamano svabhavat, più misticamente Ādi-buddhi — "il buddhi primordiale"; è anche mūlaprakṛiti, la sostanza dello spirito cosmico, la riserva dell'Essere e degli esseri. L'Antico Testamento degli ebrei la definisce come le "acque" cosmiche. È lo spazio universale sostanziale, chiamato anche misticamente Alaya. (Vedi anche Mūlaprakṛiti, Alaya.)

Alaya    (Sanscrito) Un termine composto: a, "non"; laya, dalla radice verbale , "dissolvere," da cui "l'indissolubile." L'anima universale, la base, la radice, la sorgente, di tutti gli esseri e cose — l'universo, gli dèi, le monadi, gli atomi, ecc. Misticamente identica ad ākāśa negli elementi superiori di quest'ultima, e a mūlaprakṛiti nell'essenza di quest'ultima come "produttore della radice" o la "natura della radice." (Vedi anche Ākāśa, Buddhi, Mūlaprakṛiti)

[Nota: La Dottrina Segreta (1:49) menziona Alaya nel sistema Yogāchāra, riferendosi molto probabilmente ad ālaya-vijñāna, ma aggiunge che per i 'Buddhisti' Esoterici . . . "Alaya ha un significato doppio ma anche triplice." — L'Editore)

Ānanda    Vedi Sat

Anello (l')   Invalicabile    Un termine profondamente mistico e suggestivo che significa il cerchio o i confini o frontiere in cui è contenuta la coscienza di coloro che sono ancora sotto il dominio dell'illusione della separatività — e questo si applica all'anello, sia largo che piccolo. Non significa qualche occasione o condizione speciale ma è un termine generalmente applicabile a qualsiasi stato in cui un'entità, avendo raggiunto una certa fase di sviluppo evolutivo dell'espansione della coscienza, è incapace di passare in uno stato ancora più elevato a causa di qualche illusione sotto la quale la coscienza sta lavorando, illusione che può essere sia mentale che spirituale. Vi è coscientemente un anello invalicabile per ogni globo della catena planetaria, un anello invalicabile per la stessa catena planetaria, un anello invalicabile per il sistema solare, e così via. Quindi, le entità che lavorano sotto l'illusione creano effettivamente il proprio anello invalicabile, perché queste, in effetti, non sono frontiere materiali entitative ma limiti della coscienza.

Inoltre, si può forse dire veramente che un anello invalicabile può essere esattamente della natura di un centro laya spirituale (vedi) o un punto di trasmissione tra un piano e l'altro della coscienza.

Comunque, l'anello invalicabile, com'è stato detto prima, ha a che fare solo con le fasi o stati della coscienza. Ad esempio, l'anello invalicabile per gli animali è l'autocoscienza, cioè, le bestie ancora non sono state capaci di sviluppare la loro coscienza fino ad un punto di autocoscienza o coscienza riflettente se non in grado minore. Un cane, ad esempio, messo in una stanza dalla quale desidera scappare, correrà verso una porta fuori dalla quale è solito uscire e si posizionerà lì emettendo guaiti perché la porta venga aperta. La sua coscienza riconosce il punto d'uscita ma ancora non ha sviluppato l'attività mentale autocosciente per aprire la porta.

In generale, un anello invalicabile per l'umanità è la sua incapacità a partecipare autocoscientemente all'autocoscienza spirituale.

Anima    Questa parola nell'antica saggezza significa "veicolo," e upādhi — quel veicolo o qualsiasi veicolo, in cui la monade, in qualsiasi sfera della manifestazione, sta elaborando il proprio destino. Un'anima è un'entità che si è evoluta tramite le esperienze; non è uno spirito ma è un veicolo di uno spirito — la monade. Si manifesta nella materia attraverso una porzione di sostanza — essendo essa stessa quella sostanza — dell'essenza inferiore dello spirito. Toccando un altro piano al di sotto di essa, o che potrebbe essere al di sopra, il punto d'unione che permette alla coscienza l'entrata e l'uscita è un centro laya — il centro neutro, nella materia o nella sostanza, attraverso cui passa la coscienza — e il centro di quella coscienza è la monade. L'anima, in contrapposizione alla monade, è il suo veicolo di manifestazione su un qualsiasi piano. Lo spirito o monade si manifesta in sette veicoli, e ciascuno di questi veicoli è un'anima.

Sui piani più elevati l'anima è un veicolo che si manifesta come un fascio o un pilastro di luce; ugualmente è per i vari ego e le loro relative anime-veicoli sui piani inferiori, costantemente sviluppandosi sempre più densamente, poiché i piani della materia si addensano gradualmente verso il basso e diventano più compatti, in cui il raggio monadico penetra fino all'anima finale, che è il corpo fisico, il veicolo generale, il portatore o il vettore, di tutte quante.

I nostri insegnamenti danno un'anima ad ogni cosa animata — non un'anima umana o un'anima divina o un'anima spirituale — ma un'anima corrispondente al proprio tipo. Ciò che è, ciò che è il suo tipo, effettivamente proviene dalla sua anima; quindi, possiamo dire appropriatamente, dei diversi animali, che essi hanno, uno o l'altro, "un'anima dell'anatra," "un'anima dell'ostrica," "un'anima del toro," "un'anima della mucca," e così via. Le entità inferiori all'uomo — in questo caso le bestie, considerate come un regno, si differenziano in diverse famiglie di animali con differenti anime in ciascuno di esse. Naturalmente, dietro l'anima da cui scaturisce, ci sono, in ciascuna entità individuale, tutti gli altri principi che informano anche l'uomo; ma tutti questi principi superiori nelle bestie sono latenti.

Parlando in generale, comunque, posiamo dire che l'anima, da un lato, è la parte intermedia tra lo spirito che è immortale ed eterno e, dall'altro, la struttura fisica, completamente mortale. L'anima, dunque, è la parte intermedia della costituzione umana. In questo contesto va notato con attenzione che l'anima, come termine impiegato nella filosofia esoterica, pur significando, in verità, essenzialmente un "veicolo" o una "guaina," questo veicolo o guaina non è mai un'entità animata o vivente più di quanto il corpo fisico, pur essendo la guaina o veicolo delle altre parti della costituzione umana, non è mai in se stesso un essere distinto, animato, personalizzato. (Vedi anche Vāhana)

Anima Divina    In Occultismo l'anima divina è il rivestimento dell'ego divino, come l'ego divino è il rivestimento o il figlio della monade divina. Potremmo chiamare la monade divina il dio interiore, e ciò significherebbe che l'ego divino, la sua progenie, è il Buddha interiore, o il Cristo interiore; e quindi l'anima divina è l'espressione del Buddha interiore o del Cristo interiore in manifestazione sulla terra come il mānushya-buddha o il cristo-uomo.

Si potrebbe affermare che, delle diverse monadi che nella loro combinazione formano l'intera costituzione settenaria dell'uomo, ciascuna di tali monadi ha il proprio ego-figlio, e quest'ultimo ha la sua anima. È questa combinazione mistica, meravigliosa, misteriosa, che fa dell'uomo quell'entità complessa che egli è, e che gli riconosce quel titolo che l'Occultismo delle ere arcaiche gli ha sempre dato: il microcosmo (vedi), un riflesso o una copia in piccolo del macrocosmo (vedi) o entità cosmica.

Anima Perduta    Vedi Ottava Sfera e Esseri senz'Anima

Anima Spirituale    L'anima spirituale è il veicolo della monade spirituale, il jīvātman o ego spirituale; nel caso dei principi umani è essenzialmente della natura di ātma-buddhi. Questo ego spirituale è il centro o il seme, la radice, dell'ego reincarnante. È quella porzione della nostra costituzione spirituale che è immortale come entità individualizzata — immortale fino alla conclusione del mahā-manvantara del sistema cosmico solare.

L'anima spirituale e l'anima divina, o ātman, combinate, sono il dio interiore — il buddha interiore, il cristo interiore.

Anima Umana    L'anima umana, generalmente parlando, è la natura intermedia della costituzione umana, ed essendo una cosa imperfetta è attirata ad incarnarsi sulla terra dove impara lezioni necessarie in questa sfera della vita universale.

Un altro termine per l'anima umana è l'ego — un uso più popolare che preciso, perché l'ego umano è l'anima dell'anima umana, per così dire, essendo l'anima umana il suo veicolo. L'ego è quello che dice in ciascuno di noi: Io sono Io, non tu!" É il figlio del Sé immanente; e attraverso la sua prigione di materia come un raggio del Sé immanente dominante impara a riflettere la propria coscienza su se stesso, ottenendo così la cognizione di sé come auto-cosciente ed etero-consapevole, cioè, conoscendo se stesso, e riconoscendo il "non sé" o altri sé:

Proprio come la nostra natura più elevata e superiore lavora attraverso quest'anima umana o la nostra natura intermedia, così quest'ultima, a sua volta, lavora e funziona attraverso i corpi o veicoli o guaine di materiali più o meno eterizzati che la circondano e delimitano, che sono, naturalmente, ancora più bassi di lei, e che le danno quindi i mezzi di contattare i nostri piani inferiori e più bassi della materia; e questi piani inferiori ci forniscono le nostre parti vitali-astrali-fisiche. Quest'anima umana o natura intermedia si manifesta quindi al meglio che può attraverso il veicolo astrale-fisico, che è il nostro corpo di carne umana.

Nella classificazione teosofica, l'anima umana è divisa nell'anima umana superiore, composta dal buddhi inferiore e del manas superiore — e il sé che le è corrispondente è il bhūtātman, che significa il "sé di ciò che è stato" o l'ego reincarnante — e l'anima umana inferiore, il manas inferiore e kāma, e il sé a lei corrispondente è prāṇātman o l'ego personale astrale, che è mortale.

Antaskaraṇa    (Sanscrito) Forse si pronuncia meglio come antaḥkaraṇa. Un termine composto: antar, "interiore"; karana, organo dei sensi. Gli occultisti spiegano questa parola come il ponte tra il manas superiore e quello inferiore o tra l'ego spirituale e l'anima personale dell'uomo. Questa è la definizione di H. P. Blavatsky. Infatti, vi sono parecchi antaḥkaraṇa nella costituzione settenaria dell'uomo — uno per ogni sentiero o ponte tra due qualsiasi dei diversi centri monadici nell'uomo. L'uomo è un microcosmo, quindi un composto unificato, un'unità nella diversità; e gli antaḥkaraṇa sono i legami della sostanza-coscienza che vibra unitamente a questi vari centri.

Anupapādaka    Vedi Aupapāduka.

Arco Ascendente o Arco Luminoso    Questo termine, com'è impiegato nell'Occultismo teosofico, significa il passaggio delle onde di vita o flussi di vita delle monadi evolventi verso l'alto sui globi, e attraverso di essi, della catena di qualsiasi corpo celeste, inclusa la catena terrestre. Ogni corpo celeste (inclusa la terra) appartiene a una serie limitata o gruppo di globi. Queste onde di vita o flussi di vita durante qualsiasi manvantara di una simile catena circolano ciclicamente intorno a questi globi in ondate o impulsi periodici. L'ascesa dal globo fisico verso l'alto è chiamata l'arco ascendente; la discesa verso il basso attraverso i globi più spirituali ed eterei fino al globo fisico è chiamata l'arco discendente. (Vedi anche Catena Planetaria)

Arco Discendente o Arco Oscuro    (Vedi sopra: Arco Ascendente)

Arco Luminoso    (Vedi sopra: Arco Ascendente)

    

Arūpa    (Sanscrito) Una parola composta che significa "senza forma," ma il termine senza forma non deve essere preso così rigorosamente nel significato che non c'è alcuna forma di qualsiasi genere; significa semplicemente che le forme nei mondi spirituali (gli ārupa-loka) sono di tipo o carattere spirituale, e naturalmente molto più eteree delle forme dei rūpa-loka.

Così, negli arūpa-loka, o mondi, sfere, o piani spirituali, il veicolo o corpo di un'entità deve essere concepito piuttosto come una guaina avvolgente di sostanza energizzante. Possiamo concepire un'entità la cui forma o corpo è interamente di sostanza elettrica — come in verità lo sono i nostri corpi, come in ultima analisi sostiene la scienza di oggi. Ma una tale entità con un corpo elettrico, pur appartenendo nettamente ai mondi arūpa, e ad uno dei mondi arūpa più bassi, in confronto con i nostri grossolani corpi fisici ci apparirebbe essere senza corpo o senza forma.

Āsana    (Sanscrito) Una parola che deriva dalla radice verbale ās, che significa "sedersi tranquillamente." Quindi, Āsana tecnicamente significa una delle particolari posizioni adottate dagli asceti hindu, soprattutto della scuola haṭha yoga. Cinque di queste posizioni sono solitamente elencate ma gli studiosi dell'argomento ne hanno contate quasi novanta. Una grande quantità di letteratura quasi magica e mistica la possiamo trovare dedicata a queste varie posizioni e tematiche collaterali, e al loro supposto o effettivo valore psicologico quando sono assunte dai devoti; ma, come dato di fatto, un gran numero di questi scritti sono tuttavia superficiale e, in verità, hanno ben poco a che fare con il reale allenamento occulto e esoterico degli occultisti genuini. Ci viene istintivamente in mente di altre pratiche quasi mistiche come, ad esempio, certe genuflessioni o posizioni seguite nel culto della Chiesa Cristiana, alle quali sono a volte attribuiti particolari valori dai devoti fanatici.

Se la posizione del corpo è confortevole, per cui la mente non è minimamente distratta, l'allievo serio può rapidamente ottenere la meditazione genuina e la vera introspezione spirituale senza prestare la minima attenzione a queste varie posizioni. Un uomo che siede tranquillamente sulla sua poltrona, o che sta a letto durante la notte, o che siede o si sdraia sull'erba in una foresta, può entrare nei mondi interiori più rapidamente che usando e seguendo una o più di queste varie āsana, che al massimo sono degli aiuti fisiologici di un valore relativamente esiguo. (Vedi anche Samādhi)

Asat    (Sanscrito) Un termine che significa "non reale" o l'universo manifestato; in contrapposizione a Sat (vedi), il reale. In un altro senso ancora più mistico, asat significa anche al di sopra, o superiore a sat, e quindi asat — "non sat." In questo significato, che è profondamente occulto ed intensamente mistico, asat significa realmente la natura involuta, o meglio, non manifestata, di parabrahman — più elevata di sat che è la realtà dell'esistenza manifestata.

Āśrama    (Sanscrito) Una parola derivata dalla radice śram, che significa "fare sforzi," "lottare"; con la particella ā, che in questo caso rafforza la radice verbale śram. Āśrama ha almeno due significati principali. Il primo è quello di un collegio o scuola o un eremitaggio, un luogo di asceti, ecc., mentre il secondo significato significa un periodo di sforzo o lotta nella vita religiosa, il percorso di un Brāhmaṇa dell'antichità. Questi periodi di vita nell'antichità, in Indostan, erano quattro di numero: primo, quello di un allievo o brahmachārin; secondo, il periodo di vita chiamato del gṛihastha o capofamiglia — il periodo di vita coniugale quando il Brāhmaṇa prendeva dovutamente parte agli affari degli uomini, ecc.; terzo, il vānaprastha, un periodo di isolamento monastico, di solito passato in un vana, cioè un bosco o una foresta, allo scopo di raccogliersi intimamente e spiritualmente nella meditazione; e quarto, quello del bhikshu, il mendicante religioso, che indica colui che ha completamente rinunciato alle distrazioni della vita mondana ed ha rivolto la sua attenzione interamente alle questioni spirituali.

Brahmāśrama. Nell'odierna letteratura esoterica o occulta, il termine composto Brahmāśrama è a volte usato per indicare una camera iniziatica o aula segreta o un penetrale dove l'iniziando o neofito lotta, fa degli sforzi, per ottenere l'unione con Brahman, il dio interiore.

Assoluto    Un termine che sfortunatamente è stato molto abusato e spesso travisato anche negli scritti teosofici. È un termine di convenienza nella filosofia occidentale, con cui è descritto l'incondizionato totale; ma è una prassi che viola l'etimologia della parola ed anche l'uso che ne fanno certi acuti e attenti pensatori, come ad esempio Sir William Hamilton nel suo Discussions (3.a edizione, p. 13, nota a piè di pagina), che apparentemente usa la parola assoluto nel senso esattamente corretto con cui i teosofi potrebbero usarla nel significato di "finito," "perfezionato," "completato." Come Hamilton osserva: "L' Assoluto è diametralmente opposto e in contraddizione con l'Infinito (vedi). Quest'ultima affermazione è corretta, e negli scritti teosofici accurati la parola Assoluto dovrebbe essere usata nel senso di Hamilton, per significare quello che è liberato, svincolato, perfezionato, completato.

Assoluto viene dal Latino absolutum, che significa "liberato," "svincolato," ed è quindi un esatto parallelo in Inglese del termine filosofico sanscrito moksha o mukti, e più misticamente del termine sanscrito che si trova comunemente, soprattutto negli scritti buddhisti, nirvāṇa — un'idea estremamente profonda e mistica.

Quindi, definire parabrahman come l'Assoluto può essere un uso conveniente per gli occidentali che non capiscono né il significato del termine parabrahman né dell'etimologia, dell'origine, e dell'uso appropriato del termine inglese Assoluto — "appropriato" al di là di un impiego comune e familiare.

Quindi lo studioso dovrebbe rigorosamente usare il termine Assoluto solo quando egli si riferisce a ciò che i filosofi hindu intendono parlando di moksha o mukti o di un mukta — cioè, uno che ha ottenuto mukti o la liberazione, uno che è arrivato all'apice, alla vetta di tutta l'evoluzione possibile in qualsiasi gerarchia, sebbene, al confronto con gerarchie ancora più sublime, questo jivanmukta non è che un semplice principiante. Il Guardiano Silenzioso nella letteratura teosofica è un esempio lampante di uno che può essere definito assoluto nel pieno ed accurato significato del termine. Ovviamente, il Guardiano Silenzioso non è parabrahman. (Vedi anche Moksha e Relatività)

Astrologia    L'astrologia degli antichi, in verità, era una nobile e grande scienza. È un termine che significa la "scienza dei corpi celesti." L'astrologia moderna non è che il logoro rivestimento esterno, il rifiuto della vera astrologia antica; quella scienza realmente sublime era la dottrina dell'origine e della natura dell'essere, e del destino dei corpi solari, dei corpi planetari, e degli esseri che vi dimorano. È anche insegnata la scienza delle interrelazioni tra le parti della natura kosmica, e più in particolare, applicate all'uomo e al suo destino come predetto dalle sfere celesti. Da quella grande e nobile scienza scaturì una pseudo-scienza, derivata dalle pratiche nel Mediterraneo e in Asia, sfociate nel moderno schema chiamato astrologia — un residuo deformato dell'antica saggezza.

In realtà, la genuina astrologia arcaica era una delle branche degli antichi Misteri, ed era studiata alla perfezione nelle antiche scuole misteriche. Attraverso tutte le epoche antiche ebbe l'incondizionata approvazione e la devozione degli uomini più nobili e dei più grandi saggi. Invece di limitarsi, come fa oggi la cosiddetta astrologia moderna, ad un sistema che in pratica si basa completamente su certe branche della matematica, nei tempi antichi il corpo principale della dottrina che allora l'astrologia conteneva era una metafisica trascendentale, e trattava i problemi più grandi e più astrusi riguardanti l'universo e l'uomo. L'astrologia arcaica considerava i corpi celesti dell'universo fisico non solo come gli indicatori del tempo, o che avessero tra di loro qualche vaga relazione di tipo psico-magnetico — anche se, in verità, ciò è vero — ma di essere i veicoli di spiriti stellari, dèi luminosi e viventi, la cui esistenza e le cui caratteristiche, individualmente e collettivamente, facevano di loro i governatori e gli interpreti del destino.

Aśvattha    (Sanscrito) Il mistico albero della conoscenza, il mistico albero della vita e dell'essere kosmico, rappresentato che cresce in una posizione capovolta: i rami si estendono verso il basso e le radici verso l'alto. I rami simbolizzano l'universo kosmico visibile, le radici il mondo invisibile dello spirito.

Per gli antichi di molte nazioni, l'universo era ritratto o raffigurato sotto il simbolo di un albero, le cui radici scaturiscono dal cuore divino delle cose, e il tronco, i rami, i ramoscelli, le foglie, erano i vari piani, mondi e sfere, del kosmo. Il frutto di quest'albero cosmico conteneva i semi dei futuri "alberi," perché le entità che avevano raggiunto, attraverso l'evoluzione, la conclusione del loro viaggio evolutivo, sia gli uomini che gli dèi, erano esse stesse universi in piccolo, e destinate in futuro a diventare entità kosmiche quando la ciclica ruota del tempo avrà compiuto i suoi maestosi giri attraverso lunghi eoni. Infatti, ogni cosa vivente, e anche le cosiddette cose inanimate, sono alberi della vita, con le loro radici in alto, nei regni spirituali, con i loro tronchi che passano attraverso le sfere intermedie, e i loro rami che si manifestano nei regni fisici.

Ātman    (Sanscrito) La radice di ātman è difficilmente conoscibile, la sua origine è incerta ma il significato generale è quello del "sé." La parte superiore dell'uomo — il sé, la pura coscienza in se stessa. Il potere o facoltà essenziale e radicale che dà all'uomo, e invero ad ogni altra entità o cosa, la conoscenza o coscienza senziente di sé. Questo non è l'ego.

Questo principio (ātman) è un universo; ma durante le incarnazioni le sue parti più basse assumono degli attributi, perché esso è vincolato a buddhi, come buddhi è vincolato al manas, come il manas è vincolato al kāma, e così via lungo la scala verso il basso.

Ātman qualche volta è anche adoperato per il sé o lo spirito universale che nelle opere in Sanscrito è chiamato Brahman (neutro), e il Brahman o spirito universale è anche chiamato il paramātman.

L'uomo è radicato nel kosmo che lo circonda da tre principi che difficilmente si possono definire al di sopra del primo o ātman, ma sono, per così dire, quelle stesse parti superiori e più gloriose di ātman.

Il legame più intimo con l'Ineffabile, nell'antica India era chiamato con il termine "sé," che spesso è stato erroneamente tradotto come "anima." La parola sanscrita è ātman, e in psicologia si applica all'entità umana. L'estremità più alta di questo legame, per così dire, era chiamata paramātman, o il "sé al di là," cioè il permanente — parole che descrivono nettamente e chiaramente, a quelli che hanno studiato questa meravigliosa filosofia, qualcosa della natura e dell'essenza dell'essere che l'uomo è, e la sorgente da cui, nella durata senza principio né fine, egli è scaturito. Figlio della terra e figlio del cielo, egli contiene in sé entrambi.

Noi diciamo che l' ātman è universale, e così è. È l'ipseità universale, quel sentimento o coscienza dell'ipseità che è la stessa in ogni essere umano, e anche in tutti gli esseri inferiori della gerarchia, anche nel regno animale sotto di noi, e debolmente percepibile nel mondo vegetale, e che è latente perfino nei minerali. Questa è la pura cognizione, l'idea astratta, del sé. Non si diversifica affatto attraverso tutta la gerarchia, tranne che nel grado di ricognizione del sé. Sebbene universale, esso appartiene (per quanto ci riguarda, nella nostra attuale fase evolutiva) al quarto piano kosmico, anche se è il nostro settimo principio contando verso l'alto.

Atomi di Vita    Il corpo fisico è composto essenzialmente di energia, o meglio, di energie, nelle forme di cui si parla nella moderna scienza fisica come elettroni e protoni. Questi sono in un movimento continuo, sono incessantemente attivi, e sono quelli che i teosofi chiamano gli incorporamenti o manifestazioni degli atomi di vita. Questi atomi di vita sono incorporati nel corpo dell'uomo durante la vita fisica che egli conduce sulla terra, sebbene non derivino dall'esterno, ma scaturiscono dall'interno stesso — almeno in grande maggioranza. Ciò equivale a dire che sono composti sia di natura fisica che di natura intermedia, e quest'ultima è ovviamente superiore a quella fisica.

Quando l'uomo muore — cioè quando il corpo fisico muore — i suoi elementi passano tutti nelle loro rispettive ed appropriate sfere: alcuni nel terreno, dove sono attirati per affinità magnetica, un'affinità impressa sulle loro energie di vita dall'uomo quando era vivo, la cui volontà e i cui desideri preminenti, la cui supremazia e potere, hanno dato loro quella direzione. Altri passano nella vegetazione per la stessa ragione per cui i primi sono spinti nel regno minerale; altri passano nei vari animali con cui hanno, alla morte dell'uomo, un'affinità magnetica, una maggiore affinità psichica, un'affinità che l'uomo ha impresso su di essi con i suoi desideri e i vari impulsi; e quelli che intraprendono questo sentiero vanno a formare l'apparato interiore o intermedio delle bestie in cui passano. Altrettanto per il corso perseguito dagli atomi di vita dei principi più bassi dell'uomo.

Ma ci sono altri atomi di vita che gli appartengono. Ci sono atomi di vita, infatti, che appartengono alla sfera di ciascuno dei sette principi della costituzione dell'uomo. Ciò significa che ci sono atomi di vita appartenenti alla sua natura intermedia e alla sua natura spirituale e a tutti i livelli intermedi tra queste sue due parti superiori. E, in tutti i casi, quando la monade "ascende" o "si eleva" attraverso le sfere, quando egli va, passo per passo, più in alto nel suo meraviglioso viaggio post mortem, a ciascun passo egli scarta, getta via, gli atomi di vita appartenenti a ciascuno di questi passi o fasi del viaggio. Ad ogni passo, egli abbandona dietro di sé quanto più materiale è possibile di questi atomi di vita, finché, quando ha raggiunto l'apice del suo meraviglioso viaggio post mortem, egli vive, come disse il cristiano Paolo, in un "corpo spirituale" — vale a dire che è diventato un'energia spirituale, una monade.

La natura non permette una stasi assoluta a tutte le cose, in nessun luogo. Tutte le cose sono piene di vita, piene di energie e di movimento, sono sia energia che materia, sia spirito che sostanza; e questi due sono fondamentalmente uno — fasi della realtà sottostante, di cui non vediamo che la māyā, l'illusione delle forme.

Gli atomi di vita sono effettivamente la progenie degli scarti dei principi interiori della costituzione umana. È ovvio che gli atomi di vita che animano gli atomi fisici nel corpo dell'uomo sono tanto numerosi quanto gli atomi che essi animano; e vi sono decine e decine di milioni di eserciti alquanto infiniti, praticamente in numero incalcolabile. Ciascuno di questi atomi di vita è un essere che vive, si muove, cresce, non si ferma mai finché, evolvendo verso un destino sublime, alla fine diventa una divinità.

Atomo    La parola ci perviene dagli antichi filosofi greci Democrito, Leucippo, Epicuro, e le centinaia di grandi uomini che seguirono la loro direzione a tale riguardo e che furono, quindi, anche atomisti — come, ad esempio, anche i due poeti latini Ennio e Lucrezio. Questa scuola insegnava che gli atomi erano i mattoni di fondazione dell'universo, perché atomo, nel senso etimologico naturale del termine, significa qualcosa che non può essere tagliato o diviso, e quindi equivale alle particelle di quella che i teosofi chiamano sostanza omogenea. Ma gli scienziati moderni non usano più la parola atomo in quel senso. Qualche tempo fa la dottrina scientifica ortodossa concernente l'atomo era fondamentalmente quella enunciata da Dalton, nel senso generale che gli atomi fisici erano piccole particelle dure della materia, le particelle finali della materia, e quindi indivisibili e indistruttibili.

Ma la scienza moderna [1933] ha un punto di vista completamente nuovo dell'atomo fisico, perché sa che l'atomo non è tale, ma è composito, costruito da particelle ancora più minute, chiamate elettroni o cariche di elettricità negativa, e di altre particelle chiamate protoni o cariche di elettricità positiva, i quali protoni si suppone che formino il nucleo o il cuore della struttura atomica. Una frequente raffigurazione della struttura atomica è quella di un sistema solare atomico, con i protoni che sono il sole atomico e gli elettroni che sono i suoi pianeti, i quali sono in una rivoluzione molto rapida intorno al sole centrale. Questo concetto è un'idea puramente teosofica e adombra quello che l'Occultismo insegna, sebbene l'Occultismo vada oltre a quanto fa la scienza moderna.

Uno dei postulati fondamentali degli insegnamenti teosofici è che gli atomi sono i finali della natura sul lato materiale, e le monadi sul lato dell'energia. Questi due lati sono rispettivamente i primati o i finali, materiali e spirituali; e quelli spirituali o monadi sono indivisibili, mentre gli atomi sono divisibili — cose che possono essere divise in parti composite.

Diventa ovvio da quanto precede che l'idea filosofica che formava il nucleo dell'insegnamento degli antichi atomisti iniziati era che i loro atomi o "indivisibili" sono piuttosto vicini a quelle che l'Occultismo teosofico chiama monadi; e questo è ciò che avevano in mente Democrito e Leucippo e gli altri della loro scuola.

Queste monadi, com'è ovvio, sono quindi atomi di vita divino-spirituali, e sono effettivamente esseri viventi ed evolventi sui propri piani. I loro raggi sono le parti superiori della costituzione degli esseri nei regni materiali.

Atomo di Vita    Un'entità che impara, che evolve, è ciascuna un'unità in uno o l'altro dei loro sterminati eserciti o gerarchie che esistono. Un atomo di vita è un veicolo vitale individualizzato, il corpo di una monade spirituale, la quale è il centro della coscienza, la nostra parte finale, più nobile, più elevata, più sottile. Il cuore di ogni atomo di vita è una monade spirituale. Gli atomi di vita sono giovani dèi, dèi in embrione, e sono quindi in un continuo processo di auto-manifestazione sui piani della materia.

Un atomo di vita può essere brevemente definito come il potere animante in ogni particella primaria o finale. Un atomo di materia fisica è animato da un simile atomo di vita, che è il suo primario prāṇico-astrale-vitale, il suo atomo di vita. L'atomo di vita non è l'atomo fisico, che è solo il suo rivestimento o veicolo ed è composto soltanto di materia fisica che si disgrega quando è giunto il suo termine di vita, e che ritornerà a reincorporarsi nuovamente mediante la forza innata o energia latente nel suo primario animante, l'atomo di vita.

In altre parole, l'atomo di vita ha una dimora dove vive, e questa dimora dove vive è il suo corpo o atomo fisico; e lo stesso atomo di vita è l'espressione più bassa della luce monadica all'interno di quella dimora.

Aum    Vedi Om.

Aupapāduka    (Sanscrito) Un termine composto che significa "auto-prodotto," "generato spontaneamente." Nel Buddhismo è un termine che si applica ad una classe di esseri celesti chiamati dhyāni-buddha; e poiché questi dhyāni-buddha sono concepiti come emanati dal seno di Ādi-buddhi o il mahat cosmico, senza alcun agente intermediario, sono misticamente definiti, come li propone H. P. Blavatsky, "senza genitori," o "auto esistenti," cioè nati senza alcun genitore o antenati. Sono quindi l'origine e la radice da cui scaturisce la gerarchia dei buddha di vari gradi in mistica processione o emanazione o evoluzione.

Nella letteratura sanscrita ci sono varianti di questo termine ma tutti hanno lo stesso significato. Il termine aupapāduka è effettivamente una parola chiave, che apre una dottrina estremamente difficile da esporre; ma la stessa dottrina è indicibilmente sublime. In verità, non solo ci sono divinità aupapāduka del sistema solare ma anche di ogni entità organica, perché il nucleo più profondo di qualsiasi entità organica è una tale divinità aupapāduka. Infatti, è un modo molto mistico per definire la dottrina del "dio interiore." (vedi)

[NOTA: Una ricerca successiva mostra che anupapādaka, come si trova nel Sanskrit-English Dictionary di Monier-Williams, è un travisamento di aupapāduka. Consultare Buddhist Hybrid Sanskrit Grammar and Dictionary di Franklin Edgerton, Yale University Press, New Haven, 1953, 2:162. — l'Editore]

Aura    Un'essenza estremamente sottile e quindi invisibile, un fluido che emana non solo dagli esseri umani e dagli animali, circondandoli, ma effettivamente anche dalle piante e dai minerali. È uno dei due aspetti dell'Uovo Aurico (vedi) e, di conseguenza, partecipa a tutte le qualità contenute nella costituzione umana. È contemporaneamente magneto-mentale ed elettrovitale, soffusa dalle energie della mente e dello spirito — in ogni caso, la qualità viene da un organo o centro della costituzione umana dalla quale scaturisce. È la sorgente delle simpatie e delle antipatie di cui siamo coscienti. Sotto il controllo della volontà umana può elargire sia la vita che la guarigione, o essere portatrice di morte; e quando la volontà umana è passiva, l'aura agisce automaticamente e segue le leggi del carattere e degli impulsi latenti dell'essere da cui è emanata. I sensitivi l'hanno frequentemente descritta in termini più o meno vaghi, come una luce che emana dagli occhi o dal cuore o dalle punte delle dita o da altre parti del corpo. A volte questo fluido, invece di essere una luce incolore, si manifesta con cambi di colore balenanti e scintillanti — il colore o i colori, in ogni caso, dipendono non solo dai vari stati d'animo dell'individuo umano, ma possiedono anche un retroterra che corrisponde al carattere o alla natura dell'individuo. Gli animali sono estremamente sensibili alle aure, e alcune bestie distinguono anche l'essere umano circondato dall'aura come da una nube o da un velo. Infatti, ogni cosa ha la sua aura che la circonda con una luce o un gioco di colori, e questo è soprattutto il caso dei cosiddetti esseri animati.

La natura essenziale dell'aura solitamente vista è astrale ed elettrovitale. I magnifici fenomeni della radiosità che gli astronomi possono scorgere a volte durante un eclissi, lunghe stelle filanti di luce rosata e di altri colori che scintillano dal corpo del sole, non sono fiamme né qualcosa del genere, ma sono semplicemente l'aura elettrovitale del corpo solare — una manifestazione di vitalità solare, perché il sole, per l' Occultismo, è un essere vivente, come in realtà lo è qualsiasi altra cosa.

Avalokiteśvara    (Sanscrito) Una parola composta: avalokita, "percepito," "visto"; Īśvara, "signore," da cui "il Signore che è percepito o conosciuto," cioè l'entità spirituale, sia nel kosmo che nell'essere umano, la cui influenza è percepita e sentita: il sé superiore. Questo è un termine comunemente impiegato nel Buddhismo, e si riferisce ad un numero sussistente di insegnamenti intricati e non facilmente comprensibili. L'interpretazione esoterica o occulta, comunque, vede in Avalokiteśvara quello che la filosofia occidentale chiama il Terzo Logos, sia celeste che umano. Nel sistema solare è dunque il Terzo Logos; e nell'essere umano è il sé superiore, un raggio diretto e attivo della monade divina. Tecnicamente, Avalokiteśvara è il dhyāni-bodhisattva di Amitābha-Buddha — Amitābha-Buddha è la divina monade kosmica della quale il dhyāni-bodhisattva è il raggio spirituale individualizzato, e il mānushya-buddha o buddha umano è un raggio o la progenie di quest'ultimo.

Avatāra    (Sanscrito) La forma nominale derivata da un composto di due parole: ava, prefisso prepositivo che significa "giù," e tṛī, radice verbale che significa "attraversare," "passare"; quindi, ava-tṛī — "trasmettere," o "discendere." Il termine significa dunque la trasmissione di un'energia celeste o di un complesso individualizzato di energie celesti, cioè un essere celeste, per adombrare ed illuminare qualche essere umano — ma un essere umano che, al momento di quest'unione tra "cielo e terra," della divinità con la materia, non possiede karmicamente alcun legame intermedio o connettente tra l'entità adombrante e il corpo fisico: in altre parole, nessun'anima umana karmicamente destinata ad essere il maestro interiore del corpo così nato.

Il legame intermedio necessario, in modo che il futuro essere umano possa avere l'apparato umano intermedio o psicologico adatto ad esprimere l'invisibile splendore di questa discesa celeste, è fornito dall'entrata deliberata e volontaria nel bambino non ancora nato — e in coincidenza con l'adombramento del potere celeste — del principio psicologico o intermedio di uno dei Grandi Esseri, che così "completa" quello che è il canale umano puro ed elevato attraverso il quale la divinità "che discende" può manifestarsi, e questa divinità trova in questo elevato principio superiore un legame sufficientemente sviluppato che la rende capace di esprimersi sulla terra in forma umana.

Quindi, un avatāra è una combinazione di tre elementi nel suo essere: una divinità ispiratrice; una natura o anima intermedia altamente evoluta, che gli viene prestata e che è il canale di quella divinità ispiratrice; e un corpo fisico puro, pulito, immacolato.

Avīchi    (Sanscrito) Un termine il cui significato generale è "senza onde," che non ha onde o movimento, e suggerisce il ristagno immobile della vita e dell'essere; significa anche "senza felicità" o "senza riposo." Un termine generalizzante per luoghi di realizzazioni volte al male, ma non di punizione nel senso cristiano; dove la volontà del male e il desiderio insoddisfatto del puro egoismo trovano la loro opportunità di espandersi — e l'estinzione finale dell'entità stessa. Avīchi ha molte fasi o livelli. La natura ha in sé tutte le cose; se la natura ha cieli dove gli uomini buoni e leali trovano riposo, pace, e beatitudine, così ha anche sfere e stati dove gravitano coloro che devono trovare uno sfogo alle passioni malvagie che bruciano dentro. Essi, alla fine del loro avīchi, vanno a pezzi e sono frantumati a più riprese, ed infine svaniscono nell'aria come un'ombra davanti alla luce del sole — frantumati nel laboratorio della natura. (Vedi anche Ottava Sfera.)

Avidyā    (Sanscrito) Una parola composta: a, "non" e vidyā, "conoscenza"; quindi, non- conoscenza, ignoranza — forse una traduzione migliore sarebbe nescienza — ignoranza, o meglio, mancanza di conoscenza della realtà, prodotta dall'illusione, māyā (vedi).

— B —   

Bhakti Yoga    (Sanscrito) Una parola derivante dalla radice verbale bhaj. In rapporto allo yoga di cui è una sua forma riconosciuta, il significato generale di bhakti yoga è la devozione, l'attaccamento amorevole. (Vedi anche Yoga)

Bhūta (i)   (Sanscrito) Il participio passato della radice verbale bhū, che significa "essere" o "diventare"; quindi, i bhūta letteralmente significano "persone finite" — entità che hanno vissuto e che sono decedute. I bhūta sono "gusci" dai quali è svanito tutto quello che è spirituale ed intellettuale: tutto quello che era la vera entità è svanito da questo guscio, e niente è rimasto se non un cadavere astrale in decomposizione. I bhūta sono gli spettri, i fantasmi, i simulacri, le reliquie, degli uomini morti; in altre parole, i residui astrali e i sedimenti degli esseri umani. Sono le "ombre" degli antichi, i pallidi e spettrali fantasmi che vivono nel mondo astrale, o le copie astrali degli uomini che furono; e la differenza tra il bhūta e il kāma-rūpa (vedi) è molto labile.

Privo di tutto ciò che appartiene all'entità reale, l'uomo genuino, il bhūta è un cadavere nei regni astrali come lo è il corpo fisico in decomposizione abbandonato alla morte fisica; e di conseguenza il contatto astrale o psichico di qualsiasi genere con questi gusci produce solo male. I bhūta, pur appartenendo al mondo astrale, sono magneticamente attratti verso località fisiche di tipo simile ai residui degli impulsi ancora dentro di loro. Il bhūta di un ubriaco è attratto da cantine e taverne; il bhūta di chi ha vissuto una vita impudica è attratto da località che gli sono affini; il sottile bhūta di un uomo buono è ugualmente attratto verso luoghi meno ripugnanti e meno funesti. In tutto il mondo antico, e per la maggior parte anche nel mondo moderno, questi eidola o "immagini" di uomini morti sono sempre stati temuti, e sono stati fortemente ed universalmente evitati rapporti di qualsiasi genere con loro. (Vedi anche Eidolon)

Bīja (a volte Vīja)   (Sanscrito) Questa parola significa "seme" o "germe di vita," sia di animali che di piante. Ma esotericamente il suo significato è molto più ampio ed incomparabilmente più astruso, e quindi difficile da capire senza uno studio appropriato. Il termine è usato in esoterismo per designare la sorgente originale o causale, e il vāhana, il "veicolo" del mistico impulso o necessità di vita, o di vite, a manifestarsi quando arriva il momento di questa auto-manifestazione dopo un pralaya o dopo un oscuramento o anche, in verità, durante un manvantara. Che sia un kosmo o un universo, o la riapparizione di un dio, un deva, un uomo, un animale, pianta, minerale, o elementale, il seme o germe di vita dal quale deriva ognuno di essi, è tecnicamente chiamato bīja, e qui il riferimento è perlomeno allo stesso germe di vita o veicolo, perché è l'auto-necessità di manifestarsi che lavora attraverso il seme o germe di vita. Misticamente e filosoficamente, l'apparizione di un avatāra, ad esempio, è dovuta a un impulso che sorge in Mahā-Śiva, o in Mahā-Vishṇu (secondo le circostanze) a manifestare una porzione dell'essenza divina, in entrambi i casi, quando arriva l'appropriato periodo mondiale per la riapparizione di un avatāra. O anche, quando il chela diventa un iniziato durante le tremende prove iniziatiche, si dice che il Maestro nuovamente risorto sia nato dal mistico bīja o seme dentro il proprio essere. La dottrina relativa a questo termine bīja, nei suoi aspetti occulti ed esoterici, è di gran lunga troppo profonda per ricevere un trattamento frettoloso e superficiale.

Bodhi    (Sanscrito) Questa parola viene dalla radice budh, che significa "risvegliarsi." È lo stato in cui l'uomo ha talmente svuotato la sua mente, che è riempito soltanto dallo stesso sé, con l'individualità altruistica dell'eterno. Allora egli realizza le ineffabili visioni della realtà, della pura verità. L'uomo che raggiunge questo stato è chiamato un buddha, e l'organo nel quale, e tramite il quale, si manifesta, è chiamato buddhi (vedi).

Bodhisattva    (Sanscrito) Un termine composto: letteralmente, "colui la cui essenza (sattva) è diventata intelligenza (bodhi)." Com'è spiegato esotericamente, un bodhisattva indica uno che in una successiva incarnazione, o in un paio di incarnazioni successive, diventerà un buddha. Un bodhisattva, dal punto di vista degli insegnamenti occulti, è qualcosa di più. Quando un uomo, un essere umano, ha raggiunto lo stato in cui il proprio ego diventa pienamente cosciente della sua divinità interiore, si riveste del raggio buddhico — in cui, per così dire, l'uomo personale si riveste effettivamente dell'immortalità interiore, proprio qui, su questa terra, — quell'uomo è un bodhisattva. I suoi principi superiori hanno quasi ottenuto il nirvāṇa. Quando infine hanno raggiunto questa fase, un tale uomo è un buddha, un buddha umano, un mānushya-buddha. Ovviamente, se un tale bodhisattva dovesse reincarnarsi, nella reincarnazione successiva o in un paio di incarnazioni future, sarebbe un mānushya-buddha. Un buddha, secondo l'insegnamento esoterico, è uno i cui principi superiori non possono imparare niente di più. Essi hanno ottenuto il nirvāṇa e vi rimangono; ma l'uomo personale spiritualmente risvegliato, la persona che è diventata semidivina, per usare il linguaggio popolare, invece di scegliere la sua ricompensa nel nirvāṇa di un grado minore, rimane sulla terra per pietà e compassione riguardo agli esseri inferiori, e diventa quello che è chiamato un nirmāṇakāya (vedi). In una parte molto mistica della dottrina esoterica, un bodhisattva rappresenta sulla terra un dhyāni-buddha, un buddha celeste — in altre parole, uno che è diventato un'incarnazione, una manifestazione, della propria monade divina.

Brahmā    (Sanscrito) Un termine la cui radice, bṛih, significa "espansione." Sta per il lato spirituale dell'energia-coscienza del nostro universo solare, cioè il nostro sistema solare, e l'Uovo di Brahmā è quel sistema solare.

Un Giorno di Brahmā o un mahā-manvantara è composto da sette ronde, un periodo di 4.320.000.000 anni terrestri; questo periodo è anche chiamato un kalpa. Una Notte di Brahmā, il periodo di riposo planetario, che è anche chiamato il periodo paranirvāṇico, è di uguale durata.

Sette Giorni di Brahmā fanno un kalpa solare; o, in altre parole, sette cicli planetari, con ciascun ciclo che consiste di sette ronde (o sette manvantara planetari), formano un manvantara solare.

Un Giorno di Brahmā consiste di 360 Giorni Divini, e ciascun giorno è la durata della vita di un pianeta, cioè, di una catena planetaria di sette globi. La Vita di Brahmā (o la vita del sistema universale) consiste di cento Anni Divini, cioè, considerati in anni, 4.320.000.000 volte 36.000 x 2.

La Vita di Brahma è giunta a metà: vale a dire che cinquanta dei suoi anni sono passati — un periodo di 155.520.000.000.000 dei nostri anni è passato da quando il nostro sistema solare, con il suo sole, cominciò per la prima volta il suo corso manvantarico. Quindi restano ancora cinquanta di questi Anni di Brahmā prima che il sistema s'immerga nel riposo, il pralaya. Poiché è stata percorsa soltanto la metà del viaggio evolutivo, noi siamo, quindi, nella parte inferiore del ciclo kosmico, vale a dire sul piano più basso.

Brahman    (Sanscrito) Una parola la cui radice, bṛih, significa "espansione." È quella parte dell'essere celeste che per prima inizia la manifestazione attraverso i vari Brahmā, l'espandersi dell'uno nei molti. È quello che è chiamato il Logos immanifestato. Possiamo anche chiamarlo il principio impersonale e inconoscibile dell'universo, e deve essere nettamente distinto dal Brahmā maschile, dei quali ce ne sono molti in un universo.

Nota: nella prima letteratura teosofica, come pure nelle traduzioni degli scritti hindu, Brahman a volte è pronunciato Brahma o anche Brahm; ma questo non va confuso con Brahmā: (Vedi anche Parabrahman, Brahmā)

Brāhmaṇa    (Sanscrito) Un termine che ha vari significati nella sacra letteratura hindu. Brāhmaṇa è sia un sostantivo che un aggettivo; come sostantivo significa un membro della prima delle quattro classi Vediche, e come aggettivo significa ciò che appartiene a un Brāhmaṇa o ciò che è Brahmanico. Secondariamente, significa una delle porzioni della letteratura Vedica, che contiene regole per l'uso appropriato dei mantra o degli inni durante i sacrifici, con spiegazioni dettagliate di cosa siano questi sacrifici, illustrati da leggende e vecchie storie.

Un altro aggettivo con un significato strettamente simile è Brāhma. Un modo antiquato in Inglese di pronunciare Brāhma è Brahmin.

Buddha    (Sanscrito) Il participio passato della radice budh, che significa "percepire," "diventare consapevole di," ed anche "risvegliarsi," e "recuperare la coscienza." Si riferisce a uno che è spiritualmente risvegliato, che non vive più "la morte vivente" degli uomini ordinari ma che si è risvegliato all'influenza spirituale proveniente da dentro o da "sopra." Quando l'uomo si è risvegliato dalla morte vivente in cui vivono i comuni mortali, quando egli ha rigettato i travagli della mente e della carne e, per usare il vecchio termine cristiano, ha messo le vesti dell'eternità, allora si è risvegliato, egli è un buddha. É diventato uno con il Sé dei sé, con il paramātman, ma non "assorbito" com' è sempre tradotto. (Vedi anche Bodhi, Buddhi)

Un buddha, nell'insegnamento esoterico, è uno i cui principi superiori non hanno più nulla da imparare in questo manvantara; hanno raggiunto il nirvāṇa e vi rimangono. Questo non significa, comunque, che i centri inferiori della coscienza di un buddha siano in nirvāṇa, anzi, è vero l'incontrario; ed è questo fatto che rende un Buddha di Compassione capace di restare nei regni inferiori dell'essere come guida suprema e istruttore dell'umanità, vivendo di solito come un nirmāṇakāya.

Buddha di Compassione, I    Un Buddha di Compassione è uno che, avendo conquistato tutto, avendo acquisito ogni cosa — ha ottenuto il diritto alla pace e della beatitudine kosmica — e vi rinuncia per ritornare come un Figlio della Luce ad aiutare l'umanità e, in verità, tutto quello che esiste.

I Buddha di Compassione sono i fiori più nobili della razza umana. Sono uomini che hanno elevato se stessi dall'umanità in una quasi divinità; e questo avviene lasciando che la luce imprigionata all'interno, la luce del dio interiore, si riversi e si manifesti attraverso l'umanità dell'uomo, attraverso l'anima umana dell'uomo. Mediante il sacrificio e l'abbandono di tutto ciò che è meschino e sbagliato, ignobile, irrisorio ed egoistico, aprendo la natura interiore in modo che il dio interiore possa risplendere; in altre parole, attraverso l'evoluzione auto-diretta, essi si sono elevati dalla semplice umanità e sono diventati dèi, uomini-dio — divinità umane.

Sono chiamati Buddha di Compassione perché sentono la propria unità con tutto quello che è, e quindi sentono una profonda simpatia magnetica con tutto quello che è, e questo è sempre il motivo principale della loro evoluzione, finché la propria coscienza s'immerge finalmente in quella dell'universo e vive eternamente immortale, perché è all'unisono con l'universo. "La goccia di rugiada scivola nel mare risplendente" — la sua origine.

Sentendo lo stimolo di un amore possente nei loro cuori, i Buddha di Compassione avanzano rapidamente verso altezze ancora più grandi di realizzazione spirituale; e la ragione è che essi sono diventati i veicoli dell'amore universale e della saggezza universale, un amore impersonale che è universale; tutta la loro natura si espande quindi con i poteri universali che agiscono attraverso di loro. I Buddha di Compassione, esistendo a vari gradi d'evoluzione, formano una sublime gerarchia che si estende dal Guardiano Silenzioso sul nostro pianeta, verso il basso, attraverso questi vari livelli in se stessi e, anche oltre se stessi, fino ai loro chela o discepoli. Spiritualmente e misticamente parlando, essi contrastano fortemente con quelli che l'Occultismo asiatico, attraverso il canale del Buddhismo, ha chiamato i Pratyeka Buddha (vedi).

Buddhi    (Sanscrito) Buddhi deriva dalla radice sanscrita budh, comunemente tradotta come "illuminare," ma una traduzione migliore è "percepire," "riconoscere," "recuperare la coscienza," da cui "risvegliarsi," e quindi "comprendere." È il secondo contando verso il basso, o il sesto contando verso l'alto, dei sette principi dell'uomo. Buddhi è il principio o organo nell'uomo, che gli dà la coscienza spirituale e che è il veicolo della parte più elevata dell'uomo — l'ātman — la facoltà che si manifesta come intelletto, giudizio, discernimento, un velo o rivestimento inseparabile dell'ātman.

Da un altro punto di vista, buddhi si può veramente definire sia il seme che il frutto di manas.

La coscienza ordinaria dell'uomo nella vita, in questo suo attuale stadio evolutivo, è quasi tutta nella diade (o manas-kāma) inferiore o intermedia della sua costituzione; quando egli eleva la sua coscienza attraverso gli sforzi personali di diventare permanentemente uno con la diade superiore (ātma-buddhi) diventa un mahātma, un maestro. Alla morte dell'essere umano, questa diade superiore porta via con sé tutta l'essenza spirituale, tutto l'aroma spirituale ed intellettuale, della diade inferiore o intermedia. Mahā-buddhi è uno dei nomi dati a mahat, il principio kosmico. (Vedi anche Alaya)

Buddhismo    Gli insegnamenti di Gautama il Buddha. Oggi il Buddhismo è diviso in due rami, quello Settentrionale e quello Meridionale. Quello Meridionale conserva ancora gli insegnamenti del "cervello di Buddha," la "dottrina dell'occhio," cioè la sua filosofia esterna per il mondo in generale, a volte inadeguatamente chiamata la dottrina delle forme e dei rituali. Quello Settentrionale conserva ancora la sua "dottrina del cuore" — quella che è la vita nascosta, interiore, il sangue del cuore, della religione: la dottrina del cuore interiore dell'insegnamento.

La filosofia religiosa del Buddha-Śākyamuni è incomparabilmente più vicina all'antica saggezza, la filosofia esoterica delle ere arcaiche, di quanto lo sia il Cristianesimo. Oggi la sua colpa maggiore è che gli insegnanti successivi al Buddha stesso portarono troppo lontano le sue dottrine, lungo linee soltanto formali ed exoteriche; ma, nonostante ciò, fino ad oggi resta la più pura e santa delle religioni exoteriche sulla terra, e i suoi insegnamenti, anche exotericamente, sono veri — una volta che siano stati appropriatamente compresi. Hanno soltanto bisogno di una chiave esoterica per essere interpretati. Come dato di fatto, lo stesso si può dire di tutte le grandi e antiche religioni del mondo. Il Cristianesimo, il Brahmanesimo, il Taoismo, ed altre, hanno tutte la stessa saggezza esoterica dietro il velo esterno della formale fede exoterica.

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Cakra    Vedi Chakra

Catena    Vedi Catena Planetaria

Catena Ermetica    Tra gli antichi greci esisteva la tradizione mistica di una catena di esseri viventi, il cui vertice includeva le divinità nei loro vari gradi o stadi di autorità ed attività divine, mentre l'altra estremità andava verso il basso attraverso gli dèi inferiori, gli eroi, e i saggi, fino agli uomini comuni e agli esseri al di sotto dell'uomo. Ogni anello di questa catena vivente di esseri ispirava e istruiva la stessa catena sottostante, trasmettendo così e comunicando, da anello ad anello fino alla conclusione della meravigliosa catena vivente, amore, saggezza e conoscenza riguardo ai segreti dell'universo, impartendo all'umanità le arti e le scienze necessarie alla vita umana e alla civiltà. Era misticamente chiamata la Catena Ermetica o la Catena d'Oro.

Negli antichi Misteri l'insegnamento dell'esistenza e della natura della Catena Ermetica era spiegato esaurientemente; è un vero insegnamento perché rappresenta distintamente, chiaramente e fedelmente, le vere ed effettive operazioni della natura. Copie più o meno deboli e distorte dell'insegnamento di questa Catena Ermetica o Catena d'Oro, o successione di istruttori, furono assunte da varie sette successive formali ed exoteriche, come la Chiesa Cristiana, in cui la dottrina fu chiamata la Successione Apostolica. In tutte le maggiori scuole misteriche dell'antichità esisteva questa successione di un insegnante dopo l'altro, e ciascuno passava la luce al suo successore così come lui stesso l'aveva ricevuta dal suo predecessore; e finché questa trasmissione di luce fu una realtà, produsse un enorme beneficio spirituale tra gli uomini. Di conseguenza, tutti questi movimenti vissero, fiorirono, e fecero un grande bene nel mondo. Questi istruttori erano i messaggeri per gli uomini, provenienti dalla Grande Loggia dei Maestri di Saggezza e Compassione. (Vedi anche Guru-paramparā)

Catena Planetaria    Ogni corpo o globo kosmico, che sia un sole o un pianeta, una nebulosa o una cometa, un atomo o un elettrone, è un'entità composita formata, o costituita, da energie e sostanze interne ed invisibili, e da un veicolo fisico o corpo a noi esterno e spesso visibile. Questi elementi tutti insieme annoverano sette (o dodici) di quelli che in teosofia sono chiamati i sette principi o elementi di qualsiasi entità autonoma; in altre parole, di qualsiasi centro di vita individuale.

Così ognuno dei globi fisici che vediamo disseminati sui campi dello spazio è accompagnato da sei globi invisibili e superiori, che formano quella che in teosofia è chiamata una catena. Questo è il caso di ogni sole o stella, di ogni pianeta, e di ogni luna di ciascun pianeta. È anche il caso delle nebulose e delle comete, come affermato precedentemente: sono tutte entità settenarie, hanno tutte una settuplice costituzione, come ce l'ha anche l'uomo, che è una copia nel piccolo di ciò che l'universo lo è nel grande, essendoci per noi una sola vita in quell'universo. Ogni entità nell'universo è un sua parte inseparabile; quindi, quello che c'è nell'insieme, è in ogni parte, perché la parte non può contenere qualcosa che l'insieme non contiene, la parte non può essere più grande dell'insieme.

La nostra catena terrestre è composta da sette (o dodici) globi, di cui solo uno, la nostra terra, è visibile all'apparato fisico sensoriale sul piano di questa terra, perché quell'apparato è costruito, o meglio, evoluto, per riconoscere questo piano terrestre e nessun altro. Ma gli abitanti di tutti i sette (o dodici) globi di questa catena terrestre passano in successione, e si susseguono l'un l'altro, da globo a globo, facendo così esperienza di energia e materia e coscienza su tutti i vari piani e sfere che questa catena comprende.

Gli altri sei (o undici) globi della nostra catena terrestre sono invisibili ai nostri sensi fisici, è ovvio; e, limitando la nostra spiegazione solo ai sette globi manifestati dell'intera catena di dodici globi, i sei globi diversi e superiori alla terra esistono a due a due, su tre piani del sistema solare superiori al nostro piano fisico dove è il nostro globo terrestre — questa nostra terra. Questi tre piani o mondi superiori sono ciascuno superiore al mondo o piano inferiore immediatamente al di sotto di esso.

Il nostro globo terrestre è il quarto e il più basso di tutti i sette globi manifestati della nostra catena terrestre. Tre globi lo precedono sull'arco discendente o arco oscuro, e Tre globi lo seguono sull'arco ascendente, o arco luminoso, dell'evoluzione. La Dottrina Segreta di H. P. Blavatsky e il più recente lavoro, Fundamentals of the Esoteric Philosophy (1932), contengono materiale estremamente suggestivo per lo studente interessato a questa fase della filosofia esoterica. (Vedi anche Arco Ascendente)

Cela    Vedi Chela

Centro Laya    Un "punto di sparizione" — che è il significato in Sanscrito. Laya viene dalla radice sanscrita , che significa "dissolversi," "disintegrarsi," o "svanire." Un centro laya è il punto mistico dove una cosa sparisce da un piano e avanza per riapparire su un altro piano. È quel punto o luogo — qualsiasi punto o luogo — nello spazio, che per la legge karmica immediatamente diventa il centro della vita attiva, prima su un piano superiore e poi discendendo nella manifestazione attraverso i centri laya dei piani inferiori. In un senso, un centro laya può essere concepito come un canale, un tramite, attraverso il quale la vitalità delle sfere superiori si riversa giù, ed inspira, assorbe i piani inferiori, gli stati della materia, o meglio, della sostanza. Ma dietro tutta questa vitalità vi è una forza direttiva che guida. C'è una meccanica nell'universo, una meccanica di molti livelli di coscienza e potere. Ma dietro la pura meccanica c'è la meccanica spirituale-intellettuale.

Infine, un centro laya è il punto dove la sostanza ridiventa omogenea. Quindi, qualsiasi centro laya esiste necessariamente sulla linea critica o fase che divide un piano dall'altro. Qualsiasi gerarchia, dunque, contiene in sé un numero di centri laya. (Vedi anche Gerarchia)

Chakra    (Cakra, Sanscrito) Una parola che in generale significa una "ruota," e da questo semplice significato originario spesso furono presi a scopo occulto ed esoterico un gran numero di derivati subalterni, molto interessanti, e in alcuni casi altamente mistici e profondi. Chakra significa anche un ciclo, un periodo di durata, in cui la ruota del tempo gira una volta. Significa anche l'orizzonte, perché è circolare o a forma di ruota. Significa anche certi centri o punti focali prāṇici, a forma sferica, del corpo in cui si suppone che si radunino correnti di energia prāṇica di diverse qualità, o energie prāṇiche di diversi tipi. Questi chakra fisiologici, che sono effettivamente connessi alle circolazioni prāṇiche e ai gangli dell'uovo aurico, e quindi funzionano nel corpo fisico attraverso l'intermediazione del liṅga-śarīra, il corpo modello astrale dove sono localizzati in diverse parti della struttura fisica, estendendosi dalle parti intorno alla sommità del cranio fino alle parti intorno al pube. Sarebbe del tutto improprio, avendo a cuore il massimo interesse per l'umanità, impartire l'insegnamento occulto o esoterico riguardante l'esatta posizione, le funzioni e i mezzi per controllare i chakra fisiologici del corpo umano; perché è una conclusione scontata che, se fosse divulgata questa conoscenza mistica, purtroppo se ne farebbe un cattivo uso, portando non solo in molti casi alla morte o alla pazzia, ma alla violazione di ogni istinto morale. Solo gli alti iniziati, che infatti si sono elevati al di sopra della necessità di impiegare i chakra fisiologici, possono usarli a volontà, e per scopi santi — che in effetti è qualcosa che essi raramente fanno.

Chaos    (Greco) Un termine di solito inteso a significare una sorta di grande deposito alla rinfusa dei principi e dei semi originari dell'essere. Bene, così è veramente in un senso profondo; ma è decisamente ed enfaticamente non alla rinfusa. È davvero il deposito kosmico di tutti i semi latenti o a riposo degli esseri e delle cose dei precedenti manvantara. Naturalmente, è questo, semplicemente perché contiene ogni cosa. Significa spazio, non il mistico ed effettivo spazio superiore, non il parabrahma-mūlaprakṛiti, l'Illimitato — non quello. Ma lo spazio di qualsiasi particolare gerarchia che discende nella manifestazione, che per essa è spazio in quel particolare periodo del suo inizio di sviluppo. I principi dirigenti nel chaos sono gli dèi quando si risvegliano dal loro sonno pralayco. Il chaos, in un certo senso, può veramente essere chiamato la condizione dello spazio di un sistema solare o anche di una catena planetaria durante il suo pralaya (vedi). Quando inizia il risveglio all'attività planetaria, il chaos cessa pari passu.

Chela    (cela) Un vecchio termine indiano. Nei periodi arcaici era scritto e pronunciato frequentemente cheta o cheda. Il significato è "servitore," un discepolo personale addetto al servizio di un insegnante da cui egli riceve istruzioni. L'idea è strettamente simile al termine anglosassone leorning-cnhet, che significa il "servitore che apprende," un nome dato nelle traduzioni anglosassoni del Nuovo Testamento cristiano ai discepoli di Gesù, i suoi "chela." È dunque un termine che, nelle antiche scritture mistiche, sta per discepolo, allievo, apprendista o uditore. Il rapporto tra insegnante e discepolo è infinitamente più sacro di quello tra genitore e figlio, perché, mentre i genitori forniscono il corpo all'anima in arrivo, l'insegnante porta avanti quella stessa anima e le insegna ad essere e quindi a vedere, le insegna a conoscere, e a diventare così quella che è nel suo essere più profondo — cioè, una cosa divina.

La vita del chela, il sentiero del chela, è bella, piena di gioia fino in fondo, ma richiede anche, necessariamente, ogni cosa nobile ed elevata nell'apprendista, il discepolo; i poteri o facoltà del sé superiore devono essere portati in attività per ottenere e sostenere quelle vette di grandiosità intellettuale e spirituale, in cui gli stessi Maestri vivono. Perciò, la maestria è la meta del discepolato — non, comunque, che questo ideale debba essere per noi semplicemente come una meta per ottenere qualcosa di vantaggioso per il proprio sé, perché questo è un pensiero veramente egoistico e quindi significa inciampare sul sentiero. Naturalmente, è a beneficio dell'individuo; ma la vera idea è che ogni cosa e ogni facoltà che è nell'anima sarà portata fuori a servizio dell'umanità, perché questa è la strada regale, la grande strada regale da percorrere, dell'autoconquista. I significati più mistici connessi al termine chela possono essere dati solo a coloro che si sono irrevocabilmente votati alla vita esoterica.

Chhaya    (Chāyā, Sanscrito) Letteralmente, "un'ombra," un "simulacro," o "copia." Nella filosofia esoterica questa parola significa l'immagine astrale di una persona, e su quest'idea si basano gli insegnamenti più intricati e reconditi dell'evoluzione umana. La Dottrina Segreta di H. P. Blavatsky contiene molti cenni preziosi sul ruolo che hanno ricoperto le chhāya dei pitṛi nello sviluppo umano.

È anche una parola che si applica con eguale significato alle questioni kosmiche, perché lo studente non dovrebbe mai dimenticare l'antica massima di Ermes: "Ciò che è in alto è lo stesso di ciò che è in basso; ciò che è in basso è lo stesso di ciò che è in alto."

Brevemente, dunque, per quanto riguarda l'evoluzione umana, la chhāya possiamo chiamarla il corpo astrale (vedi) o immagine.

Chiaroudienza    Nel suo senso più ampio, la parola significa semplicemente "udire chiaramente." La vera chiaroudienza è una facoltà spirituale, la facoltà dell'orecchio spirituale interno, di cui la chiaroudienza psichica è soltanto un riflesso distorto e quindi ingannevole; non è nemmeno udire con l'orecchio fisico, perché quest'organo dei sensi è imperfetto e non sviluppato. Il potere di udire con l'orecchio interno ci rende capaci di udire qualsiasi cosa vogliamo, e a qualsiasi distanza, sia su Marte o sul Sole o sulla Luna, o su Giove, o forse anche su qualche stella remota, o facilmente in qualsiasi posto della Terra. Avendo questa chiaroudienza spirituale, possiamo sentire crescere l'erba, e quel suono sarà per noi come un poema musicale sinfonico. Possiamo udire i globi celesti che inneggiano i loro canti quando avanzano lungo le loro orbite attraverso lo spazio, perché ogni cosa che esiste è in movimento, e produce un suono, semplice o composito a seconda dei casi. Così, in verità, ogni minuscolo atomo canta la sua nota, ed ogni entità composita, quindi, è un poema musicale incorporato, una sinfonia musicale. (Vedi anche Musica delle Sfere)

Chiaroveggenza    In senso più ampio, questo termine significa "vedere chiaro," l'intuito dietro i veli, la visione interna. La chiaroveggenza genuina è una facoltà spirituale ed è l'abilità di vedere, e di vedere in modo giusto; e, vedendo, sapere che la vostra visione è vera. Questa non è una facoltà fisica. La chiaroveggenza comunemente chiamata chiaroveggenza psichica è molto ingannevole ed illusoria, perché è un semplice riflesso privo di senso, per così dire, e questo riflesso privo di senso è incerto, ingannevole ed illusorio. La vera chiaroveggenza spirituale, di cui la cosiddetta chiaroveggenza psichica non è che un flebile raggio, renderà capace una persona di vedere quello che accade a distanze immense. Potete sedervi sulla vostra poltrona e vedere ad occhi chiusi tutto quello che avete a cuore di vedere, anche se è lontano. Questo può accadere non solo in questo mondo esteriore, ma una persona, con la sua visione spirituale, può penetrare nei mondi interiori e invisibili, e conoscere quindi cosa sta accadendo nei mondi spirituali ed eterei. La visione non è una visione fisica, né quella che, sul piano astrale, si manifesta come chiaroveggenza psichica, ma la vera visione è la chiaroveggenza spirituale — vedere attraverso l'occhio interiore dello spirito.

Chit    Vedi Sat

Christos    (Greco) Christos o "Cristo" è un termine che indica uno che è stato "unto." Questo è un riferimento esplicito, un'allusione diretta, a ciò che accadeva durante la celebrazione degli antichi Misteri. L'unzione era uno degli atti compiuti durante lo svolgimento dei riti di quegli antichi Misteri nei paesi circondanti il Mare Mediterraneo. Il termine ebraico per indicare uno che è unto è māshīahh — "messia" è un modo comune di pronunciare il termine ebraico — che significa esattamente la stessa cosa della parola greca Christos.

Ogni essere umano è un'incarnazione, un reincorporamento, di un raggio del proprio dio interiore — la divinità che giace nel profondo del cuore di ciascuno. I moderni cristiani di tendenza mentale mistica lo chiamano il Cristo immanente, il Christos immanente, ed hanno ragione per quanto essi dicono, ma non ampliano più di tanto quest'idea. Misticamente parlando, il Christos è l'individualità immortale; e quando l'ego personale che si sforza diventa permanentemente unito a quest'individualità immacolata, l'unione che ne risulta è l'ego superiore, "il Cristo vivente" — un Cristo fra gli uomini o, come direbbero i buddhisti, un mānushya-budda, un buddha umano.

Cicli o Legge dei Cicli    Una branca oltremodo interessante dello studio teosofico, che tratta una realtà che è così naturalmente palese nei mondi che ci circondano, che difficilmente la sua esistenza può essere negata, se non da chi è deliberatamente cieco, ed è quella che possiamo definire la legge dei cicli, le operazioni ripetitive della natura.

Troviamo che la natura si ripete dappertutto, anche se questa ripetizione, è ovvio, non ripercorre le stesse vecchie carreggiate ad ogni ricomparsa dell'attività ciclica; ogni ricomparsa è naturalmente l'espressione di una modifica più o meno grande di quella che l'ha preceduta. Il giorno segue la notte, l'inverno segue l'estate, i pianeti girano intorno ai soli in percorsi regolari e periodici; e questi non sono che esempi familiari dell'attività ciclica.

In natura i cicli mostrano i periodi di tempo di ricomparse periodiche in cui qualsiasi entità evolvente o cosa manifesta le energie e i poteri che sono in se stessa, in modo che i cicli e l'evoluzione siano come due facce della stessa medaglia: la prima mostra i periodi di tempo o cicli, e la seconda manifesta le qualità energizzanti o sostanziali che appaiono in manifestazione secondo questo periodi ciclici di tempo; ma dietro questo singolo processo apparentemente doppio ma effettivo giacciono profonde cause karmiche.

Cielo e Inferno    Ogni antica religione esoterica insegnava che i cosiddetti cieli si dividono in fasi o livelli di beatitudine ascendente e di purezza; e i cosiddetti inferni in fasi o gradi di crescente purificazione o sofferenza. Ora, la dottrina esoterica o Occultismo insegna che i primi non sono, strettamente parlando, una ricompensa, né i secondi una punizione. Quest'insegnamento è semplicemente che ogni entità è attirata, dopo la morte fisica, verso la sfera appropriata alla quale il destino karmico, il carattere stesso e gli impulsi dell'entità, la attraggono magneticamente. Come un uomo agisce, come un uomo semina nella sua vita, quello e soltanto quello sarà raccolto dopo la morte. Il seme buono produce un frutto buono; il seme cattivo produce zizzania — e forse proprio niente di valore o di utilità spirituale segue una vita negativa ed incolore.

Dopo la seconda morte (vedi) la monade umana "va" in devachan — spesso chiamato nella letteratura teosofica il mondo del cielo. In devachan vi sono molti gradi: il più elevato, quello intermedio, e quello più basso. Cosa ne è invece dell'entità, l'anima umana inferiore, che è così impregnata e appesantita dai pensieri terreni e dagli istinti inferiori, da non poter risorgere? Potrebbe esserci in essa una sufficiente natura spirituale da tenerla unita come entità, e capace di diventare un essere reincarnante, ma è lercia, è pesante; la sua tendenza, di conseguenza, è verso il basso. Può quindi risorgere in una felicità celeste? Può andare anche nei regni inferiori del devachan e gioire della sua briciola di beatitudine, di ogni cosa che è nobile e bello? No. C'è una sfera adatta a ogni grado di sviluppo dell'ego-anima, ed esso gravita introno a quella sfera e vi resta finché non si è completamente purificato, finché i peccati non siano mondati, per così dire. Questi sono i cosiddetti inferni, al di sotto anche delle gamme più basse del devachan; mentre i cieli arūpa sono le parti superiori del devachan. Il Nirvāṇa è una cosa molto diversa dai cieli. (Vedi anche Kāmaloka, Avīchi, Devachan, Nirvāṇa)

Circolazioni del Kosmo    Dette anche le Circolazioni dell'Universo. C'è un termine adottato nell'antica saggezza o filosofia esoterica per intendere la rete meravigliosamente intricata e costruita dai canali o condotti o sentieri o strade seguiti dalle entità peregrinanti o migranti quando passano di sfera in sfera o da regno a regno o da piano a piano. Le monadi pellegrine, per quanto molto avanzate o poco avanzate nella loro evoluzione, seguono inevitabilmente ed ineluttabilmente queste circolazioni. Non posso fare diversamente, perché sono semplicemente i sentieri spirituali, psico-magnetici, astrali, e fisici, lungo i quali scaturiscono le forze dell'universo; e di conseguenza, tutte le entità, essendo realmente incorporamenti di forze di qualche tipo, devono necessariamente seguire i percorsi o sentieri che usano le stesse forze astratte.

Queste circolazioni del kosmo sono una vera e propria rete tra pianeta e pianeta, tra pianeta e sole, e tra sole e sole, e tra sole ed universo. Inoltre, le circolazioni del kosmo non sono limitate a sfere materiali o astrali, ma sono proprio della stoffa e della struttura dell'intero kosmo universale, interno come pure esterno. È una delle dottrine più mistiche e suggestive della teosofia.

Corpo Astrale    Questo è il termine popolare per il corpo modello, il liṅga-śarīra (vedi). È leggermente meno materiale del corpo fisico, e infatti è il modello, o la struttura, intorno al quale è costruito il corpo fisico, e dal quale, in un certo senso, il corpo fisico deriva o si sviluppa man mano che la crescita procede. È il veicolo di prāṇa, l'energia di vita, e quindi contiene tutte le energie che discendono dalle parti superiori della costituzione umana mediante il flusso prāṇico. Il corpo astrale precede il corpo fisico, ed è il modello intorno al quale il corpo fisico è pedissequamente modellato, atomo per atomo. In un senso, il corpo fisico può essere chiamato il deposito, il sedimento o la feccia del corpo astrale; anche il corpo astrale, a sua volta, non è che un deposito dell'uovo aurico. (vedi)

Corpo Causale    Per una spiegazione pertinente della dottrina connessa con questo termine, lo studente deve riferirsi al kāraṇa-śarīra e al kāraṇopādi (vedi) come sono definiti in questo volume. Tecnicamente parlando, il corpo causale è un nome improprio, perché, infatti, l'elemento della costituzione umana al quale qui si fa riferimento e, mutatis mutandis, quando il riferimento è rivolto ad esseri al di sopra e al di sotto dell'uomo, non è affatto un corpo, appropriatamente parlando, ma è piuttosto ciò che si potrebbe chiamare un'anima, sebbene si possano molto logicamente fare delle strenue obiezioni all'uso del termine anima a causa dei molti e spesso contraddittori significati che l'uso comune le ha attribuito.

Inoltre, l'espressione "corpo causale" indica due cose diverse. Il significato, quindi, è duale — un'affermazione che sarà spiegata alla voce kāraṇopādi. Qui si può affermare, comunque, che i due significati si riferiscono, il primo a una parte inferiore della costituzione settenaria dell'uomo, e il secondo a una parte superiore, entrambe le parti agendo come cause o cause strumentali, di una monade reincorporante o entità.

Coscienza    In tutte le sue forme e le sue proteiformi manifestazioni, la coscienza è spirito-materia — forza e materia, o spirito e sostanza, sono uno — per cui la coscienza è la forma più sottile ed elevata di energia, è la radice di tutte le cose, ed è coestesa con lo spazio kosmico. Quindi, è il fondamento e l'essenza degli dèi, delle monadi, e degli atomi — i tre gradi generalizzati, kosmicamente parlando, dell'universo. Un corollario naturale di ciò è che l'universo è dunque coscienza incorporata o, molto più precisamente, dovremmo chiamarla un aggregato quasi infinito di coscienze incorporate.

Cosmo    Ogni volta che un teosofo parla del cosmo o dell'universo, non si riferisce in alcun modo solo alla sfera o mondo fisico o alla sezione trasversale del Tutto illimitato in cui noi umani viviamo, ma più in particolare ai mondi e ai piani e alle sfere invisibili, abitati dai loro eserciti sterminati di esseri vitalizzati o animati. Per evitare una ridondanza di parole e ripetizioni spesso confuse nel mezzo di una spiegazione che tratta di altri argomenti, fin dai tempi di H. P. Blavatsky, tra gli scrittori teosofici scrupolosi è stata una consuetudine fare una vera e propria distinzione tra cosmo e kosmo. L'universo solare o sistema solare è frequentemente definito come un cosmo o un cosmo solare; e l'universo galattico o l'universo dove noi abitiamo è stato definito abitualmente come kosmo. Questa distinzione, comunque, non sempre è stata tenuta, perché a volte, nel trattare questioni astratte dove le applicazioni del pensiero possono riferirsi indifferentemente all'universo galattico o all'universo solare, le due forme ortografiche possono essere usate reciprocamente. (Vedi anche Kosmo, Vita Cosmica)

D —

Daivīprakṛiti    (Sanscrito) Un composto che significa "divino" o "l'evolvente originale" o "sorgente originale," dell'universo o di qualsiasi parte auto-contenuta o gerarchica dell'universo, come ad esempio un sistema solare. In breve, daivīprakṛiti può quindi essere chiamata "materia divina," e qui materia è usata nel suo senso originale di divina madre evolvente o "sostanza originale divina."

Ora, come sostanza originale, si manifesta negli spazi kosmici come luce primordiale kosmica — essendo la luce, nella filosofia teosofica occulta ed esoterica, una forma di materia o sostanza originaria — che molti mistici hanno definito come daivīprakṛiti sotto la frase "la Luce del Logos." Daivīprakṛiti è infatti il primo velo o guaina o corpo etereo che circonda il Logos, come pradhāna o prakṛiti circonda Purusha o Brahman nella filosofia Sānkhya, e come, su scala incomparabilmente più vasta, mūlaprakṛiti circonda parabrahman. Poiché daivīprakṛiti è dunque è materia elementale, o materia nel suo sesto e settimo stadio contando verso l'alto dalla materia fisica o, che è la stessa cosa, la materia nel suo primo e secondo stadio della sua evoluzione contando dall'alto, possiamo definire con sufficiente precisione quei vaporosi ciuffi di luce che si vedono nei cieli a mezzanotte come una manifestazione fisica di daivīprakṛiti, perché quando non sono effettivamente nebulose risolubili, essi sono mondi, o meglio, sistemi di mondi in divenire.

Quando daivīprakṛiti ha raggiunto un certo stato o condizione di manifestazione evolutiva, possiamo appropriatamente denominarla sotto il termine fohat (vedi). Fohat, nelle parole di H. P. Blavatsky, è

L'essenza dell'elettricità cosmica. Un termine occulto tibetano per Daiviprakṛiti è luce primordiale: e nell'universo della manifestazione, l'energia elettrica sempre presente, e l'incessante potere creativo e distruttivo. Esotericamente è la stessa cosa, essendo Fohat l'universale Forza Vitale propellente, e al tempo stesso, il propulsore e il risultante. — Glossario Teosofico, sotto la voce 'Fohat'

Tutto questo è descritto molto bene, ma dobbiamo ricordare che fohat, pur essendo il potere energizzante che agisce nella daivīprakṛiti manifestata e al di sopra di essa, come il cavaliere cavalca il cavallo, è l'intelligenza cosmica, o la monade cosmica, come direbbe Pitagora, che lavora attraverso sia daivīprakṛiti che attraverso la sua energia differenziata chiamata fohat, che è il principio dirigente e controllante, non solo nel kosmo ma in qualsiasi elemento ed essere subordinato degli eserciti delle loro moltitudini che riempiono il kosmo. Il cuore o l'essenza del sole è daivīprakṛiti che agisce come se stessa, e anche nella sua manifestazione chiamata fohat, ma attraverso daivīprakṛiti e il suo aspetto fohatico fluisce l'intelligenza direttiva della divinità solare che tutto permea. Comunque, lo studente non dovrebbe mai fare l'errore di separare quest'intelligenza dirigente solare dai suoi veli o veicoli, dei quali uno dei più elevati è daivīprakṛiti-fohat.

Dèi    I vecchi pantheon erano costruiti su un'antica saggezza esoterica che insegnava, sotto l'allegoria di una mitologia per il pubblico, profondi segreti della struttura e delle operazioni dell'universo che ci circonda. L'intera razza umana ha creduto negli dèi, ha creduto in esseri superiori agli uomini; tutti gli antichi dicevano che gli uomini sono i "figli" di questi dèi, e che da questi esseri superiori esistenti negli spazi azzurri gli uomini derivarono tutto quello che è in loro; ed inoltre, che gli stessi uomini, come figli degli dèi, nella loro più intima essenza sono esseri divini legati per sempre all'universo illimitato del quale ogni essere umano, proprio come lo è qualsiasi altra entità dappertutto, è una parte inseparabile. Questo è un concetto veramente sublime.

Non dovremmo pensare alle forme umane quando i teosofi parlano degli dèi; noi intendiamo le entità arūpa — "senza forma" — esseri di pura intelligenza ed intelletto, essenze relativamente pure, spiriti relativamente puri, senza forma, come noi umani concepiamo la forma. Gli dèi sono gli abitanti superiori della natura. Essi sono porzioni intrinseche, soggetti alle volontà e alle energie di esseri ancora più elevati — chiamiamo pure queste volontà e queste energie le "leggi" di esseri superiori — come lo siamo noi, e come lo sono i regni della natura sotto di noi.

Gli antichi presentavano queste realtà, questi esseri viventi, al posto delle leggi che, come noi occidentali usiamo il termine, sono solo astrazioni — per esprimere l'azione delle entità nella natura; gli antichi non baravano così facilmente con le parole. Li chiamavano dèi, entità spirituali. Nessun grande pensatore antico, fino all'era cristiana, parlò mai delle leggi della natura come se queste leggi fossero entità viventi, come se queste astrazioni fossero entità effettive che crearono le cose. Le leggi della navigazione navigarono mai una nave? È la legge di gravità tenere uniti i pianeti? È essa che unisce o mette insieme gli atomi? Questa parola legge è semplicemente un'astrazione mentale che intende l'azione infallibile delle energie coscienti e semicoscienti in natura.

Deva    (Sanscrito) Un termine che significa un essere celeste, di cui ci sono varie classi. Questo è stato un grande rompicapo per la maggior parte degli orientalisti occidentali, che non possono comprendere le distinzioni che i meravigliosi antichi filosofi orientali fanno nei riguardi delle varie classi di deva. In sostanza, essi dicono: "Che strane contraddizioni vi sono in questi insegnamenti che, per molti versi, sono profondi e appaiono mirabili. Alcuni di questi deva o esseri divini sono considerati inferiori all'uomo; alcuni di questi scritti dicono addirittura che un uomo buono è più nobile di qualsiasi dio. E tuttavia, altre sezioni di questi scritti dichiarano che vi sono dèi superiori persino ai deva, e tuttavia sono chiamati deva. Che significa questo?"

I deva o esseri celesti, una classe di essi, sono le scintille incoscienti della divinità, che superano un ciclo nella materia per esternare se stessi da dentro e di espandere o evolvere l'autocoscienza, lo svabhāva (vedi) della divinità interiore. Allora cominciano la loro risalita sempre sull'arco luminoso, che in un certo senso non finisce mai; ed essi sono dèi, dèi autocoscienti, che da quel momento in poi hanno una parte definitiva e divina nel "grande lavoro," come hanno detto i mistici, di essere costruttori, evolutori, al comando di gerarchie. In altre parole, sono monadi che sono diventate i loro sé più intimi, che hanno oltrepassato l'anello invalicabile (vedi) che separa lo spirituale dal divino.

Devachan    [Tibetano, bde-ba-can, pronunciato de-wa-chen] Una traduzione del Sanscrito sukhāvatī, il "luogo felice," o terra di dio. È lo stato tra le vite terrene in cui l'entità umana, la monade umana, entra e rimane in beatitudine e riposo.

Quando ha luogo la seconda morte (vedi) dopo quella del corpo fisico — e vi sono molte morti, vale a dire molti cambiamenti dei veicoli dell'ego — la parte superiore dell'entità umana racchiude in se stessa tutto ciò a cui aspira, e porta quel "tutto" nel devachan; e l'ātman, con il buddhi e con la parte superiore del manas, a quel punto diventa la monade spirituale dell'uomo. Il devachan, come stato, non è applicabile alla suprema monade divina celeste, ma solo ai principi intermedi dell'uomo, all'ego personale o all'anima personale nell'uomo, adombrata da ātma-buddhi. Ci sono molti gradi in devachan; il più elevato, quello intermedio, e quello più basso. Ma il devachan non è una località, è uno stato, uno stato degli esseri in quella condizione spirituale.

Il devachan è l'adempimento di tutte le speranze spirituali irrealizzate della passata incarnazione, e una fioritura di tutte le aspirazioni spirituali e intellettuali della passata incarnazione, che in quella passata reincarnazione non hanno avuto l'opportunità di essere soddisfatte. È un periodo di indicibile beatitudine e pace per l'anima umana, finché termina il suo periodo di riposo e la sua fase di recupero delle proprie energie.

Nello stato devacianico, l'ego reincarnante rimane in seno alla monade (o all'essenza monadica) in uno stato della più perfetta e completa beatitudine e pace, vedendo e rivedendo continuamente, e perfezionando, nella sua immaginazione felice, tutte le possibilità spirituali e intellettuali incompiute nella vita appena conclusa, che le sue facoltà naturalmente creative suggeriscono automaticamente all'entità devacianica.

L'uomo qui non è più un quaternario di principi-sostanza (perché è sopravvenuta la seconda morte) ma ora è ridotto alla monade con l'ego reincarnante che dorme nel suo seno, ed è quindi una triade spirituale. (Vedi anche Morte, Ego Reincarnante)

Dhāraṇā    (Sanscrito) Uno stato nella pratica dello yoga come è insegnato in Indostan, quando la mente o intelligenza percettiva è sostenuta con inflessibile fermezza dalla forza dell'anima e dall'indomabile risoluzione sull'oggetto d'investigazione da ottenere attraverso questa forma di pratica yoga. (Vedi anche Samādhi)

Dharma    (Sanscrito) Un sostantivo derivato dalla radice verbale dhṛi. Il significato è giusta religione, giusta filosofia, giusta scienza, e la giusta unione di queste tre; quindi, la Legge di per sé. Significa anche equità, giustizia, condotta, dovere, e cose simili. Ha anche un significato secondario di una qualità o peculiarità essenziale o caratteristica; e qui il suo significato si avvicina strettamente a quello di svabhāva (vedi). Il dovere di un uomo, ad esempio, è il suo dharma, quello che è fissato e prescritto, o che per lui è naturale fare.

Dharmakāya    (Sanscrito) È un composto di due parole, e significa " il corpo della continuità," a volte tradotto ugualmente bene (o male) il "corpo della Legge" — espressioni piuttosto inadeguate entrambe, perché la difficoltà di tradurre questi termini estremamente mistici è molto grande. Una mera e corretta traduzione da vocabolario spesso è completamente priva del significato esoterico, ed è proprio qui che gli studenti occidentali a volte fanno errori assurdi.

La prima parola viene dalla radice dhṛi, che significa "supportare," "sostenere," "convogliare," "reggere," quindi "continuare"; anche le leggi umane sono le intermediarie che si suppone supportino e sostengano la civiltà; il secondo elemento, kāya, significa "corpo." Il sostantivo così formato può essere tradotto come il "corpo della Legge," ma questa frase non rende del tutto l'idea. È quel corpo o stato spirituale di un essere spirituale elevato, in cui il senso ristretto di animità e di egoità è svanito in senso universale (gerarchico) e rimane solo nel seme, latente — anche se così tanto. È coscienza pura, intelligenza pura, libera da ogni pensiero personalizzante.

Nel Buddhismo dell'Asia Centrale, il dharmakāya è il terzo e più elevato trikāya. Il trikāya consiste di (1) nirmāṇakāya, (2) sambhogakāya, e (3) dharmakāya. Possiamo considerare questi tre stati tutti elevati e sublimi, poiché sono tre rivestimenti in cui la coscienza dell'entità si riveste. Nel rivestimento dharmakāya l'iniziato è già sulla soglia del nirvāṇa (vedi), se non già veramente nello stato nirvāṇico. (Vedi anche Nirmāṇakāya, Sambhogakāya)

Dhyāna    (Sanscrito) Un termine che significa una profonda contemplazione spirituale-intellettuale con un totale distacco da tutti gli oggetti a carattere mentale sensuale ed inferiore. Nel Buddhismo è una delle sei pāramitā della perfezione. Uno che è adepto o esperto nella pratica di dhyāna, che tra l'altro è un meraviglioso esercizio spirituale se ne afferriamo l'idea appropriata, porta il pensiero completamente fuori da tutte le relazioni con le sfere materiali e semplicemente psicologiche dell'essere e della coscienza, e in piani elevatamente spirituali. Dhyāna, invece di essere una sottrazione degli elementi della coscienza, è piuttosto un rigettare o scartare le guaine invalidanti della materia eterea che circondano la coscienza, permettendo così al dhyānico, cioè il praticante di questa forma di vero yoga, di entrare nelle parti superiori della propria costituzione e diventare temporaneamente un tutt'uno con gli dèi, e quindi a comunicare con loro. È un temporaneo divenire un tutt'uno con la triade superiore dell'uomo considerato come un settenario; in altre parole, con la sua essenza monadica. La coscienza dell'uomo in questo stato o condizione diventa puramente buddhi, o meglio, buddhica, con le parti superiori del manas che agiscono come upādhi, cioè il veicolo per la memoria di quello che la coscienza vi esperimenta. Da questo termine deriva l'espressione dhyāni chohan (vedi) o dhyāni-buddha — parole così frequentemente usate nella letteratura teosofica e così frequentemente travisate riguardo al loro vero significato. (Vedi anche Samādhi)

Dhyān(i) Chohan, I    Un termine composito che significa "signori della meditazione" — spiriti cosmici o spiriti planetari. Vi sono tre classi di dhyān-chohan, e ciascuna è divisa in sette sottoclassi. Collettivamente, i dhyān-chohan sono una divisione di quel mirabile esercito di esseri spirituali che sono i fiori pienamente sbocciati dei precedenti periodi del mondo o manvantara. Questo meraviglioso esercito è composto dagli uomini diventati perfetti in quei precedenti periodi del mondo, ed essi guidano l'evoluzione di questo pianeta nel suo attuale manvantara. Sono i nostri signori spirituali, le guide e i salvatori. Vigilano su di noi nella nostra attuale evoluzione qui, e nel nostro presente pellegrinaggio seguiamo il sentiero dell'evoluzione generale da loro delineato.

L'uomo, nella sua natura superiore, è un dhyān-chohan in embrione, un signore della meditazione in embrione. Il suo destino, se egli attraversa con successo la razza, è di sbocciare alla fine della settima ronda come un signore della meditazione — uno spirito planetario — quando questo kalpa del manvantara planetario è finito, questo Giorno di Brahmā, fatto di sette ronde,    ciascuna ronda in sette stadi. In un senso più importante, i dhyān-chohan sono effettivamente i nostri . Noi siamo nati da loro. Noi siamo le monadi, noi siamo gli atomi, le anime, proiettati, emanati, dai dhyān-chohan.

Dio    Il nucleo del cuore di un essere umano o di qualsiasi altra entità organica è uno spirito cosmico, una scintilla, per così dire, della fiamma cosmica della vita. (Vedi anche Dio Interiore)

Dio Interiore    I mistici di tutti i tempi hanno sempre inserito nell'insegnamento questa realtà dell'esistenza e del potere sempre presente di un dio interiore individuale in ciascun essere umano, come il primo principio o energia primordiale che dirige il progresso dell'uomo dalla vita materiale a quella spirituale. In verità, la dottrina è così perfettamente universale, ed è così in armonia con tutto quello che l'uomo conosce quando riflette sulla questione della sua natura spirituale e intellettuale, che c'è poco da meravigliarsi che questa dottrina dovrebbe acquisire il primo posto nella coscienza umana, religiosa e filosofica. Può essere veramente chiamata la prima pietra su cui furono fondati i grandi sistemi del pensiero religioso e filosofico del passato, e giustamente, perché questa dottrina si basa sulla natura stessa.

Il dio interiore nell'uomo, la sua divinità essenziale, è la radice dell'uomo, dalla quale si riversano, in flussi stimolanti nell'apparato psicologico della sua costituzione, tutte le ispirazioni del genio, tutte le sollecitazioni volte al miglioramento Tutti i poteri, tutte le facoltà, tutte le caratteristiche dell'individualità, che attraverso l'evoluzione sbocciano in una manifestazione individuale, sono il frutto del lavoro nella costituzione umana di quei flussi datori di vita ed ispiratori dell'energia spirituale.

La luce radiosa che emana da quel centro immortale, il cuore del nostro essere più intimo, che è il nostro dio interiore, illumina il sentiero di ciascuno di noi; ed è da questa luce che otteniamo i concetti ideali. È da questa luce radiosa nei nostri cuori che possiamo guidare i nostri passi verso un'attuazione sempre più completa nella vita quotidiana dei mirabili concetti che noi, come semplici esseri umani, possiamo percepire debolmente o chiaramente, secondo i casi.

Il fuoco divino che si espande attraverso la Natura universale è la sorgente del fuoco divino individualizzato che proviene dal dio interiore.

Il dio interiore è chiamato dai cristiani moderni mentalmente propensi al misticismo come il Cristo Immanente, il Christos immanente; nel Buddhismo è chiamato il Buddha vivente interiore; nel Brahmanesimo è definito come il Brahmā nel suo Brahmapura, la città di Brahma, che è la costituzione interna.

Quindi, chiamiamolo pure come vogliamo, la mente riflessiva e mistica realizza intuitivamente che attraverso di lui agisce una fiamma divina, una vita divina, una luce divina, e che, qualsiasi nome gli possiamo dare, è egli stesso, il suo essenziale. (Vedi anche Dio)

Dottrina Esoterica    Il corpo dei sacri insegnamenti mistici riservati agli studenti di natura elevata e meritevole. Questo corpo di insegnamenti è stato conosciuto e studiato in tutte le epoche da individui altamente evoluti. La dottrina esoterica è proprietà comune dell'umanità, ed è sempre stato così. In tutte le varie grandi religioni e filosofie del mondo, lo studente troverà in ciascuna i principi fondamentali che, se confrontati reciprocamente e criticamente esaminati, si scoprirà facilmente che sono identici. Ciascuno di questi principi fondamentali si trova in ogni grande religione o filosofia mondiale; quindi, il complesso di queste grandi religioni o filosofie mondiali contiene la dottrina esoterica completa, ma di solito espressa in forma exoterica.

Comunque, nessuna di queste religioni o filosofie mondiali spiega in maniera formale, chiara ed esplicita, il complesso del corpo di insegnamenti nella loro essenza; alcune religioni mettono il rilievo uno o più di questi principi fondamentali; un'altra religione o filosofia mette in rilievo altri principi; in entrambi i casi, altri principi restano in sottofondo. Questo spiega facilmente il fatto che le diverse religioni e filosofie del mondo variano tra loro e spesso, per una mente irriflessiva, sembrano avere superficialmente poco in comune, e che forse sono anche in contraddizione. La causa di quest'atteggiamento sono i vari modi in cui ciascuna di queste religioni e filosofie è stata divulgata nel mondo, e la forma che ciascuna ha preso era la più adatta al periodo in cui veniva divulgata. Ognuna di tali religioni e filosofie, avendo la propria sfera razziale e il suo periodo di tempo, rappresenta le varie menti umane che l'hanno sviluppata o, per così dire, l'hanno interpretata per il mondo in questa o in quella particolare diffusione.

Se vogliamo, possiamo eliminare queste modalità o manierismi del pensiero exoterico; ma i principi fondamentali che sottostanno ad ogni grande religione o grande filosofia nel loro insieme sono la dottrina esoterica universale. In questa dottrina esoterica universale giace il sottofondo dei Misteri di ogni grande religione o filosofia — perché quest'insegnamento misterico è sempre stato riservato agli iniziati. La filosofia o dottrina esoterica è stata custodita da tempo immemorabile sotto la tutela di grandi uomini, eccelsi veggenti e saggi, che di epoca in epoca la diffondono, o meglio diffondono nel mondo alcune sue parti, quando sorge il bisogno spirituale ed intellettuale per agire così. Le origini della dottrina esoterica si trovano negli insegnamenti misterici di esseri appartenenti ad altre sfere spirituali, che s'incarnarono nella primitiva umanità della terza razza radice di questa quarta ronda del nostro globo, e insegnarono all'umanità che allora stava nascendo intellettualmente, alcuni principi fondamentali necessari o verità inerenti all'universo e alla natura del mondo che ci circonda.

Dvāpara Yuga    Vedi Yuga

— E —

Ego    (Latino) Una parola che significa "Io." Negli scritti teosofici l'ego è quello che dice "Io sono Io" — coscienza indiretta o riflessa, coscienza riflessa su stessa, per così dire, e distinguendo così la propria esistenza māyāvica come un'entità "separata." Su questo fatto si basa una vera e propria "eresia" che l'Occultismo riconosce come l'eresia della separatività.

La sede dell'ego umano è la diade intermedia — manas-kāma: la parte che aspira verso l'alto, che è l'ego reincarnante; e la parte attratta dal basso, che è il comune ego umano o astrale. La coscienza nell'ego reincarnante è immortale, e temporanea o mortale nell'ego umano inferiore astrale.

Consideriamo che la gerarchia della costituzione dell'essere umano si sviluppa dal Sé immanente, che è il seme dell'egoità sui sette (o forse meglio, sui sei) piani di materia manifestata. Su ciascuno di questi sette (o sei) piani, il Sé immanente o paramātman sviluppa o evolve una guaina o rivestimento, quelli superiori composti di spirito, e gli inferiori composti di "ombra" o materia. Ora, ciascuno di questi rivestimenti o guaine è un' "anima"; e tra il sé e una tale anima — qualsiasi anima — c'è l'ego.

Così, ātman è la monade divina, che genera l'ego divino, il quale evolve l'anima divina; jīvātman, la monade spirituale, ha la sua progenie, che è l'ego spirituale, che a sua volta evolve l'anima spirituale o individuale; e la combinazione di questi tre, considerata come un'unità, è buddhi; bhūtātman, l'ego umano — l'anima umana superiore, che include il buddhi inferiore e il manas superiore, l'ego personale — l'anima umana inferiore, cioè l'uomo. Essa include manas, kāma, e prāṇa; ed infine l'ego animale — l'anima vitale-astrale. Kāma e prāṇa (Vedi anche questi vari termini).

Ego Reincarnante    Nel metodo di dividere i principi umani nella tripartizione di una diade superiore,    una diade intermedia, e una triade inferiore — o, distributivamente, spirito, anima, e corpo — la seconda o diade intermedia, manas-kāma, o la natura intermedia, è la sede ordinaria della coscienza umana, ed è essa stessa composta di due parti qualitative: una parte superiore o aspirante, comunemente chiamata l'ego reincarnante o manas superiore, e una parte inferiore attratta dalle cose materiali, che è il centro focale di ciò che nell'uomo comune si esprime come ego umano, la sua quotidiana sede ordinaria della coscienza.

Quando sopraggiunge la morte, le porzioni mortali e materiali s'immergono nell'oblio; mentre l'ego reincarnante porta con sé nel devachan (vedi) le parti migliori e più nobili della memoria spirituale dell'uomo che fu, in quel mondo celeste del riposo e del recupero post-mortem, dove l'ego umano rimane nel seno della monade o dell'essenza monadica, in uno stato di massima beatitudine e pace assoluta, rivedendo continuamente, ed imprimendo sulla sua beata immaginazione tutte le aspirazioni e i desideri della vita appena conclusa, che le sue facoltà naturalmente creative suggeriscono automaticamente all'entità ora in devachan.

Ma la monade di cui abbiamo parlato prima, passa di sfera in sfera nelle sue peregrinazioni dalla terra, portando con sé nel suo seno l'ego reincarnante, o quello che possiamo, per comodità d'espressione, definire il figlio della terra, e nel suo seno l'ego reincarnante è in uno stato di beatitudine e pace perfetta, finché arriva il momento in cui, avendo attraversato tutti i regni invisibili collegati dalle catene di causalità al nostro pianeta, lentamente "discende" ancora una volta verso la terra attraverso queste sfere superiori intermedie. Contemporaneamente, l'ego reincarnante lentamente comincia a risvegliarsi all'attività autocosciente. Gradualmente, egli sente, dapprima inconsciamente, l'attrazione verso la terra, che nasce dai semi karmici dei pensieri, delle emozioni e degli impulsi seminati nella precedente vita terrena e che ora cominciano a risvegliarsi; e quando queste attrazioni diventano più forti, in altre parole, quando l'ego reincarnante si risveglia più pienamente, si sente sotto il dominio di una forte attrazione psico-magnetica che lo attira alla sfera della terra.

Arriva finalmente il momento in cui l'ego è fortemente attratto verso la famiglia terrena le cui attrazioni karmiche, lo stato o la condizione karmica, sono le più vicine alle proprie caratteristiche; e allora, a causa dell'attrazione psico-magnetica, entra e si attacca al seme umano che crescerà nel corpo del futuro essere umano. Così avviene la reincarnazione, e l'ego reincarnante si risveglia alla vita sulla terra nel corpo di un piccolo fanciullo.

Ego Umano    L'ego umano si trova in quella parte della costituzione umana che i teosofi chiamano la diade intermedia, manas-kāma. La parte mortale che è attratta verso il basso è l'ego umano inferiore. La parte che aspira in alto verso il buddhi e che infine si unisce a lui, è l'ego umano superiore o ego reincarnante. I sedimenti dell'ego umano dopo la morte dell'essere umano e dopo la seconda morte (vedi) nel kāma-loka, restano nelle sfere astrali come il kāma-rūpa o fantasma in via di disgregazione.

Eidolon    (Greco: plurale eidola) Un termine che significa "immagine" dell'uomo che fu. Dopo la morte, rimane nel mondo astrale — che è sull'altro lato della soglia della vita fisica, il mondo eterico — l' "ombra" dell'uomo che fu. Gli antichi le chiamavano ombre umane; i bambini e le nutrici di oggi le chiamano spettri e fantasmi; e ciascuna di queste ombre non è che un eidolon, un'immagine astrale o una pallida copia dell'uomo fisico che fu. Per un periodo, questo eidolon ha la sua coesione nei regni astrali o nell'etere superfisico, e le sue particelle sono più o meno magneticamente tenute insieme finché il cadavere fisico non si sia completamente dissolto nei suoi elementi compositi; ma questi eidola si dissolvono in un tempo comparativamente breve, perché si decompongono in una maniera che ricorda molto da vicino la disintegrazione del cadavere fisico.

Ekāgratā o Ekāgratva    (Sanscrito) Un termine che significa "concentrazione" o "grande attenzione" nella contemplazione mentale di un oggetto di meditazione. La concentrazione perfetta e senza distrazioni della mente percettiva su un singolo punto del pensiero.

Elementali    Spiriti o elfi della natura. L'uso teosofico, comunque, si riferisce ad esseri che stanno cominciando un percorso di crescita evolutiva, e che così sono negli stati elementali della loro crescita. È un termine generalizzante che ha lo scopo di indicare convenientemente tutti gli esseri al di sotto dei minerali. Tuttavia, i minerali stessi sono espressioni di una famiglia o esercito o gerarchia di esseri elementali di tipo più evoluto. Anche il regno vegetale manifesta semplicemente una famiglia o esercito di esseri elementali che si trovano in una fase vegetale della loro evoluzione su questa terra. Proprio così è anche per gli animali. Gli animali sono esseri elementali altamente evoluti, relativamente parlando. Anche gli uomini, in remoti eoni del passato kosmico, erano esseri elementali. Ci siamo evoluti da quella fase elementale fino a diventare uomini, manifestando più o meno con facilità, molto flebilmente in verità, le facoltà e i poteri divini innati racchiusi nel profondo del cuore di ognuno di noi.

Un elementale è un essere che è entrato nel nostro universo sul piano più basso o mondo più basso o sul gradino più basso sulla scala della vita ascendente; e questa scala della vita comincia, in qualsiasi universo, nel suo stadio più basso, e termina, per quell'universo, nella sua fase più alta — lo spirito kosmico universale. Così l'elementale passa dallo stadio elementale attraverso tutti i regni dell'essere quando risale lungo la scala della vita, attraversando lo stadio umano, diventando superumano, quasi divino — quasi un dio — e poi diventa un dio. Così noi umani siamo entrati per la prima volta in quest'universo attuale.

Ogni razza di uomini sulla terra ha creduto in questi eserciti di entità elementali — alcune visibili, come gli uomini, come gli animali, come le piante animate, ed altre invisibili. Le entità invisibili sono state chiamate con vari nomi: fate, elfi, folletti, folletti benigni, spiritelli, ondine, gnomi, troll, bricconi, spiriti maligni, fantasmi urlanti, cerbiatti, titani, jīn, satiri, e così via. I mistici medievali insegnavano che questi esseri elementali erano generalmente di quattro tipi: quelli che nascono nell'elemento fuoco, al quale sono associati — le salamandre; quelli che nascono nell'elemento aria, al quale sono associati — le silfidi; quelli che nascono nell'elemento acqua, al quale sono associati — le ondine; quelli che nascono nell'elemento terra, al quale sono associati — gli gnomi.

Elementari    "Precisamente, le anime disincarnate dei depravati; queste anime, essendosi separate qualche tempo prima della morte dal loro spirito divino, hanno perduta così la loro opportunità per l'immortalità" (Glossario Teosofico di H. P. Blavatsky, sotto la voce 'Elementari'). Strettamente parlando, il termine "elementari" dovrebbe essere usato come H. P. Blavatsky lo definisce in questa sua citazione. Ma nella moderna letteratura teosofica il termine è venuto a significare più particolarmente i fantasmi o eidola (vedi Eidolon) delle persone disincarnate, essendo questi fantasmi o eidola veramente le ombre kāma-rūpiche, con un particolare riferimento ai casi di ex umani grossolanamente materialisti, i cui impulsi e gli appetiti negativi ancora inerenti al fantasma kāma-rūpico attirano questi fantasmi verso le sfere fisiche a loro congeniali. Sono un vero pericolo per la salute e la stabilità psicologica, e letteralmente cercano gli esseri umani che possiedono queste tendenze affini alle loro. Sono gusci senz'anima, ma ancora pieni delle energie di tipo ignobile e depravato. Il loro destino, naturalmente, è come quello di tutti gli altri preta[4] o bhūta — è la disintegrazione finale, perché i loro grossolani atomi componenti astrali che li formano si dissolvono lentamente negli anni, nello stesso modo che si dissolve una colonna di fumo o un ciuffo di nubi oscure su una montagna.

Esseri senz'Anima    "Incontriamo uomini senz'anima nelle strade ad ogni momento," scrisse H. P. Blavatsky. Questa è una realtà. L'affermazione non significa che quelli che incontriamo non abbiano anima. Il significato è che la parte spirituale di questi esseri umani sta dormendo, non è sveglia. Sono umani animati da una mente-cervello animata che agisce, una mente animale, ma altrimenti "senz'anima" nel senso che l'anima è inattiva, dormente; e questo è proprio quello che Pitagora intendeva quando parlava dei "morti viventi." Queste persone sono dappertutto. Noi le incontriamo, proprio come dice H. P. Blavatsky, ad ogni angolo. Gli occhi possono essere fisicamente luminosi, pieni del fuoco vitale fisico, ma mancano di anima: mancano di tenerezza, il fervido e tuttavia gentile calore della fiamma vivente dell'ispirazione interiore. Qualche volta l'amore impersonale risveglierà l'anima in un uomo o una donna; qualche volta la ucciderà se l'amore diventa egoistico e grossolano. Le strade sono piene di queste persone "senz'anima"; ma la frase persone senz'anima non significa "anime perdute." Queste ultime sono qualcosa di diverso. Il termine persone senz'anima è dunque un termine tecnico. Si riferisce a uomini e donne che hanno ancora un legame, ma di solito del tutto inconsciamente, con la monade, l'essenza spirituale dentro di loro, ma non sono collegati ad essa autocoscientemente. Vivono in gran parte nella mente-cervello e nei campi della coscienza sensuale. Si rivolgono con piacere alle frivolezze della vita. Hanno il comune senso dell'onore, ecc., perché fa parte della buona educazione convenzionale averlo; ma non conoscono il fuoco interiore dell'aspirazione, il calore vivente che viene dall'essere che è, all’incirca, un tutt'uno con il dio interiore. Quindi, sono "senz'anima," perché l'anima non elabora la sua ardente energia dentro di loro.

Un'anima perduta, d'altro lato, significa un'entità che attraverso varie rinascite, potrebbero essere più o meno una dozzina, ha lentamente intrapreso la "facile discesa all'Averno," e in cui i fili di comunicazione con lo spirito interiore si sono spezzati uno dopo l'altro. È il vizio a provocare tutto questo, un vizio continuo. L'odio spezza questi fili spirituali rapidamente, forse più di qualsiasi altra cosa. L'egoismo, generatore dell'odio, è la radice di tutto il male umano; e quindi un'anima perduta è un individuo che non solo è senz'anima, secondo il significato teosofico del termine, ma è uno che ha perduto l'ultimo legame, il sottile filo della coscienza che lo vincola al suo dio interiore. Egli continuerà "la facile discesa," passando dalla nascita umana ad una nascita umana inferiore, e quindi ad una ancora più bassa, finché la degenerata monade astrale — tutto ciò che rimane dell'essere umano che una volta era — può addirittura entrare nel corpo di qualche animale verso cui si sente attratta (e questa è solo una parte dell'insegnamento della trasmigrazione, che è stato così travisato in Occidente); alcuni alla fine vanno forse nelle piante, e poi svaniscono definitivamente. Allora la monade astrale si sarà già dissolta. Per fortuna, queste anime perdute sono estremamente rare, ma non sono quelli che chiamiamo esseri senz'anima.

Se lo studente ricorderà il fatto che quando un essere umano è pieno delle ardenti energie spirituali ed intellettuali che scaturiscono dentro la sua mente-cervello dal suo dio interiore, egli è allora un essere animato, e capirà immediatamente che, quando queste ardenti energie non possono più raggiungere la mente-cervello e manifestarsi nella vita di un uomo, allora si crea quello che è chiamato un essere senz'anima. Un uomo buono, onorevole, leale, compassionevole, un uomo che aspira, gentile e veramente di cuore, e che è uno studente della saggezza, è un uomo "animato"; un buddha è uno che è pienamente e completamente animato; e nel mezzo vi sono tutti i livelli intermedi.

Etica    Gli insegnamenti teosofici sono essenzialmente e del tutto etici. È impossibile comprendere la sublime saggezza degli dèi, l'arcaica religione-saggezza degli antichi senza un'acuta realizzazione del fatto che l'etica si espande come fili d'oro attraverso l'intero sistema o fabbrica della dottrina e del pensiero della filosofia esoterica. L'Occultismo genuino, separato dall'etica, è semplicemente impensabile, perché impossibile. Non c'è Occultismo genuino che non includa l'etica più elevata che il senso morale dell'umanità possa comprendere, e dobbiamo altresì evidenziare con forza questo fatto.

Nella filosofia teosofica l'etica non è solo il prodotto del pensiero umano espresso come una formulazione di regole convenzionali idonee al comportamento umano. L'etica si fonda proprio sulla struttura e sul carattere dell'universo stesso. Il cuore dell'universo è amore-saggezza, che è intrinsecamente etico, perché non può esserci saggezza senza l'etica, né amore senza etica, e nemmeno può esserci l'etica priva dell'amore e della saggezza.

La ragione filosofica per cui gli antichi trassero tanto profitto da quella che tra i latini era comunemente conosciuta come virtus, da cui deriva la nostra parola moderna "virtù," è perché, tramite l'insegnamento che veniva dalle grandi scuole misteriche, essi sapevano che la virtù e l'etica nascevano dall'istinto morale negli esseri umani, che a loro volta le assumevano dal cuore dell'universo — dall'armonia cosmica. È giunto il momento che il mondo occidentale dovrebbe gettare per sempre nel limbo delle superstizioni screditate l'idea che l'etica sia semplicemente una moralità convenzionale, una convenienza inventata dall'uomo per appianare le asperità e i pericoli del percorso umano.

Naturalmente, ogni studente sa che i termini morale ed etica vengono rispettivamente dal Latino e dal Greco, per significare i costumi o le abitudini da seguire appropriatamente nelle comunità civili. Ma questo fatto stesso, che è indiscutibile, in un certo senso è deprecabile, perché sembrerebbe perlomeno che non abbiamo ancora coniato una parola che descriva adeguatamente l'istinto per il giusto e il vero, per la fedeltà, la giustizia, l'onore, la saggezza e l'amore, che oggi sono così flebilmente espressi dai termini etica o morale. "È Teosofo chi mette in pratica la Teosofia," scrisse H. P. Blavatsky, e non scrisse mai parole più sagge e nobili. Nessuno può essere un teosofo se non sente eticamente e pensi eticamente e viva eticamente nel vero senso che è stato descritto qui. (Vedi anche Morale)

Evoluzione    Come è usato in teosofia, questo termine significa "dischiudere," "espandere," "dispiegare," i poteri e le facoltà latenti, naturali ed innate, nell'entità stessa, le sue caratteristiche essenziali, o parlando più in generale, i poteri e le facoltà del proprio carattere: il termine Sanscrito per quest'ultimo concetto è svabhāva (vedi). L'evoluzione, quindi, non significa semplicemente aggiungere un mattone dopo l'altro, o un'esperienza semplicemente superata da un'altra esperienza, o quella variazione che è aggiunta ad altre variazioni — non del tutto, perché questo farebbe di un uomo e di altre entità semplici aggregati di parti sconnesse e non coesive, senza un'essenziale unità o, in verità, senza un principio unificante.

In teosofia evoluzione significa che l'uomo ha in sé (come ce l'hanno anche tutte le entità evolventi) tutte le cose che ha il cosmo, perché egli è una sua parte inseparabile. Egli è suo figlio; non si può separare l'uomo dall'universo. Ogni cosa che esiste nell'universo esiste in lui, latente o attiva, e l'evoluzione è esternare ciò che è dentro; inoltre, quello che chiamiamo l'ambiente che ci circonda, le circostanze — la natura, per usare un termine popolare — è semplicemente il campo d'azione in cui queste qualità inerenti funzionano, su cui esse agiscono e da cui ricevono la corrispondente reazione, azione e reazione che diventano invariabilmente uno stimolo o una spinta per ulteriori manifestazioni di energia nell'ambito dell'entità evolvente.

Non ci sono limiti, in qualsiasi direzione, in cui si possa dire che l'evoluzione cominci né dove possiamo concepire che finisca: nel pensiero teosofico, non è che il processo seguito dai centri della coscienza o monadi quando passano di eternità in eternità, per così dire, in un corso di crescita incessante senza principio né fine.

Crescita è la chiave del reale significato dell'insegnamento teosofico, perché la crescita non è altro che l'espressione dettagliata del processo generale dell'espansione delle facoltà e degli organi, che il termine usuale evoluzione include. La sola differenza tra evoluzione e crescita è che la prima è un termine generale, mentre la seconda è una fase specifica e particolare di questo processo della natura.

L'evoluzione è uno dei concetti e insegnamenti più antichi della saggezza arcaica, sebbene nell'antichità il concetto fosse solitamente espresso dal termine emanazione. In verità, c'è una distinzione importante da sottolineare tra questi due termini, ma è una distinzione che nasce da un punto di vista piuttosto che da qualche effettiva differenza fondamentale. Emanazione, nell'uso dei teosofi, è un termine decisamente più preciso e descrittivo che evoluzione, ma sfortunatamente l'emanazione è così male interpretata in Occidente, che il termine accettato è usato necessariamente per descrivere il processo della crescita interiore che si espande e si manifesta nelle varie fasi dell'entità in via di sviluppo. Quindi, i teosofi, strettamente parlando, sono più emanazionisti che evoluzionisti; e da questa osservazione diventa subito ovvio che i teosofi non sono Darwinisti, pur ammettendo che sotto alcuni punti di vista e dettagli secondari o terziari vi è un briciolo di verità nella teoria di Charles Darwin adottata e rielaborata dal francese Lamarck. La chiave del significato dell'evoluzione, quindi, in teosofia è questa: il nucleo di ogni entità organica è una monade divina o spirito, che manifesta le sue facoltà e poteri attraverso le ere in vari veicoli che, nel corso delle ere che passano, cambiano in meglio. Questi veicoli non sono soltanto corpi fisici, ma sono anche le guaine interiori della coscienza che contemporaneamente formano l'intera costituzione dell'uomo, estendendosi dalla monade divina attraverso le gamme intermedie della coscienza fino al corpo fisico. L'entità evolvente può diventare o manifestare ciò che essenzialmente è già in se stessa — quindi, l'evoluzione significa esternare, dispiegare, ciò che già esiste precedentemente, attivo o latente, nell'intimo. (Vedi anche Involuzione)

Exoterico    Questo termine, se applicato particolarmente al grande sistema religioso e filosofico della fede, non significa che è falso. Il termine indica semplicemente gli insegnamenti le cui chiavi non sono state apertamente dischiuse. Sembra che il termine abbia origine dalla Scuola Peripatetica della Grecia, e che sia nato nella mente di Aristotele. Il suo contrario è "esoterico."

L'exoterismo — vale a dire la formulazione esteriore e popolare delle dottrine religiose e filosofiche — rivela la verità; la propria presunzione ignorante, ahimè, rivela sempre la verità, mentre l'esoterismo rivela davvero la verità.

— F —    

Filosofia    Un'operazione dello spirito-mente umano nel suo tentativo di capire non solo il come delle cose — perché e come le cose sono quelle che sono. La filosofia è una fase di un metodo triforme di comprendere il carattere della natura, della natura universale, e delle sue opere molteplici e multiformi, e la filosofia non può essere separata dalle altre due fasi (scienza e religione), se vogliamo ottenere un quadro completo delle cose come esse sono in se stesse. È un errore capitale del pensiero occidentale supporre che scienza, religione, e filosofia, siano tre operazioni del pensiero separate e non interconnesse. L'idea, se esaminata, appare subito ridicolamente falsa, perché tutte queste tre non sono che fasi delle operazioni della coscienza umana. Nessuna di queste tre — filosofia, religione o scienza — può essere separata dalle altre due, e se cerchiamo di separarle, il risultato non è soddisfacente spiritualmente ed intellettualmente, e la mente percepisce una mancanza di completezza. Di conseguenza, qualsiasi filosofia che sia antiscientifica e antireligiosa, o qualsiasi religione che sia antiscientifica e antifilosofica, e qualsiasi scienza che sia antifilosofica e antireligiose, de facto è sbagliato, perché incompleto. Queste tre sono semplicemente tre aspetti o fasi di una realtà fondamentale che è la coscienza.

La filosofia è quell'aspetto della coscienza umana che è correlativo, e che cerca i legami di unione tra le cose e, una volta trovati, li rivela, poiché esistono nelle molteplici e diverse forme dei processi naturali e delle cosiddette leggi che dimostrano la loro esistenza. (Vedi anche Religione, Scienza)

Fohat    Un termine estremamente mistico usato nell'Occultismo del Tibet per quella che in Sanscrito è chiamata daivīprakṛiti (vedi), che significa "natura divina" o "natura primordiale," e che può essere chiamata anche "luce primordiale." In un senso della parola, fohat può essere considerato quasi identico all'antico e mistico eros greco, ma fohat, come termine tecnico, contiene in sé una gamma di gran lunga più estesa di idee rispetto al termine greco.

Fohat può considerarsi come l'essenza dell'elettricità kosmica, a condizione che in questa definizione dotiamo il termine elettricità dell'attributo di coscienza; o, per dirlo con più precisione, a condizione che comprendiamo che l'essenza dell'elettricità è veramente coscienza. È sempre presente e attivo, dagli inizi primordiali di un manvantara fino alla sua conclusione, e nemmeno allora scompare effettivamente dall'esistenza, ma diventa inattivo, tranquillo, per così dire, dormendo come in letargo, durante il pralaya kosmico. In un senso del termine, può essere definito volontà kosmica, perché, per analogia è oltremodo vicino alla volontà cosciente negli esseri umani. È incessantemente attivo, sempre in movimento, una forza impellente o impulsiva della natura, dall'inizio dell'evoluzione di un universo, o di un sistema solare, fino al suo termine.

H. P. Blavatsky, citando una delle antiche opere misticamente occulta, sostanzialmente dice: "Fohat è il destriero e il pensiero è il cavaliere." Se comunque paragoniamo fohat a quella che è la coscienza nell'essere umano, allora dobbiamo pensare solo alle parti inferiori o sostanziali — le attività prāṇiche — della volontà umana, perché dietro alle parti sostanziali c'è sempre la coscienza che dirige e governa. Essendo fohat incessantemente attivo, è quindi sia formativo che distruttivo, perché è attraverso l'azione incessante di fohat che continua il cambiamento senza fine — il passaggio di una fase dell'esistenza manifestata ad un'altra fase, che questa esistenza manifestata sia un sistema solare oppure una catena planetaria o un globo o un essere umano, oppure effettivamente qualsiasi entità.

Fohat è attivo tra gli elettroni di un atomo e tra gli atomi stessi, come lo è tra i soli. In un senso, può essere chiamato la forza vitale dell'universo, che da questo punto di vista corrisponde all'attività prāṇica su tutti i sette piani della costituzione umana.

Fratellanza    Vedi Fratellanza Universale

Fratellanza Universale    La fratellanza universale, com'è intesa nella filosofia esoterica, e che è una sublime realtà inerente alla natura universale, non significa semplicemente un'unità sentimentale, o una semplice cooperazione politica o sociale. Il suo significato è incomparabilmente più ampio e profondo di questo. Il senso inerente nelle parole, nel loro intento o significato più vasto, è la fratellanza spirituale di tutti gli esseri; in particolare, la dottrina implica che tutti gli esseri umani sono inseparabilmente collegati, non solo per i vincoli del pensiero emotivo o sentimento, ma proprio per la struttura dell'universo stesso, poiché tutti gli uomini — come pure tutti gli esseri, sia elevati, inferiori, e intermedi — derivano dal sole interiore ed universale dell'universo come suoi eserciti di raggi spirituali. Tutti noi veniamo da quest'unica sorgente, quel sole spirituale, e siamo tutti costruiti dagli stessi atomi di vita su tutti i vari piani.

È quest'unità interiore dell'essere e della coscienza, come pure l'unione esteriore di tutti noi, a renderci capaci di afferrare intellettualmente e spiritualmente i misteri dell'universo, perché non solo noi stessi e gli esseri umani nostri simili, ma anche tutti gli altri esseri e le cose che sono, siamo figli dello stesso genitore kosmico, la grande Madre Natura, in tutti i suoi sette (e dieci) piani o mondi dell'essere. Siamo tutti radicati nella stessa essenza kosmica, da cui tutti noi siamo scaturiti all'inizio del periodo primordiale dell'evoluzione del mondo, e verso cui stiamo ritornando. Questa interconnessione e mescolanza delle numerose gerarchie degli esseri che formano lo stesso universo si estende dappertutto, nei mondi invisibili come pure nei mondi che sono visibili.

Infine, è su questa realtà dell'unità spirituale di tutti gli esseri e di tutte le cose, che giace la base e il fondamento dell'etica umana quando quest'ultima viene appropriatamente capita. Nella filosofia esoterica, l'etica non è una mera convenzione umana o regole d'azione convenienti e idonee al miglioramento delle asperità del percorso umano, ma è fondamentale proprio nella struttura e nelle operazioni inestricabilmente coordinate dell'universo stesso.

Fratelli dell'Ombra, I    Un termine che in Occultismo e soprattutto nell'esoterismo moderno indica quegli individui, sia uomini che donne, che seguono il sentiero delle ombre, il sentiero della mano sinistra. Il termine "ombra" è un'espressione tecnica e significa più di quanto possa sembrare superficialmente: l'espressione non deve essere riferita a individui che vivono in una reale oscurità o che siano effettivamente delle ombre fisiche, cosa che presa alla lettera sarebbe semplicemente assurda; ma è un termine che si applica a quelli che seguono il sentiero della materia, che da tempo immemorabile nelle scuole esoteriche sia orientali che occidentali è sempre stato chiamato ombra o ombre. Il termine originale nacque, senza dubbio, nel concetto filosofico della parola māyā (vedi), perché, in realtà, nel primo esoterismo orientale māyā, e soprattutto mahā-māyā, era un termine che in uno dei suoi molti significati filosofici era applicato a ciò che era l'opposto e, in un senso il riflesso, della luce. Proprio come lo spirito può essere definito energia pura, e la materia, anche se essenzialmente spirito cristallizzato, può essere vista come il mondo dell'ombra o il mondo veicolare in cui l'energia o spirito o luce agisce, così è māyā, il rivestimento, l'espressione o śakti, dell'energia divina, il veicolo o l'ombra del lato divino della natura, in altre parole, il suo polo negativo inferiore, così come la luce è il polo positivo superiore.

I Fratelli dell'Ombra sono quindi coloro che, essendo essenzialmente della stessa natura della materia, scelgono istintivamente e seguono il sentiero dal quale sono fortemente attratti, cioè il sentiero della materia o delle ombre. Se ricordiamo che la materia non è altro che un termine generalizzante e ciò che questo termine comprende effettivamente include un numero quasi infinito di gradi di crescente eterealità, dalla sostanza fisica più grossolana, la materia assoluta, fino alla sostanza più eterea o spiritualizzata, immediatamente vediamo la logica sottile di questo termine tecnico — ombre, o più esattamente, il Sentiero delle Ombre, e da qui i Fratelli dell'Ombra.

Essi sono i cosiddetti maghi neri dell'Occidente, in netto e rilevante contrasto con i maghi bianchi o i Figli della Luce che seguono il sentiero dell'auto-rinuncia, dell'auto-sacrificio, dell'auto-conquista, del perfetto controllo, es un'espansione del cuore, della mente e della coscienza, nell'amore e al servizio per tutto ciò che vive. (Vedi anche il Sentiero della Mano Destra)

L'esistenza e gli scopi dei Fratelli dell'Ombra sono essenzialmente egoistici. Si suppone comunemente, ma in maniera errata, che i Fratelli dell'Ombra siano uomini e donne che hanno sempre un aspetto personale sgradito e poco piacevole, e non si potrebbe fare un errore più grande di questo. Le moltitudini di esseri umani percorrono inconsciamente il sentiero delle ombre e, in confronto con queste moltitudini, sono relativamente solo pochi quelli che dirigono e guidano autocoscientemente, con un'intelligenza sottile e nefasta, questo esercito di insospettabili vittime di māyā. Spesso i Fratelli dell'Ombra sono uomini e donne di grande levatura intellettuale, di frequente sono individui che hanno apparentemente un grande fascino, e all'osservatore comune, giudicando dai loro discorsi e dalle loro opere quotidiane, sono in grado di "citare" completamente e bene "le sacre scritture," come lo sono gli Angeli della Luce!

— G —   

Galassia    Vedi Via Lattea

Gāyātri    o Sāvitrī    (Sanscrito) Un verso del Ṛig-Veda (iii. 62. 10) che da tempo immemorabile in India è stato circondato dagli attributi quasi divini. I termini sanscriti di questo verso sono: Tat savitur vareṇyam bhargo devasya dhīmadi, dhiyo yo nah prachodayāt. Si suppone che ogni Brāhmaṇa ortodosso ripeta quest'inno arcaico, almeno mentalmente, negli esercizi o devozioni sia mattutini che serali. Un traduzione in una parafrasi esplicativa, che rende l'essenziale significato esoterico del Gāyātri o Sāvitrī, è la seguente: "O tu sole d'oro dall'eccellente splendore, illumina i nostri cuori e riempi le nostre menti, affinché noi, riconoscendo la nostra unità con la Divinità che è il cuore dell'universo, possiamo vedere il sentiero davanti ai nostri piedi, e percorrerlo fino a quelle mete distanti della perfezione, stimolati dalla tua luce radiosa."

Gerarchia    La parola gerarchia significa semplicemente che uno schema, un sistema, o uno stato di autorità o potere direttivo delegato, esiste in un corpo autonomo, diretto, guidato, ed istruito da uno che ha un'autorità suprema chiamata la gerarchia. Il nome è usato dai teosofi, che estendono il significato agli innumerevoli livelli, gradi e fasi, di entità evolventi nel kosmo, e applicandolo a tutte le parti dell'universo; ed è giusto così, perché ogni parte diversa dell'universo — e il loro numero è semplicemente infinito — è sotto il governo vitale di un essere divino, di un dio, di un'essenza spirituale; e tutte le manifestazioni materiali sono soltanto un'apparenza sul nostro piano delle opere e delle azioni di questi esseri spirituali sottostanti.

La serie delle gerarchie si estende all'infinito in entrambe le direzioni. Se l'uomo che sceglie così ai fini del pensiero, può considerarsi al punto mediano, dal quale si estende su di lui una serie infinita di vari livelli di esseri superiori di tutti i gradi — che si sviluppano costantemente meno materiali e più spirituali, e più grandi in tutti i sensi — verso un punto ineffabile. E qui l'immaginazione si ferma, non perché la serie stessa si fermi ma perché il nostro pensiero non può andare oltre. E, simile a questa serie, una serie infinitamente grande di esseri e stati di esseri discende verso il basso (per usare termini umani) — sempre più in basso, finché l'immaginazione si ferma ancora, semplicemente perché il nostro pensiero non può andare oltre.

Il vertice, l'acme, il fiore, il punto più elevato (o hyparxsis[5]) di qualsiasi serie di esseri animati e "inanimati," sia che enumeriamo le fasi o i livelli della serie come sette o dieci o dodici (secondo il sistema che seguiamo), è l'unità divina per quella serie gerarchica, e quest'hyparxis o essere superiore è, a sua volta, ancora l'essere più basso della gerarchia al di sopra di lui, e così via per sempre — perché ogni gerarchia manifesta un lato della vita kosmica divina, ogni gerarchia esprime un pensiero, per così dire, dei pensatori divini.

A queste gerarchie considerate come una serie di esseri furono dati vari nomi. La gerarchia greca in generale, com'è dimostrato dagli scrittori del periodo precedente alla nascita del Cristianesimo, può essere raccolta ed enumerata come segue: (1) la gerarchia divina; (2) gli dèi, o la gerarchia divino-spirituale; (3) i semidèi, a volte chiamati eroi divini, che implicano una dottrina molto mistica; (4) i veri eroi; (5) gli uomini; (6) le bestie o animali; (7) il mondo vegetale; (8) il mondo minerale; (9) il mondo elementale, quello che era chiamato il regno di Ade. La divinità (o le vite divine aggregate) stessa è l'hyparxis di questa serie di gerarchie, perché ciascuno di questi nove stadi è di per sé una gerarchia subordinata. Questa (o qualsiasi altra) gerarchia di nove, pende come un ciondolo dalla gerarchia superiore che è la decima contando verso l'alto, e che possiamo chiamare la superdivina, la superceleste, essendo questa decima la fase più bassa (o nona, contando verso il basso) di una gerarchia ancora più estesa che si estende verso l'alto; e così via, all'infinito.

Uno degli insegnamenti teosofici più nobili, e a più vasta portata, è quello della costituzione gerarchica della natura universale. Questa struttura universale della natura è così fondamentale, così basilare, che può veramente essere chiamata il contesto strutturale dell'essere. (Vedi anche Piani)

Globo    Ciascuno dei globi fisici che vediamo disseminati sui campi dello spazio è accompagnato da sei — in realtà undici — globi superiori invisibili, che formano quella che in teosofia è chiamata una catena. Questo è proprio il caso di ogni sole o stella, di ogni pianeta, e di ogni luna di ciascun pianeta. È anche il caso delle nebulose e delle comete: sono tutte entità settenarie in manifestazione; hanno tutte una costituzione settenaria — in realtà, duodecuplice, come ce l'ha anche l'uomo, che è una copia in piccolo di quello che l'universo è in grande. I sette globi manifestati sono enumerati, per convenienza, come A, B, C, D, E, F, G; ma qualche volta si fa un riferimento più mistico ai globi da "A alla Z," accennando a tutti i dodici globi della catena, senza specificarli.

Le onde di vita circolano intorno a questi globi in sette grandi cicli che sono chiamati ronde. Ogni onda di vita entra nel globo A, percorre il suo ciclo di vita, e poi passa sul globo B. Terminando il suo ciclo sul globo B, passa sul globo C, e poi sul globo D, il più basso dei sette manifestati. Nella nostra catena planetaria, il globo D è la nostra terra. Tre globi lo precedono sull'arco discendente, e tre globi lo seguono sull'arco ascendente dell'evoluzione — riferendosi qui ai sette manifestati.

Il passaggio dell'onda di vita attraverso ciascuno di questi sette globi è una ronda del globo: e durante ciascuna ronda su di un globo, nascono sette razze radice, raggiungono la loro fioritura, e poi decadono. (Vedi anche Ronde)

Guardiano Silenzioso, Il    Un termine usato nella teosofia moderna per indicare un'entità spirituale altamente avanzata che è, per così dire, il vertice o il capo supremo di una gerarchia spirituale-psicologica composta di esseri sotto di lui e che agiscono sotto l'ispirazione diretta e la guida del Guardiano Silenzioso. I Guardiani Silenziosi, quindi, sono relativamente numerosi, perché ogni gerarchia, estesa o piccola, alta o bassa, ha come proprio superiore o guida suprema un Guardiano Silenzioso. Vi sono Guardiani Silenziosi umani, e c'è un Guardiano Silenzioso per ogni globo della nostra catena planetaria. C'è anche un Guardiano Silenzioso del sistema solare, di una condizione o stato enormemente più elevato, ecc.

Il "Guardiano Silenzioso" è un'espressione grafica che raffigura e descrive con giusta precisione il tratto o le caratteristiche predominanti di un tale essere spirituale — uno che attraverso l'evoluzione, avendo ottenuto praticamente l'onniscienza, cioè la conoscenza perfetta, di tutto quello che può imparare in qualsiasi sfera del kosmo, invece di proseguire il suo sentiero evolutivo verso regni ancora più elevati, rimane per aiutare le moltitudini e gli eserciti di entità meno progredite che lo seguono a ruota. Egli rimane fedele al compito che si è imposto personalmente, aspettando, sorvegliando, aiutando e ispirando, per quel che riguarda noi esseri umani, nel silenzio assoluto della compassione spirituale. Da qui deriva il termine Guardiano Silenzioso. Egli non ha più nulla da imparare da quella particolare sfera di vita attraverso la quale è ora passato, e i cui segreti conosce a memoria. Finora, e per ere, egli ha rinunciato a tutta la sua stessa evoluzione individuale per pura misericordia e alta compassione per coloro che sono al di sotto di lui.

Guṇa o Triguṇa    (Sanscrito) Si ritiene, nella filosofia occulta, che la materia differenziata possieda o abbia tre qualità essenziali inerenti, e i loro nomi in Sanscrito sono: sattva, rajas, e tamas (Vedi anche ciascuna di queste tre). Queste tre sono le guṇa o triguṇa.

Guru    (Sanscrito) A volte, gurudeva, il "maestro divino." Un termine usato nelle antiche scritture sanscrite per insegnante, precettore. Secondo gli amabili insegnamenti dell'antica saggezza, il guru agisce come la levatrice che aiuta a nascere, che aiuta a portare nella vita attiva del chela le parti spirituali ed intellettuali del discepolo — l'anima dell'uomo. Così il rapporto tra insegnante e discepolo è veramente sacro, perché è un legame che vincola strettamente cuore e cuore, mente e mente. L'idea è ancora che le potenze spirituali latenti nella mente e nel cuore dell'allievo riceveranno una tale assistenza nel loro sviluppo, nei limiti karmici che può l'insegnante; ma questo non significa che l'insegnante farà il lavoro che il discepolo stesso, uomo o donna, deve fare. L'allievo o discepolo deve percorrere il suo sentiero, e l'insegnante non può percorrerlo al posto suo. L'insegnante indica la via, guida e aiuta, e il discepolo segue il sentiero.

Guru-paramparā    (Sanscrito) Questo è un composto formato da guru, che significa "insegnante," e un composto subordinato, param-parā, che significa "una fila, una serie, una successione ininterrotta di insegnanti. Quindi, guru-paramparā significa una serie o successione ininterrotta di insegnanti. Ogni scuola misterica o collegio esoterico dei tempi antichi aveva la sua regolare serie ininterrotta di insegnanti che si succedevano l'uno dopo l'altro, e ciascuno passava al proprio successore la mistica autorità e il comando che egli stesso aveva ricevuto dal suo predecessore.

Come ogni cosa a carattere anche esoterico nel mondo antico, il guru-paramparā, o la successione di insegnanti copiava fedelmente ciò che realmente esiste o ha luogo nella natura stessa, dove una gerarchia con il suo vertice o capo è immediatamente legata alla gerarchia superiore, come pure a quella inferiore; e in questo modo sono assicurate le mistiche circolazioni del kosmo (vedi) e la trasmissione della vita o correnti vitali attraverso l'intera fabbrica o rete dell'essere.

Da questo antico fatto ed insegnamento delle scuole misteriche derivò, grandemente distorta, la Successione Apostolica della Chiesa Cristiana, un pallido e flebile riflesso, nel governo meramente ecclesiastico, di una realtà fondamentalmente spirituale e mistica. La grande Fratellanza dei saggi e veggenti del mondo, che è realmente l'associazione dei Maestri di Saggezza e Compassione, diretta dal Mahā-chohan, è la forma più pura in assoluto, l'esempio, del guru-paramparā esistente oggi sulla nostra terra. (Vedi anche Catena Ermetica)

— H —

Haṭha Yoga    Vedi Yoga

Hpho-Wa    Vedi Māyāvi-Rūpa

— I —

Idam    Vedi Tat

Illusione    Vedi Māyā

Immortalità    Un termine che significa essere o esistenza continua; ma questa comprensione del termine è profondamente illogica e contraria alla natura perché non c'è niente, in tutti i molteplici ed infiniti regni della natura e dell'essere, che rimanga per due istanti consecutivi di tempo esattamente uguale. Di conseguenza, l'immortalità è una semplice invenzione dell'immaginazione, un fantasma illusorio della realtà. Una volta che lo studente della saggezza esoterica ha realizzato che il processo continuo, cioè il cambiamento incessante del progresso, è un procedimento fondamentale in natura, riconosce subito che il costante rimanere invariato ed immutabile in uno stato della coscienza non solo è impossibile, ma in ultima analisi è l'ultima cosa desiderabile o confortante. Immaginare un mortale che permane in uno stato d'imperfezione, e noi esseri umani ne siamo un esempio — è sicuramente quello che il termine immortalità significa nella sua accettazione usuale. Il dio superiore nel più alto dei cieli, sebbene appaia immortale a noi esseri umani imperfetti, nondimeno è un'entità che progredisce nei suoi regni o sfere più sublimi, e quindi, nel passare delle ere, lascia una condizione o stato per assumere una condizione o stato successivo di tipo superiore e più nobile; esattamente come la precedente condizione o situazione è susseguita ad un altro stato precedente.

L'immutabilità continua o senza fine di qualsiasi condizione o stato di un'entità evolvente è ovviamente un'impossibilità nella natura; e una volta che ci abbiamo riflettuto, diventa chiaro che la comune accettazione dell'immortalità implica un'impossibilità. Tutta la natura è una serie infinita di cambiamenti, cioè che tutti gli eserciti o le moltitudini di esseri che compongono la natura, poiché ogni unità individuale di questi eserciti cresce ed evolve, cioè cambia incessantemente, non sono mai immortali. L'immortalità e l'evoluzione sono contraddizioni di termini. Un'entità evolvente significa un'entità che cambia, significa un progresso continuo verso cose migliori; e l'evoluzione è dunque una successione di stati della coscienza, e così attraverso tutta la durata. L'idea occidentale di un'immortalità statica o di un'immortalità che non muta mai, è considerabile repellente ed impossibile.

Questa dottrina è così difficile da comprendere facilmente per l'occidentale comune, che può essere consigliabile, una volta per tutte, sottolineare senza troppi giri di parole che, proprio come una morte completa, per così dire, un annientamento totale della coscienza, in natura è un'impossibilità, così è ugualmente un'impossibilità la coscienza immutabile e costante in qualsiasi fase o stadio dell'evoluzione, perché il progresso o movimento o crescita è incessante attraverso tutta l'eternità. Vi sono, comunque, periodi più o meno lunghi di durata in qualsiasi fase o stadio della coscienza che un'entità evolvente può raggiungere; e più elevato è l'essere in evoluzione, più le sue facoltà spirituali ed intellettuali si sono evolute o risvegliate, allora più a lungo durano questi periodi di una quasi immortalità individuale o forse personale. Vi è quindi quella che potremmo chiamare un'immortalità relativa, sebbene questa frase sia dichiaratamente impropria.

Il Maestro KH, nelle Lettere dei Mahatma (Lettera 20C) usa la frase "immortalità paneonica" per intendere la stessa cosa che io ho giustamente chiamata immortalità relativa, un'immortalità — falsamente chiamata così, comunque — che dura, nel caso di certi ego monadici altamente evoluti, per l'intero periodo di un manvantara, ma che necessariamente termina con il susseguente pralaya del sistema solare. Un tale periodo di tempo di autocoscienza costante di un'entità monadica così altamente evoluta è, per noi umani, effettivamente un'immortalità relativa; ma, strettamente e logicamente parlando, non è immortalità più di quanto lo sia l'esistenza effimera di una farfalla. Quando il manvantara solare arriva alla sua conclusione e inizia il pralaya solare, anche queste entità altamente evolute, dèi pienamente sbocciati, sono rigettate dall'esistenza autocosciente manifestata, come foglie appassite e secche alla fine dell'autunno; e queste entità divine passano oltre ed entrano in regni ancora più alti di attività divina, per riapparire alla fine del pralaya e all'alba del successivo manvantara solare.

L'intera questione è quindi molto relativa. Ciò che sembra immortale a noi umani sembrerebbe soltanto un battito di ciglia agli occhi di entità super-kosmiche; mentre, d'altra parte, la durata della comune vita umana sembrerebbe immortale ad un'entità autocosciente che dimora in uno degli elettroni di un atomo del corpo fisico umano.

La cosa da ricordare in questa serie di osservazioni è il fatto meraviglioso che la coscienza, di eternità in eternità, è ininterrotta, anche se la natura delle cose è sottoposta a un cambiamento continuo ed incessante di fasi che si susseguono attraverso tutta la durata senza fine. Quella che gli uomini chiamano coscienza è una semplice forma della coscienza, che è troppo sottile, per la nostra grossolana mente-cervello, da percepire, intuire o afferrare; e, secondariamente, strettamente parlando, quella che gli uomini chiamano morte, sia di un universo che dei propri corpi fisici, è soltanto il disgregarsi dei veicoli logorati e il trasferimento della coscienza su un piano più alto. È importante comprendere appieno lo spirito di questo meraviglioso insegnamento, e non permettere alla mente-cervello, che è imperfetta, di cavillare sulle parole, o di fermarsi, di esitare di fronte ai termini difficili.

Individualità    I teosofi fanno una distinzione netta e globale tra individualità e personalità. L'individualità è la nostra parte spirituale-intellettuale e immortale; senza morte almeno per la durata del manvantara kosmico — la radice, la vera essenza di noi, il sole spirituale interno, il nostro dio interiore. La personalità è il velo, la maschera, composta da varie guaine della coscienza attraverso le quali agisce l'individualità.

Il termine individualità significa ciò che non può essere diviso, ciò che è semplice e puro in senso filosofico, invisibile, non composito, originale; non è composito, non è costituito da altri elementi, è la cosa in sé. Mentre, all'incontrario, la natura intermedia e la natura inferiore sono composite, e quindi mortali, essendo costruite da elementi diversi da sé. Strettamente parlando, l'individualità e la monade sono identiche ma le due parole sono convenienti a causa delle distinzioni di linguaggio contenute in loro; proprio come la coscienza e l'autocoscienza sono fondamentalmente identiche, ma convenienti come parole, tenendo conto delle distinzioni che vi sono contenute. (Vedi anche Monade)

Infinito    Un termine che significa ciò che non è finito. L'espressione a volte è usata con una negligenza quasi assurda, e rappresenta con tutta probabilità, come fa, un significato imperfetto che non si non potrebbe mai trovare nei grandi sistemi religiosi o filosofici degli antichi. Gli scrittori occidentali del passato e del presente spesso usano il termine infinito applicandolo ad esseri o a entità, proprio come nella locuzione "una divinità personale infinita" — un accoppiamento ridicolo di parole contraddittorie e disparate. Gli antichi respingevano l'idea fantasma che questo termine involve, e usavano invece espressioni come l'Illimitato, o lo Sconfinato, o L'Eterno, ecc, sia parlando dello spazio astratto che del tempo astratto — quest'ultimo più appropriatamente chiamato la durata senza fine. (Vedi anche Assoluto)

Iniziati    Quelli che hanno superato almeno un'iniziazione, e quindi coloro che comprendono gli insegnamenti misterici e che sono pronti a riceverli in misura più ampia in qualche periodo futuro. Notate per favore la differenza tra iniziando e iniziato. Un iniziando è uno che sta cominciando, che si sta preparando ad un'iniziazione. Un iniziato è colui che ha superato con successo almeno un'iniziazione. È quindi ovvio che, di conseguenza, un iniziato è sempre un iniziando quando si prepara per un'iniziazione ancora maggiore.

Gli insegnamenti misterici erano ritenuti il tesoro più sacro, il bene che gli uomini potevano trasmettere ai loro discendenti che erano postulanti meritevoli. La rivelazione di queste dottrine misteriche sotto il sigillo dell'iniziazione, e sotto le condizioni appropriate per i depositari meritevoli, produceva meravigliosi cambiamenti nelle vite di coloro che si sottoponevano con successo alle prove iniziatiche. Tutto questo rendeva gli uomini diversi da quelli che erano prima che ricevessero questa rivelazione spirituale e intellettuale. Queste realtà si trovano in tutte le vecchie religioni e filosofie, se sono studiate coscientemente. L'iniziazione era definita sempre sotto la metafora o il linguaggio figurato di "una nuova nascita," una "nascita nella verità," perché era una rinascita spirituale ed intellettuale dei poteri dello spirito-anima umana, e poteva essere veramente chiamata una nascita dell'anima in un'autocoscienza più elevata e più nobile. Quando ciò accadeva, questi uomini erano chiamati "iniziati" o i rinati. In India, questi uomini rinati erano anticamente definiti dvija, un termine sanscrito che significa "due volte nati." In Egitto questi uomini iniziati o rinati erano chiamati "Figli del Sole." In altri paesi erano chiamati con altri nomi.

Iniziazione    Nell'antichità c'erano sette — e anche dieci — gradi d'iniziazione. Di questi sette gradi, tre consistevano soltanto negli insegnamenti, che formavano la preparazione, la disciplina spirituale, mentale, psichica e fisica — che i greci chiamavano katharsis, cioè "purificazione." Quando il discepolo era ritenuto sufficientemente puro, purificato, disciplinato, mentalmente saldo, spiritualmente stabile, allora passava al quarto grado, che in parte consisteva dell'insegnamento, ma in parte anche della diretta introduzione personale, mediante antichi processi mistici, nella struttura e nelle operazioni dell'universo, il ché significa che la verità era ottenuta direttamente dall'esperienza personale. In altre parole, per parlare in termini chiari, si aiutava il suo spirito-anima, la sua coscienza individuale, a passare in altri piani e regni dell'essere, e a conoscere e comprendere mediante un completo processo di diventare loro stessi. Un uomo, una mente, un intelletto, possono afferrare e vedere, e quindi conoscere, solo quelle cose che la stessa entità individuale è.

Dopo il quarto grado, seguivano una alla volta la quinta, la sesta, e la settima iniziazione, che consistevano anche negli insegnamenti; e più il discepolo progrediva — ed era aiutato sempre di più in questo sviluppo man mano che avanzava oltre — si evolvevano in lui il potere e le facoltà ancora più sviluppate e profonde per penetrare al di là dei veli di māyā, l'illusione, finché, avendo passato la settima o ultima iniziazione di tutte le iniziazioni rivelate, se possiamo chiamarle così, egli diventava uno di quegli esseri che i teosofi chiamano i mahātma.

Involuzione    Il processo inverso del procedimento dell'evoluzione. Come l'evoluzione significa l'espansione, la manifestazione, l'emanazione, di ciò che già esiste ed è latente, così l'involuzione significa il retrocedere, il ritirarsi, il riassorbimento, di ciò che già esiste o che è stato manifestato, ecc. Non possiamo mai concepire, in nessun modo, che involuzione ed evoluzione agiscano opportunamente l'una separata dall'altra: ogni atto di evoluzione è un atto di involuzione, e viceversa. Per esemplificare: come spirito e materia sono fondamentalmente uno e tuttavia eternamente coattivi ed interattivi, così l'involuzione e l'evoluzione sono due nomi per due fasi dello stesso procedimento di crescita, e sono eternamente coattivi ed interattivi. Ad esempio, la cosiddetta discesa delle monadi nella materia significa un'involuzione, un riassorbimento, un ritirarsi, delle potenze spirituali nei veicoli materiali, che in coincidenza e contemporaneamente, attraverso l'impulso impellente delle energie che si riassorbono, manifestano le loro capacità latenti, le espandono; e questa è l'evoluzione della materia. Così, quella che è l'involuzione dello spirito è contemporaneamente e pari passu l'evoluzione della materia. Al contrario, sull'arco ascendente o arco luminoso, quando le essenze monadiche involute cominciano a risalire verso la loro primordiale sorgente spirituale, cominciano a manifestarsi, ad espandersi, come precedentemente sull'arco discendente erano retrocesse, si erano ritirate. Ma questo processo di manifestazione o evoluzione delle essenze monadiche è contemporaneo e pari passu con il ritirarsi, l'involuzione, delle energie e poteri materiali.

La nascita e la morte umana sono esemplificazioni o esempi eccezionali della stessa cosa. Il bambino nasce, e man mano che cresce fino alla piena fioritura del potere, sviluppa ed espande certe caratteristiche o energie o facoltà inerenti, derivanti tutte dallo svabhāva o ego dell'essere umano. Al contrario, quando comincia il declino della vita umana, vi è un lento retrocedere, un ritirarsi, delle stesse facoltà che così sembrano gradualmente diminuire. Queste facoltà ed energie così evolute nella vita terrena sono l'opera delle caratteristiche innate spirituali, intellettuali, e psichiche, che stimolano e costringono i lati veicolari del corpo della costituzione umana ad esprimersi come organi che diventano sempre più perfetti, così come il bambino che cresce fino alla maturità.

Dopo la morte il processo è esattamente l'inverso. Il materiale, il lato veicolare dell'essere decresce sempre più fortemente e potentemente, sempre più involuto, e ad ogni fase del processo diventa sempre più inattivo. Ma contemporaneamente le facoltà e i poteri distintamente spirituali ed intellettuali vengono rilasciati dai veicoli e cominciano ad espandersi in una fioritura sempre più ampia, raggiungendo l'apice nel devachan. È solo la solita negligenza di non pensare accuratamente che induce l'idea che l'evoluzione sia un processo separato che agisce da solo, e che l'involuzione — sulle cui modalità si sa ben poco — sia un altro processo che agisce separatamente. I due, come si è detto prima, sono le due fasi dell'attività delle monadi evolventi, e queste fasi esistono contemporaneamente in ogni momento, e ciascuna delle due fasi agisce incessantemente ed interagisce con l'altra fase. Sono inseparabili.

Proprio così per spirito e materia. Lo spirito non è un qualcosa di radicalmente distinto e del tutto separato dalla materia. I due sono fondamentalmente uno, e sono eternamente coattivi ed interagenti.

In Sanscrito ci sono parecchi termini che corrispondono a quella che i teosofi intendono per evoluzione, ma forse il termine generale migliore è pravṛitti, che significa "girare" o "ruotare in avanti," manifestare o espandersi. Ancora, il procedimento inverso o involuzione probabilmente può essere espresso al meglio in Sanscrito come "ritirarsi" o "retrocedere." Un termine che è frequentemente intercambiabile con evoluzione è emanazione. (Vedi anche Evoluzione)

Ipnotismo    Deriva dal termine greco hypnos, che significa "sonno," e strettamente parlando, il termine ipnotismo andrebbe usato solo per quei fenomeni psicologici e fisiologici in cui il soggetto che li manifesta è in una condizione che ricorda da vicino il sonno. La difficoltà è che in qualsiasi tentativo di studiare questi vari poteri psicologici della costituzione umana troviamo che sono molteplici e di tipo diverso; ma il pubblico, anche gli sperimentatori tecnici, di solito raggruppano tutti questi fenomeni psicologici sotto il solo termine ipnotismo, e quindi è una definizione impropria. Uno di questi poteri, ad esempio, mostra una sospensione più o meno completa della volontà individuale e delle attività individuali, di colui che subisce un tale potere psicologico, anche se, sotto altri aspetti, egli può non mostrare alcun segno del sonno fisico. Un altro di questi poteri — e forse è il più importante di tutti per quanto riguarda gli effettivi pericoli insiti — passa sotto il nome di suggestione, un nome oltremodo valido, perché esprime il campo d'azione di quello che forse è il ramo collaterale più subdolo del potere complessivo o forza che emana dalla mente dell'operatore.

La base su cui poggia questo potere sta nella costituzione psicologica umana, e può essere descritto facilmente e concisamente in poche parole. È il potere che emana dalla mente, che può influenzare un'altra mente e dirigere o fuorviare il suo corso d'azione. Questa, il novantanove per cento delle volte, è una cosa sbagliata da fare; e questo fatto può essere immediatamente compreso da chiunque conosca, come dovrebbe, la differenza tra la natura superiore e quella inferiore dell'uomo, la differenza tra la sua individualità incorruttibile, che sfida la morte, la sua natura spirituale, da un lato; e, dall'altro, la mente-cervello e tutto il suo codazzo di pensieri deboli e fuggenti.

Chiunque ha visto uomini e donne in stato d'ipnosi deve realizzare non solo quanto sia pericoloso, quanto sia nefasto e sbagliato, ma anche che esemplifica perfettamente lo stato di trance. La ragione è che la natura intermedia, o apparato psicomentale, dell'essere umano in questa condizione è stata dislocata dalla sua sede; in altre parole, è disgiunta o dislocata; e non vi rimane che il corpo umano vitalizzato, con le sue più o meno imperfette funzioni delle cellule del cervello e dell'apparato nervoso. H. P. Blavatsky, nel suo Glossario Teosofico scrive: "È la più pericolosa delle pratiche, moralmente e fisicamente, perché interferisce con il fluido nervoso e con i nervi, controllando la circolazione nei vasi sanguigni capillari." (Vedi anche Mesmerismo)

Īśvara    (Sanscrito) Īśvara significa "signore," ed è un termine che è frequentemente applicato nella mitologia hindu non solo alle divinità kosmiche ma anche alla manifestazione dello spirito cosmico nell'essere umano. Di conseguenza, quando il riferimento è fatto all'essere umano individuale, Īśvara è lo spirito divino individualizzato nell'uomo — il dio personale dell'uomo. Altrimenti, potrebbe essere descritto come l'ego divino, il figlio della monade divina in un uomo, e in considerazione di questo fatto, potrebbe anche essere usato in riferimento al dhyāni-buddha o al Cristo immanente in un uomo. In India è un appellativo frequentemente dato a Śiva e agli altri dèi del pantheon hindu.

— J —

Jāgrat    (Sanscrito) Lo stato della coscienza quand'è sveglia, in opposizione a svapna, lo stato della coscienza durante il sonno con sogni, e ancora diverso da sushupti, quando la coscienza umana è immersa in un profondo oblio di sé. Il più elevato di tutti questi stati in cui la coscienza può concentrarsi, o essere immersa, è il turīya ("quarto"), che è lo stato supremo si samādhi, ed è quasi una condizione nirvāṇica.

Tutti questi stati o condizioni della coscienza sono propensioni o fasi della costituzione umana e degli esseri costruiti similarmente all'uomo. Lo stato di veglia, jāgrat, è normalmente lo stato o condizione della coscienza dell'essere umano incorporato quando non dorme. Svapna è lo stato della coscienza più o meno affrancata dalla guaina del corpo e parzialmente sveglia nei regni astrali, elevati o inferiori che possano essere. Sushupti è lo stato dell'oblio di sé in cui l'essere umano è immerso quando la coscienza percettiva entra nella condizione puramente mānasica, che è l'oblio di sé per la mente-cervello relativamente impotente; mentre lo stato turīya, che è il concreto annientamento della comune coscienza umana, è un punto d'unione con ātma-buddhi che adombra il manas superiore o agisce attraverso di esso. Effettivamente, dunque, è un divenire uno con l'essenza monadica.

Jīva    (Sanscrito) Questo è un termine che significa essenzialmente un essere vivente di per sé, separato da qualsiasi attributo o qualità che quest'essere vivente possa avere o possedere. Quindi, è l'equivalente appropriato del termine teosofico monade. In un senso, quindi jīva può essere adoperato per significare un atomo di vita, ammesso che l'accento vada posto sulla parola vita, o meglio, entità di vita — non un "atomo di vita," ma un essere la cui essenza è pura individualità vivente. La monade, nella sua essenza divino-spirituale, e l'atomo di vita nel suo essere prāṇico-astrale-fisico — questo è un jīva; e tra questi due estremi ci sono numerosi piani o guaine in cui agisce la coscienza individualizzata.

Jīvanmukta    (Sanscrito) Un termine altamente mistico e filosofico che significa "un jīva liberato," per definire un essere umano, o un'entità equivalente, nel suo sviluppo evolutivo verso un essere umano che, come monade individualizzata, ha ottenuto la liberazione, l'autonomia, dalle avvincenti catene ed attrazioni delle sfere materiali.

Un jīvanmukta non è necessariamente senza corpo; e infatti il termine è impiegato molto frequentemente per significare la classe più elevata di iniziati o Adepti, che attraverso l'evoluzione si sono innalzati al di sopra le vincolanti attrazioni o magnetismo delle sfere materiali. Il termine è molto spesso usato per un mahātma, sia incarnato che disincarnato, e occasionalmente anche per un nirvāṇī — uno che ha raggiunto il nirvāṇa durante la vita. Se il nirvāṇī fosse "senza corpo," il significato mistico e tecnico di jīvanmukta sarebbe difficilmente applicabile. Di conseguenza, si può brevemente dire che il jīvanmukta è un essere umano che vive nelle parti supreme della sua costituzione in piena coscienza e potere durante la vita terrena.

Jīvātman    (Sanscrito) Un termine espressivo che ha lo stesso eguale significato di jīva, ma con il rilievo posto sull'ultimo elemento del composto, ātman, il "sé." Jīvātman è forse un termine migliore per la monade rispetto a quanto lo sia jīva, perché implica l'idea precisa della monade in cui il sé individuale è predominante su tutti gli altri attributi monadici. Si potrebbe forse descriverlo, con una perifrasi, come "il essenziale o individualità della monade."

Jīvātman a volte è anche un termine usato per la vita universale; ma questa definizione, pur essendo corretta da un verso, è piuttosto confusa perché suggerisce una similarità, se non un'identità, con paramātman. Paramātman (vedi) è il Brahman o spirito universale di un sistema solare, ad esempio; e paramātman è quindi il punto convergente di una coscienza kosmica in cui tutti gli eserciti dei jīvātman si uniscono nella loro gerarchia dirigente. I jīvātman di qualsiasi gerarchia sono come i raggi del paramātman, il loro sole divino-spirituale. Il jīvātman, quindi, nel caso dell'essere umano, o in verità di qualsiasi altra entità evolvente, è la monade spirituale, o meglio, forse, l'ego spirituale di quella monade.

K —

Kabala    Vedi Qabbālāh

Kali Yuga    Vedi Yuga

Kalpa    (Sanscrito) Questa parola viene dalla radice verbale klṛip, che significa "essere in ordine," da cui "un periodo di tempo," o "un ciclo di tempo." A volte kalpa è chiamato il periodo di un mahā-manvantara — un "grande manvantara" — dopo il quale i globi di una catena planetaria non vanno più in oscuramento o riposo, come periodicamente fanno, ma muoiono completamente. Un kalpa è anche chiamato un Giorno di Brahmā, e la sua durata è di 4.320.000.000 anni. Sette ronde formano un Giorno di Brahmā, cioè un manvantara planetario. (Vedi anche Brahmā, Manvantara)

Sette manvantara planetari (o cicli planetari, e ciascun ciclo consiste di sette ronde) formano un kalpa solare (o manvantara solare) o sette Giorni di Brahmā — una settimana di Brahmā.

La difficoltà che hanno gli studenti occidentali nel comprendere questa parola sta nel fatto che è inevitabilmente un "punto cieco," perché non si applica esclusivamente solo al significato della durata di un periodo di tempo. Come il termine età, o la frase 'un periodo di tempo,' la parola kalpa può essere usata per parecchi cicli diversi. Vi è anche il mahā-kalpa, cioè un "grande kalpa," che spesso è il nome dato al vasto periodo di tempo contenuto in un manvantara solare completo o in un pralaya solare completo.

Kāma    (Sanscrito) "Desiderio"; il quarto principio-sostanza da cui è composta la costituzione umana. Kāma è la forza dirigente o impellente nella costituzione umana; di per sé è incolore, né buono né cattivo, ed è solo come la mente e l'anima dirigono il suo uso. È la sede degli impulsi elettrici viventi, i desideri, le aspirazioni, considerati nel loro aspetto energetico. Di solito, comunque, sebbene vi sia un kāma divino, come pure uno infernale, questa parola è limitata, e in maniera sbagliata, quasi esclusivamente al desiderio del male.

Kāma-Loka    (Sanscrito) Un composto che possiamo tradurre come il "mondo del desiderio," che è abbastanza preciso, ma solo leggermente descrittivo. È un piano semimateriale, o meglio, un mondo o regno che, come regola, è soggettivo e invisibile agli esseri umani, che circonda e racchiude il nostro globo fisico. È l'habitat o la dimora delle forme astrali degli uomini morti e di altri esseri morti — il regno dei kāma-rūpa, cioè i corpi del desiderio degli umani defunti. "È l'Ade," come dice H. P. Blavatsky, "degli antichi greci, e l'Amenti degli egiziani, la terra delle Ombre Silenziose."

È nel kāma-loka che ha luogo la seconda morte (vedi), dopo la quale la diade superiore liberata dell'essere umano che fu entra nel devachan. Le regioni superiori del kāma-loka si mescolano impercettibilmente con le regioni, o regni, più basse del devachan; e, all'incontrario, le regioni più grossolane e basse del kāma-loka si mescolano impercettibilmente con le regioni più alte dell'avīchi (vedi).

Quando il corpo fisico si disgrega alla morte, gli elementi astrali dell'entità disincarnata rimangono nel kāma-loka o "mondo dell'ombra," con gli stessi centri vitali che nella vita fisica li tenevano uniti, vitalizzandoli ancora; e qui hanno luogo certi processi. L'anima umana inferiore, macchiata dai pensieri terreni e dagli istinti inferiori, non può facilmente risalire dal kāma-loka, perché è insozzata, è pesante; e la sua tendenza, di conseguenza, è verso il basso. È in kāma-loka che hanno luogo i processi di separazione della monade dal fantasma o spettro kāma-rūpico; e quando questa separazione è completa, cioè la seconda morte di cui parlavamo prima, allora la monade accoglie l'ego reincarnante nel suo seno, dove esso gode un lungo riposo di beatitudine e di recupero. Se, al contrario, l'entità in kāma-loka è talmente appesantita dal male ed è così fortemente attratta verso le sfere terrene, che l'influenza della monade non può allontanare l'ego reincarnante dal kāma-rūpa, allora quest'ultimo, con la sua anima insozzata, s'immerge sempre più in basso e può anche entrare nell'avīchi. Se l'influenza della monade ha successo, come avviene di solito, nel portare alla seconda morte, allora il kāma-rūpa diventa un semplice fantasma o spettro kāma-rūpico, e comincia subito a decomporsi e alla fine si dissolve, ed i suoi componenti atomi di vita seguono tutte le strade in cui lo portano le sue attrazioni.

Kāma-Rūpa    (Sanscrito) Un termine composto che significa il "corpo del desiderio." È quella parte della costituzione interna dell'uomo in cui dimorano o sono inerenti i vari desideri, affetti, odi, amori — in breve, le varie energie mentali e psichiche. Dopo la morte esso diventa il veicolo, nei mondi astrali, dei principi superiori dell'uomo che fu. Ma questi principi superiori sono tuttavia scarsamente coscienti del fatto, perché la rottura della corda d'oro della vita al momento della morte fisica immerge l'entità personale percettiva in un misericordioso torpore incosciente, e in questo stupore vi rimane per un periodo più lungo o più breve, che dipende dalle sue qualità spirituali o materialistiche. Più spirituale era l'uomo, più a lungo dura il periodo d'incoscienza spirituale, e viceversa.

Dopo la morte, com'è stato spesso affermato altrove, ha luogo quella che è chiamata la seconda morte, che è la separazione della parte immortale della seconda diade intermedia dalle porzioni inferiori di questa diade, porzioni inferiori che rimangono come kāma-rūpa nelle sfere eteriche o astrali che sono a metà tra le sfere devacianiche e terrene. Col tempo, questo kāma-rūpa, a sua volta, si dissolve gradualmente, e i suoi atomi vitali, a questa dissoluzione, passano nelle loro varie ed incessanti peregrinazioni.

È questo kāma-rūpa che le leggende e la storia nelle varie religioni o filosofie antiche definiscono come ombra, e che abitualmente in Occidente è stato chiamato fantasma o spettro. In breve, sono tutti gli elementi mortali dell'anima umana che fu. Il kāma-rūpa è un preciso duplicato astrale, nell'apparenza e nell'aspetto, dell'uomo morto; è il suo eidolon (vedi) o "immagine." (Vedi anche Seconda Morte)

Kāraṇa-Śarīra    (Sanscrito) Un composto che significa "corpo della causa" o "corpo causale," lo strumento o principio o elemento causale nella costituzione umana e, deduttivamente, nella costituzione di qualsiasi altra entità reincorporante, che comporta non solo la riproduzione in forma incarnata di tale entità ma anche la sua evoluzione durante un manvantara, attraverso una serie incessante di reincorporamenti. (Vedi anche Corpo Causale, Kāraṇopādhi)

Kāraṇopādhi    (Sanscrito) Un composto che significa lo "strumento causale" o la "causa strumentale" nella lunga serie di reincorporamenti ai quali sono soggette le entità reincarnanti umane ed altrimenti. Upādhi, il secondo elemento di questo composto è spesso tradotto come "veicolo" ma, mentre questa definizione è abbastanza precisa a scopi divulgativi, manca tuttavia di esporre il significato essenziale del termine, che è piuttosto "travestimento," o certe naturali propensioni o caratteristiche personali che si suppone siano i travestimenti o rivestimenti o mascheramenti attraverso i quali la monade dell'uomo lavora, portando alle ripetute manifestazioni sulla terra di certe funzioni e poteri di questa monade e, in verità, sugli altri globi della catena planetaria; ed inoltre, sono intimamente connessi alle peregrinazioni della monade attraverso le varie sfere e regni del kosmo solare. In un senso della parola, quindi, Kāraṇopādhi è quasi intercambiabile con il pensiero esposto nel termine māyā (vedi) o i travestimenti illusori attraverso i quali lo spirito agisce, o meglio, attraverso i quali le entità monadiche spirituali lavorano e si manifestano.

Kāraṇopādhi, come abbiamo brevemente spiegato sotto il termine "corpo causale," ha un significato duale. Il primo e più facilmente comprensibile significato di questa parola mostra che la causa che porta al reincorporamento è avidyā, mancanza di conoscenza piuttosto che ignoranza, perché quando un'entità reincorporante attraverso ripetute incarnazioni nelle sfere della materia si è affrancata dalle catene vincolanti di quest'ultima e si è elevata al riconoscimento autocosciente dei propri poteri divini, in tal modo si libera delle catene o travestimenti di māyā e diventa quello che è chiamato un jīvanmukta (vedi). Sono soltanto le anime imperfette, o meglio, le anime monadiche, parlando in generale, che sono obbligate dalle operazioni cicliche e dalle leggi della natura a sottoporsi a ripetuti reincorporamenti sulla terra e altrove, affinché si possano apprendere le lezioni dell'autoconquista e padronanza su tutti i piani della natura. Quando l'entità avanza in saggezza e conoscenza, e nell'acquisizione della simpatia autocosciente per tutto ciò che è, in altre parole, quando cresce sempre più simile alla sua controparte divino-spirituale, meno è soggetta ad avidyā. In un senso, sono i semi di kāma-manas lasciati nella struttura o essere dell'entità reincarnante, ad agire come il kāraṇa, o causa riproduttiva, o causa strumentale, delle reincarnazioni sulla terra di tale entità.

Il kāraṇopādhi superiore, comunque, sebbene nel suo operato sia simile al kāraṇopādhi inferiore, o il kāraṇa-śarīra appena descritto, tuttavia appartiene alla parte spirituale-intellettuale della costituzione umana, ed è l'energia riproduttiva inerente alla monade spirituale che causa il suo riemergere dal pralaya solare nelle nuove attività e nella nuova serie di incorporamenti che si aprono all'alba del manvantara solare che segue il pralaya solare appena terminato. Quest'ultimo kāraṇopādhi o kāraṇa-śarīra, quindi, è direttamente correlato al principio-elemento nella costituzione umana chiamato buddhi — un velo, per così dire, disteso sulla faccia, o intorno ad essa, dell'essere dell'essenza monadica, proprio come prakṛiti circonda Purusha, o pradhāna circonda Brahman, o mūlaprakṛiti circonda parabrahman e ne è il velo, l'aspetto o śakti. Quindi, nel caso dell'uomo, questo kāraṇopādhi, la maschera, il veicolo causale, corrisponde in generale al buddhi-manas, l'anima spirituale, in cui la monade spirituale agisce e si manifesta.

Si direbbe per inciso che la dottrina relativa alle funzioni e alle operazioni di buddhi nella costituzione umana è estremamente recondita, perché in buddhi giacciono gli impulsi o stimoli causali che portano alla costruzione della costituzione umana, e che, quando quest'ultima è completata e quando l'uomo si è formato come un'entità settenaria, si esprimono come i vari strati o qualità dell'uovo aurico (vedi).

Infine, il kāraṇa-śarīra, il kāraṇopādhi o corpo causale, è la forma strumentale veicolare o la forma del corpo strumentale, prodotta dall'azione di quello che forse è il principio o elemento più misterioso, misticamente parlando, nella costituzione non solo dell'uomo, ma dell'universo — il misterioso bīja (vedi) spirituale.

Il kāraṇopādhi, il kāraṇa-śarīra o corpo causale, è spiegato con minori diversità di significato in varie opere della filosofia hindu; ma tutte queste opere devono essere studiate alla luce illuminante del grande insegnamento della saggezza delle ere arcaiche, la teosofia esoterica. Altrimenti lo studente corre il rischio di essere fuorviato.

Potrei aggiungere che lo stato o condizione sushupti, che è il sonno profondo senza sogni, che coinvolge l'intera insensibilità della coscienza umana a tutte le espressioni esteriori, è una fase della coscienza attraverso cui l'adepto deve passare, sebbene, nel suo caso, passi coscientemente, prima di raggiungere lo stato supremo di samādhi, che è lo stato turīya. Secondo la filosofia Vedānta, il turīya (che significa "quarto") è il quarto stato della coscienza in cui l'adepto completo può entrare autocoscientemente e dove egli diventa uno con il Brahman kosmico. I Vedāntini parlano anche loro dell'ānandamaya-kośa, che descrivono come il rivestimento più intimo o la struttura veicolare che circonda la coscienza ātmica. Così vediamo che l'ānandamaya-kośa e il kāraṇa-śarīra, o kāraṇopādhi, e il buddhi in congiunzione con l'ego mānasico, sono praticamente identici.

L'autore è stato alquanto in ambascia nel trattare e sviluppare brevemente le varie fasi del pensiero teosofico occulto ed esoterico esposto in questo articolo, a causa dei molti e vari malintesi e travisamenti riguardo alla natura, alle caratteristiche, e alle funzioni del kāraṇa-śarīra, il corpo causale.

Karma    (Karman, Sanscrito) Questo è un sostantivo che deriva dalla radice kṛi, che significa "fare," "produrre." Letteralmente karma significa "agire," "fare," azione. Usato in senso filosofico, ha un significato tecnico, e questo significato tecnico può essere meglio tradotto in Italiano con il termine conseguenza. L'idea è questa: quando un'entità agisce, agisce dall'interno; agisce attraverso un dispendio in grado più o meno maggiore o minore della propria energia innata. Questo dispendio d'energia, questo efflusso di energia, poiché ha impatto sull'ambiente circostante, la natura intorno a noi, tira fuori da quest'ultima una reazione o rimbalzo, forse istantanea o forse ritardata. La natura, in altre parole, reagisce contro l'impatto; e la combinazione di queste due — l'energia che agisce sulla natura e la natura che reagisce all'impatto di quell'energia — è ciò che è chiamato karma, essendo una combinazione di due fattori. In altre parole, il karma è essenzialmente una catena di causalità, che si estende dall'infinità del passato ed è quindi necessariamente destinata a estendersi nell'infinità del futuro. È inevitabile, perché è nella natura universale, che è infinita, e quindi dappertutto e senza tempo; e prima o poi la reazione sarà inesorabilmente sentita dall'entità che l'ha provocata.

È una dottrina molto antica, conosciuta a tutte le religioni e filosofie, e fin dalla rinascita degli studi scientifici in Occidente è diventata uno dei postulati fondamentali della conoscenza moderna coordinata. Se gettate un sassolino nello stagno, il sassolino provoca delle ondulazione nell'acqua, e queste ondulazioni si propagano e alla fine hanno un impatto sulla riva che circonda lo stagno e, come ci dice la scienza moderna, le ondulazioni si traducono in vibrazioni, che sono trasportate verso l'esterno, all'infinito. Ma ad ogni passo di questo processo naturale vi è una corrispondente reazione di ognuna e di tutte le miriadi di particelle atomiche influenzate dall'energia che si diffonde.

Da un lato, karma non è, in alcun senso della parola, fatalismo, né, d'altro lato, ciò che è conosciuto come un caso. È essenzialmente la dottrina del libero arbitrio, perché l'entità che inizia un movimento o azione — spirituale, mentale, psicologico, fisico, o altrimenti — è responsabile, da allora in poi, della forma delle conseguenze e degli effetti che scaturiscono, e che prima o poi si riverseranno sull'attore che è stato il primo a metterli in moto.

Poiché ogni cosa è interconnessa, collegata, e intrecciata con qualsiasi altra cosa, e nessuna cosa e nessun essere può vivere solo in se stesso, altre entità sono necessariamente influenzate, in misura maggiore o minore, dalle cause o movimenti iniziati da qualsiasi entità individuale; ma questi effetti o conseguenze sulle entità, diversi dal primo che li ha messi in moto, sono solo indirettamente un potere moralmente impellente, nel vero senso del termine morale.

Un esempio di ciò lo vediamo in quello che il teosofo intende quando parla di karma familiare in contrasto con il karma individuale personale; o di karma nazionale, la serie di conseguenze pertinenti alla nazione di cui egli è un individuo; o ancora, di karma razziale pertinente alla razza di cui l'individuo è membro integrante. Non si può dire che il karma punisca o ricompensi, nel senso comune di questi termini. La sua azione è infallibilmente giusta, perché fa parte delle operazioni della natura, quindi, alla fine, possiamo far risalire tutta l'azione karmica al cuore kosmico dell'armonia, vale a dire: puro spirito-coscienza. La dottrina è molto confortante per le menti umane, perché un uomo può foggiare il proprio destino, e in verità così deve essere. Egli può formarlo o deformarlo, plasmandolo oppure deformandolo, come vuole; e agendo con le grandi energie sottostanti della natura egli si mette all'unisono, in armonia, con la natura, e quindi diventa un collaboratore della natura come lo sono gli dèi.

Khe-Chara    (Khecara, Sanscrito) "colui che va nell'Etere," che qualche volta è reso come "colui che cammina nel cielo." Il nome è usato nella letteratura mistica e filosofica dell'Indostan per intendere uno dei siddhi o poteri psico-spirituali che appartengono agli yogi di grado avanzato, o agli iniziati. Infatti, è niente di più di ciò che in Tibet è chiamato hpho-wa, la proiezione del māyāvi-rūpa (vedi) in qualsiasi parte della superficie della terra o, in verità, ancora più lontano della terra, e di farlo a piacimento.

Kosmo    (Greco) Una parola greca che significa "assetto"; ciò che è stato ordinato e mantenuto lungo le linee e le regole dell'armonia, l'assetto dell'universo. Kosmo, quindi, è effettivamente intercambiabile con universo. Deve essere distintamente compreso che kosmo e universo, se impiegati nella filosofia esoterica, significano soprattutto la vita illimitata che dimora esprimendosi nelle sue molteplici entità e forme che producono la stupefacente varietà e l'unità nella diversità, che vediamo intorno a noi. (Vedi anche Cosmo)

Kṛita Yuga o Satya Yuga    Vedi Yuga

Kshatriya    (Sanscrito) Il guerriero, l'amministratore, il re, il principe; in breve, il mondo della burocrazia, ecc.; il secondo dei quattro gradi o classi, sociali e politiche, delle prime civiltà dell'Indostan nel Periodo Vedico. (Vedi anche Brāhmaṇa, Vaiśya, Śūdra)

Kumāra    Vedi Agnishvātta

Kumbhaka    (Sanscrito) Una pratica estremamente pericolosa che appartiene al sistema haṭha yoga. Consiste nel trattenere il respiro serrando la bocca e chiudendo le narici con le dita della mano destra. Tutti questi esercizi respiratori di qualunque tipo sono suscettibili del massimo pericolo fisiologico per chi tenta di praticarli se non sono fatti sotto la guida esperta di un Adepto genuino; e la loro pratica è concretamente proibita, almeno nei primissimi gradi, a tutti i chela delle vere scuole esoteriche o occulte. In verità, tranne in casi rari, e per ragioni straordinarie, il chela di un autentico Maestro di Saggezza non avrà bisogno di praticare questi esercizi yoga, poiché l'intero scopo dell'allenamento è di sviluppare le facoltà e i poteri della divinità interiore, e non di ottenere poteri minori, spesso fuorvianti e limitati, che sono occasionalmente acquisiti seguendo le pratiche fisiologiche e fisiche dello haṭha yoga.

Kuṇḍalinī    o Kuṇḍalinī-Śakti    (Sanscrito) Un termine il cui significato essenziale è "circolare" o "serpeggiante" o "spirale" o azione "avvolgente," o meglio, energia," e indica un potere recondito nella costituzione umana. Kuṇḍalinī-Śakti deriva da una delle forze elementali della natura. Nel caso dell'uomo agisce attraverso il suo uovo aurico (vedi), e si manifesta in un'azione continuata in molti dei suoi fenomeni più familiari dell'esistenza, anche quando l'uomo stesso ne è incosciente. Nel suo aspetto superiore, Kuṇḍalinī è un potere o forza che segue sentieri serpeggianti o circolari trasmettendo o convogliando il pensiero e la forza che hanno origine nella triade superiore. In astratto, nel caso dell'uomo, è lo stesso corso delle energie o qualità fondamentali dei prāṇa. I tentativi inesperti o insensati di interferire con le sue azioni normali nel corpo umano può facilmente sfociare in pazzia o malattia maligna o debilitante.

L —   

Lanoo    Un termine usato per "discepolo" nelle antiche scuole di allenamento mistico in Asia. (Vedi anche Chela)

Liṅga-Śarīra    (Sanscrito) Liṅga è un termine che significa "marchio caratteristico," da cui "modello," "esemplare." Śarīra, "forma," dalla radice verbale śṛī, che significa "modellare" o "decomporsi," per cui il termine significa "impermanenza."

Il settimo principio-sostanza, contando verso il basso, da cui è composta la costituzione dell'uomo. Il corpo modello, popolarmente chiamato corpo astrale, perché è soltanto leggermente più sottile del corpo fisico, ed infatti è il modello, la struttura intorno alla quale è costruito il corpo fisico, e da cui, in un senso, il corpo fisico deriva o si sviluppa man mano che la crescita procede.

Alla morte, il liṅga-śarīra o corpo modello, rimane nei regni astrali e alla fine si disgrega, dissolvendosi pari passu, atomo per atomo, con gli atomi del cadavere fisico. Questi regni astrali non sono un singolo piano, ma una serie di piani che crescono gradualmente più eterei o spirituali man mano che si avvicinano alle sfere interne della costituzione o struttura della natura. Il liṅga-śarīra si forma prima che si formi il corpo, e quindi serve come modello o campione intorno al quale il corpo fisico è plasmato e cresce fino alla maturità; è mortale come lo è il corpo fisico, e sparisce con il corpo fisico.

Lipika, I    (Sanscrito) Questa parola deriva dalla radice verbale lip, che significa "scrivere," per cui la parola lipika significa gli "scribi." Misticamente, sono gli archivisti celesti, intimamente connessi all'opera del karma, del quale sono gli agenti. Sono gli "Archivisti o Annalisti, che imprimono sulle tavole (per noi) invisibili della Luce Astrale, 'la grande galleria delle immagini dell'eternità,' una registrazione fedele di ogni atto, e anche di ogni pensiero, dell'uomo [e, in verità, di tutte le altre entità e cose], di tutto ciò che fu, è, o sarà, nell'Universo fenomenico." (La Dottrina Segreta 1: 104)

La loro azione, per quanto rigorosamente governata dalla coscienza kosmica, non è mai rigidamente automatica, perché il loro lavoro è automatico quanto lo è l'azione dello stesso karma. In realtà, essi sono entità che lavorano e agiscono con il rigido automatismo dell'apparato kosmico, piuttosto che come un macchinista che supervisiona e cambia il funzionamento dei suoi motori. In un senso, essi possono forse più appropriatamente chiamarsi energie kosmiche — un soggetto molto difficile da descrivere.

Logos    (Greco) Nell'antica filosofia greca il termine logos era usato in molti modi, dei quali i cristiani spesso travisavano tristemente il profondo significato mistico. Logos è una parola che nella filosofia esoterica ha parecchie applicazioni, perché ci sono diversi tipi o livelli dei logoi, alcuni dei quali divini, altri di carattere spirituale; alcuni hanno una portata cosmica, ed altri hanno una gamma molto più ristretta. Infatti, ogni entità individuale, non importa quale sia il suo grado evolutivo sulla scala della vita, ha il proprio logos individuale. L'entità divino-spirituale sottostante al sole è il logos solare del nostro sistema solare. Piccolo o grande che possa essere ogni sistema solare, ciascuno ha il proprio logos, l'origine o la sorgente di logoi quasi innumerevoli di grado minore in quel sistema. Ogni uomo ha il suo logos spirituale; ogni atomo ha il suo logos; ogni atomo ha anche il suo paramātman e mūla-prakṛiti, perché ogni entità, dappertutto, ha il suo logos supremo. Queste cose e le parole che le esprimono sono ovviamente relative.

Un significato del logos greco è "parola" — un termine o simbolo preso dagli antichi Misteri, che significa La "parola perduta," il logos "perduto" del cuore e del cervello dell'uomo. Il logos della nostra catena planetaria, per quanto riguarda questa quarta ronda, è l'essere Meraviglioso o Guardiano Silenzioso. (vedi)

Il termine, dunque, è relativo e non assoluto, ed ha molte applicazioni.

Loka    (Sanscrito) Un termine che significa "luogo" o "località" o, com'è molto più spesso usato in teosofia, "sfera" o "piano."

I loka si dividono in rūpa-loka e arūpa-loka — "mondi materiali" e "sfere spirituali." C'è un vasto campo di insegnamenti connessi ai loka e ai tala, che appartengono alle gamme più profonde della filosofia esoterica. (Vedi anche Arūpa, Rūpa, Tala)

Luce Astrale    La luce astrale corrisponde, nel caso del nostro globo, e analogicamente nel caso del nostro sistema solare, a quello che è il liṅga-śarīra (vedi) o corpo astrale nel caso di un uomo individuale. Proprio come nell'uomo il liṅga-śarīra o corpo astrale è il veicolo o il vettore di prāṇa, l'energia di vita, così la luce astrale è il vettore del jīva (vedi) cosmico o energia di vita cosmica. Per noi umani è una regione invisibile che circonda la nostra terra, come l'ha chiamata H. P. Blavatsky, perché circonda realmente qualsiasi altro globo fisico; e tra i sette principi cosmici è quello più materiale, tranne uno, il nostro universo fisico.

La luce astrale, quindi, da un lato è il deposito o magazzino di tutte le energie del kosmo nella loro discesa verso il basso per manifestarsi nelle sfere fisiche — del nostro sistema solare in generale, come pure del nostro globo in particolare; e, d'altro lato, è il ricettacolo o magazzino di qualsiasi cosa passa fuori dalla sfera fisica nel suo percorso verso l'alto.

Terzo, è una "galleria" cosmica "di immagini," la registrazione indelebile di tutto quello che avviene sui piani astrali e fisici; comunque, quest'ultima fase delle funzioni della luce astrale è l'ultima per importanza e un reale interesse.

La luce astrale dei nostri globi, e analogicamente, di qualsiasi altro globo fisico, è la regione del kāma-loka (vedi), almeno per quanto concerne le parti intermedie ed inferiori del kāma-loka; e tutte le entità che muovo passano attraverso la luce astrale nel loro percorso verso l'alto, e nella luce astrale gettano via e si liberano del kāma-rūpa (vedi) al momento della seconda morte.

Il sistema solare ha la sua luce astrale in generale, proprio come ogni globo nel sistema universale solare ha la sua luce astrale in particolare, e in ciascuno di questi ultimi casi c'è una condensazione, una materializzazione, una solidificazione, intorno al globo, della sostanza astrale in generale che forma la luce astrale del sistema solare. La luce astrale, strettamente parlando, è semplicemente il sedimento, le scorie, di ākāśa, ed esiste in gradi o fasi di crescente eterealità. Essa circonda da vicino qualsiasi globo, più grossolana e materiale è. È il ricettacolo di tutte le emanazioni basse e orrende che vengono dalla terra e dagli esseri della terra, ed è quindi, in alcune parti, piena di contaminazioni terrestri. Vi è un costante interscambio incessante attraverso il manvantara solare, tra la luce astrale, da un lato, e il nostro globo terra, dall'altro, prendendo e restituendo reciprocamente.

Infine, la luce astrale, riguardo ai regni materiali del sistema solare, è la copia o riflesso di quello che è l'ākāśa nei regni spirituali. La luce astrale è la madre del fisico, proprio come lo spirito è la madre dell'ākāśa; o, inversamente, il fisico è semplicemente la condensazione dell'astrale, proprio come l' ākāśa è il velo o solidificazione dello spirituale supremo. In verità, l'astrale e il fisico sono uno, proprio come l'ākāśico e lo spirituale sono uno.

— M —

Macrocosmo    La forma anglicizzata di un composto greco che significa "grande assetto," o più semplicemente il grande sistema ordinato dei corpi celesti di tutti i tipi e i loro vari abitanti, che include l'idea molto importante che questo assetto è il risultato di processi interiori ordinati, gli effetti della coscienza che vi dimora. In un diverso frasario più moderno, il macrocosmo è il vasto universo che ci circonda, senza limiti definibili e con un accento particolare posto sui piani interiori, invisibili ed eterei. Secondo la visione o il punto di vista degli antichi, il macrocosmo era un'entità cosmica animata, un "animale" nel senso latino del termine, come un organismo che possedeva un'anima dirigente e governante.

Ma questo era solo il punto di vista esteriore, exoterico. Nelle scuole misteriche delle epoche arcaiche, il microcosmo non era considerato solo ciò che abbiamo appena detto prima, ma consisteva anche più definitamente e specificamente di sette, dieci, e anche dodici piani o livelli di coscienza-sostanza che spaziava dal superdivino, attraverso tutte le fasi intermedie, al fisico, e anche ai livelli al di sotto del fisico, compresi in un'unità kosmica organica, cioè quello che i moderni chiamerebbero un universo. In questo senso del termine, macrocosmo non è che un nome per la gerarchia kosmica (vedi), e in questo contesto dobbiamo ricordare che queste gerarchie sono semplicemente innumerevoli e non solo riempiono ma effettivamente compongono e sono veramente gli spazi dello spazio senza frontiere.

Il macrocosmo era considerato pieno non solo di dèi, ma di sterminate moltitudini o eserciti di entità evolventi, da quelle completamente autocoscienti a quelle quasi autocoscienti giù verso il basso, attraverso quelle semplicemente coscienti fino a quelle "incoscienti." Notate bene che nel suo uso rigoroso, il termine macrocosmo non era mai applicato all'Illimitato, all'infinitudine senza limiti né frontiere, che i cabalisti chiamavano Eyn-sōph. Nella saggezza arcaica, il macrocosmo, appartenendo al mondo astrale, considerato nel suo aspetto causale, era effettivamente intercambiabile con quello che i moderni teosofi chiamano l'Assoluto (vedi).

Maestri    Un maestro è uno che ha i suoi principi superiori risvegliati e vive in essi; cosa che non fanno gli uomini comuni. Dal punto di vista scientifico, potremmo dire che un maestro è diventato, per quanto è possibile, più che uno con la vita universale; e dal punto di vista religioso o spirituale, potremmo dire che un maestro ha sviluppato una coscienza individuale, un riconoscimento della sua unità con l'Illimitato. (Vedi anche Mahātma)

Maghi Bianchi    Vedi Fratelli dell'Ombra

Maghi Neri    Vedi Fratelli dell'Ombra

Mahat    (Sanscrito) Questo termine significa "grande." Mahat è un termine tecnico nel sistema Brahmanico, ed è il "padre-madre" di manas; è la "madre" dei mānasaputra o i figli della mente, o quell'elemento dal quale essi sono emanati, l'elemento che essi respirano e di cui sono i figli. Nella filosofia Sānkhya — una delle sei darśana o "visioni," cioè i sistemi del pensiero filosofico dell'antica India — mahat è il termine che corrisponde al buddhi kosmico, ma più precisamente, forse, a mahā-buddhi.

Mahātma    (Mahātman, Sanscrito) "Grande anima" o "grande sé" è il significato di questo termine composito (mahā, "grande"; ātman, "sé"). I mahātma sono uomini perfetti, relativamente parlando, conosciuti nella letteratura teosofica come insegnanti, fratelli maggiori, maestri, saggi, veggenti, e con altri nomi. In verità, sono i "fratelli maggiori" dell'umanità. Sono uomini, non spiriti — uomini che si sono evoluti attraverso sforzi autoindotti nell'evoluzione individuale, sempre avanzando in avanti verso l'alto finché ora hanno raggiunto l'alta supremazia umana spirituale ed intellettuale che oggi detengono. Non furono creati tali da una Divinità extracosmica ma sono uomini che sono diventati quelli che sono mediante uno sforzo spirituale interiore, un anelito spirituale ed intellettuale, un'aspirazione ad essere più grandi e migliori, più nobili ed elevati, proprio come ogni uomo buono aspira a modo suo. Sono notevolmente avanzati lungo il sentiero dell'evoluzione rispetto a com'è la maggior parte degli uomini. Possiedono la conoscenza dei processi segreti della natura e dei misteri nascosti, che all'uomo comune non possono sembrare così meravigliosi — ma, dopotutto, questo semplice fatto dell'importanza relativamente piccola al confronto con gli aspetti moto più grandi e più profondamente mobili della loro natura e del loro lavoro di vita.

In particolare, sono chiamati insegnanti perché sono impegnati nel nobile dovere di istruire l'umanità, nell'ispirare pensieri elevanti, e di instillare gli impulsi dell'oblio di sé nei cuori degli uomini. A volte sono anche chiamati i guardiani, perché sono, in verità, i guardiani della razza e delle tradizioni — naturali, razziali, nazionali — delle epoche passate, alcune parti delle quali essi divulgano di volta in volta come frammenti di una saggezza ora dimenticata da lungo tempo, quando il mondo è pronto ad ascoltarle; e lo fanno per portare avanti la causa della verità e della genuina civiltà fondata sulla saggezza e sulla fratellanza.

Mai — questo è l'insegnamento — da quando la razza umana acquisì per la prima volta l'autocoscienza, quest'assetto o associazione o società o fratellanza di uomini eccelsi è stato senza i suoi rappresentanti sulla nostra terra.

Furono i mahātma che fondarono la Società Teosofica moderna attraverso il loro inviato o messaggero, H. P. Blavatsky, a New York, nel 1875.

Manas    (Sanscrito) La radice di questa parola significa "pensare," "meditare," "riflettere" — in breve, l'attività mentale. Il centro dell'ego-coscienza nell'uomo e in qualsiasi altra entità quasi autocosciente. Il terzo principio-sostanza, contando verso il basso, di cui è composta la costituzione dell'uomo.

Manas è emanato da buddhi (il secondo principio) come il frutto dal fiore; ma lo stesso manas è mortale, si disintegra alla morte — per quanto riguarda le sue parti inferiori. Tutto quello che di lui sopravvive dopo la morte è solo ciò che ha in sé di spirituale e che può essere concentrato al di fuori di lui, per così dire — "l'aroma" del manas; in qualche modo è come il chimico che prende dalla rosa la fragranza o l'essenza delle rose. La monade o ātma-buddhi a quel punto prende quel "tutto" con sé nel devachan, dopo che ha avuto luogo la seconda morte. Ātman, con buddhi e con la parte superiore di manas, diventa quindi la monade spirituale dell'uomo. Strettamente parlando, questa è la monade divina dentro il suo veicolo — ātman e buddhi — unita con l'ego umano nel suo elemento mānasico superiore; ma essi sono congiunti in uno dopo la morte, e quindi sono definiti come la monade spirituale.

I tre principi che formano la triade superiore esistono ciascuno sul proprio piano nella coscienza e nel potere; e come esseri umani noi sentiamo continuamente la loro influenza a dispetto dei veli avvolgenti di carattere psichico e astrale-fisico. Di ciascun principio sappiamo solo in misura di quello che di esso abbiamo evoluto. Ad esempio, del terzo principio (contando dall'alto) — manas — sappiamo tutti ciò che di esso abbiamo assimilato finora, in questa quarta ronda. Il manas non sarà pienamente fino al termine della prossima ronda. Quello che oggi chiamiamo il nostro manas è un termine generalizzante per l'ego reincarnante, il manas superiore.

Mānasaputra, I    (Sanscrito) Questo è un termine composto: manas, "mente," putra, "figlio." — "i figli della mente." L'insegnamento è che esiste una Gerarchia di Compassione, che H. P. Blavatsky qualche volta chiama la Gerarchia di Misericordia o di Pietà. Questo è il lato luminoso della natura in opposizione al suo lato materiale oscuro. È da questa Gerarchia di Compassione che provennero le entità semidivine verso il periodo centrale della terza razza radice di questa ronda, che s'incarnarono negli uomini semicoscienti e quasi senza senno di quel periodo. Queste entità avanzate sono anche conosciute come i lha solari, come i tibetani le chiamano, spiriti solari, che furono uomini in un kalpa precedente, e che durante la terza razza radice si sacrificarono per donarci la luce dell'intelletto — incarnandosi in quei gusci psicofisici senza senno, per risvegliare la fiamma dell'egoità e l'autocoscienza negli ego dormenti che allora noi eravamo. Essi sono noi stessi perché appartengono allo stesso raggio spirituale che noi abbiamo; tuttavia, strettamente parlando, eravamo noi quegli ego semi-incoscienti e semi-risvegliati che loro toccarono con il fuoco divino del proprio essere. Questo, il nostro "risveglio," fu definito da H. P. Blavatsky l'incarnazione dei mānasaputra, i figli della mente, della luce. Se quest'incarnazione non avesse avuto luogo, in verità noi avremmo continuato la nostra evoluzione per cause semplicemente "naturali," ma sarebbe stata lenta quasi oltre ogni immaginazione, quasi interminabile; ma quell'atto di autosacrificio, attraverso la loro immensa pietà, il loro amore immenso, sebbene, in verità, agissero sotto l'impulso karmico, risvegliò nei nostri sensi il fuoco divino, ci diede luce ed intelletto. Da allora noi stessi diventammo "figli degli dèi," la facoltà dell'autocoscienza in noi fu risvegliata, i nostri occhi si aprirono, la responsabilità divenne nostra; e i nostri piedi s'incamminarono definitivamente sul sentiero, quel sentiero interiore, tranquillo, meraviglioso, che ci riporta alla nostra patria spirituale.

I mānasaputra sono le nostre nature superiori e, per quanto paradossale, sono esseri molto più evoluti di quanto lo siamo noi. Erano le entità spirituali che "stimolarono" i nostri ego personali, che così svilupparono l'autocoscienza, relativamente piccola che possa essere. Una, e tuttavia molte! Come possiamo illuminare un numero infinito di candele da una sola candela accesa, così da una scintilla della coscienza possiamo stimolare e ravvivare innumerevoli altre coscienze, che giacciono, per così dire, latenti e addormentate negli atomi di vita.

Si dice che questi mānasaputra, figli di mahat, abbiamo stimolato e illuminato in noi il manas-manas del nostro manas settenario, perché essi stessi sono tipicamente mānasici nella loro caratteristica essenziale o svabhāva. Le loro vibrazioni essenziali, mānasiche, per così dire, potrebbero causare quell'essenza di manas in noi stessi, per vibrare in simpatia, proprio come il suono di una nota musicale causerà una risposta simpatetica in qualcosa ad esso corrispondente, una nota simile in altre cose. (Vedi anche Agnishvātta)

Manifestazione    Un termine generalizzante che significa non solo l'inizio ma la continuazione dell'attività cosmica organizzata, che include in sé le varie attività minori. Prima vi è, naturalmente, sempre l'Illimitato in tutti i suoi piani o mondi o sfere infiniti, aggregativamente simbolizzati dal ○ (o cerchio); allora parabrahman o l'attività della coscienza kosmica della vita, e mūlaprakṛiti, il suo polo opposto, significano la natura radicale specialmente nei suoi aspetti sostanziali. Poi il successivo stadio inferiore, Brahman e il suo velo pradhāna; poi Brahmā-prakṛiti o Purusha-prakṛiti (essendo prakṛiti anche māyā); l'universo manifestato appare attraverso quest'ultimo, Brahmā-prakṛiti, "padre-madre." In altre parole, il secondo Logos o padre-madre è la causa che produce la manifestazione attraverso il loro figlio che, in una catena planetaria, è il manu originario o primordiale, chiamato Svāyambhuva.

Quando si apre la manifestazione, prakṛiti diventa, o meglio, è māyā; e Brahmā, il padre, è lo spirito della coscienza, o individualità. Questi due, Brahmā e prakṛiti, sono realmente uno, ma sono anche i due aspetti del raggio di vita uno, che agisce e reagisce su se stesso, proprio come un uomo può dire di sé: "Io sono Io." Egli ha la facoltà dell'autoanalisi o autodivisione. Tutti noi lo sappiamo, possiamo percepirlo in noi stessi — un lato di noi, nei nostri pensieri, si può chiamare prakṛiti o l'elemento materiale, o l'elemento māyāvico, o l'elemento dell'illusione; e l'altro è lo spirito, l'individualità, il dio interiore.

Lo studente dovrebbe notare con attenzione che manifestazione è soltanto un termine generico, comprensivo, quindi, di un vasto numero di tipi diversi e differenziati di piani o regni evolventi. Ad esempio, vi è la manifestazione sul piano divino; vi è la manifestazione anche sul piano spirituale; e ugualmente così su tutte le fasi discendenti della scala della vita. Vi sono universi il cui piano "fisico" ci è completamente invisibile, talmente è elevato; e vi sono altri universi in direzione opposta, di gran lunga al di sotto del nostro attuale piano fisico, che i loro campi eterei di manifestazione ci sono ugualmente invisibili.

Manu    Manu, nel sistema esoterico, sono collettivamente le entità che appaiono per prime all'inizio della manifestazione, e da cui, come un albero cosmico, ogni cosa deriva o nasce. Manu è effettivamente l'albero spirituale della vita di qualsiasi catena planetaria dell'essere manifestato. Quindi, Manu, in un certo senso, è il terzo Logos; come il secondo è il padre-madre, il Brahmā e prakṛiti; e il primo è quello che chiamiamo il Logos non manifestato o Brahman (neutro) e il suo velo cosmico pradhāna.

In altre parole, il secondo Logos, padre-madre, è la causa produttiva della manifestazione attraverso il loro figlio, che in una catena planetaria è Manu, il primo dei manu, che nel sistema arcaico hindu è chiamato Svāyambhuva.

Durante un Giorno di Brahmā, o periodo di sette ronde, quattordici manu subordinati o inferiori appaiono come patroni e guardiani dei cicli razziali o onde di vita (Vedi anche La Dottrina Segreta di H. P. Blavatsky, in vari punti; anche Manvantara).

Manu è anche il nome di un grande legislatore indiano, il supposto autore de Le Leggi di Manu (Mānava-dharma-śāstra).

Manvantara    Questo è un termine composito, e significa nient'altro che "tra due manu"; più letteralmente, il "manu -dentro o -tra." Un manu, come si è detto, sono collettivamente le entità che appaiono per prime all'inizio della manifestazione; l'albero spirituale della vita di qualsiasi catena planetaria dell'essere. Il secondo elemento verbale di "manvantara," o antara, è un suffisso prepositivo che significa "dentro" o "tra", quindi, questo termine composito, parafrasato, significa "dentro un manu," o "tra i manu." Un manvantara è il periodo d'attività tra qualsiasi due manu, o qualsiasi piano, perché in un tale periodo c'è un manu radice all'inizio dell'evoluzione, e un manu seme alla sua chiusura, prima di un pralaya. (vedi)

Vi sono molti tipi di manvantara: prākṛitika manvantara — il manvantara universale; il saurya manvantara — il manvantara del sistema solare; bhaumika manvantara — il manvantara terrestre o manvantara della terra; paurusha manvantara — il manvantara, cioè il periodo d'attività, dell'uomo.

Il manvantara di una ronda è il periodo richiesto per una ronda: cioè, il ciclo dal globo A all'ultimo globo dei sette, partendo dal manu radice o "umanità" collettiva del globo A e che termina con il manu seme o "umanità" collettiva del Globo G.

Un manvantara planetario — chiamato anche un mahā-manvantara o un kalpa — è il periodo di vita di un pianeta durante le sue sette ronde. È chiamato anche un Giorno di Brahmā (vedi) e la sua durata è di 4.320.000.000 anni.

Materia    Quella che gli uomini chiamano materia o sostanza è l'aggregato esistente ma illusorio dei veli che circondano l'essenza fondamentale dell'universo che è coscienza-vita-sostanza. Da un altro punto di vista, la materia o sostanza è, in un senso, la forma più evoluta d'espressione dello spirito manifestato in qualsiasi gerarchia particolare. Questo non è altro che un modo di dire che la materia è soltanto energie o poteri o facoltà inerenti agli esseri kosmici, che si dispiegano, si espandono, e si auto-esprimono. È il polo inferiore e più basso di quello che è lo spirito originale e originante, perché lo spirito è il polo primario o originario dell'attività evolutiva che ha emanato, attraverso le sue energie inerenti, l'apparizione o manifestazione del vasto aggregato di gerarchie negli spazi kosmici. Tra lo spirito originante e la materia risultante c'è tutto il vasto campo di stadi o gradi gerarchici, che così formano la scala della vita o la scala dell'essere di qualsiasi altra gerarchia del genere.

Quando i teosofi parlano di spirito e sostanza, della quale la materia e l'energia o forza dono le espressioni visualizzate, dobbiamo ricordare che tutti questi termini sono astrazioni — espressioni generalizzate per definire eserciti di entità che si manifestano aggregativamente. L'intero processo evolutivo è l'elevarsi delle unità della materia essenziale, gli atomi di vita (vedi) nel divenire un tutt'uno con la loro essenza spirituale e più profonda. Come gli eoni kosmici lentamente scivolano uno dopo l'altro nell'oceano del passato, la materia si risolve pari passu nei regni dello spirito dai quali originariamente emerse. Tutte le guaine della coscienza, tutti i veli che la nascondono, nascono dal lato materiale, il lato oscuro o notturno della natura, che è materia — il polo inferiore dello spirito.

Māyā    (Sanscrito) La parola deriva dalla radice , che significa "misurare," e da un modo di dire che significa anche "effettuare," "formare," e quindi "limitare." C'è un termine inglese, mete, che significa "confinare," dalla stessa radice indo-europea. Si trova nell'Anglo-Sassone come la radice met, nel Greco come med, ed anche nel Latino nella stessa forma.

In epoche passate la meravigliosa filosofia māyā dei Brahmani era intesa molto diversamente da quanto sia compresa oggi. Come termine tecnico, māyā è venuta a significare l'invenzione della mente dell'uomo di idee derivate da impressioni interiori ed esteriori, quindi l'aspetto illusorio dei pensieri dell'uomo quando egli prende in considerazione e cerca di interpretare e comprendere la vita e le sue posizioni; e da qui è derivato il senso che tecnicamente comporta, "illusione." Ma non significa che il mondo esteriore sia non esistente: se così fosse, è ovvio che non potrebbe essere illusorio. Esso esiste, ma non è. È "confinato" o "limitato," cioè sta allo spirito umano come un miraggio. In altre parole, noi non vediamo chiaramente e apertamente e nella loro realtà la visione e le visioni che la nostra mente e i nostri sensi presentano alla vita e all'occhio interiore.

Le raffigurazioni familiari di māyā nel Vedānta, che è la forma più alta che gli insegnamenti Brahmanici hanno formulato e che sotto molti aspetti è così vicina al nostro insegnamento, erano come segue: un uomo, al vespro, vede una corda arrotolata sul terreno, e corre via credendola un serpente. La corda è lì ma non è un serpente. La seconda illustrazione è quella che è chiamata le "corna della lepre." L'animale in questione non ha corna, ma se è visto anch'esso al vespro, le sue lunghe orecchie sembrano proiettarsi dalla sua testa in questa foggia, che all'occhio che la osserva appare come una creatura con le corna. La lepre non ha le corna, ma nella mente si è creata un'illusione che un animale con le corna è lì.

Questo è quanto significa māyā: non che una cosa vista non esista, ma che noi siamo accecati e la nostra mente pervertita dai nostri pensieri e dalle nostre imperfezioni, e ancora non arriva alla reale interpretazione e significato del mondo o dell'universo intorno a noi. Ascendendo interiormente, innalzandoci, mediante l'aspirazione interiore, mediante un'elevazione dell'anima, possiamo raggiungere in alto, o meglio, all'interno, quel piano in cui abita la verità nella sua pienezza.

H. P. Blavatsky ci dice, nella Dottrina Segreta:

La Filosofia Esoterica, insegnando un Idealismo oggettivo sebbene consideri l'universo oggettivo e tutto ciò che è in esso come Maya, illusione temporanea, — fa una distinzione pratica fra l'illusione collettiva, Mahamaya, dal punto di vista puramente metafisico, e le relazioni oggettive che vi sono fra diversi Ego coscienti, fintanto che dura questa illusione. (Cosmogenesi, p. 631 ed. or.; p. 815 Istituto Cintamani online)

L'insegnamento è che māyā è così chiamata per l'azione di mūlaprakṛiti o la radice della natura, il principio coordinato di quell'altra linea di coscienza coesiva che chiamiamo parabrahman. Dal momento in cui la manifestazione comincia, agisce dualisticamente, vale a dire che ogni cosa in natura, da quel punto in poi, è attraversata dalle coppie degli opposti, sia lunghe che brevi, alte o basse, giorno e notte, bene e male, coscienza e non coscienza, ecc., e che tutte queste cose sono essenzialmente mayāviche o illusorie — reali finché durano, ma la loro durata non è eterna. Attraverso queste coppie di opposti l'anima autocosciente impara la verità. Si potrebbe dire, in conclusione, che un altro modo molto pertinente di comprendere māyā è di capirla nel significato di "limitazione," "restrizione," e quindi una cognizione e un riconoscimento della realtà. La mente imperfetta non vede la verità perfetta. Lavora sotto un'illusione corrispondente alle proprie imperfezioni, sotto una māyā, una limitazione. Negli antichi libri hindu le pratiche magiche sono spesso chiamate māyā.

Māyāvi-Rūpa    (Sanscrito) Questo è un composto di due parole: māyāvi, la forma aggettivale del termine māyā, da cui "illusorio"; rūpa, "forma"; il māyāvi-rūpa o il corpo del pensiero, o corpo illusorio, un'elevata forma astrale-mentale. Il māyāvi può assumere tutte le forme e qualsiasi forma, a volontà dell'Adepto. Un termine filosofico sinonimo è anima proteiforme. In Germania, i mistici medievali la chiamavano doppelgänger. Vi è una realtà molto mistica connessa al māyāvi-rūpa: l'Adepto è capace di proiettare la sua coscienza nel māyāvi-rūpa a una distanza tale, che a uno non iniziato sembrerebbe incredibile, mentre il corpo fisico è lasciato, per così dire, in trance. In Tibet un tale potere di proiettare il māyāvi-rūpa è chiamato hpho-wa.

Mediatore    Vedi Medium

Medium    Un termine dal significato curiosamente mal definito, e usato per lo più, se non esclusivamente, dai moderni Spiritisti. Il senso generale della parola sembrerebbe riferirsi a una persona dal temperamento, o meglio, dalla costituzione, psichico-instabile, che si suppone agisca come un canale o strumento di trasmissione, e quindi un "medium," tra gli esseri umani e i cosiddetti spiriti.

Un medium, nell'insegnamento teosofico, è effettivamente uno la cui costituzione interna è di un equilibrio instabile, o forse anche spostata, per cui, a momenti alterni, le guaine delle parti interiori della costituzione del medium funzionano irregolarmente e in simpatia magnetica con correnti ed entità nella luce astrale, e più particolarmente in kāma-loka (vedi). È una condizione estremamente sfortunata e pericolosa in cui si trova, a dispetto di come gli Spiritisti la dipingono.

In verità, molto diverso dal medium è il mediatore: un essere umano di natura relativamente spirituale e intellettuale, molto evoluta, che fa da intermediario o mediatore tra i membri della Grande Fratellanza, i mahātma, e la comune umanità. Vi sono anche mediatori di tipo ancora più elevati, che servono da canale di trasmissione per il passaggio verso il basso, nella nostra sfera, di poteri divini e spirituali altamente intellettuali. Ogni mahātma è effettivamente un mediatore di questo tipo superiore, e così, di grado più ampio, sono i buddha e gli avatāra. Un mediatore ha una costituzione altamente evoluta, ogni porzione della quale è sotto il controllo immediato e diretto della volontà spirituale dominante e dell'intelligenza superiore che il mediatore è capace di esercitare. Ogni essere umano dovrebbe sforzarsi per diventare un mediatore di questo tipo fra il proprio dio interiore e la sua mente-cervello. Più ha successo, più egli è grande come uomo.

Il mediatore, quindi, e il medium, sono le antitesi polari reciproche. Il medium è irregolare, negativo, spesso irresponsabile o quasi irresponsabile, ed incerto, ed è spesso la vittima o il trastullo di entità malvagie e degenerate, che i teosofi chiamano elementari, che hanno il loro habitat nella luce astrale della terra; mentre il mediatore è più o meno animato o ispirato dai poteri divini, spirituali ed intellettuali e dalle loro corrispondenti facoltà ed organi.

Mesmerismo    Una branca mal compresa della conoscenza umana, che si è abbastanza sviluppata recentemente, connessa all'esistenza del fluido psico-magnetico nell'uomo, che può essere impiegato dalla volontà a scopi sia buoni che cattivi. In periodi precedenti al nostro è stato spesso chiamato magnetismo animale. Il primo europeo che l'ha scoperto ed ha pubblicamente proclamato l'esistenza di questo sottile fluido psico-magnetico nell'uomo è stato il dr. Friedrich Anton Mesmer, nato in Germania nel 1733, e morto nel 1815. La sua onestà e le sue teorie sono state più o meno rivendicate oggi dagli studiosi posteriori di questo soggetto.

Vi sono nette differenze tra mesmerismo, ipnotismo, psicologizzazione, suggestione, ecc. (Vedi anche Ipnotismo)

Messaggero    In senso teosofico, un individuo che viene con un mandato della Loggia dei Maestri di Saggezza e Compassione per compiere una certa missione nel mondo.

Solo il vero genio — in verità qualcosa in più del genio semplicemente umano — solo la capacità straordinariamente spirituale ed intellettuale, inerente alla costituzione di qualche essere umano elevato, potrebbe spiegare la ragione della scelta di questi messaggeri. Ma questo, tuttavia, non significa un'esauriente spiegazione: oltre al genio e alla capacità spirituale ed intellettuale innata, un tale messaggero deve possedere il potenziale mentale di proiettare a volontà la natura intermedia o psicologica in uno stato di perfetta quiescenza o ricettività per il flusso dell'ispirazione divino-spirituale che scaturisce dalla divinità interiore, o essenza monadica, del messaggero. È ovvio, quindi, che una simile combinazione di rare e insolite qualità non si trova spesso negli esseri umani; e, una volta trovata, è idonea alla missione che un tale messaggero dell'Associazione dei grandi esseri deve compiere.

I Maestri di Saggezza e Compassione e Pace mandano continuamente i loro inviati nel mondo degli uomini, uno dopo l'altro e, di conseguenza, questi inviati lavorano nel mondo tra gli uomini da sempre. Felici sono coloro i cui cuori riconoscono i segni di quelli che varcano le cime montuose del Mistico Oriente. Non sempre i messaggeri lavorano pubblicamente agli occhi del mondo, ma spesso lavorano in silenzio, e sconosciuti agli uomini, o relativamente sconosciuti. In certi periodi, comunque, sono autorizzati, abilitati e diretti, a compiere pubblicamente il loro lavoro e proclamare pubblicamente la loro missione. Tale, ad esempio, fu il caso di H. P. Blavatsky.

Metempsicosi    (Greco) Un vocabolo composto che può essere tradotto, in breve, con "una reincarnazione dopo l'altra," o "cambiare un'anima dopo l'altra." Metempsicosi contiene il significato specifico che l'anima di un'entità, umana o diversamente, non si muove semplicemente da una condizione all'altra, non migra semplicemente da uno stato all'altro o da un corpo all'altro, ma anche che è un'entità indivisibile nella sua essenza più profonda, che percorre un corso lungo il proprio particolare sentiero evolutivo come monade individuale, prendendo per sé un'anima dopo l'altra; e sono le peripezie che accadono all'anima nell'assumere un'anima dopo l'altra, che nel loro aggregato sono raggruppate sotto questo termine metempsicosi.

Nel linguaggio ordinario, si suppone che la metempsicosi sia sinonimo di trasmigrazione, reincarnazione, preesistenza, palingenesi, ecc., ma nella filosofia esoterica tutti questi termini hanno significati specifici, e non dovrebbero essere confusi. Naturalmente, risulta evidente che questi termini hanno uno stretto rapporto reciproco come, ad esempio, ogni anima, nella sua metempsicosi, trasmigra anche, nel suo significato appropriato. Ma queste relazioni o mescolanze di significati non devono essere confuse con il significato specifico attinente a ciascuno di questi termini.

Il significato essenziale di metempsicosi può forse essere brevemente riassunto nel dire che una monade, durante il corso delle sue peregrinazioni evolutive emana da se stessa, periodicamente, un nuovo rivestimento o guaina dell'anima, e questo cambiamento di anime o guaine dell'anima, nel passare del tempo è chiamata metempsicosi. (Vedi anche Trasmigrazione, Reincarnazione, Preesistenza, Palingenesi)

Metensomatosi    (Greco) Un termine composto il cui significato può essere forse riassunto così: "cambiare un corpo dopo l'altro." Il riferimento è a un'entità reincorporante che non usa necessariamente solo corpi umani di carne, e in questo senso il termine si diversifica da reincarnazione (vedi) ma corpi appropriati e tuttavia diversi dalla materia fisica, idonei alla fase evolutiva che la razza umana può aver raggiunto in qualsiasi periodo, e al piano o sfera della natura su cui ha luogo il reincorporamento. Questo termine, a causa delle idee intricate che coinvolge, è molto difficile da spiegare accuratamente o anche da accennare in poche parole, ma forse lo possiamo rendere più chiaro con la seguente osservazione: nelle remote ere passate la razza umana aveva corpi ma non corpi di carne; e nelle lontane ere del futuro la razza umana avrà ugualmente dei corpi ma non necessariamente di carne. Effettivamente, il nostro insegnamento al riguardo è che nei distanti periodi del futuro i corpi umani di quel periodo saranno compatti di etere o, vale a dire la stessa cosa, di materia luminosa che può essere davvero appropriatamente chiamata luce concretizzata.

Microcosmo    (Greco) Un composto che significa "piccolo ordinamento," "piccolo mondo," un termine applicato dai mistici antichi e moderni all'uomo considerato nei sette, dieci e anche dodici aspetti o fasi delle parti organiche della sua costituzione, dal superdivino fino in basso e anche al di sotto del corpo fisico.

Proprio come attraverso tutto il macrocosmo (vedi) funziona una sola legge, una coscienza fondamentale, un assetto ordinato essenziale e una consuetudine alla quale si conforma necessariamente ogni cosa contenuta nell'ambito del macrocosmo, proprio così fa ogni entità o cosa contenuta, perché è parte inseparabile del macrocosmo, e contiene in sé, evoluta o non evoluta, implicita o esplicita, attiva o latente, ogni cosa che il macrocosmo contiene — che sia energia, potere, sostanza, materia, facoltà, o cose del genere. Il microcosmo, quindi, considerato come uomo o, in verità, come una qualsiasi altra entità organica, è correttamente visto come un riflesso o copia in miniatura del grande macrocosmo, ed è contenuto, con gli eserciti uguali ad esso, nelle frontiere circondanti del macrocosmo. Fu affermato dagli antichi mistici che il destino dell'uomo, il microcosmo, è coevo all'universo o macrocosmo. La loro origine è la stessa, le loro energie e sostanze sono le stesse, e il loro futuro è lo stesso, naturalmente mutatis mutandis. Non era alcuna inutile finzione immaginativa né alcuna raffigurazione di linguaggio a indurre gli antichi mistici a dichiarare che l'uomo è figlio dell'Illimitato.

L'insegnamento è uno dei più suggestivi e belli nell'intero campo della filosofia esoterica, e le deduzioni che lo studente intuitivo ne ricaverà subito da questo insegnamento diventano chiavi che aprono portali ancora più ampi di comprensione. L'universo, il macrocosmo, è quindi visto come la patria del microcosmo, cioè l'uomo, e nel macrocosmo il microcosmo è dappertutto a casa sua.

Misteri    I Misteri erano divisi in due parti generali, i Misteri Minori e i Misteri Maggiori.

I Misteri Minori erano in gran parte composti di riti drammatici o cerimonie, con qualche insegnamento; i Misteri Maggiori erano composti e diretti quasi esclusivamente nel settore dello studio; e le dottrine insegnate in seguito erano provate dall'esperienza personale durante l'iniziazione. Nei Misteri Maggiori era spiegato, tra le altre cose, il significato segreto delle mitologie delle antiche religioni, come ad esempio, quelle greche.

La mente agile e attiva dei greci creò una mitologia che, per grazia e bellezza, probabilmente non ha eguali, tuttavia è molto difficile da spiegare; i Misteri Maggiori di Samotracia e di Eleusi spiegavano, tra le altre cose, il significato dei miti. Questi miti formavano la base delle religioni exoteriche; ma considerate che l'exoterismo non significa che il soggetto exotericamente spiegato sia di per sé falso, ma semplicemente che è un insegnamento dato senza la sua chiave. Questo insegnamento è simbolico, illusorio, sfiora la verità — la verità è lì, ma senza la sua chiave, che è il significato esoterico, non ha un senso appropriato.

Abbiamo la testimonianza degli iniziati greci e romani che gli antichi Misteri della Grecia insegnavano agli uomini soprattutto a vivere giustamente e ad avere una nobile speranza per la vita dopo la morte. I romani derivarono i loro Misteri da quelli della Grecia.

L'aspetto mitologico comprende solo una porzione — una porzione relativamente piccola — di ciò che era insegnato nelle scuole misteriche in Grecia, principalmente in Samotracia e ad Eleusi. In Samotracia era impartito lo stesso insegnamento misterico che era comune in Grecia, ma qui era più sviluppato e recondito, e la base di questi insegnamenti dei Misteri era la morale (vedi). Gli uomini più nobili ed eccellenti dei tempi antichi in Grecia erano iniziati nei Misteri di questi due lati della conoscenza esoterica.

In altri paesi più a Oriente c'erano altre scuole misteriche o "collegi," e questo termine collegio in nessun modo significa necessariamente un semplice tempio o edificio; significa associazione, come la nostra parola moderna colleague, "associato." Anche le tribù teutoniche dell'Europa settentrionale, le tribù germaniche, che includevano la Scandinavia, avevano i loro collegi misterici; e l'insegnante e i neofiti stavano nel seno della Madre Terra, sotto il Padre Etere, il cielo illimitato, o negli spazi sotterranei, ed insegnavano e apprendevano. Il nucleo, il cuore, il centro dell'insegnamento degli antichi Misteri, erano gli astrusi problemi che avevano a che fare con la morte. (Vedi anche Guru-paramparā)

Misticismo    Un termine originariamente derivato dal Greco e che nella moderna letteratura religiosa e filosofica ha un ampia gamma di significati. Si potrebbe definire mistico uno che ha intuizioni e presagi dell'esistenza di mondi interiori superiori, e che tenta di unirsi o di pervenire alla comunione autocosciente con questi mondi interiori ed invisibili e con gli esseri che li abitano.

Il termine misticismo, naturalmente, ha varie sfumature di significato, e si potrebbero facilmente scrivere diverse definizioni seguendo i punti di vista di diversi scrittori mistici su questo soggetto. Dal punto di vista teosofico o occulto, comunque, un mistico è uno che ha le sue convinzioni interiori spesso basate sulla visione interiore e la conoscenza dell'esistenza di universi spirituali ed eterei dei quali il nostro universo fisico esteriore non è che il guscio; e chi ha qualche conoscenza interiore di questi universi o mondi o piani o sfere, con i loro eserciti di abitanti, sono intimamente connessi all'origine, al destino, e anche alla natura attuale del mondo che ci circonda.

Il misticismo genuino è uno studio nobilitante. Il mistico ordinario, comunque, è uno al quale manca la guida diretta derivante dall'insegnamento personale ricevuto da un insegnante o da chi è superiore spiritualmente.

Monade    Un'entità spirituale che per noi umani è indivisibile; è un atomo di vita divino-spirituale, ma indivisibile perché la sua caratteristica essenziale, come noi umani la concepiamo, è l'omogeneità; Mentre quella dell'atomo fisico, sulla quale si libra la nostra coscienza, è una particella eterogenea composita.

Le monadi sono eterne, unitarie, centri di vita individuali, centri di coscienza, immortali durante qualsiasi manvantara solare, e quindi senza età, non ancora nate, imperiture. Di conseguenza, ciascuna di esse — e il loro numero è infinito — è il centro di Tutto, perché il Tutto divino è Quello che ha il suo centro dappertutto, e la sua circonferenza o confine limitante in nessun luogo.

Le monadi sono entità spirituali-sostanziali, automotivate, che si autogestiscono, autocoscienti, in gradi infinitamente vari, gli elementi finali dell'universo. Queste monadi generano altre monadi, come un seme produrrà una moltitudine di altri semi; così da ciascuna monade scaturisce un esercito di entità viventi nel corso del tempo illimitabile, ciascuna monade essendo la sorgente o il genitore in cui tutte le altre sono coinvolte, e da cui esse scaturiscono.

Ogni monade è un seme, nel quale è latente la somma totale dei poteri appartenenti alla sua origine divina, vale a dire immanifesti; e l'evoluzione consiste nella crescita e nello sviluppo di tutti questi semi o monadi figlie, con cui la vita universale si esprime in innumerevoli esseri. Quando la monade discende nella materia, o meglio come il suo raggio — uno degli altri innumerevoli raggi che procedono da essa — è spinta nella materia, secerne da se stessa, e quindi espelle, su ciascuno dei sette piani attraverso i quali passa, i suoi vari veicoli, tutti adombrati dal sé, lo stesso sé che è in te e in me, nelle piante e negli animali, di fatto in tutto quello che è ed appartiene a quella gerarchia. Questo è il sè uno, il sé supremo o paramātman della gerarchia. Illumina e segue ciascuna monade individuale e tutti i suoi eserciti di raggi, le monadi figlie. Ognuna di queste monadi è un seme spirituale proveniente dal manvantara precedente, che in questo manvantara si manifesta come una monade spirituale; e questa monade, attraverso i suoi raggi, esterna da se stessa, per secrezione, e quindi per escrezione, tutti i suoi veicoli. Questi veicoli sono innanzitutto l'ego spirituale, il riflesso o copia in miniatura della stessa monade, ma individualizzata attraverso l'evoluzione manvantarica, "portando" o "diffondendo" come veicolo il raggio monadico. Quest'ultimo non può contattare direttamente i piani inferiori, perché è della stessa essenza monadica, che è un raggio ancora più elevato dell'infinito illimitato composto dalla molteplicità infinita nell'unità. (Vedi anche Individualità)

Monade Umana    Nella terminologia teosofica la monade umana è quella parte della costituzione umana che è la radice dell'ego umano. Dopo la morte si unisce con la diade superiore, ātma-buddhi, e il suo immergersi nel seno della diade superiore produce la sorgente da cui è emanato l'Ego Reincarnante nella sua prossima rinascita. La monade, di per sé, è solo una diade superiore, ma l'aggettivo attributivo "umana" le è dato a causa dell'ego reincarnante che essa contiene in sé dopo la morte. Quest'ultimo uso è popolare e conveniente, piuttosto che rigorosamente preciso.

Moksha    (Sanscrito) Il termine viene da moksh, che significa "rilasciare," liberare," e probabilmente è un desiderativo della radice much, da cui viene anche il termine mukti, il cui significato è che quando uno spirito, una monade, o un radicale spirituale, è così avanzato evolutivamente che è diventato prima un uomo, interiormente, e da uomo è poi diventato uno spirito planetario o dhyān-chohan o signore della meditazione, ed è andato ancora più in alto diventando interiormente un Brahman, e da un Brahman il Parabrahman per la sua gerarchia, allora è assolutamente perfetto, relativamente parlando, libero, affrancato — perfezionato per il grande periodo di tempo che a noi sembra quasi un'eternità, tanto è lungo, effettivamente incalcolabile dall'intelletto umano. Ora, anche questo è il vero significato del termine Assoluto (vedi), molto abusato, limitato in confronto alle cose ancora più immense, ancora più sublimi, ma nella misura in cui possiamo pensarlo, affrancato o liberato dalle catene, dai ceppi dell'esistenza materiale. Uno che è così affrancato o liberato è chiamato jīvanmukta (vedi). (Vedi anche Nirvāṇa)

Mondi Invisibili    L'antica saggezza insegna che l'universo non solo è un organismo vivente, ma che gli esseri umani vivono in intima connessione, in intimo contatto, con le sfere invisibili, con regni invisibili ed intangibili, sconosciuti all'uomo perché i sensi fisici sono così imperfettamente evoluti, che non vediamo questi regni invisibili né li vediamo o ne sentiamo l'odore e il sapore, né li riconosciamo, tranne che mediante l'apparato sensoriale altamente evoluto e sottile che l'uomo chiama la mente. Questi regni interni s'interpenetrano con la nostra sfera fisica, la permeano, in modo che, nei nostri affari quotidiani, quando adempiamo ai nostri doveri, effettivamente passiamo attraverso le dimore, attraverso le montagne, i laghi, attraverso gli esseri, forse, delle entità e delle dimore in questi regni invisibili. Questi regni invisibili sono costruiti da materia proprio come lo è il nostro mondo fisico, ma di una materia più eterea della nostra; però noi, con i nostri sensi fisici, non li conosciamo affatto. La spiegazione è che è tutta una materia di differenti ritmi di vibrazione di sostanze.

Il lettore deve stare attento a non confondere quest'insegnamento teosofico delle sfere e dei mondi interni con quanto il moderno Spiritismo dell'Occidente ha da dire sul soggetto. La "Summerland" degli Spiritisti non ricorda in nessun modo la realtà che la filosofia teosofica insegna a riguardo, la dottrina che tratta la struttura e le operazioni del kosmo visibile ed invisibile. Diventa necessario fare un avvertimento, per paura che un lettore sprovveduto possa immaginare che i mondi e le sfere invisibili degli insegnamenti teosofici siano identici alla Summerland degli Spiritisti, perché non è così.

I nostri sensi non ci dicono assolutamente niente delle sfere e dei piani più lontani che appartengono ai campi e ai funzionamenti delle sostanze ed energie invisibili dell'universo; ma in effetti questi piani e sfere invisibili sono inesprimibilmente più importanti di quanto i nostri sensi fisici ci dicono del mondo fisico, perché questi piani invisibili sono i regni causali, dei quali il nostro mondo fisico o universo, per quanto esteso nello spazio, non è che l'effettiva produzione fenomenica che ne consegue.

Ma mentre questi mondi o piani o sfere interni ed invisibili sono la sorgente, in definitiva, di tutte le energie e la materia dell'intero mondo fisico, tuttavia per un'entità che abita questi mondi o piani interni ed invisibili, questi ultimi sono sostanziali e "reali" — per usare il termine popolare — per quell'entità, come il nostro grossolano mondo fisico lo è per noi. Proprio come noi conosciamo nel nostro mondo fisico vari gradi o condizioni di energia e materia, da quella fisicamente più grezza alla più eterea, così, secondo lo stesso piano generale, gli abitanti di questi mondi invisibili ed interni, e per noi superiori, hanno cognizione delle loro sostanze ed energie più grossolane e anche di quelle più eteree.

L'uomo, come pure tutte le altre entità dell'universo, è inseparabilmente connesso a questi mondi invisibili.

Morale, Moralità    Qual è la base della morale? Questa è la domanda più importante che si possa fare in qualsiasi sistema di pensiero. La moralità è basata sui dettami dell'uomo? La moralità è basata sulla convinzione, nella maggior parte dei cuori degli uomini, che per il soddisfacimento umano è necessario avere certe regole astratte che sono convenienti da seguire? Siamo semplicemente degli opportunisti? O la moralità, l'etica, basata sulla verità, non è semplicemente un espediente da seguire, ma necessario? Sicuramente si! La morale è il giusto comportamento basato su punti di vista giusti, su un giusto pensare.

Nel terzo postulato fondamentale della Dottrina Segreta[1: 17] troviamo i veri elementi, i veri fondamenti, di un sistema di moralità più grande, più persuasivo, che sarebbe forse impossibile immaginarne un altro.

Su cosa si basa, dunque, la moralità? E per moralità non s'intende soltanto l'opinione che hanno alcuni pseudo-filosofi, che la moralità è più o meno "il bene per la comunità," che si fonde sul semplice significato del termine latino mores, "buoni costumi," in opposizione a quelli cattivi. No! La moralità è la brama del cuore umano di agire giustamente, di fare il bene a ogni uomo, perché è ammirevole e soddisfacente fare così.

Quando l'uomo realizza di essere all'unisono con tutto ciò che è, internamente ed esternamente, in alto e in basso, che egli è uno con tutto, e non semplicemente come i membri di una comunità sono uno, non semplicemente come gli individui di un esercito sono uno, ma come gli atomi della molecola, come gli elettroni di un atomo, che compongono un'unità — non una mera unione ma un'unità spirituale — allora egli vede la verità: (Vedi anche Etica)

Morte    La morte sopraggiunge quando ha luogo una disgregazione generale della costituzione dell'uomo; né questa disgregazione avviene improvvisamente, ad eccezione, naturalmente, dei casi di incidenti o suicidi. La morte è sempre preceduta, variando individualmente di caso in caso, da un certo momento in cui l'individualità monadica si ritira da un'incarnazione, e questo ritiro naturalmente avviene in coincidenza con il disfacimento dell'essere composto da sette principi che è l'uomo nell'incarnazione fisica. Questo disfacimento precede la dissoluzione fisica, ed è una preparazione del centro della coscienza per l'imminente esistenza nei regni invisibili. Questo ritiro è effettivamente una preparazione alla vita futura in regni invisibili, e quando l'entità settenaria su questa terra si disgrega, si può ben dire che si sta avvicinando alla rinascita nella prossima sfera.

Morte, Seconda    'Seconda Morte' è una frase usata dai mistici antichi e moderni per descrivere la dissoluzione dei principi dell'uomo che rimangono in kāma-loka dopo la morte del corpo fisico. Ad esempio, Plutarco dice: "Delle morti di cui moriamo, una fa dell'uomo due di tre, e l'altra, uno di due." Così, usando la semplice divisione dell'uomo in spirito, anima, e corpo: la prima morte è il disfarsi del corpo, facendo due di tre, la seconda morte è il ritirarsi dell'anima spirituale da quella kāma-rūpica, facendo uno di due.

La seconda morte ha luogo quando la diade intermedia (manas-kāma) a sua volta si separa dalla diade superiore, o meglio, è gettata via; ma prima di questo evento la diade superiore raccoglie in se stessa da questa diade inferiore quello che è chiamato l'ego reincarnante (Vedi), che è tutto il meglio dell'entità che fu, tutte le sue più pure aspirazioni, speranze, sogni, più spirituali e più nobili per il miglioramento e per la bellezza e l'armonia. Inerenti alla fabbrica, per così dire, dell'ego reincarnante, vi restano i semi dei principi inferiori che alla successiva rinascita o reincarnazione dell'ego si svilupperanno nel complesso del quaternario inferiore. (Vedi anche Kāma-Rūpa)

Mudrā    (Sanscrito) Un termine generalizzante per certi intrecci o posizioni delle dita delle due mani, usati da soli o insieme, nello yoga devozionale o il culto exoterico religioso, e i mistici orientali ritengono che questi mudrā o posizioni delle dita abbiano un particolare significato esoterico. Si trovano sia nelle statue buddhiste dell'Asia settentrionale, specialmente tra gli appartenenti alla scuola Yogāchāra, e anche in India, dove forse sono particolarmente influenzati dai tāntrika hindu. Indubbiamente c'è una buona dose di efficacia nascosta nel tenere le dita nella posizione appropriata durante la meditazione, ma per il genuino studente di Occultismo il significato simbolico di questi mudrā o posizioni delle dita è molto più utile e interessante. L'argomento è troppo intricato, e di ben poca importanza, da richiamare dettagliatamente una spiegazione o anche tentare un'esposizione completa del soggetto.

Mukti    Vedi Moksha

Mūlaprakṛiti    (Sanscrito) Un composto che contiene mūla, "radice," prakṛiti, "natura," la materia-radice o la natura-radice. Corrispondente ad essa, come l'altro polo attivo è parabrahman, da cui procede Brahman (neutro), il primo Logos immanifesto. Mūlaprakṛiti, quindi, come il velo kosmico di parabrahman, può essere definita come la sostanza primordiale omogenea, indifferenziata. È la sorgente o radice di ākāśa (Vedi). (Vedi anche Prakṛiti)

Musica delle Sfere    Ogni sfera che compie il suo percorso nelle profondità abissali dello spazio emette un canto quando passa. Ogni piccolo atomo è in sintonia con una nota musicale. È in movimento costante, in vibrazione costante, a delle velocità che sono incomprensibili all'ordinaria mente-cervello dell'uomo; e ciascuna di queste velocità ha la sua quantità numerica; in altre parole, la sua nota numerica, e quindi canta quella nota. Questa è chiamata la musica delle sfere, e se l'uomo avesse il potere della chiaroudienza (Vedi) spirituale, la vita che lo circonda sarebbe un grande dolce canto: il suo corpo sarebbe, per così dire, come un'orchestra sinfonica, cantando qualche composizione musicale sinfonica, magnifica ed incomprensibile. La crescita di un fiore, ad esempio, sarebbe come una melodia cangiante che si diffonde di giorno in giorno; egli potrebbe udire gli atomi cantare e vedere i loro movimenti, e udire all'unisono i canti di tutti gli atomi individuali, e le melodie che qualsiasi corpo fisico produce; e imparerebbe quello che le stelle cantano costantemente nei loro corsi.

— N —

Natura    Il lato della coscienza della natura è composto dalle vaste gerarchie di dèi, spiriti cosmici sviluppati, entità spirituali, laureati cosmici nell'università della vita. Il lato materiale della natura è la materia eterogenea, il mondo materiale nei suoi molteplici e vari piani, in tutti gli stadi dell'imperfezione — ma tutti questi stadi sono riempiti da eserciti di entità che evolvono e crescono. Il termine appropriato per la natura nel moderno uso teosofico è prakṛiti o, ancora più precisamente, mūlaprakṛiti — il produttore kosmico sempre vivente, la madre eternamente feconda dell'universo. Quando un teosofo parla di natura, a meno che non limiti il termine al mondo fisico, egli non intende mai soltanto il mondo fisico, ma le vaste estensioni del kosmo universale e più in particolare, i regni interni, i fattori causali del Tutto illimitato. Quindi, una crescente comprensione della natura in questo senso — che è un altro modo di definire una comprensione della realtà — ovviamente fornisce l'unica base di una religione fondata sulle realtà immutabili.

Natura Intermedia    Parlare di un uomo come di una tricotomia, che ha cioè una divisione in tre parti — come nel Nuovo Testamento cristiano: un corpo "naturale," un corpo psichico, e un corpo spirituale — è un'espressione adatta, ma in nessun modo esprime dettagliatamente l'intera economia dell'essere interiore dell'uomo.

Seguendo quindi questa tricotomia, vi è, primo, l'elemento divino-spirituale nella costituzione umana che è il dio individuale interno all'uomo; secondo, l'anima o la monade umana, che è il suo sé egoico, la sua seconda natura intermedia o psichica; terzo, tutta la sua parte inferiore composita che, per quanto comprenda parecchie guaine, può essere convenientemente raggruppata sotto il termine unico di veicolo o corpo. Dèi, monadi ed atomi, collettivamente, in natura sono copiati nella tricotomia essenziale dell'uomo, come spirito, anima, e corpo, e quindi quest'ultimo non è che un modo per definire nell'uomo le parti divino-spirituali, l'anima intermedia, e quelle astrali-psichiche.

È la natura intermedia, progenie della scintilla divina, che immette il raggio proveniente da questa scintilla divina, il suo sole spirituale, per così dire, e lo trascina giù nell'ordinaria mentalità dell'uomo. È questa natura intermedia che si reincarna. La parte divino-spirituale dell'uomo non si reincarna, perché questa parte dell'uomo non ha bisogno di imparare le lezioni che la vita fisica può dare: è di gran lunga al di sopra di esse. Ma è la parte intermedia che funziona attraverso i vari rivestimenti o guaine dell'uomo interiore — questi rivestimenti li potremmo chiamare astrali o eterei — che così possono raggiungere e toccare il piano terrestre; e il corpo fisico è il rivestimento di carne in contatto con il mondo fisico.

La natura intermedia è comunemente chiamata anima umana. È una cosa imperfetta, ed è quella che ritorna ad incarnarsi, perché è richiamata verso questa terra per attrazione. Qui impara molte lezioni necessarie, in questa sfera della vita universale. (Vedi anche Principi dell'Uomo)

Nirmāṇakāya    (Sanscrito) Un composto di due parole: nirmāṇa, un participio che significa "che forma," "che crea"; kāya, un termine che significa "corpo," "veste," "veicolo"; quindi, nirmāṇakāya significa "corpo-formato." Un nirmāṇakāya, comunque, è realmente uno stato assunto da un bodhisattva, nel quale egli è entrato — un uomo individuale reso semidivino che, per usare un linguaggio popolare, invece di scegliere la sua ricompensa nel nirvāṇa di un grado minore, rimane sulla terra per pietà e compassione degli esseri inferiori, ricoprendosi di un rivestimento nirmāṇakāyco. Quando quello stato è finito, finisce anche il nirmāṇakāya.

Un nirmāṇakāya è un uomo completo che possiede tutti i principi della sua costituzione tranne il liṅga-śarīra e il suo concomitante piano fisico. Egli vive sul successivo piano dell'essere superiore al piano fisico, e il suo proposito, nell'agire così, è di salvare gli uomini da se stessi rimanendo con loro, ed instillando continuamente pensieri di autosacrificio, di oblio personale, di bellezza spirituale e morale, di reciproco aiuto, di compassione, e di pietà.

Nirmāṇakāya, esotericamente parlando, è il terzo, il più basso, di ciò che in Sanscrito è chiamato trikāya, i "tre corpi." Il più elevato è il dharmakāya, nel cui stato sono i nirvāṇī e i buddha pratyeka completi; il secondo stato è il sambhogakāya, a metà tra il primo e il terzo, quello nirmāṇakāya. Il rivestimento o condizione nirmāṇakāya rende capace un individuo di entrare e di vivere in contatto ed empatia con il mondo degli uomini. Il sambhogakāya rende capace chi è in quello stato di essere veramente cosciente, in una certa misura, del mondo degli uomini e delle sue pene e dolori, ma con uno scarso potere o impulso di aiutare. Il rivestimento dharmakāya è così puro e santo e, in verità, così elevato, che chi possiede il dharmakāya, cioè chi è entrato in questo stato, è effettivamente lontano da qualsiasi cosa che sia inferiore a lui stesso. Quindi è nel rivestimento nirmāṇakāya, se non nella forma fisica, che vivono e lavorano i Buddha di Compassione, i più grandi saggi e veggenti, e tutti gli uomini molto santi, attraverso gli sforzi nell'evolversi delle ere, portano in manifestazione, in potere e in funzione, la divinità interiore. La dottrina dei nirmāṇakāya è uno dei più suggestivi, profondi ed ammirevoli insegnamenti della filosofia esoterica. (Vedi anche Dharmakāya, Sambhogakāya)

Nirvana    (Sanscrito) È un composto da nir, "fuori," e vāna, il participio passato della radice , "spegnere," che letteralmente significa "spento." Il significato dell'antico pensiero indiano (e anche del linguaggio Sanscrito) è stato talmente travisato, che per molti anni gli studiosi europei hanno discusso se essere "spento" significasse effettivamente l'annichilimento assoluto oppure no. Ma essere spento si riferisce solo ai principi inferiori nell'uomo.

Nirvāṇa è una cosa molto diversa dai "cieli." Nirvāṇa è uno stato di assoluta e completa beatitudine, coscienza senza ostacoli, uno stato di assorbimento nel puro Essere kosmico, ed è il meraviglioso destino di quelli che hanno ottenuto la conoscenza sovrumana, la purezza, e l'illuminazione spirituale. È veramente l'assorbimento personale-individuale nel Sé, o meglio nell'identificazione con il Sé — il supremo. È anche lo stato delle entità monadiche nel periodo che intercorre tra i manvantara minori o ronde di una catena planetaria; e più pienamente tra il periodo di ciascuna settima ronda o Giorno di Brahmā, e il successivo giorno o nuovo kalpa di una catena planetaria. In questi ultimi periodi, partendo dalla settima sfera nella settima ronda, le entità monadiche saranno progredite ben oltre lo stato più elevato del devachan. Troppo pure ed avanzate per una condizione come la felicità devacianica, vanno nella loro appropriata sfera e condizione, cioè il nirvāṇa che segue la fine della settima ronda.

Il Devachan (vedi) e il nirvāṇa non sono località. Sono stati, stati degli esseri in quelle rispettive condizioni spirituali. Il Devachan è lo stato intermedio; il nirvāṇa lo stato super-spirituale, e avīchi, popolarmente chiamato il più basso degli inferni, è il polo inferiore della condizione spirituale. Questi tre sono gli stati degli esseri che hanno il loro habitat nei loka o nei tala, nei mondi dell'uovo kosmico.

Per quanto riguarda l'essere umano, la condizione o stato nirvāṇico può essere ottenuto dai grandi veggenti e saggi, come Gautama il Buddha, e anche da uomini meno progrediti di lui; in questi casi, il raggiungimento del nirvāṇa anche durante la vita sulla terra di un uomo significa che un uomo che l'ha ottenuto, è progredito ad un punto tale lungo il sentiero, attraverso l'evoluzione, che tutta la sua parte personale è diventata completamente impersonalizzata, il personale si è rivestito di impersonalità, ed un tale uomo da quel momento in poi vive nella condizione nirvāṇica della monade spirituale.

Come pensiero conclusivo, va puntualizzato che il nirvāṇa, pur essendo l'ultima thule della perfezione che un essere umano può ottenere, tuttavia per i mistici è meno elevato della condizione del bodhisattva, perché il bodhisattva, per quanto stia sulla soglia del nirvāṇa, e contemplando e comprendendo la sua ineffabile gloria, la pace e il riposo, tuttavia trattiene la sua coscienza nel mondo degli uomini, per consacrare le sua ampie facoltà e poteri al servizio di tutto ciò che è. I buddha, nelle loro parti superiori, entrano nel nirvāṇa; in altre parole, assumono lo stato o il rivestimento dharmakāya, mentre il bodhisattva assume la veste nirmāṇakāya, e quindi diventa per il mondo un'influenza sempre attiva, compassionevole e benefica. In verità, si può dire che il buddha agisca indirettamente e controlli da lunghe distanze, aiutando veramente il mondo con una diffusione capillare; ma il bodhisattva agisce direttamente e positivamente e con una volontà diretta in opere di compassione, sia per il mondo che per gli individui.

Nivṛitti    Vedi Involuzione; anche Evoluzione

Niyama    Vedi Samādhi

Noetico    (Greco) L'aggettivo di nous (vedi).

Nous    (Greco) Questo è un termine usato frequentemente da Platone per quello che nella moderna letteratura teosofica è di solito chiamato manas o mente elevata o anima spirituale, l'unione e le caratteristiche del buddhi-manas nell'uomo adombrato dall'ātman. La distinzione da dedurre tra il nous, da una parte, e l'anima animale o psyche e le sue azioni, dall'altra, è molto netta, e i due non devono essere confusi. In Occultismo, il nous kosmico è il terzo Logos, e nel caso della costituzione dell'uomo, o nella pneumatologia umana, il nous è il buddhi-manas o manas superiore o monade spirituale.

— O —

Occultismo    Questa parola, in origine, significava solo la scienza delle cose nascoste; anche nel Medioevo europeo quei filosofi che furono i precursori dei moderni scienziati, coloro che allora studiavano la natura fisica, chiamarono la loro scienza Occultismo, e i loro studi li chiamarono occulti, intendendo le cose che erano nascoste o non conosciute al comune percorso dell'umanità. Uno di questi filosofi medievali era Alberto Magno, tedesco; e così era anche Ruggero Bacone, inglese — entrambi del tredicesimo secolo.

L'Occultismo, come i teosofi usano questo termine, e come andrebbe usato, significa lo studio delle cose nascoste dell'Essere, la scienza della vita o della natura universale. In un senso, questo termine può essere usato per intendere lo studio di "fenomeni" insoliti, significato che oggi ha usualmente tra la gente che non conosce l'esteso e vasto campo delle cause che l'Occultismo, appropriatamente parlando, investiga. Indubbiamente i semplici fenomeni fisici trovano il loro collocamento nello studio, ma sono al confine, al margine — sono le superficialità dell'Occultismo. Lo studio del vero Occultismo significa penetrare profondamente nei misteri causali dell'Essere.

L'Occultismo è un termine generalizzante per l'intero corpo delle scienze occulte — le scienze dei segreti della natura universale; come H. P. Blavatsky lo esprime, "psichico, mentale e spirituale, chiamato Scienze Ermetiche ed Esoteriche." In qualche modo, l'Occultismo può essere considerato anche come un termine effettivamente interscambiabile con la frase filosofia esoterica, comunque con un accento posto sulle parti occulte o segrete della filosofia esoterica. L'Occultismo genuino abbraccia non solo le porzioni fisiche, fisiologiche, psicologiche e spirituali, dell'essere dell'uomo, ma ha una portata uguale, e forse più vasta, negli studi che trattano la strutture e gli operati, come pure l'origine e il destino, del kosmo.

Ojas    (Sanscrito) Un termine che significa "energia," "vigore," "potere." È spesso usato per il principio del calore vitale che permea la costituzione umana. Per questo fatto, qualche volta è impiegato per significare la virilità o la facoltà generativa. Il suo uso è davvero poco comune nella moderna letteratura occulta.

Om    Una parola considerata molto sacra nella letteratura Brahmanica. È una sillaba d'invocazione e di benedizione ed affermazione, e il suo uso generale (com'è spiegato nella letteratura che ha a che fare con essa, e che è alquanto voluminosa, perché questa parola Om ha ottenuto quasi la divina riverenza da parte di un vasto numero di hindu) è che non dovrebbe mai essere pronunciata a voce alta, o in presenza di un estraneo, uno straniero, o un non-iniziato, ma dovrebbe essere pronunciata nel silenzio della propria mente, nella pace del cuore, e nell'intimità del proprio "ricettacolo interiore." Vi è una forte ragione per credere, comunque, che questa sillaba d'invocazione fosse pronunciata, e pronunciata a voce alta, in tono monocorde, dai discepoli alla presenza del loro insegnante. Questa parola è sempre messa all'inizio di qualsiasi scrittura o preghiera che sia considerata di sacralità inusuale.

Si dice che prolungando la pronuncia di questa parola, sia della o che della m, a bocca chiusa, il suono riecheggia e provoca vibrazioni nel cervello, ed influenza beneficamente, se l'ispirazione è pura, i diversi centri nervosi del corpo.

I Brahmani dicono che è una cosa empia pronunciare questa parola in qualche posto che non sia sacro. A volte è scritta Aum.

Ombre    Vedi Fratelli dell'Ombra

Onda di Vita    Questo è un termine che indica gli eserciti collettivi delle monadi, eserciti che sono in numero di sette o dieci, secondo la classifica adottata. La monade è un ego spirituale, un centro di coscienza, che nei regni spirituali della vita universale è quello che gli atomi di vita, collettivamente, sono nei piani inferiori della forma. Queste monadi e questi atomi di vita, collettivamente, sono le sette (o dieci) onde di vita — queste monadi insieme agli atomi di vita attraverso cui esse agiscono; questi atomi di vita sono rimasti nello spazio, quando la precedente catena planetaria venne in pralaya, come polvere kosmica sul piano fisico, e come corrispondenti atomi di vita o granelli di vita di materia differenziata sui piani intermedi al di sopra di quello fisico. Al di fuori dell'azione delle monadi quando — discendono nella materia — o meglio, attraverso i raggi monadici che permeano i piani inferiori della materia — ci sono i globi costruiti. Le sette (o dieci) onde di vita di monadi consistono di monadi in sette (o dieci) gradi di avanzamento per ciascun esercito.

Quando gli eserciti degli esseri che formano l'onda di vita — essendo l'onda di vita composta da entità derivanti da un precedente pianeta che adesso è morto, nel nostro caso la luna — trovano che è arrivato il loro momento di entrare nel proprio corso evolutivo particolare, discendono verso il basso come un'onda di vita lungo la catena planetaria che è stata preparata per loro dai tre eserciti di esseri elementari, dei tre primordiali mondi elementari, i precursori dell'onda di vita, e tuttavia sue parti integrali. Quest'onda di vita passa sette volte intorno a tutte le sette sfere della nostra catena planetaria prima circolando verso il basso sull'arco oscuro attraverso tutti i sette elementi del kosmo, raccogliendo esperienze in ciascuno di essi; ogni particolare entità dell'onda di vita, non importa quale sia il suo grado o tipo — spirituale, psichico, astrale, mentale, divino — avanzando fino al punto più basso dell'arco, quando è raggiunto il punto mediano della quarta ronda sentono la fine dell'impulso verso il basso. Allora comincia l'impulso verso l'alto, la riascesa lungo l'arco luminoso verso l'alto, verso la sorgente da cui proviene in origine l'onda di vita.

Ottava Sfera o Pianeta della Morte    Un termine usato nella parte più esoterica ed interna degli insegnamenti, e intorno al quale si può dire ben poco, perché questa parte della dottrina è sempre stata coperta da uno spesso velo di segretezza e silenzio.

Spesso il termine è confuso con avīchi (vedi), ma questo non è corretto, perché i due, pur essendo strettamente connessi, tuttavia sono del tutto distinti. Mentre avīchi è uno stato in cui gli esseri umani veramente malvagi "muoiono e rinascono ininterrottamente," tuttavia non senza la speranza di una redenzione finale — qualcosa che può aver luogo anche sul nostro piano fisico nei casi di uomini molto malvagi o senz'anima — l'Ottava Sfera rappresenta un grado di degenerazione psico-mentale ancora più avanzata. Come abbiamo appena accennato, anche in avīchi vi è una possibilità di ri-animazione del raggio della monade spirituale: mentre nell'Ottava Sfera o Pianeta della Morte questa possibilità alla fine svanisce, e l'entità che è affondata nel Pianeta della Morte è quella che, nella filosofia esoterica, è tecnicamente chiamata "un'anima perduta." Nell'Ottava Sfera le anime perdute sono sempre più stritolate nel laboratorio della natura e alla fine sono dissipate nei loro elementi psico-astrali o atomi di vita. L'Ottava Sfera o Pianeta della Morte è effettivamente un globo. Naturalmente, è anche uno stato o condizione in cui un'entità può trovarsi, ovviamente quest'entità deve avere un posto o una posizione, e quindi una località nello spazio — sulla nostra terra o altrove.

Oscuramento    Questo è un termine coniato da A. P. Sinnett, uno dei pionieri della propaganda teosofica. Un termine migliore di oscuramento sarebbe stato letargo o sonno, perché il termine oscuramento affettivamente oscura alquanto il significato. Un uomo, quando dorme, non è "oscurato." Le facoltà interiori possono esserlo, in un certo senso; ma è praticamente meglio affermare in parole più pertinenti proprio quella che è la vera condizione. È lo stato del sonno, o di latenza — o meglio dell'addormentamento. Così, quando uno dei sette regni è passato attraverso i suoi sette periodi di progresso, di evoluzione, si addormenta, cioè si oscura.

Ugualmente, quando i sette regni — dal primo regno elementale fino a quello umano — hanno finito la loro evoluzione sul globo A (ad esempio) durante la prima ronda, allora il globo A va in oscuramento, cioè in letargo; va a dormire. Qualsiasi cosa lasciata indietro ora è inattiva, dorme, aspettando che cominci la ronda numero due delle onde di vita che l'hanno appena lasciata. Ancora, quando le onde di vita hanno compiuto il loro intero settuplo percorso, o i loro sette ceppi razziali sul globo B, allora il globo B a sua volta si addormenta, va in oscuramento, che non è il pralaya (vedi); e la distinzione tra pralaya e oscuramento è estremamente importante. Potrebbe essere possibile, nell'uso popolare, chiamare a volte lo stato di letargo con il termine pralaya in un senso molto limitato e particolare; ma pralaya significa effettivamente la disintegrazione e la scomparsa, come la morte. Ma oscuramento è sonno — letargo.

Così avviene per ciascuno dei sette globi della catena planetaria, uno dopo l'altro, e ciascuno va in oscuramento quando un'onda di vita lo ha abbandonato, per quanto riguarda quella particolare onda di vita. Quando i rappresentanti finali, o meglio gli ultimi dell'ultima razza radice dell'ultima onda di vita lo abbandonano, ogni globo allora va a dormire, va in letargo.

Durante un oscuramento planetario o periodo di riposo planetario, alla fine di una ronda, le entità abbandonano l'ultimo globo, il settimo, ed entrano in un periodo nirvāṇico (inferiore) di riposo manvantarico corrispondente allo stato devacianico tra due vite dell'entità umana: tra una vita sulla terra e la prossima vita sulla terra. Qui c'è da sottolineare un punto molto importante degli insegnamenti: un globo, quando un'onda di vita lo abbandona, non rimane in oscuramento, in un letargo continuo finché la stessa onda di vita ritorni su di esso nella prossima ronda. Le onde di vita si succedono l'un l'altra in ordine regolare, e ciascuna onda di vita, appena entra in un globo, ha il suo periodo d'inizio, la sua fioritura e la sua decadenza, e allora lascia il globo in oscuramento per quanto riguarda quella particolare onda di vita. Ma il globo, in un tempo relativamente breve, riceve una successiva onda di vita, che scorre attraverso i suoi corsi e lascia il globo di nuovo in oscuramento per quanto riguarda quest'ultima onda di vita, ecc. È ovvio, quindi, che un periodo di oscuramento su qualsiasi globo della catena planetaria è molto più breve della durata di una ronda planetaria completa.

— P —

Palingenesi    (Greco) Un composto che significa "venire nuovamente in esistenza" o "diventare ancora." Il significato legato a questo termine è del tutto specifico, pur avendo un'applicazione ampia e generale. La sua idea implicita può essere illustrata, come si trova nella letteratura filosofica degli antichi che vivevano intorno al Mare Mediterraneo, dall'esempio della quercia che produce il suo seme, la ghianda, e la ghianda, a sua volta, produce una nuova quercia che contiene la stessa vita che le fu trasmessa dalla quercia madre — o dalla quercia padre. Questa trasmissione di una vita identica in fasi che ricorrono ciclicamente è il significato speciale del termine palingenesi. Così il pensiero è diverso dalle rispettive idee contenute nelle altre parole connesse alla dottrina del reincorporamento (vedi). Forse un altro modo per affermare il significato specifico sarebbe di affermare che la palingenesi significa la trasmissione continua di un'identica vita che ad ogni trasformazione produce il risultato di una nuova manifestazione, essendo questi vari risultati, in ogni caso, una palingenesi o un "nuovo divenire" dello stesso flusso di vita. Il suo significato specifico è del tutto diverso da quello implicito nel termine trasmigrazione (vedi).

Parabrahman    (Sanscrito) Para è un termine che significa "oltre." Brahman (neutro) a volte è usato come il sé o lo spirito universale, chiamato anche paramātman (vedi). Oltre Brahman c'è il para-Brahman. Notate il suo profondo significato filosofico — qui non c'è alcun tentativo di limitare con aggettivi l'illimitabile, l'ineffabile. Nei Veda sanscriti e nelle opere derivanti da essi e appartenenti al ciclo letterario Vedico, questo "oltre" è chiamato tat, "Quello," come questo mondo di manifestazione è chiamato idam, "Questo."

Parabrahman è intimamente connesso a Mūlaprakṛiti (vedi). La loro interazione e compenetrazione causano la prima emozionante nebulosa, se le parole lo permettono, della vita universale quando il desiderio spirituale nacque per la prima volta in lui all'inizio delle cose. Parabrahman, quindi, significa letteralmente "oltre Brahman"; e strettamente parlando è il Brahman al quale dovrebbe applicarsi il termine occidentale Assoluto (vedi). Parabrahman non è un'entità, non è un essere individuale o individualizzato. È un termine tecnico di convenienza con un vago significato opportunamente filosofico, che implica qualsiasi cosa che sia oltre l'Assoluto di Brahman in qualsiasi gerarchia. Proprio come Brahman è il vertice di una gerarchia kosmica, così, seguendo la stessa linea di pensiero, il parabrahman è "qualunque cosa che sia oltre Brahman."

Paramātman    (Sanscrito) Il "sé primordiale" o il "sé oltre," il permanente, il Brahman o spirito-anima universale. Un termine composito che significa l'ātman supremo o universale. Parama, "primordiale," "supremo," ecc.; la radice di ātman è difficilmente conoscibile — la sua origine è incerta ma il significato generale è quello del "sé." Paramātman, di conseguenza, significa il "sé supremo," o il vertice, il fiore, di una gerarchia, la base radicale o sorgente del sé kosmico.

L'altruismo è l'attributo del paramātman, il sé universale, in cui svanisce tutta la personalità.

Il sé universale è il cuore dell'universo, perché queste due frasi non sono altro che modi di esprimere la stessa cosa; è la sorgente del nostro essere; è anche la meta dove tutti ci stiamo incamminando, noi e le gerarchie al di sopra di noi, come pure le gerarchie e le entità che compongono quelle inferiori a noi. Tutti provengono dalla stessa sorgente ineffabile, il cuore dell'Essere, il sé universale, e per un periodo del loro viaggio evolutivo passano attraverso lo stadio umano, ottenendo quindi l'autocoscienza, o il sé-ego, o l' "Io sono Io," e la trovano, quando avanzano lungo questo nostro sentiero evolutivo, espandendosi gradualmente nella coscienza universale — un'espansione che non ha mai una fine, perché la coscienza universale è infinita, illimitata, senza confini.

Il paramātman, a livello spirituale, è praticamente identico a quello che il teosofo ha in mente quando parla di Assoluto (vedi); e di conseguenza paramātman, pur possedendo un' ampia gamma di significati, è praticamente identico a Brahman. Naturalmente, quando la mente o coscienza umana durante la meditazione ascende verso i gradini della scala infinita della vita e realizza che il paramātman di una gerarchia del kosmo non è che uno di una moltitudine di altri paramātman di altre gerarchie cosmiche, realizziamo che anche il vago termine parabrahman (vedi) in certi momenti di introspezione filosofica può essere definito il paramātman senza frontiere dello spazio illimitato; ma in quest'ultimo utilizzo di paramātman il termine, è ovvio, diventa un'espressione completamente generalizzante per la vita illimitata, la coscienza illimitata, la sostanza illimitata. Quest'ultimo utilizzo del termine, pur essendo abbastanza corretto, è difficilmente raccomandabile perché suscettibile di produrre confusione, specialmente nelle menti occidentali con la nostra eccessiva tendenza a generalizzare le realtà concrete.

Personalità    I teosofi fanno una netta e chiara distinzione, non di essenza ma di qualità, tra personalità e individualità (vedi). Personalità viene dal termine latino persona, che significa una maschera attraverso la quale si esprime l'attore, l'individualità spirituale. La personalità è l'uomo inferiore nel suo insieme: tutti gli impulsi, pensieri e tendenze psichiche, astrali e fisiche, e cose simili. È il riflesso dell'individualità nella materia, ma essendo una cosa materiale ci può portare verso il basso, anche se in essenza è un riflesso di quella superiore. Liberandoci dal dominio della persona, la maschera, il velo, attraverso cui l'individualità agisce, allora manifestiamo tutte le qualità spirituali e cosiddette sovrumane; e ciò accadrà in futuro, tra remoti eoni del futuro, quando ogni essere umano sarà diventato un buddha, un cristo. Questo è il destino della razza umana.

In Occultismo, la distinzione tra la personalità e l'individualità immortale è quella tracciata tra il quaternario inferiore o i quattro principi inferiori della costituzione umana e i tre principi superiori della costituzione o triade superiore. La triade superiore è l'individualità; la personalità è il quaternario inferiore. La combinazione di queste due nell'unità durante un periodo di vita sulla terra produce quello che ora chiamiamo l'essere umano. La personalità comprende nelle sue gamme tutte le caratteristiche, le memorie, gli impulsi e gli attributi karmici di una vita fisica; mentre l'individualità è l'ego eonico, imperituro ed immortale per il periodo di un manvantara solare. È l'individualità che, attraverso il suo raggio o monade umana astrale-vitale, si reincarna di volta in volta e quindi si riveste di una personalità dopo l'altra.

Piano (Piani)   Questo è un termine usato in teosofia per le varie gamme o gradini della scala gerarchica delle vite che si fondono l'una con l'altra. Non vi sono soluzioni di continuità nello spazio, sia nello spazio interno ed invisibile, che nello spazio esterno visibile. Il mondo fisico si combina nel mondo astrale, che a sua volta si combina in un mondo ad esso superiore, il mondo che è superiore al mondo astrale; e così continua attraverso tutta la serie di gradi che compongono un universo tale come il nostro universo. Ricordate anche che il Tutto illimitato è completamente riempito dagli universi, alcuni molto più grandi dei nostri, che non possono essere concepiti nemmeno dalla massima portata della nostra immaginazione.

Per citare H. P. Blavatsky in tale contesto, nel suo Glossario Teosofico sotto questa stessa voce:

In Occultismo è usato per denotare la portata o l'estensione di qualche stato di coscienza o del potere percettivo di un determinato gruppo di sensi, o l'azione di una forza particolare, o lo stato di materia corrispondente ad una delle cose sopra citate. (Vedi anche Gerarchia)

Pitṛi    (Sanscrito) Un termine che significa "padre." Vi sono sette (o dieci) classi di pitṛi. Sono chiamati "padri" perché sono più particolarmente gli effettivi genitori dei nostri principi inferiori; mentre i dhyāni-chohan sono effettivamente, in un senso veramente importante, i nostri . Noi siamo nati da loro; noi eravamo le monadi, noi eravamo gli atomi, le anime, proiettate, inviate, emanate, dai dhyāni:

I pitṛi, per una facile comprensione, possono essere divisi in due grandi gruppi, il solare e il lunare. I pitṛi lunari o barhishad, com'è implicito nel nome, vennero dalla catena lunare; mentre i pitṛi solari che raggruppiamo sotto l'espressivo nome di pitṛi-agnishvātta sono quei dhyān-chohan che non hanno il "fuoco creativo" fisico, perché appartengono ad una sfera di gran lunga superiore dell'essere, ma hanno dentro di loro tutti i fuochi dei regni spirituali-intellettuali, attivi o latenti, a seconda dei casi.

In precedenti manvantara essi avevano terminato la loro evoluzione per quanto riguardava i regni della materia astrale e fisica, e quando giunse il momento giusto nelle ere cicliche, i pitṛi-agnishvātta vennero a soccorrere quelli che avevano soltanto il fuoco creativo fisico, i pitṛi-barishad, i pitṛi lunari, ispirando e illuminando questi pitṛi inferiori con le energie o "fuochi" spirituali e intellettuali.

In altre parole, i pitṛi lunari possono essere definiti in breve come quei centri di coscienza nella costituzione umana che sentono umanamente, e che possiedono la mentalità della mente-cervello. I pitṛi-agnishvātta sono quei centri monadici della costituzione umana di tipo puramente spirituale. (Vedi anche Agnishvātta, Pitṛi Lunari)

Pitṛi Lunari    Lunari significa naturalmente "appartenenti alla luna," mentre pitṛi è un termine sanscrito che significa "padri." È un termine usato in teosofia per designare i sette o dieci gradi di entità evolventi che alla fine del manvantara lunare passarono nello stato nirvāṇico, per lasciarlo eoni più tardi come la gerarchia settenaria o decupla di esseri che informano la catena planetaria della terra. In senso generale, i pitṛi lunari indicano tutte le autorità che originariamente vennero dalla catena lunare alla catena terrestre; ma in un senso più particolare e ristretto, è un riferimento a quegli elementi della costituzione umana al di sotto della posizione degli agnishvātta.

Un altro termine per pitṛi lunari è antenati lunari o barhishad. Questi antenati lunari sono usualmente classificati in sette classi, tre che sono arūpa, incorporei, e quattro che sono rūpa, corporei. C'è un vasto corpo d'insegnamento connesso ai pitṛi lunari e la migliore esposizione data si trova nella Dottrina Segreta di H. P. Blavatsky. In breve, la catena terrestre che include il nostro globo Terra era popolata dalla catena lunare, perché tutte le entità ora sulla terra, quale che sia il loro grado d'evoluzione, vennero dalla catena della luna. (Vedi anche Pitṛi, Agnishvātta)

Poteri Psichici    I poteri più bassi della natura dell'anima intermedia nell'essere umano, e noi li esercitiamo e li usiamo ad ogni momento — si, e non possiamo nemmeno controllarli appropriatamente! I pensieri emotivi dell'uomo sono vaganti, erranti, incerti, privi di precisione, senza una direttiva positiva, e debolmente governati. L'uomo comune non può mantenere le sue emozioni e i suoi pensieri nella stretta della sua volontà autocosciente. Le sue passioni più deboli lo portano fuori strada. È questa parte della sua natura da cui scaturiscono i propri "poteri psichici." È l'azione dell'uomo a trasmutarli e a trasformarli per l'impiego di ciò che è bene, utile e santo. In verità, l'uomo comune non può controllare gli ordinari poteri psico-astrale-fisici che egli usa di solito; quando, ed è vero, le persone parlano di coltivare i poteri occulti, con i quali intendono meramente i poteri psichici, questo mostra semplicemente che, a causa dell'ignoranza non sanno a cosa si riferiscono. Le loro menti sono annebbiate riguardo alle realtà effettive. Quelli che dicono con tanta disinvoltura di coltivare i poteri occulti sono proprio le persone nelle quali non si può aver fiducia come guide vere, perché prima che possano avanzare lentamente in quelle misteriose regioni della vita, sembrano desiderare di insegnare agli altri come correre e saltare. Quello che le persone intendono realmente, in apparenza, quando parlano di coltivare i poteri occulti, è "Io voglio acquisire i poteri sugli altri." Questi individui sono totalmente inadatti a esercitare poteri di qualsiasi tipo, perché nella maggior parte dei casi il movente è puramente egoistico, e le loro menti sono offuscate e oscurate dall'ignoranza.

I cosiddetti poteri psichici hanno lo stesso rapporto con i genuini poteri spirituali che hanno i discorsi dei bambini in confronto ad un saggio filosofo. Prima che i poteri occulti di qualsiasi tipo possano essere soddisfacentemente coltivati, l'uomo deve imparare la prima lezione della conoscenza mistica, che è di controllare se stesso; e tutti i poteri che in seguito egli ottiene devono essere sacrificati sull'altare del servizio impersonale — sull'altare del servizio per l'umanità.

I poteri psichici verranno all'uomo come un naturale sviluppo delle sue facoltà interiori, come l'evoluzione dovrà svolgere il suo meraviglioso lavoro nelle ere future. Nuovi sensi, e nuovi organi corrispondenti a questi nuovi sensi, sia interiori che esteriori, si svilupperanno in un funzionamento attivo nel futuro remoto. Ma è pericoloso sia per la salute mentale che per la salute fisica cercare di forzare prematuramente il loro sviluppo, a meno che l'allenamento e la disciplina siano fatti sotto l'occhio vigile e compassionevole di un genuino insegnante occulto, che sa cosa egli sia realmente. Ancora oggi il mondo contiene centinaia di migliaia di "sensitivi" che sono i deboli precursori di ciò che l'evoluzione futura renderà comune a tutta la razza umana; ma questi sensitivi di solito sono in una situazione davvero sfortunata e difficile, perché essi stessi interpretano male ciò che è in loro, e sono fraintesi dai loro simili. (Vedi anche Occultismo)

Pradhāna    Vedi Prakṛiti

Prajāpati    (Sanscrito) Un termine che significa "governatore" o "signore" o "maestro" della "progenie." Il termine si applica a parecchi dèi Vedici, ma in particolare a Brahmā — vale a dire, al secondo gradino da parabrahman — l'evolutore-creatore, la prima e più recondita persona della triade hindu, che è composta da Brahmā, Vishṇu, il sostenitore o preservatore, e Śiva, un nome che forse può essere eufemisticamente tradotto come un "benefattore," il rigeneratore. Prajāpati è un nome usato spesso al plurale, e si riferisce a sette e anche a dieci esseri differenti. Essi sono i produttori e datori di vita di tutto quello che è sulla terra e, in verità, sulla catena planetaria terrestre.

Prakṛiti    (Sanscrito) Un composto che consiste del prefisso preposizionale pra, che significa "avanti" o "progresso," e kṛiti, una forma di sostantivo derivante dalla radice kṛi, "effettuare" o "fare." Quindi, prakṛiti significa letteralmente "produzione" o "portare avanti," "originare," e per estensione di significato significa anche lo stato originario, la condizione, la forma, di qualsiasi cosa: sostanza primaria, originale. La radice o la matrice di prakṛiti è mūlaprakṛiti (vedi) — la radice di prakṛiti. Prakṛiti deve essere considerata insieme a vikṛiti — vikṛiti significa cambiamento o alterazione di qualche tipo, o una produzione o evoluzione dalla prakṛiti che la precede.

Come esempio, gli elementi chimici idrogeno ed ossigeno si combinano nella proporzione H2O, producendo così una sostanza conosciuta come acqua nella sua forma più comune; ma questo stesso H2O può apparire come ghiaccio o come gas vapore; di conseguenza, il vapore, l'acqua, e il ghiaccio, possono essere definiti come i vrikṛiti della prakṛiti originale che è l'idrogeno e l'ossigeno originanti. L'esempio non è forse molto pertinente ma è pertinente.

Nell'uso comune prakṛiti può essere denominata la natura in generale, come il grande produttore di entità e cose, e attraverso questa natura agisce il sempre attivo Brahmā o Purusha. Quindi, Purusha è spirito, e prakṛiti è il suo velo protettivo, o guaina. Essenzialmente o fondamentalmente, i due sono uno, e qualsiasi cosa prakṛiti produca attraverso l'influenza di Purusha sono i numerosi e multiformi vikṛiti che creano l'immensa varietà e diversità nell'universo intorno a noi.

In una o più delle filosofie, prakṛiti è identica a śakti, e quindi prakṛiti e śakti sono effettivamente intercambiabili con māyā o mahā-māyā, la cosiddetta illusione. Prakṛiti è spesso definita come materia, ma ciò è inesatto, anche se è un utilizzo molto comune; la materia è piuttosto le "produzioni" o le fasi che prakṛiti apporta, i vikṛiti. Nella filosofia indiana Śankhya, pradhāna è effettivamente identica a prakṛiti, ed entrambe sono spesso usate per significare l'elemento che produce, dal quale, e al di fuori del quale, tutte le illusorie manifestazioni o apparenze materiali sono evolute.

Pralaya    (Sanscrito) Un termine composto, formato da laya, dalla radice , e dal prefisso pra. significa "dissolvere," "svanire," "liquefarsi," come quando uno mette dell'acqua su un blocco di sale o di zucchero. Il blocco di sale o di zucchero svanisce nell'acqua — si dissolve, cambia la sua forma — e questo può essere preso come un'immagine, imperfetta che sia, o come un simbolo, di cosa sia il pralaya: uno sgretolarsi, una scomparsa della materia in qualcos'altro che tuttavia è in sé e lo circonda e lo interpenetra. Tale è il pralaya, di solito tradotto come lo stato di latenza, lo stato di riposo, tra due manvantara (vedi) o cicli di vita. Se ricordiamo chiaramente il significato del termine sanscrito, allora le nostre menti prendono una nuova direzione più precisa, seguono un nuovo pensiero. Acquisiamo nuove idee; penetriamo nell'arcano di quello che ha luogo. Pralaya, quindi, è dissoluzione, morte.

Vi sono molti tipi di pralaya. C'è il pralaya universale chiamato prākṛitika, perché è il pralaya, il dissolversi, lo svanire di prakṛiti, la natura. Poi vi è il pralaya solare. Il sole, in Sanscrito, è sūrya, e l'aggettivo derivante è saurya: quindi, il pralaya saurya o il pralaya del sistema solare. Perciò, per terzo, vi è il pralaya terrestre o planetario. Un termine sanscrito per la terra è bhūmi, e l'aggettivo corrispondente è bhaumika: di conseguenza, il pralaya bhaumika. Poi c'è il pralaya o la morte dell'uomo individuale. L'uomo è purusha: l'aggettivo corrispondente è paurusha: quindi, il pralaya paurusha o la morte dell'uomo. Questi aggettivi si applicano egualmente a parecchi tipi di manvantara o cicli di vita.

Vi è un altro tipo di pralaya chiamato nitya. In senso generale, significa "costante," o continuo," e può essere esemplificato dal continuo e costante cambiamento — vita e morte — delle cellule dei nostri corpi. È uno stato in cui l'entità dimorante e dominante rimane, ma i suoi diversi principi e i rūpa sono sottoposti a un cambiamento continuo ed incessante. Quindi è chiamato nitya, che significa continuo. Si applica al corpo dell'uomo, alla sfera esterna della terra, alla terra stessa, al sistema solare, e, in verità, a tutta la natura. È il cambiamento incessante e cronico delle cose che sono — il passaggio di fase in fase, che significa il pralaya o la morte di una fase, che è seguito dalla rinascita della sua fase successiva. Vi sono altri tipi di pralaya rispetto a quelli che abbiamo enumerati qui.

Prāṇa    (Sanscrito) Il termine deriva da pra, prefisso preposizionale che significa "prima," e an, verbo che significa "respirare," "soffiare," "vivere." Di solito è tradotto come "vita," ma sarebbe meglio: il velo psico-elettrico o il campo psico-elettrico che si manifesta nell'individuo come vitalità. Comunemente è chiamato il "principio di vita." Questo termine sanscrito è usato dai teosofi di oggi in senso generale, sebbene in Sanscrito abbia un significato piuttosto specifico e ristretto, perché vi sono, in realtà, un numero di correnti di vita, fluidi vitali. Ciascuno con il proprio nome. Un sistema ne annovera tre; un altro, cinque; un'altra enumerazione è sette; un'altra ancora è dodici, come si trova nelle Upanishad; e un antico scrittore ne annovera tredici.

Gli atomi di vita del prāṇa, o campo psico-elettrico, al momento della dissoluzione fisica, ritornano immediatamente alle riserve prāṇiche del pianeta.

Prāṇāyāma    Vedi Samādhi

Pratyāhāra    Vedi Samādhi

Pratyeka Buddha    (Sanscrito) Pratyeka è un composto di due parole: prati, prefisso preposizionale che significa "verso" o "per"; eka, il numerale "uno"; così possiamo tradurre il termine composito con la parafrasi "ciascuno per se stesso."

Il Pratyeka Buddha, colui che ottiene lo stato buddhico per se stesso, invece di sentire il richiamo dell'amore possente a ritornare ed aiutare coloro che sono andati meno lontani, e procede nella luce superna — va avanti ed entra nell'indicibile felicità del nirvāṇa — e si lascia indietro l'umanità. Sebbene sublime, tuttavia non è classificabile come l'inesprimibile sublimità del Buddha di Compassione (vedi).

Il Pratyeka Buddha concentra le sue energie sull'unico obiettivo — l'auto-avanzamento: egli si eleva al regno spirituale del proprio essere interiore, si rinchiude lì e, per così dire, va a dormire. Il Buddha di Compassione si eleva, come fa il Pratyeka Buddha, ai regni spirituali del proprio essere interiore, ma non si ferma lì, perché egli si espande continuamente, diventa uno con il Tutto, o almeno ci prova, ed infatti così fa nel tempo. Quando il Pratyeka Buddha, al momento giusto, emerge dallo stato nirvāṇico per riprendere il suo viaggio evolutivo, si troverà dietro al Buddha di Compassione.

Pravṛitti    Vedi Evoluzione; anche Involuzione

Preesistenza    Il termine significa che l'anima umana non è venuta per la prima volta in esistenza con la sua attuale nascita sulla terra; in altre parole, che preesisteva prima di nascere sulla terra.

Questa dottrina della preesistenza non è in alcun modo tipicamente teosofica, perché era anche una parte dei primi insegnamenti del Cristianesimo, com'è evidenziato negli scritti che ci restano di Origene, il grande Padre della Chiesa di Alessandria, e della sua scuola. Lo studente di teosofia dovrebbe stare molto attento nel distinguere i significati tecnici che appartengono a parecchie parole che nell'uso sbagliato a livello popolare sono spesso impiegate come sinonimi, come ad esempio preesistenza, metempsicosi, trasmigrazione, reincarnazione, reincorporamento, rinascita, metensomatosi, palingenesi. Ognuna di queste parole ha un suo specifico significato, e descrive, espone una fase del destino di un'entità che si reincorpora. Nell'utilizzo popolare, parecchie di queste parole sono usate come sinonimi, e questo è un utilizzo sbagliato. Preesistenza, ad esempio, non significa necessariamente la trasmigrazione di un'entità da un piano all'altro, né significa in verità, come fa la reincarnazione, che una monade migrante s'incorpori o reincarni attraverso il suo raggio sulla terra. Preesistenza significa solo che un'anima, umana o altrimenti, preesisteva prima della sua nascita sulla terra.

La dottrina del grande Origene, come si trova nelle sue opere che ci rimangono, era che l'anima umana preesisteva nel mondo spirituale, o nell'influenza o nell'estensione dell'essenza divina o "Dio," prima di cominciare una serie di reincarnazioni sulla terra. È ovvio che il modo in cui Origene, e la sua scuola, esprimeva la sua idea è un riflesso più o meno fedele ma distorto, dell'insegnamento della filosofia esoterica. L'insegnamento della preesistenza, com'è esposto da Origene e dalla sua scuola e dei suoi seguaci, con altre sue dottrine mistiche quasi teosofiche, fu formalmente condannato e anatemizzato nel Concilio tenutosi sotto Menna a Costantinopoli verso il 543 dell'era cristiana. Così fu bandita dalla teologia cristiana ortodossa come una "eresia nuovamente scoperta" quello che era un corpo mistico e molto importante dell'insegnamento dei primi secoli della nuova religione cristiana — e per quest'ultima fu una grande perdita spirituale ed intellettuale. Si può dire che le dottrine di Origene e della sua scuola formavano una parte importante ed originale della teosofia cristiana, una forma di teosofia universale di tipo cristianizzato. (Vedi, sotto le loro rispettive voci, le varie dottrine correlate che abbiamo menzionato sopra)

Principi dell'Uomo    I sette principi dell'uomo sono una similitudine, o meglio, una copia dei sette principi cosmici. Sono effettivamente la progenie o il riflesso dei sette principi cosmici, limitati nella loro azione su di noi dai meccanismi della legge del karma ma che ripercorrono la loro origine in Quello che è oltre: in Quello che è l'essenza dell'universo o l'universale — sopra, oltre, dentro, all'immanifestato, all'immanifestabile, a quel primo principio che H. P. Blavatsky enuncia come il pensiero guida della filosofia-saggezza della Dottrina Segreta.

Questi principi dell'uomo sono riconosciuti come sette nella filosofia mediante la quale l'economia umana spirituale e psichica ci è stata pubblicamente spiegata nell'epoca attuale. In altre epoche questi principi o parti dell'uomo erano riconosciuti diversamente — i cristiani li conoscevano come corpo, anima, e spirito, generalizzando i sette sotto queste tre denominazioni.

Alcuni dei pensatori indiani dividevano l'uomo in un'entità fondamentalmente quadrupla, altri in un'entità quintupla. La filosofia giudea, come si trova nella Qabbālāh che è la tradizione esoterica degli ebrei, insegna che l'uomo è diviso in quattro parti: neshāmāh, rūaḥ, nefesh, e gūf.

Per convenienza, i teosofi impiegano spesso, nella loro letteratura corrente, un modo di vedere la costituzione composita dell'uomo, dividendo la sua natura in una tricotomia, che significa una divisione in tre, che è spirito, anima, e corpo, che in questa prospettiva è, generalmente, identica alla divisione teosofica cristianizzata. Seguendo questa tricotomia, le tre parti dell'uomo sono quindi: prima e più elevata, lo spirito divino o la monade divina in lui, che è radicata nell'universo, e lo spirito è collegato al Tutto, essendo, in un senso altamente mistico, un raggio del Tutto; seconda, la parte intermedia, o la monade spirituale, che nei suoi aspetti superiori ed inferiori, sono le anime spirituali ed umane; poi, terza, la parte inferiore della costituzione composita dell'uomo, la sua parte vitale-astrale-fisica, che è composta di atomi di vita materiali o quasi materiali. (Vedi anche Ātman, Buddhi, Manas, Prāṇa, Liṅga-Śarīra, Sthūla-Śarīra)

Psicologia    Nelle scuole occidentali questo termine oggi è comunemente usato per intendere uno studio per lo più velato da dubbi e ipotesi, e spesso da congetture, nel senso che è poco più di una fisiologia mentale, praticamente niente di più che il lavoro della mente-cervello nell'apparato astrale-psichico della costituzione umana. Ma nella filosofia teosofica il termine psicologia è usato per indicare qualcosa di molto diverso e di carattere più nobile: potremmo chiamarla pneumatologia, o la scienza o lo studio dello spirito e dei suoi raggi, perché tutte le facoltà e i poteri interiori dell'uomo, in definitiva, nascono dalla sua natura spirituale. Il termine psicologia dovrebbe realmente connotare lo studio dell'economia intermedia interiore dell'uomo e l'interconnessione dei suoi principi ed elementi o centri di energia o forza — quello che realmente è l'uomo interiore.

Ai tempi del lontano passato dell'antichità, la psicologia era, in verità, quello che il termine significa: "la scienza dell'anima"; e su questa scienza si basava saldamente la scienza collaterale e subordinata dell'autentica fisiologia. Oggi, comunque, è la fisiologia che serve da base alla psicologia, a causa di un errato punto di vista della costituzione umana. È il caso dell'hysteron proteron — mettere il carro davanti ai buoi.

Purāṇa, I    (Sanscrito) Un termine che letteralmente significa "antico," "appartenente ai tempi antichi." In India, il termine è usato specialmente come un termine che comprende determinate sacre scritture ben conosciute, che le autorità popolari e anche scolastiche attribuiscono al poeta Vyāsa. I Purāṇa contengono l'intero corpo dell'antica mitologia indiana. Di solito sono considerati in numero di quindici, e si suppone che ciascun Purāṇa, per essere completo, consistesse di cinque argomenti o temi. Questi cinque argomenti sono comunemente elencati come segue: (1) gli inizi o la "creazione" dell'universo; (2) le sue rinascite e le sue distruzioni, cioè i manvantara ed i pralaya; (3) le genealogie degli dèi, di altri esseri divini, eroi e patriarchi; (4) i regni dei vari manu; e (5) un riassunto delle razze solari e lunari. Praticamente, nessuno dei Purāṇa come li troviamo in versioni moderne, contiene tutti questi cinque argomenti, tranne forse il Vishṇu-Purāṇa, probabilmente il più completo nel senso del termine; ed anche il Vishṇu-Purāṇa contiene una gran quantità di materiali che non devono essere direttamente classificati sotto questi cinque argomenti. Tutti i Purāṇa contengono anche una gran quantità di scritture simboliche e allegoriche.

Purusha    (Sanscrito) Un termine che significa "uomo, l'Uomo Ideale, come l'Ādām Qadmōn della Qabbālāh, l'entità primordiale dello spazio, che contiene con prakṛiti (vedi) o natura tutti i gradi settenari (o decupli) dell'essere manifestato. In aggiunta al significato di Uomo Celeste o Uomo Ideale, è frequentemente usato per uomo spirituale in ciascun essere individuale umano o, in verità, in ogni entità autocosciente — quindi, un termine per il sé spirituale. Purusha, a volte, sta come termine intercambiabile con Brahmā, l'evolutore o "creatore."

Probabilmente il significato più semplice ed inclusivo di Purusha com'è usato nella filosofia esoterica è espresso nella perifrasi " il sé divino-spirituale entitativo, individuale, perenne," la monade spirituale, sia di un universo o di un sistema solare o di un'entità individuale nella vita manifestata, come l'uomo.

— Q —

    

Qabbālāh    (Più frequentemente pronunciato come Kabala o Kabbala.) Il termine ebraico per quella che gli iniziati ebrei teosofici chiamavano "la Tradizione," o la "Dottrina Segreta" — per indicare un qualcosa che è tramandato o trasmesso da uomo ad uomo dalla tradizione; da un termine ebraico che significa "ricevere" o "prendere in consegna."

Indubbiamente la Qabbālāh Ebraica esisteva come un sistema tradizionale di dottrine molto prima che i suoi attuali manoscritti fossero redatti, perché sono una produzione comparativamente posteriore, e probabilmente datano al Medioevo europeo; e una prova di quest'affermazione si trova nel fatto che nei primi secoli dell'era cristiana parecchi Padri della Chiesa della nuova religione cristiana usavano un linguaggio che poteva essere stato preso solo dalla teosofia ebraica, cioè, Qabbālāh Ebraica. Le espressioni qui sono in alcuni casi identiche, e il pensiero, in tutti i casi, lo stesso.

Lo Zohar può definirsi il libro originale e principale della Qabbālāh.

La base della Qabbālāh Ebraica era l'arcaica dottrina segreta dei caldei, un sistema di filosofia occulta ed esoterica tramandata in parte oralmente e in parte per trasmissione scritta — per lo più per accettazione orale, e completamente così nel caso dei misteri più profondi della Qabbālāh. La Qabbālāh Ebraica, come l'abbiamo oggi, è stata travisata e distorta dall'interpolazione e le mutilazioni di molti occultisti occidentali, soprattutto dai mistici del forte pregiudizio cristiano. La Qabbālāh, quindi, è essenzialmente la teosofia degli ebrei, o meglio, la forma che la teosofia universale delle ere arcaiche assunse per trasmetterla attraverso la mente ebraica.

Quaternario Inferiore    Vedi Triade Superiore

Quello    Vedi Parabrahman, Tat

R —   

Rajas    (Sanscrito) Una delle tre guṇa o "qualità" nella correlazione tra forza e materia, e le altre due sono rispettivamente sattva (vedi) e tamas (vedi). Rajas è la guṇa o la "qualità" delle brame, passioni, attività, una delle tre divisioni della natura. In un senso, è il risultato, la conseguenza, dell'impulso elementare in natura, che produce il cambiamento e quindi le brame.

Rāja Yoga    Vedi Yoga

Razza Radice    Vedi Razze

Razze    Durante l'evoluzione sulla nostra terra (e sugli altri sei globi manifestati della corrispondente catena planetaria della terra), l'umanità, come un'onda di vita, attraversa sette stadi evolutivi chiamati razze radici. Queste sette razze radici girano intorno alla catena planetaria; e questo ciclo evolutivo attraverso il nostro globo terrestre è chiamato una ronda. Addesso noi siamo nella quarta sottorazza della nostra presente quinta razza radice, sul globo D della nostra terra.

Ciascuna razza radice è divisa, secondo i nostri insegnamenti, in sette razze minori, e ognuna di queste sette razze minori è a sua volta suddivisa in sette rami o unità razziali ancora più piccole, ecc.

Lo studente che è interessato nella questione di tracciare la disposizione evolutiva o la storia delle sette razze radici sul nostro globo terra è rimandato innanzitutto alla Dottrina Segreta di H. P. Blavatsky e ai Fondamentali della Filosofia Esoterica.[6]

Ciascuna di queste sette razze radici raggiunge il suo vertice di fioritura e potere materiale all'incirca nel suo punto mediano. Quando è stato percorsa la metà del ciclo di qualsiasi delle sette razze radici, allora sopravviene il cataclisma razziale, perché è questo il modo in cui agisce la natura; e a metà di questo ciclo razziale, al punto mediano della quarta sottorazza della razza madre o razza radice, comincia una nuova razza radice, cioè nasce dalla precedente razza radice e prosegue la sua evoluzione dalla nascita fino alla maturità, fianco a fianco, o meglio in connessione, con l'ultima metà della precedente razza madre o razza radice. In questo modo, le razze radici si sovrappongono l'una con l'altra, un fatto davvero interessante nella storia etnologica o razziale. Questa sovrapposizione ha luogo anche nei casi delle razze e rami minori.

Questo avverrà tra sedicimila e ventimila anni, prima che si verifichi il cataclisma razziale che dividerà in due la nostra quinta razza radice — esattamente come lo stesso evento del cataclisma razziale accadde alla quarta razza Atlantidea che ci ha preceduti, e alla terza razza radice Lemuriana che l'aveva preceduta; e questo accadrà alle due razze radici che seguiranno la nostra, la sesta e la settima — perché ci stiamo avvicinando al punto mediano della nostra quinta razza radice, perché siamo vicini al punto mediano della quarta sottorazza di questa quinta razza radice. (Vedi anche Globo, Catena Planetaria, Ronda)

Rechaca    (Recaka, Sanscrito) Una delle pratiche usate nel sistema haṭha yoga per regolare il respiro. Il respiro è espulso o espirato da una delle narici mentre l'altra narice è tenuta chiusa con il dito, e quindi l'azione è ripetuta con l'altra narice. Queste azioni, come abbiamo osservato sotto la voce Kumbhaka (vedi), sono estremamente pericolose per la salute e l'equilibrio mentale, e non possono essere incoraggiate. In verità, dovrebbero essere inequivocabilmente scoraggiate.

Reincarnazione    Un termine anglicizzato che deriva dal Latino, e che significa "reincarnamento," il ritornare in un corpo umano di un'anima umana disincarnata. Il reincorporamento ripetitivo dell'ego umano reincarnante in veicoli di carne umana — è un caso speciale della dottrina generale del reincorporamento. Questa dottrina generale del reincorporamento si applica non solo all'uomo ma ugualmente a tutti i centri della coscienza di qualsiasi tipo, o a tutte le monadi qualsiasi tipo — a qualsiasi gradino della scala evolutiva possano essere, e qualche che sia il loro particolare grado evolutivo.

Il significato di questa dottrina in generale è, in verità, molto semplice. È come segue: ogni centro di vita della coscienza, in altre parole, ogni monade o essenza monadica, si reincorpora ripetutamente in vari veicoli o corpi, per usare un termine popolare. Questi corpi possono essere spirituali o fisici o possono essere di natura intermedia tra questi due, cioè eterei. Questa regola della natura, che si applica a tutte le monadi senza eccezione, ha luogo in tutti i differenti regni dell'universo visibile ed invisibile, e su tutti i suoi diversi piani, e in tutti i suoi diversi mondi.

Vi sono otto termini usati nella filosofia teosofica per specificare il reincorporamento, che non sono tutti sinonimi, sebbene alcuni di questi otto termini abbiano quasi lo stesso significato specifico. Sono: preesistenza, rinascita, reincorporamento, palingenesi, metensomatosi, metempsicosi, trasmigrazione, reincarnazione (vedi sotto ogni voce la loro definizione). Di questi otto termini, si può dire che solo quattro contengano le quattro idee basilari della dottrina generale del reincorporamento, e questi quattro sono preesistenza, reincorporamento, metempsicosi, e trasmigrazione.

In nessun caso il termine reincarnazione è identico a uno qualsiasi degli altri sette termini, anche se, naturalmente, ha dei motivi di forte similitudine con tutti quanti, come, ad esempio, con preesistenza, perché, è ovvio, l'entità preesiste prima di reincarnarsi; e per lo stesso motivo è simile a rinascita, reincorporamento, e metensomatosi.

Il significato del termine reincarnazione si diversifica particolarmente da rinascita, perché quest'ultimo termine significa semplicemente rinascita nei corpi umani di carne su questa terra; mentre il primo termine implica tacitamente, anche se non espresso, le possibili incarnazioni nella carne di entità che hanno finito il loro pellegrinaggio terrestre, la loro evoluzione, ma che possono ritornare ad incarnarsi, e a volte lo fanno, allo scopo di aiutare i loro fratelli meno evoluti.

Reincorporamento    Il termine significa che l'entità vivente e migrante prende per sé un nuovo corpo dopo un certo periodo che segue la morte. Il suo significato, quindi, è molto generalizzato, e il significato specifico è che assume periodicamente nuovi incorporamenti. Insegna qualcosa di più rispetto al fatto che l'anima preesiste semplicemente, perché l'idea è che l'anima prende per se stessa una successione di nuovi corpi — su qualsiasi piano possa avvenire. Quest'aspetto particolare, questa diramazione della dottrina generale della migrazione delle entità viventi non ci dice che tipo di corpo l'anima assume nuovamente, né se quel corpo può essere preso qui sulla terra o altrove, vale a dire che, se il nuovo corpo deve essere un corpo visibile o invisibile nei regni invisibili della natura. Ci dice semplicemente che è lo stesso centro di vita a reincarnarsi; e questo è l'essenza del significato specifico di questo termine (Vedi anche Preesistenza, Rinascita, Metempsicosi, Reincarnazione, ecc.)

Relatività    La moderna dottrina scientifica della relatività, nonostante le sue restrizioni e le limitazioni matematiche, è estremamente suggestiva perché introduce la metafisica nella fisica, fa a meno di alcune idee puramente speculative che certe cose sono assolute in un universo puramente relativo, e ci riporta ad un esame della natura come natura, e non come finora i teorici matematici hanno tacitamente asserito. La dottrina della relatività nella sua idea essenziale delle relatività piuttosto che degli assoluti è vera; ma questo non significa che dobbiamo necessariamente accettare le deduzioni di Einstein e dei suoi seguaci. Queste deduzioni possono essere vere oppure no, e sarà il tempo a dimostrarlo. In ogni caso, la relatività non è quella che spesso è fraintesa — la nuda dottrina che "ogni cosa è relativa," che significherebbe che non vi è niente di fondamentale o basilare, o reale in qualche posto da cui scaturiscono le altre cose; in altre parole, che non vi è alcun retroterra dell'essere positivamente reale o fondamentalmente divino e spirituale. La teoria della relatività è un adombramento, un'allusione, una parvenza, dell'antichissima dottrina teosofica — la dottrina di māyā (vedi).

Il modo in cui la teosofia insegna il concetto della relatività è che, mentre l'universo è un universo relativo e tutte le sue parti sono quindi relative — una per ciascuna, e ciascuna per tutte, e tutte per ciascuna — tuttavia vi è una realtà eterna sottostante, che forma il substrato o la verità delle cose, da cui scaturisce il fenomenico in tutte le sue molteplici manifestazioni relative. E c'è un modo, una via, un sentiero, con cui gli uomini possono raggiungere questa realtà sottostante, perché è nell'uomo come la sua essenza più intima e quindi l'origine primordiale. In ognuno c'è fondamentalmente questa realtà che tutti cerchiamo. Ognuno di noi è il sentiero che porta ad essa, perché è il cuore dell'universo.

In senso ancora più metafisico, si può dire che anche il cuore di un universo esiste relativamente in connessione con gli altri universi con i loro cuori. Sarebbe del tutto sbagliato supporre che vi sia un'unica Realtà Assoluta secondo il vecchio stile europeo, e che tutte le manifestazioni relative scaturiscano da essa, e che queste manifestazioni relative, pur derivando da questa Realtà Assoluta, siano senza legami d'unione, o origine, con un Assoluto (vedi). Una volta afferrato il concetto di infinito illimitato, il percepitore intelligente realizza immediatamente che è semplicemente senza speranza, davvero impossibile, postulare delle conclusioni degli Assoluti assoluti, come l'ultima thule divina. Non importa quanto vasto e kosmico possa essere l'Assoluto, vi sono, in tutto l'infinito senza frontiere, innumerevoli altri Assoluti uguali o più grandi.

Religione    Un'elaborazione della mente umana spirituale nel suo tentativo di comprendere non solo il come e il perché delle cose, ma che contiene, in aggiunta, un anelito, un desiderio verso l'unione autocosciente con il Tutto divino e una crescente identificazione senza fine con le realtà cosmiche divino-spirituali. Una fase di un metodo triforme di capire la natura della natura, della natura universale e dei suoi multiformi e molteplici operati; e questa fase non può essere separata dalle altre due fasi (scienza e filosofia) se vogliamo ottenere un quadro verosimile delle cose come esse sono di per sé.

La religione umana è l'espressione di quell'aspetto della coscienza umana che è intuitivo, che aspira, che è mistico, e che spesso è deformato e distorto nelle sue forme inferiori dall'emotività dell'uomo.

Tra gli europei di oggi è usuale far derivare il termine religione dal verbo latino che significa "legare" — religare. Ma vi è un'altra derivazione, che è quella scelta da Cicerone, e naturalmente egli stesso era romano e aveva una grande capacità e una profonda conoscenza nell'uso della sua lingua nativa. Quest'altra derivazione viene da una radice latina che significa "selezionare, "scegliere," da cui abbiamo anche la parola lex, "legge," cioè il corso di condotta o la regola dell'azione che è scelta al meglio, ed è quindi seguita; in altre parole, ciò che è il meglio del suo tipo, come verificato da selezioni, tentativi e prove.

Quindi, il significato della parola religione dal Latino religio, significa un'accurata selezione dei credi fondamentali e delle motivazioni da parte di un elevato intelletto spirituale, una facoltà di giudizio intuitivo e di comprensione, e un conseguente conformarsi, da quella selezione, ad un corso di vita e di condotta che sotto tutti gli aspetti rispettano le convinzioni a cui si è arrivati. Questo è lo spirito religioso.

A ciò i teosofi aggiungerebbero quest'idea molto importante: dietro a tutte le varie religioni e filosofie dei tempi antichi vi è una saggezza segreta o esoterica, impartita dagli uomini più nobili che siano mai vissuti, i fondatori e i costruttori delle varie religioni e filosofie mondiali; e questo sublime sistema dei fondamentali è stato lo stesso dappertutto sulla superficie del globo.

Questo sistema è passato sotto vari nomi, come filosofia esoterica, saggezza antica, dottrina segreta, insegnamento tradizionale, teosofia, ecc. (Vedi anche Scienza, Filosofia)

Rinascita    Uno dei vari aspetti o rami della dottrina generale del reincorporamento. Un termine dal significato esteso e generalizzato. Significando semplicemente una successione di rinascite, la definizione diventa generalizzata, escludendo spiegazioni specifiche riguardo al tipo o al genere di reincorporamento. La somiglianza tra l'idea compresa in questo termine e quella appartenente al termine reincarnazione è molto stretta, ma le due idee sono del tutto distinte. (Per questa differenza vedi Reincarnazione, Metempsicosi, Trasmigrazione, ecc.)

Ronda    La dottrina che riguarda la nostra catena planetaria comunemente chiamata quella delle sette ronde significa che il ciclo di vita o l'onda di vita comincia il suo corso evolutivo sul globo A, il primo della serie di sette (o dieci) globi; poi, completato il suo ciclo lì, discende sul globo B, e quindi sul globo C, e poi sul globo D, la nostra terra; e allora, sull'arco ascendente (vedi), sul globo E, poi sul globo F, ed infine sul globo G. Questi sono i sette globi manifestati della catena planetaria. È questa una ronda planetaria. Dopo la ronda planetaria si manifesta un nirvāṇa planetario o una catena, finché la seconda ronda comincia nello stesso modo, ma di un grado più "avanzato" d'evoluzione rispetto alla prima ronda.

La ronda di un globo è uno dei sette passaggi di un'onda di vita durante la sua ronda planetaria, su uno qualsiasi dei globi (e quindi attraverso ciascuno). Quando l'onda di vita ha attraversato il globo D, ad esempio, e termina i suoi cicli sul globo D, questa è la ronda del globo D per quella particolare ronda planetaria; e così via rispettivamente per tutti gli altri globi. Sette razze radici fanno la ronda di un globo. Vi sono quindi sette ronde del globo (una ronda di un globo per ciascuno dei sette globi) in ciascuna ronda planetaria.

Sette ronde planetarie equivalgono a un Kalpa o manvantara o Giorno di Brahmā. Quando sette ronde planetarie si sono completate, che sarebbe come dire quarantanove ronde del globo (o i manvantara del globo), allora ha luogo un nirvāṇa ancora più elevato di quello che si è verificato tra i globi G ed A dopo ciascuna ronda planetaria. Questo nirvāṇa più elevato coincide con quello che è chiamato un pralaya di quella catena planetaria, pralaya che dura finché il ciclo ritorna ancora per una nuova catena planetaria da formare, contenendo gli stessi eserciti di esseri viventi come nella precedente catena, e che ora sono destinati ad entrare in una nuova catena planetaria, ma in una serie superiore di piani o mondi rispetto alla precedente.

Quando queste sette catene planetarie con i loro vari kalpa o manvantara si sono esaurite, questo grande ciclo settenario è un manvantara solare, e allora il sistema solare s'immerge nel pralaya solare o cosmico.

Vi sono ronde interne e ronde esterne. Una ronda interna comprende il passaggio dell'onda di vita in una qualsiasi catena planetaria, un giro dal globo A al globo G, e questo ha luogo sette volte in un manvantara solare.

La ronda esterna comprende il passaggio di un'intera onda di vita di una catena planetaria lungo le circolazioni del sistema solare, da uno dei sette pianeti sacri all'altro; e questo per sette (o dieci) volte.

C'è un altro aspetto dell'insegnamento che riguarda le ronde esterne che non può essere elucidato qui.

Ronda Esterna    Vedi Ronda

Ronda Interna    Vedi Ronda

Rūpa    (Sanscrito) Un termine che significa "forma," "immagine," "somiglianza," ma questo termine è tecnicamente impiegato, e solo raramente, nel senso popolare in cui è usato comunemente in Inglese. Significa piuttosto un'aggregazione atomica o monadica intorno alla coscienza centrale e dimorante, formando così un veicolo o corpo della stessa.

Così i rūpa-loka sono loka o mondi in cui la forma del corpo o veicolo è definitivamente delineata nella materia; mentre gli arūpa-loka sono mondi dove le forme del corpo o "immagini" sono delineate in un altro modo che per noi umani è meno definito. Andrebbe notato che il termine rūpa si applica con uguale vigore anche ai corpi o veicoli degli dèi, sebbene questi ultimi per noi sono puramente soggettivi o arūpa (vedi). (Vedi anche Loka)

— S —   

Śabda-Brahman    (Sanscrito) Una frase che letteralmente significa il "Brahman della Parola" — una curiosa analogia con l'arcaico insegnamento mistico concernente il Logos. Śabda-Brahman, quindi, può essere tradotto come il Logos attivo immanifestato del sistema solare, e quindi come l'anima del Brahman che si esprime attraverso i suoi veli ākāśici come il Logos divino, o Parola, Suono. Questo termine è strettamente connesso, nel suo significato, con l'insegnamento riguardante daivīprakṛiti (vedi). H. P. Blavatsky, nel suo Glossario postumo parla del Śabda-Brahman come "Vibrazioni Eteree diffuse attraverso lo Spazio."

Śakti    (Sanscrito) Un termine che può essere brevemente definito con il significato di una delle sette forze della natura, come sono chiamate nell' Occultismo moderno, di cui sei sono manifestate e la settima non manifestata, o manifestata solo in parte. Śakti può essere descritta in generale come energia universale ed è, per così dire, l'aspetto femminile di fohat (vedi). Nell'Induismo popolare le varie śakti sono le mogli, le consorti, degli dèi; in altre parole, le energie o i poteri attivi delle divinità, rappresentati come influenze o energie femminili.

Queste definizioni antropomorfiche sono infelici, perché fuorvianti. Le śakti della natura sono realmente i veli, le guaine o i vettori veicolari attraverso i quali agiscono le energie interne e sempre attive. Poiché sostanza ed energia, o forza e materia, sono fondamentalmente una, come la scienza moderna ha cominciato a scoprire nelle sue ricerche, diventa chiaro che anche queste śakti o guaine o veli sono in se stesse energizzanti per le sfere o i regni inferiori attraverso cui agiscono.

La corona della luce astrale (vedi), come H. P. Blavatsky la ritiene, è la śakti generalizzata della natura universale per quanto riguarda il nostro sistema solare.

Samādhi    (Sanscrito) Un termine composito formato da sam, che significa "con" o "insieme"; ā, che significa "verso"; e la radice verbale dhā, che vuol dire "collocare," o "portare"; samādhi, che significa quindi "dirigere verso," in generale significa combinare le facoltà della mente dirigendole verso un oggetto. Di conseguenza, un'intensa contemplazione o profonda meditazione, con la coscienza diretta allo spirituale. È la forma più alta di auto-possesso, nel senso di radunare tutte le facoltà della costituzione per raggiungere l'unione, o quasi un'unione, lunga o breve che possa essere nel tempo, con il divino-spirituale. Chi possiede ed è abituato a usare questo potere ha un controllo completo e assoluto su tutte le sue facoltà, ed è quindi definito "completamente auto-posseduto."

Samādhi, dunque, è un termine che ha un significato molto mistico e profondo, che implica l'astrazione totale della coscienza percettiva da tutti gli interessi e attributi mondiali o esteriori e persino mentali, e il suo assorbimento, o forse meglio, il suo diventare la supercoscienza genuina e schietta del dio interiore. In altre parole, samādhi è l'unione autocosciente con la monade spirituale della costituzione umana. Samādhi è l'ottava fase finale dell'autentico yoga occulto, e può essere ottenuto in ogni momento dall'iniziato, senza ricorrere coscientemente ad altre fasi o pratiche di yoga elencate nelle opere orientali, e queste pratiche diverse e inferiori sono spesso fuorvianti, in alcuni casi veramente dannose, e, al massimo, semplici appoggi o aiuti per ottenere la completa astrazione mentale dagli interessi del mondo.

Le otto fasi dello yoga solitamente elencate sono le seguenti: (1) yama, che significa "indulgenza" o "tolleranza"; (2) niyama, regole religiose di vari tipi come osservanze o digiuni, preghiere, penitenze, ecc.; (3) āsana (vedi), atteggiamenti di vari tipi; (4) prāṇāyāma, vari metodi per regolare il respiro; (5) pratyāhāra, un termine che significa "ritiro," ma tecnicamente ed esotericamente il "ritiro" della coscienza dagli interessi sensuali o sensoriali o dagli oggetti esterni; (6) dhāraṇa (vedi), fermezza o costanza o risolutezza nel tenere la mente concentrata su un argomento o oggetto del pensiero, concentrazione mentale; (7) dhyāna (vedi), contemplazione astratta o meditazione libera da tutte le distrazioni esterne, e infine (8) samādhi, il completo raccoglimento della coscienza e delle sue facoltà in unità o unione con l'essenza monadica.

Si potrebbe osservare, e lo studente dovrebbe prenderne accuratamente nota, che quando l'iniziato ha ottenuto il samādhi, diventa praticamente onnisciente dell'universo solare in cui abita, perché al momento la sua coscienza funziona nei mondi spirituali-causali. Tutta la conoscenza è quindi per lui come una pagina aperta perché egli è consapevole autocoscientemente, per usare una frase piuttosto scomoda, dei regni interiori e spirituali della natura, per il motivo che la sua coscienza è diventata kosmica nelle sue portate.

Śambhala    (Sanscrito) Il nome di un luogo dal significato altamente mistico. Molti eruditi orientalisti dell'Occidente hanno tentato di identificare questa località mistica e sconosciuta in qualche noto distretto o città, ma senza successo. Il nome è menzionato nei Purāṇa ed altrove, ed è affermato da Śambhala apparirà, al momento giusto, il Kalki-Avatāra del futuro. Il Kalki-Avatāra è una delle manifestazioni di Vishṇu. Tra i buddhisti si ritiene anche che da Śambhala verrà, al momento giusto, il Maitreya Buddha, il prossimo buddha.

Śambhala, comunque, anche se nessun erudito orientalista è riuscito a localizzarla geograficamente, è realmente una terra o distretto, la dimora della più grande fratellanza di adepti spirituali e dei loro capi che si trovi oggi sulla terra. Da Śambhala, in determinati periodi storici del mondo, o meglio, della nostra quinta razza radice, vennero i messaggeri, gli inviati, per lavorare spiritualmente ed intellettualmente tra gli uomini.

Questa Grande Fratellanza ha ramificazioni in varie parti del mondo, ma Śambhala è il centro della loggia principale. Potremmo indicativamente localizzarla in un remoto distretto poco conosciuto degli altipiani dell'Asia centrale, più particolarmente in Tibet. Una moltitudine di aeroplani potrebbero sorvolare sul luogo senza "vederlo," perché le sue frontiere sono sorvegliate con molta cura e protette contro ogni intrusione, e continueranno ad essere così fino a quando il destino karmico della nostra attuale quinta razza radice porterà un cambio di localizzazione in qualche altro punto sulla terra, che allora, a sua volta, sarà sorvegliato accuratamente come lo è oggi Śambhala.

Sambhogakāya    (Sanscrito) Questo è un composto di due parole che significano il "corpo che gioisce," o meglio, "il corpo che partecipa," ecc.; sambhoga significa "gioire insieme," o "partecipazione piacevole," ecc.; e kāya, che significa corpo. Questo è il secondo dei gloriosi rivestimenti, essendo gli altri due dharmakāya (vedi), il superiore, e nirmāṇakāya (vedi), l'inferiore. Il buddha nello stato sambhogakāya partecipa ancora, conserva all'incirca la sua autocoscienza come individuo, la sua egoità e il suo senso individuale dell'anima, sebbene sia troppo al di sopra di ciò che concerne il materiale o il personale, per preoccuparsi o per mescolarsi con loro. Di conseguenza, un buddha nello stato sambhogakāya sarebbe virtualmente senza potere qui sulla nostra terra materiale.

Sannyāsin    (Sanscrito) Colui che rinuncia (un rinunciatario); da sannyāsa, "rinuncia," abbandono dei legami e delle attrazioni del mondo. La rinuncia al servizio della natura spirituale.

Śarīra    (Sanscrito) Da una radice che può essere meglio tradotta dicendo che significa ciò che è facilmente dissolto, facilmente logorato; l'idea è qualcosa di transitorio, come la schiuma, piena di buchi, per così dire. Notate il significato nascosto — è molto importante. Un termine che è nel linguaggio comune della filosofia dell'Indostan, e frequentemente utilizzato nella moderna filosofia teosofica. Un significato generico indica un corpo composito o veicolo a carattere impermanente attraverso il quale l'entità eterea vive ed agisce. (Vedi anche Liṅga-Śarīra, Sthūla-Śarīra)

Sat    (Sanscrito) Un termine che significa l'essenza fondamentale reale e duratura del mondo. Negli antichi insegnamenti Brahmanici i termini sat, chit, ānanda, erano usati per indicare lo stato che quello che potremmo chiamare l'Assoluto: sat significa "essere puro"; chit, "pensiero puro"; ānanda, "beatitudine," e questi tre termini erano composti come sachchidānanda. (Vedi anche Asat)

Sattva    (Sanscrito) una delle triguṇa o le "tre qualità," le altre due essendo rajas (vedi) e tamas (vedi). Sattva è la qualità della verità, del bene, della realtà e della purezza. Queste tre guṇa o qualità percorrono tutta la rete o fabbrica della natura come fili inestricabilmente intrecciati, perché, in verità, ciascuna di queste tre qualità partecipa ugualmente alla natura delle altre due, ma ciascuna possiede la sua caratteristica intrinseca o predominante (che è il proprio svabhāva). Chi desidera avere qualche genuina comprensione del modo in cui la saggezza arcaica considera queste tre fasi dell'attività umana intellettuale e spirituale deve ricordare che nessuna di queste tre può essere ritenuta separata dalle altre due. Le tre sono fondamentalmente tre operazioni della coscienza umana, ed essenzialmente sono quella coscienza stessa.

Scala della Vita    Un termine che si trova spesso nella letteratura teosofica, che esprime, brevemente e chiaramente, i gradi ascendenti o stadi delle esistenze manifestate nell'universo. In un senso, il termine scala della vita è intercambiabile con gli altri termini, la Catena Ermetica (vedi) o la Catena d'Oro.

L'universo è fatto di coscienze incorporate; e queste coscienze incorporate esistono in una gradazione praticamente infinita di vari gradi di perfezione — una vera scala della vita, o una graduatoria della vita, che si estende all'infinito in entrambe le direzioni, perché la nostra immaginazione non può concepire limiti, tranne quello gerarchico; e un tale limite gerarchico è soltanto spaziale e non effettivo, qualitativo e formale. La scala della vita è contrassegnata, a certi intervalli, da luoghi di approdo, per così dire, che sono quelli che i teosofi chiamano i differenti piani dell'essere — le differenti sfere della coscienza, per esporre l'idea in un'altra maniera.

Scienza    Un'elaborazione della mente-spirito umano nel suo tentativo di capire il come delle cose — non qualche scienza particolare di qualche tipo, ma la cosa in sé, la scienza di per sé — conoscenza ordinata e classificata. Una fase di un metodo triforme di comprendere la natura della natura universale e le sue molteplici e multiformi opere; e questa fase non può essere separata dalle altre due — filosofia (vedi) e religione (vedi) — se vogliamo farci un quadro vero delle cose come sono in se stesse.

La scienza è l'aspetto del pensiero umano nell'attività della mentalità nelle sue funzioni di indagine, ricerca e classificazione.

Sé, Il    L'uomo è un fascio, un insieme di forze o energie ed elementi materiali combinati, e il potere che li controlla tutti e li tiene insieme, facendo dell'aggregato composito un'unità, è quello che i teosofi chiamano il Sé — non il semplice ego, ma il Sé, un'unità puramente spirituale, nella sua essenza divina, che è lo stesso in ogni uomo e donna sulla terra, lo stesso in ogni unità dappertutto in tutti i campi illimitati dello spazio sconfinato, come noi intendiamo lo spazio. Se esaminiamo accuratamente la nostra coscienza, verremo presto a conoscenza che questa è la coscienza pura espressa nelle parole "Io sono" — e questo è il Sé; mentre l'ego è la cognizione di "Io sono Io."

Consideriamo la gerarchia dell'essere umano che cresce dal Sé come il suo seme — dieci stadi: tre sul piano arūpa o immateriale; e sette (o forse, meglio, sei) sui piani della materia o manifestazione. Su ciascuno di questi sette (o sei) piani il Sé o paramātman (vedi) sviluppa una guaina, un rivestimento, quelli superiori intessuti di spirito, o luce, se volete, e quelli inferiori intessuti di ombra o materia; e ciascuno di questi rivestimenti, o guaine, è un'anima; e tra il Sé e un'anima — qualsiasi anima — c'è un ego.

Sé Universale    Il sé universale è il cuore dell'universo, perché queste due frasi non sono che due modi di esprimere la stessa cosa. È la sorgente del nostro essere; è anche la meta verso cui noi tutti ci stiamo incamminando, noi e le gerarchie sopra di noi, come pure le gerarchie e le entità che le compongono, inferiori a noi. Tutti passano, in un periodo del loro viaggio evolutivo, attraverso la fase dell'umanità, ottenendo quindi l'autocoscienza o l'ego-sé, l' "Io sono Io," e trovano questo ego-sé o coscienza, man mano che avanzano lungo questo sentiero evolutivo, espandendosi gradualmente nella coscienza universale — un'espansione, comunque, che non ha mai fine, perché la coscienza universale è infinita, illimitata, senza confini, e senza alcuna frontiera di qualche tipo. (Vedi anche Paramātman, Sé)

Sentiero, Il    La natura universale, la nostra grande madre, esiste inseparabilmente in ciascuno di noi, in ogni entità dappertutto, e la separazione del parziale dall'insieme, dell'individuo dal cosmo, non è possibile in nessun senso se non in quello puramente illusorio. Questo ci indica con infallibile determinatezza il sublime sentiero di una realtà assoluta, e ci guida anche verso di esso. È il sentiero interno, che porta sempre avanti, che è senza fine e che conduce nei vasti regni interni della saggezza e della conoscenza; come ci dicono davvero tutti i grandi filosofi del mondo, se tu conosci te stesso, allora conosci l'universo, perché ciascuno di noi è una sua parte inseparabile ed è tutta in noi, la sua progenie.

È ovvio, da quest'ultima riflessione, che l'unica differenza essenziale tra ogni due gradi delle entità evolventi che riempiono e compongono il kosmo è un differenza di coscienza, di comprensione; e questa coscienza e questa comprensione fanno evolvere l'entità nell'unico modo possibile — scartando e dispiegando le facoltà o poteri intrinsechi dell'essere interiore di quell'entità. Questo è il sentiero, come i mistici di tutte le ere hanno indicato.

Il sentiero è in noi stessi. Non vi è altro sentiero per noi, individualmente, se non il sentiero che porta sempre al nostro dio interiore. Il sentiero di un altro è lo stesso sentiero per qualcun altro. Ma non è il nostro sentiero, perché il nostro sentiero è il nostro Sé, come per un altro è il suo Sé — e tuttavia, meraviglia delle meraviglie, mistero dei misteri, il Sé è lo stesso in tutti. Tutti percorrono lo stesso sentiero ma ogni uomo deve percorrerlo egli stesso, e nessuno può percorrerlo per un altro; e questo sentiero porta ad un ineffabile splendore, a un'indicibile espansione della coscienza, ad un'impensabile beatitudine, a una pace perfetta.

Sentiero della Mano Destra, Il    Da tempo immemorabile, in tutti i paesi della terra, fra tutte le razze umane, sono esistite due scuole, in opposizione ed antagonismo, di allenamento occulto o esoterico, uno chiamato spesso tecnicamente il Sentiero della Luce, e l'altro il Sentiero delle Tenebre o delle Ombre. Questi due sentieri sono abbastanza comunemente chiamati anche il sentiero della mano destra e il sentiero della mano sinistra, e sebbene questi siano nomi tecnici nel traballante occultismo occidentale, le stesse locuzioni hanno prevalso in tutto il mondo, e sono particolarmente conosciute nella letteratura mistica ed esoterica dell'Indostan. Il sentiero della mano destra è conosciuto nelle opere sanscrite con il nome di dakshiṇa-mārga, e quelli che praticano le regole di condotta e seguono la condotta di vita imposta ai seguaci del sentiero della mano destra sono tecnicamente conosciuti come i dakshiṇāchārin, e il loro corso di vita è noto come dakshiṇāchāra. Al contrario, quelli che seguono il sentiero della mano sinistra, spesso denominati i Fratelli dell'Ombra o, con qualche appellativo del genere, sono chiamati i vāmāchārin, e la loro scuola o corso di vita è conosciuto come vāmāchāra. Un'espressione alternativa a vāmāchāra è savyāchāra. I maghi bianchi o Fratelli della Luce sono quindi i dakshiṇāchārin, e i maghi neri o Fratelli dell'Ombra, che agiscono per il male spirituale, intellettuale, e psichico, sono quindi i vāmāchārin.

Per parlare con il linguaggio mistico dell'antica Grecia, i dakshiṇāchārin o Fratelli della Luce seguono la serpeggiante ascesa all'Olimpo, mentre i vāmāchārin o Fratelli della mano sinistra seguono il facile ma pericoloso sentiero che porta verso il basso, negli stadi sempre più confusi della materia e delle tenebre spirituali. Quest'ultima è la faciles descensus averno (Eneide, 6. 126) del poeta latino Virgilio. Guai a chi, rifiutando di elevare la sua anima ai raggi sublimi e purificatori del sole spirituale in lui, s'incammina sul sentiero che porta verso il basso. Gli ammonimenti dati agli studenti dell'Occultismo su questo soggetto sono sempre stati imperiosi e pressanti, e nessun esoterista dovrebbe mai considerarsi al sicuro o oltre le possibilità di intraprendere la via verso il basso finché non sia diventato uno con il divino consigliere che è nel suo seno, il suo dio interiore.

Sentiero della Mano Sinistra, Il    Vedi Sentiero della Mano Destra

Sette Pianeti Sacri, I    Gli antichi parlavano di sette pianeti che chiamavano i sette pianeti sacri, e li nominavano come segue: Saturno, Giove, Marte, Sole, Venere, Mercurio, e Luna.

Ciascuno di questi sette globi è un corpo simile alla nostra Terra ed ognuno è una catena settenaria, settuplice nella composizione: sei altri corpi superiori di materia sottile e più eterea al di sopra della sfera o globo fisico. Solo questi globi che sono sullo stesso piano cosmico della natura o dell'essere sono fisicamente visibili a ciascun altro. Ad esempio, possiamo vedere solo il globo planetario del quarto piano di ognuna delle altre catene planetarie o siderali, perché noi stessi siamo sul quarto piano cosmico, come lo sono anche loro. Vi è un importante ed ampia gamma di insegnamenti mistici connessi ai sette pianeti sacri, che sarebbe fuori luogo sviluppare qui.

Sette Principi dell'Uomo, I    Ognuno dei sette principi dell'uomo, come pure ciascuno dei sette elementi in lui, è in sé uno specchio dell'universo. (Vedi I Sette Principi dell'Uomo)

Śishṭa, I    (Śiṣta, Sanscrito) Questo è un termine che significa "resti," "avanzi," "residui" — qualsiasi cosa che sia lasciata o che rimane indietro. Nelle speciali applicazioni in cui questo termine è usato nella saggezza antica, i śishṭa sono quelle classi superiori — ciascuna del proprio tipo e regno — lasciate indietro su un pianeta quando va in oscuramento, per servire come semi di vita per il flusso della successiva onda di vita in arrivo, quando l'alba del nuovo manvantara sorge su quel pianeta.

Quando ogni regno passa sul globo successivo, ciascuno lascia indietro i suoi śistha, le sue vite che rappresentano il punto veramente più alto dell'evoluzione in cui è arrivato quel regno in quella ronda, ma li lascia, per così dire, che dormono: in letargo, relativamente inerti, inclusi i suoi atomi di vita. Non senza vita, comunque, perché ogni cosa è viva come sempre, e non vi è materia "morta" in nessuna parte; ma i śishṭa, considerati aggregativamente come i resti o residui dell'onda di vita che è passata, stanno dormendo, sono in letargo, a riposo. Questi śishṭa attendono le incipienti onde di vita nella prossima ronda, e allora si risveglieranno per un nuovo ciclo d'attività come i semi del nuovo regno o regni — che siano i tre regni elementali o quello minerale o vegetale o animale, o la prossima umanità.

In senso più ristretto e ancora più specifico, i śishṭa sono i grandi eletti, o saggi, lasciati indietro dopo ogni oscuramento.

Skandha, Gli    Letteralmente, "fasci," o gruppi di attributi, per usare la definizione di H. P. Blavatsky. Quando sopraggiunge la morte di un uomo in una qualsiasi vita, i semi di quelle cause impiantate in precedenza da lui e che ancora non sono sbocciate, fiorite e dato i loro frutti, restano nelle sue parti interiori ed invisibili come impulsi latenti e dormienti: giacciono latenti, come semi che dormono, per attivarsi in future fioriture nelle prossime e successive vite. Sono semi, impulsi psicologici, che giacciono addormentati finché, in qualche tempo futuro, arriva la loro fase appropriata di risveglio all'azione.

Nel caso dei corpi cosmici, ogni corpo solare o planetario che entra nel suo pralaya, il suo prākṛitika-pralaya — la dissoluzione dei suoi principi inferiori — alla fine del suo lungo ciclo di vita, esiste nello spazio nell'attività superiore dei suoi principi spirituali, e nella dispersione dei suoi principi più bassi, che esistono latenti nello spazio come skandha in una condizione laya.

Quando un centro laya (vedi) è sollecitato all'azione dal tocco delle volontà e delle coscienze sulla loro via verso il basso, diventando la vita incorporante di un sistema solare o di un pianeta di un sistema solare, il centro si manifesta dapprima sul suo piano superiore, e poi sul suo piano inferiore. Gli skandha si risvegliano alla vita uno dopo l'altro: prima quelli superiori, poi quelli intermedi, e alla fine quelli inferiori, cosmicamente e qualitativamente parlando.

Il termine skandha, nella filosofia teosofica, ha il significato generale di fasci o gruppi di attributi, che insieme formano, compongono, l'intera serie di qualità materiali ed anche mentali, emotive e morali. Exotericamente, gli skandha sono "fasci" di attributi, in numero di cinque, ma esotericamente sono sette. Si uniscono alla nascita dell'uomo e costituiscono la sua personalità. Dopo la morte del corpo, gli skandha sono separati, e così restano finché l'ego reincarnante (vedi), nel suo cammino verso il basso, li raduna nuovamente insieme intorno a se stesso, e così riforma la costituzione umana considerata come un'unità.

In breve, gli skandha possono essere definiti come l'aggregato dei gruppi o attributi o qualità che rendono ogni uomo individuale la personalità che egli è; ma questa deve essere nettamente distinta dall'individualità (vedi).

Śloka    (Sanscrito) "Il metro epico sanscrito formato da trentadue sillabe: versi in quattro mezze righe di otto sillabe ciascuna, e due righe di sedici." (Dal Glossario Teosofico di H. P. Blavatsky)

Spazio    Il nostro universo, come si suppone popolarmente, consiste di spazio, materia, ed energia; ma in teosofia diciamo che lo spazio stesso è sia cosciente che sostanziale. Infatti, è la radice delle altre due, materia ed energia, che fondamentalmente sono una cosa sola, e questa cosa sola fondamentale è lo spazio — la loro causa essenziale ed anche strumentale, come pure sostanziale — e questa è la realtà dell'essere, il cuore delle cose.

Il nostro insegnamento è che vi sono molti universi, non soltanto uno, il nostro universo dove abitiamo; quindi, vi sono molti spazi con il sottofondo di uno spazio più grande, perfettamente incomprensibile, che include tutto — uno spazio che è ancora più etereo, tenue, spirituale, si, divino, rispetto allo spazio-materia che conosciamo, o meglio, che percepiamo. Lo spazio, quindi, considerato in astratto, è l'essere, pieno, per così dire, di altre entità e cose, di cui vediamo una piccola parte — globi innumerevoli, stelle e pianeti, nebulose e comete.

Ma tutti questi corpi materiali non sono che i prodotti effettuali, i risultati, dei regni infiniti, invisibili ed interni — di gran lunga la parte più vasta degli spazi dello Spazio. Lo spazio, quindi, di qualsiasi universo, è un'entità — un dio. Fondamentalmente ed essenzialmente, è un'entità spirituale, veramente un'entità divina, di cui vediamo soltanto quello che noi umani chiamiamo l'aspetto materiale ed energizzante — dietro al quale c'è la vita causale, l'intelligenza causale:

Il termine è ugualmente usato nella filosofia teosofica per indicare le infinitudini sconfinate dell'Illimitato; poiché è la vera essenza della vita-coscienza-sostanza, è incomparabilmente più che un mero "ricettacolo," come spesso si è supposto che sia da parte dei filosofi occidentali. (Vedi anche Universo, Via Lattea)

Spiriti Planetari,    Gli    Ogni corpo celeste nello spazio, di qualsiasi tipo o genere, è sotto la sorveglianza e l'influenza diretta di una gerarchia di esseri spirituali e quasi spirituali ed astrali, che nel loro insieme sono generalizzati sotto il nome di spiriti celesti. Questi spiriti celesti esistono dunque in vari stadi o gradi evolutivi; ma il termine spiriti planetari è di solito ristretto alla classe più elevata di questi esseri quando sono riferiti ad un pianeta.

In ogni caso, e quale che possa essere il corpo celeste, questa gerarchia di esseri eterei, se prendiamo in considerazione quelli che tra loro sono i più avanzati evolutivamente, nei lunghi cicli passati dell'evoluzione kosmica si era evoluta attraverso una fase di sviluppo corrispondente all'umanità della terra. Ogni spirito planetario, dunque, dovunque esista, in quei remoti eoni passati del tempo kosmico era un uomo o un essere equivalente a quello che noi umani chiamiamo uomo. Gli spiriti planetari della terra, ad esempio, sono intimamente legati all'origine e al destino della nostra attuale umanità, perché non solo essi sono i nostri predecessori lungo il sentiero evolutivo, ma certe classi di questi spiriti planetari sono effettivamente le guide spirituali e gli istruttori dell'umanità. Noi umani, tra remoti eoni del futuro, su una catena planetaria che sarà la figlia o la nipote della presente catena terrestre, saremo gli spiriti planetari di quella futura catena planetaria. È ovvio che, come dice H. P. Blavatsky: "La nostra Terra, essendo ancora nella sua Quarta Ronda, è ancora troppo giovane per aver prodotto i suoi Spiriti Planetari"; ma quando la settima ronda di questa catena planetaria terrestre sarà giunta alla sua conclusione, la nostra attuale umanità sarà allora divenuta i dhyān-chohan di vari gradi, spiriti planetari di un gruppo o classe, con le necessarie differenze evolutive tra di loro. Gli spiriti planetari sorvegliano, guidano, e conducono gli eserciti di entità in evoluzione inferiori a loro stessi durante le varie ronde di una catena planetaria. Alla fine, ogni globo celeste, che sia un sole, un pianeta, o un altro corpo celeste, ha come suo vertice o acme della sua gerarchia spirituale, un supremo spirito celeste che è il capo della propria gerarchia. Non dobbiamo dimenticare che l'umanità di oggi forma un elemento componente, o stadio o grado, nella gerarchia di questa (nostra) catena planetaria.

Spirito    Nella filosofia teosofica vi è un'importante e distinta differenza nell'uso dei termini spirito e anima. Lo spirito è l'elemento immortale in noi, la fiamma immortale in noi, che non muore mai, che non è mai nata, e che conserva, attraverso l'intero mahā-manvantara la sua qualità, l'essenza e la vita, inviando nel nostro essere e nei nostri vari piani alcuni dei suoi raggi o rivestimenti o anime, che siamo noi.

Lo spirito divino dell'uomo è collegato con il Tutto, essendo, in senso altamente mistico, un raggio del Tutto.

Un'anima è un'entità che si è evoluta con l'esperienza; non è uno spirito perché è un veicolo dello spirito. Si manifesta nella materia essendo una porzione sostanziale dell'essenza inferiore dello spirito. Toccando un altro piano al di sotto di lei, o anche al di sopra, il punto d'unione che permette l'ingresso e l'uscita alla coscienza è un centro laya. Lo spirito si manifesta in sette veicoli, e ciascuno di questi veicoli è un'anima; e quel punto particolare attraverso il quale passa l'influenza spirituale nell'anima è il centro laya, il cuore dell'anima, o meglio il suo vertice — sostanza omogenea dell'anima, se volete.

In senso kosmico, lo spirito si dovrebbe applicare solo a ciò che appartiene senza qualificazioni alla coscienza universale e che è l'emanazione omogenea e compatta della coscienza universale. Nel caso dell'uomo, lo spirito nell'uomo è la fiamma del suo ego immortale, l'emanazione diretta della monade spirituale in lui, e di questo ego l'anima spirituale è la guaina avvolgente o veicolo o rivestimento. Riferendoci più particolarmente e specificamente ai principi umani, quando il manas superiore dell'uomo, che è il suo vero ego, è indissolubilmente legato a buddhi, questo, di fatto, è l'ego spirituale o lo spirito della costituzione dell'essere individuale umano. Il periodo della sua vita prima che l'emanazione sia attratta nella monade divina dura per tutto il periodo di un manvantara kosmico.

Spirito    (riferito alla Materia   ), Il teosofo indica che quello che l'uomo chiama spirito è il vertice, l'acme, la radice, il seme, o l'inizio, il noumenon — chiamatelo con qualsiasi nome — di ogni particolare gerarchia esistente negli innumerevoli eserciti delle gerarchie kosmiche, e ognuna di queste gerarchie è inestricabilmente interconnessa ed interagente con tutte.

Quando i teosofi parlano di spirito e sostanza, delle quali la materia e l'energia o forza sono le manifestazioni fisiche, dobbiamo ricordare che tutti questi termini sono astrazioni, espressioni generalizzate per certe entità che si manifestano aggregativamente.

Lo spirito, ad esempio, non è essenzialmente diverso dalla materia, ed è solo relativamente così diverso, o evolutivamente così diverso: la differenza non giace nelle radici di questi due laddove essi diventano uno nella sottostante realtà della coscienza, ma nei loro caratteri sono due forme evolutive di manifestazione di quella realtà sottostante. In altre parole, per usare la terminologia della moderna filosofia scientifica, spirito e materia sono, ciascuno di essi, rispettivamente un "evento" quando la realtà sottostante passa attraverso l'eterna durata.

Sthūla-Śarīra    (Sanscrito) Sthūla significa "grossolano," "rozzo," non rifinito, pesante, massiccio, massiccio nel senso della grossezza, quindi materia condizionata e differenziata; śarīra, "forma," generalmente parlando. Il principio-sostanza più basso di cui è composto l'uomo, di solito classificato come il settimo — il corpo fisico.

Lo śthūla-śarīra o gerarchia fisica del corpo umano è costruito da elementi cosmici, formati essi stessi di entità atomiche viventi che, pur soggette individualmente a cambiamenti e reincorporamenti sbalorditivamente rapidi, tuttavia sono incomparabilmente più durature in se stesse come espressioni dei raggi monadici rispetto a quanto lo sia il corpo fisico transitorio che esse compongono temporaneamente.

Il corpo fisico si compone massimamente di porosità, se l'espressione è consentita; la cosa più irreale che noi conosciamo, pieno di buchi, schiumoso, per così dire. Alla morte, il corpo fisico segue il corso della decadenza naturale, e i suoi vari eserciti di atomi di vita procedono individualmente e collettivamente dove le loro naturali attrazioni li richiamano.

Strettamente parlando, il corpo fisico non è completamente un principio; è semplicemente una casa, in un altro senso, la carriera dell'uomo, e non è una sua parte essenziale — tranne che egli l'ha espulso, gettato via da se stesso — più di quanto lo siano i rivestimenti in cui il suo corpo è avvolto. L'uomo è realmente un essere umano completo senza lo śthūla-śarīra; e tuttavia quest'affermazione, pur accurata, non va presa troppo alla lettera, perché anche il corpo fisico è l'espressione della costituzione umana sul piano fisico. Il significato è che la costituzione umana può essere una completa entità umana quando il corpo fisico è scartato, ma lo śthūla-śarīra è necessario all'evoluzione e al lavoro attivo su questo sottopiano del kosmo solare.

Śūdra    (Sanscrito) Nell'antica India: un uomo della casta servile, la quarta o inferiore, sociale e politica, delle prime civiltà dell'Indostan nei periodi Vedici e post-Vedici. Gli altri tre gradi o classi sono rispettivamente il Brāhmaṇa, il sacerdote-filosofo; il Kshatriya, l'amministratore — re, nobile — e il soldato; e il terzo grado, il Vaiśya, il mercante e l'agricoltore (vedi questi tre).

Sushupti    Vedi Jāgrat, Kāṛanopādhi

Sūtrātman    (Sanscrito) Un termine composto che significa "il sé-filo," il filo d'oro dell'individualità — il flusso dell'autocoscienza — sul quale i principi-sostanza della costituzione umana sono infilati come perle su una catena d'oro. Il sūtrātman è il flusso della vita-coscienza che corre attraverso tutti i vari principi-sostanza della costituzione dell'entità umana — o meglio, di qualsiasi altra entità. Ognuna di queste perle sulla catena d'oro è una delle infinite personalità che l'uomo usa durante il corso del suo lungo progresso evolutivo durante un manvantara. Il sūtrātman, quindi, può essere brevemente definito come l'ego monadico immortale o spirituale, l'individualità che s'incarna vita dopo vita e, di conseguenza, è giustamente chiamata il sé-filo o il sé fondamentale.

È questo sūtrātman, questo sé-filo, questo flusso della coscienza, o meglio, il flusso della vita della coscienza, che è l'ipseità fondamentale e individuale di ogni entità, e che, riflesso attraverso i parecchi veicoli intermedi o veli o guaine o rivestimenti dell'invisibile costituzione dell'uomo, o di qualsiasi altro essere in cui una monade si avvolge, produce i centri egoici dell'esistenza autocosciente. Il sūtrātman, quindi, è radicato nella monade, nell'essenza monadica.

Svabhāva    (Sanscrito) Un termine composto derivato dalla radice verbale bhū, che significa "diventare" — non tanto "essere" in senso passivo, ma piuttosto "diventare," "crescere in" qualcosa. Il prefisso quasi pronominale sva significa "sé," per cui il sostantivo significa "auto-divenire," "auto- generarsi," "auto-crescere" in qualcosa. Tuttavia, non si può dire che il essenziale, fondamentale o integrale, pur seguendo continuamente la sua elevata linea evolutiva, soffra i cambiamenti o fasi che i suoi veicoli subiscono. Come le monadi, come l'Uno, così il Sé fondamentale — che, dopo tutto, è virtualmente lo stesso come essenza unica monadica — invia verso il basso un suo raggio in ogni entità organica, proprio come il sole invia un suo raggio nelle "tenebre" circostanti dell'universo solare.

Svabhāva ha due significati filosofici in generale: primo, auto-procreazione, auto-generazione, auto-divenire, giacché l'idea generale è che non esiste un'attività semplicemente meccanica e inanimata della natura nel portarci in esistenza, perché noi portiamo noi stessi avanti, dentro e attraverso la natura, della quale siamo una parte delle forze coscienti, e quindi sono la nostra progenie. Il secondo significato è che ogni essere esistente è il risultato di ciò che realmente e spiritualmente è nella propria natura superiore: egli porta fuori ciò che egli è veramente in se stesso a livello interiore, nient'altro. Una particolare razza, ad esempio, rimane, ed è, quella razza, fintanto che il particolare svabhāva della razza rimane nel seme razziale e si manifesta così. Ed è lo stesso caso anche per un uomo, un albero, una stella, un dio — e cose simili!

Cos'è che fa in modo che una rosa produca sempre una rosa e non cardi, margherite e viole del pensiero? La risposta è molto semplice, comunque molto profonda. È a causa del suo svabhāva, la natura essenziale nel seme. Il suo svabhāva può produrre solo quello che è la sua caratteristica essenziale, la sua natura interna. Svabhāva, in breve, può essere definito l'individualità essenziale di qualsiasi monade, che esprime le proprie caratteristiche, qualità, e tipo, mediante l'evoluzione auto-stimolata.

Il seme può produrre soltanto ciò che è esso stesso, ciò che è in sé; e questo è il cuore e l'essenza della dottrina di svabhāva. La portata filosofica, scientifica e religiosa di questa dottrina è semplicemente immensa; ed è di primaria importanza: Di conseguenza, ciascun svabhāva individuale produce e manifesta i suoi particolari veicoli, i suoi vari svarūpa, vale a dire i corpi caratteristici o immagini o forme. Lo svabhāva di un cane, ad esempio, produce il corpo del cane. Lo svabhāva di una rosa produce il fiore della rosa; lo svabhāva di un uomo produce l'aspetto, l'immagine, dell'uomo; e lo svabhāva di una divinità, di un dio, produce il proprio svarūpa, il veicolo caratteristico.

Svabhavat    (Sanscrito) Il participio presente neutro di un termine composto derivato dalla radice verbale bhū, che significa "diventare," da cui è derivato un significato secondario, "essere," nel senso di crescita.

Svabhavat è uno stato o condizione di coscienza-sostanza cosmica, dove spirito e materia, che sono fondamentalmente uno, non sono più duali come nella manifestazione, ma sono uno: quello che non è né materia manifestata né solo spirito manifestato, ma entrambi sono l'unità primordiale — l'ākāśa spirituale — in cui la materia s'immerge nello spirito, ed entrambi, che ora sono realmente uno, sono chiamati "Padre-Madre," spirito-sostanza. Svabhavat non discende mai dal suo stato o condizione, o dal proprio piano, ma è la riserva cosmica dell'essere, e degli esseri, quindi della coscienza, della luce intellettuale, della vita; ed è la sorgente ultima di ciò che la scienza di oggi chiama pittorescamente le energie della natura universale.

I buddhisti settentrionali chiamano svabhavat con un termine più mistico, Ādi-buddhi, "buddhi primordiale"; le scritture Brahmaniche lo chiamano ākāśa; e il Vecchio Testamento ebraico si riferisce ad esso come alle "acque cosmiche."

La differenza di significato tra svabhavat e svabhāva (vedi) è molto grande e generalmente non è compresa; i due termini spesso sono stati confusi. Svabhāva è la natura caratteristica, l'essenza tipo, l'individualità di svabhavat — di qualsiasi svabhavat, perché ognuno di questi svabhavat ha il proprio svabhāva. Svabhavat, dunque, è realmente la sostanza, la stoffa, del mondo, o ancora più precisamente, ciò che è la causa della sostanza del mondo, e questo principio o elemento causale è lo spirito e l'essenza della sostanza cosmica. È l'essenza plastica della materia, sia manifestata che immanifesta. (Vedi anche Ākāśa)

Svapna    Vedi Jāgrat

Svarūpa    Vedi Svabhāva

— T —

Tala    (Sanscrito) Un termine che è ampiamente usato nei sistemi metafisici dell'India, sia in contrasto che in congiunzione con loka (vedi). Come il significato generale di loka è "luogo," o meglio, "mondo," così il significato generale di tala è "mondo inferiore:" Ogni loka ha, come suo gemello o controparte, un tala corrispondente. Dovunque ci sia un loka, vi è un tala esattamente corrispondente. I loka e i tala, quindi, per così dire, possono considerarsi come gli aspetti spirituali e materiali, o principi-sostanza dei differenti mondi che compongono, e di fatto lo sono, l'universo kosmico. È impossibile separare un tala dal suo corrispondente loka — come sarebbe impossibile separare i due poli dell'elettricità.

Il numero dei tala, com'è generalmente evidenziato nelle filosofie exoteriche dell'Indostan, è di solito enumerato come sette, essendoci così sette loka e sette tala; ma in realtà questo numero varia. Se possiamo parlare di un loka come il polo spirituale, posiamo ugualmente chiamarlo il principio di qualsiasi mondo; e, in corrispondenza, quando parliamo del tala che è il polo negativo o inferiore, è del tutto appropriato indicarlo come l'elemento del suo corrispondente loka o principio. Quindi, i loka di una gerarchia possono essere definiti come i principi di una gerarchia, e i tala, esattamente nello stesso modo, li possiamo definire come gli elementi o gli aspetti sostanziali o materiali della gerarchia.

Dovremmo ugualmente ricordare che tutti i sette loka e tutti i sette tala sono continuamente e inestricabilmente interconnessi e interagenti; e che i loka e i tala che agiscono insieme formano l'universo e le sue varie gerarchie subordinate che ci circondano. I loka superiori con i tala superiori sono le forze o energie e le parti sostanziali dei mondi spirituali ed eterei; i loka più bassi e i loro corrispondenti tala formano le forze o energie e le parti sostanziali del mondo fisico che ci circonda; e i loka intermedi con i loro corrispondenti tala formano le rispettive energie e parti sostanziali dei regni intermedi o eterei.

In breve, possiamo quindi parlare di un tala come di un aspetto materiale del mondo in cui esso è predominante, proprio come quando, parlando di un loka, possiamo considerarlo l'aspetto spirituale del mondo in cui esso è predominante. Dovremmo sempre considerare che ogni loka è coesistente al suo corrispondente tala sullo stesso piano, e non può essere separato da esso.

Un'importante deduzione che possiamo ricavare dalle precedenti osservazioni è che dobbiamo accuratamente notare che la costituzione dell'uomo come individuo, dalla più alta alla più bassa, è una gerarchia del proprio tipo, e quindi l'uomo stesso, come gerarchia subordinata, è un'entità composita formata da loka e tala inestricabilmente interagenti e interconnessi. In questa gerarchia subordinata chiamata uomo vivono ed evolvono vasti eserciti, armate, moltitudini di entità viventi, monadi in questa fase inferiore della loro lunga peregrinazione evolutiva, e che per convenienza e sintesi d'espressione, possiamo classificare sotto il termine generale di atomi di vita (vedi).

Tamas    (Sanscrito) Una delle tre guṇa o qualità o attributi essenziali di esseri e cose in manifestazione. Tamas è la qualità della tenebra, dell'illusione, dell'ignoranza; significa anche, in senso del tutto diverso, quiescenza, passività, riposo, quiete, inerzia. Diventa subito ovvio, dalle distinzioni che queste due serie di parole mostrano, che vi è un lato sia buono che cattivo per tamas, proprio come, in verità, vi è un lato buono e uno cattivo per rajas (vedi) e anche per sattva (vedi). La condizione dell'esistenza manifestata nello stato del pralaya cosmico è, in un senso del termine, la condizione tāmasica, che significa quiescenza o riposo. Quando l'universo è nella fase di manifestazione manvantarica attiva, possiamo dire, in senso generalizzato, che l'universo è nella condizione o stato rājasico; e che l'aspetto dell'universo che possiamo chiamare divino-spirituale, sia nell'universo stesso che nel manvantara o nel pralaya di un globo, può essere definito come la condizione o stato sāttvico. Da queste osservazioni è evidente che le tre guṇa — sattva, rajas, tamas — non solo possono esistere contemporaneamente e casualmente, ma esistono veramente, e di fatto, le tre sono inestricabilmente interconnesse. Sono davvero tre fasi o condizioni della coscienza incarnata, e ciascuna ha sia il proprio lato nobile, sia  il lato "malefico."

Tanhā    (Pāli) Un termine familiare nel Buddhismo, che significa "sete" di vita materiale. È questa sete o brama di ritornare alle scene familiari, che riporta l'ego reincarnante (vedi) alla vita terrena — e forse questa brama, come causa individuale per la reincarnazione, è più efficace di tutto il resto (Vedi anche Tṛishṇā)

Tantra, I    Un termine che letteralmente significa un "telaio" o l'ordito o i fili in un telaio e, per estensione di significato, significa una regola o un rituale per i riti cerimoniali. I tantra hindu sono numerose opere o trattati religiosi che insegnano formule mistiche e magiche, o formulari per ottenere poteri magici o quasi magici, e per il culto degli dèi. Sono in maggior parte composti in forma di dialogo tra Śiva e Durgā, la sua consorte divina, essendo queste due divinità oggetto particolare dell'adorazione dei Tāntristi.

In molte parti dell'India l'autorità dei Tantra sembra che abbia sostituito gli inni puri e poetici dei Veda.

Si suppone che molte opere tantriche contengano cinque soggetti diversi: (1) la manifestazione o l'evoluzione dell'universo; (2) la sua distruzione; (3) il culto o adorazione delle divinità; (4) il raggiungimento, il possesso, degli obiettivi desiderati e particolarmente di sei facoltà sovrumane; (5) i modi e i metodi di unione, di solito enumerati in numero di quattro, con la divinità suprema del kosmo mediante la meditazione contemplativa.

Sfortunatamente, pur essendoci molto interesse per le opere tantriche, la loro tendenza si è diretta per lunghe ere verso quella che in Occultismo è conosciuta come stregoneria o magia nera. Alcune delle cerimonie o dei riti o praticati hanno a che fare con disgustosi dettagli connessi al sesso.

Durgā, la consorte di Śiva, la sua śakti o energia, è adorata dai Tāntristi come la personificazione di un distinto potere femminile.

L'origine dei Tantra risale indiscutibilmente a un'antichità molto remota, e nasce qualche dubbio che queste opere, o i loro originali, fossero dei ricordi tramandati da ramificazioni razziali Atlantidee originariamente degradate o degenerate. C'è, naturalmente, un certo ammontare di pensiero profondamente filosofico e mistico che percorre le più importanti opere tantriche, ma il culto tantrico, in molti casi, è molto licenzioso ed immorale.

Tāntriko o Tāntrika    (Sanscrito) L'aggettivo corrispondente a tantra (vedi). Quest'aggettivo, comunque, qualche volta è impiegato per intendere chi è profondamente versato in qualche studio — un allievo; ma più in particolare l'aggettivo concerne i Tantra e le sue dottrine contenute.

Tat    (Sanscrito) Una particella pronominale neutra che è spesso usata come sostantivo, e che ha il significato di Quello. Con questo termine i saggi Vedici e gli arcaici elaboratori delle Scritture in India descrivevano l'ineffabile principio dal quale era scaturito tutto in un singolo universo kosmico, in contrasto con la particella pronominale idam, che significa "questo" e si riferisce all'universo manifestato. (Vedi anche Parabrahman)

Tattva, I    (Sanscrito) Un termine il cui significato è: i principi elementari o elementi della sostanza originale, o meglio, i differenti principi o elementi nella natura universale, intelligente e cosciente, se è considerata dal punto di vista dell'Occultismo. Il termine tattva forse può essere tradotto letteralmente e reso come "essenzialità," che ricorda una delle "quiddità degli Scolastici europei.

Il numero di tattva o principi elementali della natura varia secondo i diversi sistemi di filosofia. Il Sānkhya, ad esempio, enumera venticinque tattva. Il sistema dei Māheśvara, gli adoratori di Śiva e della sua consorte Durgā, calcola cinque principi, che sono semplicemente i cinque elementi della natura che si trovano nelle antiche letterature. L'Occultismo, naturalmente, riconosce sette tattva e, in verità, dieci principi-elementi fondamentali o sostanze-elementi o tattva nella natura universale, e ciascuno di questi tattva è rappresentato nella costituzione umana in cui è attivo. Diversamente, la costituzione umana non potrebbe coesistere come un'entità organica.

Teosofia    Un termine greco composito: theos, un "essere divino," un "dio"; sophia, "saggezza," e di conseguenza, saggezza divina. La teosofia è la maestosa religione-saggezza delle ere arcaiche ed è antica quanto l'uomo pensante. Fu consegnata ai primi protoplasti umani, i primi esseri umani pensanti su questa terra, da entità spirituali altamente intelligenti provenienti da sfere superiori. Quest'antica dottrina, questo sistema esoterico, è stata tramandata da una serie di custodi attraverso innumerevoli generazioni fino ad oggi. Inoltre, porzioni di questo sistema maestoso e originale sono state impartite in vari periodi di tempo a varie razze in diverse parti del mondo da questi custodi, quando l'umanità aveva bisogno di una tale divulgazione ed elaborazione del pensiero spirituale ed intellettuale.

La teosofia non è filosofia-religione-scienza sincretistica, un sistema di pensiero o credo assemblato pezzo per pezzo e consistente di parti o porzioni prese da qualche grande mente da altre varie religioni e filosofie. Quest'idea è falsa. Al contrario, la teosofia è quel singolo sistema o formulazione sistematica dei fatti della natura visibile e invisibile che, come è stata espressa attraverso la mente umana illuminata, prende le forme apparentemente separate di scienza, filosofia e religione. Possiamo anche descrivere la teosofia come la formulazione in linguaggio umano della natura, struttura, origine, destino, e operati dell'universo kosmico e delle moltitudini di esseri che lo riempiono.

Si potrebbe aggiungere che la teosofia, secondo quanto dice H. P. Blavatsky, è: "il fondamento e la base di tutte le filosofie e religioni del mondo insegnata e praticata sempre da pochi eletti al fine di far diventare l'uomo un essere pensante. Nel suo aspetto pratico, la Teosofia è etica puramente divina; le definizioni che si trovano nei dizionari sono solo sciocchezze, basate sul pregiudizio religioso e l'ignoranza." — H. P. Blavatsky, Glossario Teosofico, sotto la voce Teosofia — (Vedi anche Fratellanza Universale)

Trasferimento del Pensiero    Il potere di trasferire i propri pensieri senza parlare — il linguaggio muto. Questo non è un potere psichico. Il suo aspetto psichico, comunemente chiamato trasferimento del pensiero o telepatia, non è che una luce riflessa del vero potere spirituale interiore. L'autentico trasferimento del pensiero è una facoltà spirituale. Avendo questo potere spirituale, potete trasferire il vostro pensiero e la vostra coscienza in qualsiasi parte della terra — ed essere effettivamente lì, vedere cosa accade, sapere cosa stia avvenendo lì. Nessun potere semplicemente psichico vi renderà mai capaci di fare questo. In Tibet questo potere è chiamato con il nome generico di hpho-wa. Avendo un tale potere il vostro sé interiore cosciente e percettivo può passare attraverso muri di pietra così facilmente come la corrente elettrica corre lungo o attraverso il filo di rame.

Trasmigrazione    Oggi, in Occidente, questa parola è grossolanamente fraintesa, come lo è anche la dottrina compresa sotto l'antico termine greco metempsicosi, perché modernamente si suppone che entrambe significano, a causa del comune fraintendimento delle antiche letterature, che l'anima umana, qualche tempo dopo la morte, migra nel regno animale e rinasce sulla terra in un corpo di animale. Il vero significato di quest'affermazione nell'antica letteratura si riferisce al destino di quelli che i teosofi chiamano atomi di vita (vedi) ma non ha alcuna attinenza con il destino dell'anima umana intesa come entità.

La teosofia accetta tutti gli aspetti dell'antico insegnamento ma li spiega e li interpreta. A tale riguardo, la nostra dottrina, a meno che non tratti il caso di "un'anima perduta" (vedi), è: "una volta uomo, uomo per sempre." L'anima umana non può migrare in un corpo animale e incarnarsi in esso più di quanto l'apparato psichico di una bestia possa incarnarsi nella carne umana. Perché? Perché nel primo caso il veicolo animale non offre all'anima umana alcuna apertura per esprimere i poteri, le facoltà, e le tendenze, spirituali, intellettuali, e psichici, che fanno un uomo umano. Né l'anima della bestia può entrare in un corpo umano, perché l'insormontabile golfo di natura psichica e intellettuale che separa i due regni previene ogni passaggio del genere da uno a un altro regno così superiore al suo sotto tutti gli aspetti. Nel primo caso, non vi è attrazione da parte dell'uomo verso il settore animale; e nel secondo caso, c'è l'impossibilità della mente animale e dell'anima animale imperfettamente sviluppate a trovare un' appropriata sede in quella che per esse è veramente una sfera divina in cui semplicemente non possono entrare.

La trasmigrazione, comunque, ha un significato speciale quando il termine si applica all'anima umana: l'entità vivente migra o passa oltre, da una condizione ad un'altra condizione, o stato o piano: un migrare dell'entità vivente da una all'altra, ma sempre in condizioni e stati o abitudini appropriate e pertinenti alla sua dignità umana.

Applicata agli atomi di vita, ai quali devono riferirsi le osservazioni degli antichi riguardo ai regni inferiori della natura, la trasmigrazione significa brevemente che i particolari atomi di vita che nel loro insieme compongono i principi inferiori dell'uomo, seguendo il cambiamento che gli uomini chiamano morte, migrano o trasmigrano o passano in altri corpi verso i quali questi atomi di vita sono attirati da similarità o sviluppo — che queste attrazioni siano a livello alto o basso, e solitamente sono di basso livello, perché il loro sviluppo evolutivo, di regola, è lontano dall'essere avanzato. Tuttavia, va ricordato che questi atomi di vita compongono i veicoli interni ed esterni dell'uomo, e di conseguenza vi sono vari gradi o classi di questi atomi di vita, da quelli verso l'alto (o verso l'interno, se volete) a quelli astrali, puramente vitali, emotivi, mentali e psichici.

Questo è, in termini generali, il significato della trasmigrazione. Il termine non ha altri significati se non nel senso di quelli appena messi in evidenza, e si ferma qui. Ma l'insegnamento riguardante il destino dell'entità è continuato e sviluppato nella dottrina pertinente alla metempsicosi (vedi).

Tretā Yuga    Vedi Yuga

Triade Superiore    L'ego spirituale imperituro considerato come un'unità. È la parte reincarnante della costituzione dell'uomo, che in ogni vita terrena si riveste di una nuova personalità o quaternario inferiore. La triade superiore, parlando nel modo più semplice possibile, è l'unità di ātman, buddhi, e del manas superiore; e il quaternario inferiore è composto dal manas inferiore o kāma-manas, dal prāṇa o vitalità, dal liṅga-śarīra o corpo modello, e dal veicolo fisico.

Un altro modo di considerare la costituzione umana nei suoi aspetti spirituali è dal punto di vista della coscienza, e in quest'ultimo modo la triade superiore è costituita dalla monade divina, la monade spirituale, e la monade umana superiore. La triade superiore è spesso definita, in senso collettivo e ignorando dettagli divisori, semplicemente come l'ego reincarnante, perché quest'ultimo è radicato nella triade superiore.

Molti teosofi provano una difficoltà del tutto inutile nel comprendere perché la costituzione umana dovrebbe una volta essere divisa in un modo, e un'altra volta divisa in un altro modo. La difficoltà sta nel considerare queste divisioni come assolute invece che relative; in altre parole, rappresentandola a compartimenti stagno invece di divisioni semplicemente indefinite e comode. La più semplice divisione psicologica è probabilmente quella che divide la costituzione settenaria dell'uomo in tre parti: una diade predominante che è immortale, una diade intermedia che è incondizionatamente mortale, e una triade inferiore che è incondizionatamente mortale. (Vedi Fundamentals of the Esoteric Philosophy, 1.a ed., pp. 167, 525; 2.a ed. revisionata, pp. 199, 601).

Tṛishṇā    (Sanscrito) Il suo significato è "sete" o "brama," ma è un termine tecnico che include l'idea che è questa "sete" per le cose che l'ego umano conobbe precedentemente, e che vuole e desidera conoscere ancora — cose familiari e affini a lui dalle esperienze passate — ad attirare la natura intermedia o ego umano a ritornare ad incarnarsi nella vita terrena. È nuovamente attratto da quelli che per lui sono scene familiari e mondi passati; ha sete per la vita manifestata che comprende queste cose, per le cose che precedentemente lo resero così com'è; e quindi è attratto da queste sfere che lasciò in qualche periodo anteriore del suo viaggio evolutivo attraverso di esse, quando la morte lo raggiunse. La sua attrazione a ritornare sulla terra non è che la funzione di una legge della natura. Qui la natura intermedia o ego umano piantò i semi del pensiero e dell'azione in vite passate e, di conseguenza, qui deve necessariamente raccogliere i loro frutti. Ed è abbastanza ovvio che non può raccogliere quello che non ha seminato. L'ego non va mai dove non si sente attratto.

Dopo che la morte ha lasciato la natura intermedia, e durante lunghe ere le ha dato i suoi periodi di felicità e riposo e di recupero fisico — come un sonno notturno tranquillo e riposante lo è per il corpo fisico affaticato — allora, proprio come un uomo si risveglia a poco a poco, così questa natura intermedia o ego umano si ritira gradualmente o si risveglia dallo stato di riposo e felicità chiamato devachan (vedi). E i semi dei pensieri, i semi dell'azione che l'ego ha fatto in vite precedenti, giacciono ora nella fabbrica di se stesso — semi la cui energia naturale è ancora inutilizzata e non esaurita — e si trovano proprio in quella fabbrica psichica interiore, in quanto non hanno nessun'altra parte in cui stare, perché l'uomo li produsse lì e sono una parte di lui. Di questi semi di precedenti pensieri e azioni, di precedenti emozioni, desideri, amori, rancori, brame, aspirazioni, ciascuno di essi comincia a farsi sentire come un impulso verso la terra, verso le sfere e piani in cui hanno avuto origine, e dove crescono naturalmente, si espandono e si sviluppano.

In questa nostra vita attuale, tutti noi stiamo mettendo in moto cause e pensieri che ci riporteranno in questa terra nel lontano futuro. Allora mieteremo il raccolto dei semi dei pensieri e delle azioni che in questa presente vita stiamo impiantando nei campi della nostra natura umana.

Nelle opere Pāli dell'Oriente questa parola è chiamata tanhā (vedi).

Turīya    Vedi Jāgrat, Kāraṇopādhi

— U —   

Universo    La filosofia teosofica divide generalmente l'universo in due porzioni funzionali — una, il lato della coscienza, la posizione o la dimora, e al tempo stesso l'aggregato di tutte le entità autocoscienti e pensanti che l'universo illimitato contiene; e l'altra, il lato materiale della natura, che è la loro scuola, la loro casa, e anche il loro terreno di gioco. Questo cosiddetto lato materiale è un aggregato praticamente infinito di monadi o centri di coscienza che attraversano quella particolare fase del loro viaggio evolutivo.

Quest'universo, quindi, è un vasto aggregato di centri di coscienza in entrambe le due porzioni funzionali di esso; e questi centri di coscienza i teosofi li chiamano monadi. Sono entità coscienti di differenti gradi, che si estendono lungo la scala sconfinata della vita universale; ma in quella particolare fase che attraversa ciò che chiamiamo materia, queste monadi che appartengono a quel lato dell'universo e lo formano, nel corso del loro veramente lungo viaggio evolutivo ancora non hanno acquisito i poteri e le facoltà autocoscienti. E inoltre, quella che chiamiamo materia, in ultima analisi è effettivamente un aggregato di queste monadi che si manifestano come atomi di vita nelle loro espressioni fisiche.

Il lato della coscienza della natura universale, che consiste anche in eserciti sterminati di entità autocoscienti, agisce attraverso quest'altro lato, quello materiale; questi eserciti della coscienza si esprimono attraverso quest'altro lato o funzionalità materiale, attraverso questi eserciti sterminati di entità più giovani e inferiori ed embrionali, che sono gli atomi di vita — dèi in embrione. L'universo è dunque effettivamente e letteralmente coscienza incorporata.

Universo-Casa    Vedi Via Lattea

Uomo    Nella sua essenza l'uomo è una scintilla del fuoco spirituale centrale e kosmico. Essendo l'uomo una parte inseparabile dell'universo di cui è figlio — l'organismo di coscienza graduata e sostanza dell'universo che la costituzione umana contiene, o meglio, che è — è una copia dell'organismo graduato di coscienza e sostanze dell'universo nei suoi vari piani dell'essere, interni ed esterni, specialmente interni, essendo di gran lunga più importanti e vasti, in quanto causali.

Gli esseri umani sono una classe di "giovani dèi" incarnati in corpi di carne nell'attuale fase del loro particolare viaggio evolutivo. La fase umana dell'evoluzione è all'incirca a metà strada tra l'atomo di vita non sviluppato e lo spirito kosmico, o dio, pienamente sviluppato.

Da un altro punto di vista, l'uomo è un insieme, un fascio, di forze o energie. Forza e materia, o spirito e sostanza, sono fondamentalmente uno, per cui l'uomo è, de facto, un insieme, un fascio di materie di vari e differenti gradi di eterealità o di sostanzialità; e così sono tutte le altre entità e cose, dappertutto.

La natura dell'uomo, e anche la natura dell'universo, di cui l'uomo è un riflesso o microcosmo, un "mondo in miniatura," è composto da sette stadi o gradi o livelli di eterealità o di sostanzialità; o, kosmicamente parlando, di tre livelli che generalmente includono: dèi, monadi, ed atomi. E per quanto riguarda l'uomo, possiamo prendere la divisione del Nuovo Testamento cristiano, che fornisce lo stesso concetto triforme dell'uomo, cioè che egli è composto da spirito, anima, corpo — ricordando, comunque, che tutti questi tre termini sono termini generalizzanti.

L'uomo sta nel punto mediano della bilancia evolutiva della vita: sotto di lui ci sono gli eserciti di esseri a lui inferiori; sopra di lui ci sono eserciti più grandi di lui solo perché più vecchi d'esperienza, più maturi in saggezza, con una fibra e un potere più forti spiritualmente ed intellettualmente. E questi esseri sono tali a causa dell'espansione delle inerenti facoltà e dei poteri immanenti all'individualità del dio interiore — lo spirito sempre vivente, interiore, individualizzato.

L'uomo, dunque, come ogni altra cosa — entità o quella che è chiamata "cosa" — è, per usare la moderna terminologia degli scienziati filosofici, un "evento," vale a dire l'espressione di un centro di coscienza centralizzato o monade, che passa attraverso l'una o l'altra fase particolare del suo lungo, lungo pellegrinaggio attraverso l'infinità e attraverso l'eternità. Questa, perciò, è la ragione per cui il teosofo parla spesso del centro di coscienza monadica come del pellegrino dell'eternità.

Possiamo considerare l'uomo come un essere composto da tre upādhi o basi essenziali: prima, quella monadica o divino-spirituale; seconda, quella che è fornita dai Signori della Luce, i cosiddetti mānasa-dhyānī, cioè il lato intellettuale ed intuitivo dell'uomo, il principio-elemento che rende Uomo un uomo; e la terza upādhi che possiamo chiamare vitale-astrale-fisica.

Queste tre basi scaturiscono da tre diverse linee evolutive, da tre gerarchie dell'uomo, diverse e separate. Questo è il motivo per cui l'uomo è un composto. Non è una sola entità omogenea; egli è un'entità composita, una "cosa" costruita da vari elementi, e quindi i suoi principi, in una certa misura, sono separabili. Ognuna di queste tre basi può essere temporaneamente separata dalle altre due senza portare alla morte fisica dell'uomo. Ma gli elementi che vanno a formare una qualsiasi di queste basi non possono essere separati senza portare alla dissoluzione fisica o interna.

Queste tre linee d'evoluzione, questi tre aspetti o qualità dell'uomo, vengono da tre diverse gerarchie o stati, spesso definiti come tre differenti piani dell'essere. Il più basso viene dalla terra vitale-astrale-fisica, diciamo pure dalla luna, la nostra madre cosmica. Quella mediana, la mānasica o intellettuale-intuitiva, dal sole. Quella monadica dalla monade delle monadi, il fiore supremo, il vertice, o meglio, il seme supremo della gerarchia universale che forma il nostro universo kosmico o i kosmi universali.

Uovo Aurico    Un termine che appartiene solo agli insegnamenti più reconditi dell'Occultismo, della filosofia esoterica. Si può dire poco su di esso, solo affermare che è la sorgente dell'aura umana come pure di ogni altra cosa che la costituzione umana settenaria contiene. Di solito, ha l'aspetto oviforme, a forma d'uovo, da cui deriva il nome. Spazia dal divino all'astrale-fisico, ed è la sede di tutte le energie e facoltà vitali monadiche, spirituali, intellettuali, mentali, passionali, della settuplice costituzione umana. Nella sua essenza è eterno, e dura attraverso i pralaya e durante i manvantara, ma necessariamente in un modo che varia molto in questi due grandi periodi della vita kosmica.

Upādhi    (Sanscrito) Un termine usato in vari sensi nella filosofia indiana, e il vocabolo stesso significa "limite" o una "peculiarità" e quindi una "copertura"; e da quest'ultimo significato nasce l'espressione "veicolo," che troviamo spesso nella filosofia teosofica. Il nocciolo del termine significa "ciò che sta avanti seguendo un modello o schema," come una tela, per così dire, sulla quale gioca la luce di una lanterna. Un upādhi, quindi, misticamente parlando, è come un gioco di ombre e forme, se paragonato alla realtà ultima, che è la causa di questo gioco di ombre e forme. L'uomo può essere considerato come un essere composto da tre (o anche quattro) upādhi essenziali, o basi.

Upanishad    (Sanscrito) Un termine composto da upa, "conforme a," "insieme a," ni, giù, e la radice verbale sad, "sedere," che nella grammatica sanscrita diventa shad se è preceduta dalla particella ni: così, l'intero composto significa "seguire, o essere conforme agli insegnamenti ricevuti quando eravamo seduti." La figurazione qui è quella degli allievi che siedono secondo lo stile orientale, ai piedi dell'istruttore che insegnò loro la saggezza segreta o rahasya, in privato e in forme e modi d'espressione che in seguito furono scritti e promulgati conformemente a quegli insegnamenti e seguendo quello stile.

Le Upanishad sono esempi di opere letterarie in cui è incorporato il rahasya — un termine sanscrito che significa "dottrina esoterica" o "mistero." Le Upanishad appartengono al ciclo Vedico e i Brahmani ortodossi le considerano come una parte dell śruti o "rivelazione." Fu da queste meravigliose opere quasi esoteriche e molto mistiche, che in seguito si sviluppò il sistema altamente filosofico e profondo chiamato il Vedānta. Le Upanishad di solito sono oggi riconosciute in numero di centocinquanta, anche se probabilmente solo una ventina sono ora complete senza i segni di cambiamenti o adulterazioni letterarie a livello escissione o interpolazione.

Gli argomenti trattati nelle Upanishad sono molto trascendentali, reconditi, e astrusi, e per comprendere appropriatamente l'insegnamento delle Upanishad dovremmo costantemente ricordare le chiavi maestre che la teosofia affida alle mani dello studente. L'origine dell'universo, la natura delle divinità, le relazioni tra anima ed ego, i legami tra esseri spirituali e materiali, la liberazione dell'entità evolvente dalle catena di māyā, e le questioni cosmologiche, sono tutte trattate, per la maggior parte in forma succinta e criptica. Le Upanishad, in definitiva, possono essere definite le opere teosofiche exoteriche dell'Indostan, ma contengono una vasta quantità di autentici ragguagli esoterici.

 — V —

Vāch    (Sanscrito) Un termine che significa "linguaggio" o "parola"; e con la stessa procedura del pensiero mistico che vediamo nell'antico misticismo greco, dove il Logos non è soltanto il linguaggio o la parola della Divinità, ma anche la ragione divina, così Vāch è venuta a significare realmente molto più che soltanto parola o linguaggio. La Vāch esoterica è la forza intelligente creativa che, emanando dall'universo soggettivo, diventa l'espressione manifestata, concreta, dell'ideazione, da cui Parola o Logos. Misticamente, dunque, Vāch può essere definita l'aspetto femminile o veicolare del Logos, o il potere del Logos quando è avvolto nel suo veicolo o guaina d'azione. In India, Vāch è spesso chiamata Śata-rūpā, "dalle cento forme." Cosmologicamente, in un certo senso, si può dire che daivīprakṛiti (vedi) sia una manifestazione o forma di Vāch.

Vāhana    (Sanscrito) Un "veicolo" o vettore. Questo termine ricorre alquanto diffusamente nel pensiero filosofico, esoterico e occulto. Il suo significato è un portatore o veicolo di qualche entità che, attraverso questo vettore o veicolo, è capace di manifestarsi su piani o in sfere o mondi gerarchicamente inferiori a sé. Così, il vāhana di un uomo è, generalmente parlando, il suo corpo. Il filo metallico che trasmette la corrente elettrica può definirsi il vāhana della corrente elettrica; o ancora, l'etere intermolecolare è il vāhana di molte delle forze radioattive del mondo intorno a noi, ecc. Ogni essere divino ha un vāhana o, di fatto, un numero di vāhana, attraverso i quali egli agisce e attraverso i quali è capace di esprimere le sue funzioni e i suoi poteri divini nei mondi e piani al di sotto della sfera o mondo o piano in cui egli stesso vive. (Vedi anche Anima, Upādhi)

Vaiśya    (Sanscrito) La terza delle quattro caste o classi sociali in cui erano divisi gli abitanti dell'antica India. Il vaiśya è il mercante e l'agricoltore. (Vedi anche Brāhmana, Kshatriya, Śūdra)

Veda, I    (Sanscrito) Dalla radice verbale vid che significa "conoscere." Sono le opere più antiche e più sacre letterarie e religiose degli hindu. Veda è un termine che può essere descritto come "conoscenza divina." I Veda sono quattro: il Ṛig-Veda, lo Yajur-Veda, il Sāma-Veda, e l'Atharva-Veda, e si pensa comunemente che quest'ultimo sia di data posteriore rispetto ai primi tre.

Manu, nella sua opera Work on Law [Le Norme delle Leggi] parla sempre dei tre Veda, che definisce "l'antico triplice Brahman" — sanātanam trayam brahma." Collegato ai Veda c'è un vasto corpo di altre opere di vario tipo, liturgiche, ritualistiche, esegetiche, mistiche, essendo il Veda stesso comunemente diviso in due grandi porzioni, esterne ed interne: il primo, chiamato il karma-kāṇḍa, la "Sezione delle Opere,"e l'ultimo chiamato jñāna-kāṇḍa o la "Sezione della Saggezza."

L'autorità del Veda non è unitaria, ma quasi ogni inno o divisione di un Veda è attribuito a un diverso autore, o meglio, a vari autori; ma si suppone che siano stati compilati nella loro attuale forma da Veda-Vyāsa. Gli eruditi studiosi di teosofia non discutono che i Veda risalgano originariamente a una remotissima antichità, migliaia di anni prima dell'era cristiana, qualsiasi cosa gli studiosi occidentali abbiano avuto da obiettare a quest'affermazione. Gli stessi pandit hindu affermano che i Veda furono trasmessi oralmente per migliaia di anni, e alla fine compilati sulle rive del sacro lago Mānasa-Sarovara, oltre l'Himalaya, in un distretto di quello che ora è il Tibet.

Vedānta    (Sanscrito) Dalle Upanishad e da altre parti del meraviglioso ciclo della letteratura Vedica gli antichi saggi dell'india crearono quello che oggi è chiamato il Vedānta — un termine composto che significa "la fine (o il completamento) dei Veda" — vale a dire le istruzioni nell'esposizione finale e più perfetta del significato delle dottrine Vediche.

Il Vedānta è la forma più elevata che gli insegnamenti Brahmanici hanno assunto, e sotto il nome dell' Uttara-Mīmāṃsā attribuito a Vyāsa, il compilatore dei Veda, il Vedānta è forse la più nobile delle sei scuole indiane di filosofia. L'Avatāra Śaṅkarāchārya è stato il principale divulgatore del sistema Vedāntico del pensiero filosofico, e il tipo di dottrina Vedāntica insegnata da lui è quella che tecnicamente è chiamata l'Advaita-Vedānta, o non dualistica.

Il Vedānta può essere brevemente descritto come un sistema di filosofia mistica derivata dagli sforzi dei saggi attraverso molte generazioni per interpretare il significato sacro o esoterico delle Upanishad. Nella sua forma Advaita, il Vedānta è, sotto molti aspetti, se non tutti, eccessivamente vicino, se non identico, ad alcune delle forme mistiche del Buddhismo nell'Asia centrale. Gli hindu chiamano il Vedānta Brahma-jñāna.

Via Lattea   Si sostiene che la Via Lattea o galassia sia il nostro speciale universo dove abitiamo. In molti casi le nebulose devono essere quelli che sono chiamati universi-isole, vale a dire i vasti aggregati di stelle, moltissime delle quali con i loro rispettivi pianeti intorno ad esse, e raggruppate in questi ammassi di mondi. Naturalmente, vi sono nebulose di altri tipi, ma qui non si fa riferimento a queste. Di universi-isole indubbiamente ce ne sono a centinaia di migliaia; ma poiché ancora [1933] non si è scoperto qualcuno di essi che abbia un diametro esteso o che abbia uno spessore da parte a parte, come è il sistema della nostra Via Lattea — sistema che ha in qualche modo ha la forma di una lente o di un orologio sottile — gli astronomi chiamano la nostra Via Lattea con il nome popolare di universo-continente; e altri ammassi stellari del genere che vediamo e che in molti casi sono veramente vaste masse di milioni o bilioni di soli, sono chiamati universi-isole.

La nostra Via Lattea, se fosse vista da qualche remota distanza kosmica, apparirebbe indubbiamente come una nebulosa o un vasto ammasso stellare; e a qualche osservatore percettivo la nostra galassia apparirebbe probabilmente come una nebulosa a spirale, o forse una nebulosa anulare. Il nostro sole è una delle stelle nell'ammasso della Via Lattea, e gli astronomi dicono che è situato a qualche distanza, kosmicamente parlando, dalla porzione centrale del sistema della nostra Via Lattea, ed è più vicino al nord del piano che attraversa la linea centrale della galassia.

La Via Lattea non è soltanto un enorme ammasso stellare di soli in tutti i vari gradi di crescita evolutiva, ma è anche la riserva dei futuri corpi celesti. Sotto quest'ultimo aspetto, è, per così dire, il vivaio da cui provengono i semi dei soli futuri per cominciare i loro corsi manvantarici d'evoluzione. Vi sono grandi e affascinanti misteri connessi alla Via Lattea anche per quanto riguarda il destino degli esseri umani, come pure di tutte le altre entità del nostro sistema solare. I profondi insegnamenti ai quali accenna la teosofia quando parla delle circolazioni del kosmo (vedi) e le peregrinazioni delle monadi, sono direttamente connessi alle dottrine alle quali abbiamo appena fatto riferimento. L'intero soggetto, comunque, è di carattere così recondito, che è impossibile fare qualche allusione in più.

Vidyā    (Sanscrito) Il termine (derivato dalla stessa radice verbale vid, da cui viene il sostantivo Veda) sta per "conoscenza," "filosofia," "scienza." Questo è un termine utilizzato in generale nella filosofia teosofica, avendo in generale i tre significati appena accennati. È frequentemente composto con altri termini, come: ātma-vidyā — "conoscenza di ātman" o il Sé essenziale; Brahma-vidyā — "conoscenza di Brahman," conoscenza dell'universo, un termine virtualmente equivalente a teosofia; o, ancora, guhya-vidyā — che significa la "conoscenza segreta" o la saggezza esoterica. Usando il termine in senso collettivo ma tuttavia specifico, vidyā è un termine generico che sta per scienza occulta.

Vita Kosmica    Tutte le grandi religioni e filosofie del passato, come pure tutte le antiche scienze, insegnavano la realtà dell'esistenza di regni interni, invisibili, intangibili, ma causali, come il fondamento e il retroterra di questi vari sistemi. Il nostro mondo fisico, dicevano, non è che il guscio esterno o il rivestimento, il velo, di altri mondi che sono interni, vitali, vivi, e causali, che nel loro aggregato incorporano la vita kosmica. Questa vita kosmica non è una persona né un'entità individualizzata. È molto diversa da qualsiasi umana concezione, perché è infinita, illimitata, senza un inizio, senza una fine, coestesa con l'infinità, coestesa con l'eternità. La vita kosmica è veramente la realtà ultima sottostante e dentro tutto ciò che è.

In verità, tutte le energie e materie nel nostro mondo sono soltanto varie e innumerevoli manifestazioni della vita kosmica che esiste davvero in una varietà infinitamente vasta. La vita kosmica, dunque, è — come abbiamo detto — la realtà sottostante a tutti gli infinitamente vari eserciti di entità e cose. Ma questa realtà non è una Divinità personale o individualizzata. È precisamente come la chiama la teosofia: vita-sostanza-coscienza illimitata ed incomprensibile nella sua globalità.

— Y —

Yama    Vedi Samādhi

Yoga    (Sanscrito) Letteralmente "unione," "congiunzione," ecc. In India è il nome tecnico per una delle sei Darśana o scuole di filosofia, e la sua istituzione è attribuita al saggio Patañjali. Lo stesso nome Yoga descrive lo scopo di questa scuola, di ottenere l'unione o l'unisono con l'essenza divino-spirituale che è in un uomo. Le pratiche Yoga, se comprese appropriatamente attraverso le istruzioni di insegnanti genuini — i quali non si annunciano mai tramite conferenze pubbliche o libri o annunci pubblicitari — si suppone che provocano stati d'estasi che portano ad una chiara percezione delle verità universali, e il più elevato di questi stati è chiamato samādhi (vedi).

C'è una quantità di forme minori di pratica ed allenamento yoga, come il karma yoga, bhakti yoga, rāja yoga, jñāna yoga, ecc. Simili aspirazioni o pratiche religiose esistenti nei paesi occidentali, come, ad esempio, quella che è chiamata salvezza tramite le opere, piuttosto equivalente al karma yoga hindu o, ancora salvezza tramite la fede — o l'amore, piuttosto simile al bhakti yoga hindu; mentre sia l'Oriente che l'Occidente hanno, ciascuno, le sue varie forme di pratiche ascetiche che si possono raggruppare sotto il termine hata yoga.

Nessun sistema yoga dovrebbe mai essere praticato se non sotto l'insegnamento diretto di chi conosce i pericoli dell'ingerenza dell'apparato psico-mentale della costituzione umana, poiché i pericoli si nascondono ad ogni passo, ed impicciarsi di queste cose è come riversare la sciagura su di sé, sia per quanto riguarda la salute, sia per quanto riguarda un sano equilibrio mentale. Le diramazioni più elevate dello yoga, comunque, come il rāja yoga, ad esempio, e l'jñāna yoga, implicano una disciplina rigorosamente spirituale e intellettuale combinata a un amore fervido per tutte le cose, sono perfettamente sicure. Ma l'incauto dovrebbe attentamente evitare le pratiche ascetiche, ecc., e gli insegnamenti insiti in esse dove giace il pericolo.

Yogi    (Yogin, Sanscrito) Uno yogi è un devoto, uno che pratica il sistema yoga, o una o più delle sue diramazioni subordinate.

In alcuni casi, gli yogi sono quelli che tentano in vari modi di conquistare il corpo e le tentazioni fisiche, ad esempio con le torture inflitte al corpo. Studiano anche alcuni dei magnifici insegnamenti filosofici dell'India che vengono dalle remote ere del passato; ma lo studio semplicemente mentale non farà di un uomo un mahātma, né qualsiasi tortura del corpo porterà alla visione spirituale — la visione sublime. (Vedi anche Yoga)

Yuga    (Sanscrito) Un termine che significa un' "età," un periodo di tempo del mondo, e quattro di questi periodi sono di solito enumerati in "anni divini":

1. Kṛita o Satya Yuga . . 4.000
Sandhyā . . . . . . . . . . 400
Sandhyāṃśa  . . . . . . 400
——— 4.800
 
2. Tretā Yuga . . . . . . . . 3.000
Sandhyā . . . . . . . . . . 300
Sandhyāṃśa  . . . . . . 300
——— 3.600
 
3. Dvāpara Yuga . . . . . 2.000
Sandhyā  . . . . . . . . . 200
Sandhyāṃśa  . . . . . . 200
——— 2.400
 
4. Kali Yuga . . . . . . . . 1.000
Sandhyā .  . . . . . . . . 100
Sandhyāṃśa  . . . . . . 100
——— 1.200
Totale 12.000

Resi in anni mortali equivale a:

4.800 x 360 = 1.728.000
3.600 x 360 = 1.296.000
2.400 x 360 = 864.000
1.200 x 360 = 432.000
———— 
Totale: 4.320.000

Di questi quattro yuga, il nostro presente periodo razziale è il quarto, o kali yuga, spesso chiamato "l'età del ferro" o "l'età nera." È affermato che è cominciato al momento della morte di Krishna, di solito attribuita a 3.102 anni a. C. Vi è un punto importante dell'insegnamento relativo agli yuga che non deve essere tralasciato. È il seguente: i quattro yuga, come li abbiamo delineati, si riferiscono a quella che la moderna filosofia teosofica chiama una razza radice, anche se, in verità, una razza radice, dal suo inizio individuale fino alla sua conclusione individuale, è all'incirca di una lunghezza doppia dello yuga composito che abbiamo elencato in forma di colonna. Gli yuga razziali, comunque, si sovrappongono perché ciascuna nuova grande razza nasce suppergiù nel periodo mediano della razza madre, sebbene la lunghezza individuale di una qualsiasi razza è come affermato prima. Così, tramite il sovrapporsi delle razze, una razza e la sua razza successiva possono essere per un lungo tempo contemporanee sulla superficie del globo.

Come i quattro yuga sono un riflesso nella storia umana di ciò che accade nell'evoluzione della terra stessa e della catena planetaria, lo stesso schema degli yuga si applica quindi anche su scala cosmica — esistono le quattro serie di satya yuga, tretā yuga, dvāpara yuga, e kali yuga, nell'evoluzione della terra, e su scala ancora più vasta nell'evoluzione di una catena planetaria. Naturalmente, questi yuga cosmici sono molto più lunghi degli yuga razziali, ma lo stesso schema generale di 4, 3, 2, si applica dappertutto. Per ulteriori dettagli dell'insegnamento relativo agli yuga, lo studente dovrebbe consultare La Dottrina Segreta di H. P. Blavatsky e il libro dello stesso autore, Fundamentals of The Esoteric Philosophy.

— Z —

Zodiaco    I greci chiamavano lo zodiaco il "cerchio della vita," e lo dividevano in dodici case o segni, chiamate come segue: Aries, l'Ariete; Taurus, il Toro; Gemini, i Gemelli; Cancer, il Granchio; Leo, il Leone; Virgo, la Vergine; Libra, la Bilancia; Scorpio, lo Scorpione; Sagittarius, l'Arciere; Capricornus, la Capra; Aquarius, il Portatore d'Acqua; Pisces, i Pesci.

L'entrata del sole in ognuno delle dodici costellazioni o segni zodiacali porta con sé l'azione di una nuova forza cosmica, non solo sulla nostra terra ma, distributivamente parlando, attraverso tutte le nostre vite individuali. L'entrata nell'attuale era astrologica che ora si sta attuando inaugurerà lo sviluppo nella razza umana in una certa linea di poteri futuri che saranno più nobili di quanto lo fossero quelli dell'ultima era astrologica dello zodiaco.

Vi è una stretta e intima corrispondenza tra ciascuno dei globi della nostra catena terrestre e ciascuna delle costellazioni dello zodiaco — essendo ciascuna costellazione una delle "case del cerchio della vita."


[1] Tradotto in Italiano: La Tradizione Esoterica

[2] Tradotto in Italiano: La Sorgente Primordiale dell'Occultismo

[3] Tradotto in Italiano: La Storia di Gesù

[4] Preta (Sanscrito) Nel folklore popolare sono i "demoni affamati:" "Gusci" di uomini avari ed egoisti dopo la morte; secondo gli insegnamenti esoterici, gli "elementari" rinati come Preta in kāma-loka. (Dal Glossario Teosofico di H.P.B.) — n. d. t.

[5] Hyparxis ( Greco) significa la 'natura essenziale' ed è il termine Neoplatonico per designare il vertice, l'inizio, o il capo di una gerarchia. — n. d. t.

[6] Fundamentals of the Esoteric Philosophy, di G. de Purucker. — n. d. t.


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