Theosophical University Press Online Edition

The Epic of Gilgamesh: A Spiritual Biography by W. T. S. Thackara


L'Epopea di Gilgamesh: Una Biografia Spirituale

di W. T. S.Thackara


Da Sunrise magazine ottobre 1999-febbraio 2000; copyright © 1999 Theosophical University Press. Traduzione italiana di Nicola Fiore © 2016. Quest'edizione può essere scaricata gratuitamente per uso personale. Tranne che per qualche breve estratto, nessuna parte di questa pubblicazione può essere riprodotta o trasmessa per uso commerciale o per altro uso senza chiedere il permesso alla Theosophical University Press.


CONTENUTI

Parte 1

Parte 2 

Parte 3


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Parte 1

Introduzione

La mesopotamica Epopea di Gilgamesh è una delle storie più emozionanti radicate nell'antica religione-saggezza dell'umanità. Recitata per quasi tre millenni, nei successivi due millenni andò praticamente perduta con l'avvento del Cristianesimo. Le generazioni moderne vennero a sapere di Gilgamesh solo dopo che i primi frammenti cuneiformi della sua storia furono rinvenuti nel 1853 a Ninive durante gli scavi nella biblioteca dell'ultimo grande re assiro Assurbanipal, che regnò nel settimo secolo a.C. Comunque, passarono quasi vent'anni prima che le tavolette d'argilla fossero decifrate da George Smith al British Museum. Il 3 dicembre1872 egli annunciò alla Society of Biblical Archeology recentemente formatasi, che aveva "scoperto tra le tavolette assire . . . un racconto del Diluvio" in uno degli episodi posteriori della storia. Questo sollevò un considerevole interesse e in breve tempo furono dissotterrati ulteriori frammenti di Gilgamesh, sia a Ninive che nelle rovine di altre antiche città.

Dopo poco più di centocinquant'anni di archeologia e del paziente lavoro di studenti borsisti, il consenso generale è che le tavolette del settimo secolo, scritte in lingua semitica accadica, sono una copia della "Versione Classica" di 12 tavolette che risalgono al 1200 a. C., composte da un sacerdote babilonese di nome Sîn-lēqi-unninni. A sua volta, questa versione è una fusione revisionata delle prime tradizioni babilonesi, radicate esse stesse in un numero di storie sumere che circolavano secoli prima nel terzo millennio. Poiché né i sumeri né i babilonesi scrivevano la storia nel senso moderno, la datazione precisa è difficile, né sappiamo con certezza quando e dove la versione epica rappresenti il tentativo di preservare, integrare, e sviluppare le tradizioni orali sumeriche che rischiavano di essere perdute poiché la sua cultura e il linguaggio stavano estinguendosi.  

Tablet XI fragment (British Museum)

Frammento della Tavoletta XI di Gilgamesh
(British Museum)

Dalla Lista dei Re Sumeri e da altre fonti sappiamo che c'era un Gilgamesh storico — pronunciato Bilgames in Sumero, che si pensa significhi "il vecchio essere (divino) che è giovane": un nome dato ugualmente in un'iniziazione o rito finale, simbolo di rinascita spirituale e di potere sovrano.[1] Si pensa che abbia regnato in un periodo tra il 3000 e il 2500 a. C. nella città-stato di Uruk, vicino all'Eufrate, in quella che oggi è l'Iraq. Secondo l'epopea babilonese, lo stesso Gilgamesh incise la sua storia su una tavoletta. Aveva diffuso un richiamo che durò a lungo, perché le versioni sono state ritrovate oltre tutta la regione mesopotamica, a nord in Asia Minore come la capitale ittita di Hattusa (Bogazkale) e in Occidente a Megiddo nell'antica Palestina. È stata una fortuna perché le traduzioni moderne di Gilgamesh sono state letteralmente ricostruite da frammenti largamente disseminati. Circa due terzi della Versione Classica sono stati recuperati in aggiunta ai testi in Sumero, in Babilonese Antico, in Ittito e in altre lingue o dialetti.

Tuttavia, anche se i dettagli della storia spesso si diversificano, Gilgamesh riflette molto del mondo dei sumeri come pure di quello dei babilonesi e degli assiri, che furono i primi a conquistare i sumeri e quindi assimilarono la loro cultura. Come tutti i poemi epici, Gilgamesh contiene elementi sia storici che mitici, e quindi dev'essere interpretato a parecchi livelli. Oltre ai suoi temi molto umani di amicizia, coraggio, il problema della morte e il significato della vita, è anche un racconto iniziatico sulla ricerca dell'illuminamento, la rivelazione dei misteri divini, la dualità dell'uomo, e l'espandersi evolutivo della sua natura spirituale. Nella narrazione sono implicite la cosmologia e le altre dottrine metafisiche degli antichi santuari. Anche la composizione concreta della revisione babilonese evidenzia un voluto simbolismo numerico: 12 tavolette, contente ciascuna approssimativamente 300 righi divisi in 6 colonne. Ed è importante che Gilgamesh sia inteso per essere letto come un'estesa metafora, una biografia spirituale sia di noi stessi che del re-eroe sumero. Evocando quasi 5000 anni, è un potente promemoria dell'atemporalità e della rilevanza dell'antico sentiero spirituale.

Gilgamesh è una storia umana e comincia con i suoi inizi, non con la storia della genesi cosmica, che non consolida mai il racconto. Sebbene non sia stato rinvenuto alcun racconto della teogonia o della creazione sumera, uno è stato provvisoriamente ricostruito.[2] In breve, gli dèi e le dee hanno origine dal mistero divino senza nome come segue: in principio c'era An (il babilonese Anu), primogenito del mare primordiale, cioè le "acque" dello Spazio. Egli è l'antenato degli dèi e sovrano del cielo che sta oltre i cieli. Come il greco Urano, egli si unì alla Terra (Ki) e generarono Enlil, Signore dell'Aria, il respiro e la parola e "lo spirito del cuore di Anu." Enlil generò la Luna, Nanna (il Peccato Babilonese), e Nanna a sua volta generò due delle divinità più importanti in Gilgamesh: Utu (Shamash), il Sole, il dio onnisciente della Giustizia; e Inanna (Isthar-Venere), Regina del Cielo, dea dell'Amore e del Conflitto. Altri personaggi maggiori includono Enki (Ea), un altro "figlio di Anu," Signore della Terra e delle Acque dell'Abisso (Apsu), anche Signore della Saggezza e co-creatore e benefattore dell'umanità; e Aruru ("colei che si libera del germe"), sorella di Enlil e dea della creazione" ("signora del silenzio").

Nell'antico pensiero mesopotamico, il mondo divino era intimamente vincolato all'umanità, individualmente attraverso il proprio dio interiore, ed esternamente attraverso i suoi re — preminentemente Gilgamesh, che "superò tutti i governanti." La Lista dei Re Sumeri registra otto re divini che avevano regnato per un periodo di 241.200 anni dopo che "gli antenati comuni furono fatti scendere dal cielo." Allora il Diluvio travolse le cinque città della loro sovranità. Dopo il Diluvio, il potere sovrano fu fatto ancora una volta discendere dal cielo, prima a Kish, poi a Uruk, dove il nostro eroe regnò come il suo quinto sovrano.

Il seguente compendio interpretativo di Gilgamesh è un'introduzione all'epopea e alle storie inserite nelle sue parole, allegorie, e struttura narrativa. Come suggerisce il prologo, siamo invitati a cercare il suo contenuto interno — a "leggere ad alta voce" le verità nascoste nel mito. Come molte moderne interpretazioni, quella che segue si basa sulla revisione delle 12 tavolette babilonesi integrate da altre tradizioni. Per conservare l'atmosfera, la formulazione segue il più possibile i testi laconici ma riccamente simbolici.[3]

Colui che Vide l'Abisso

Gilgamesh fu l'unico che vide l'Abisso. Superando tutti i re, perlustrò il mondo cercando la vita. Fu saggio e conosceva ogni cosa: Gilgamesh, che vide le cose profonde, che aprì i luoghi nascosti e riportò un messaggio dai tempi prima del Diluvio. Percorse la strada, era stanco, sfinito dal lavoro e, ritornando, incise sulla pietra la storia delle sue fatiche. Aveva costruito il muro di Uruk e il sacro tempio Eanna, il deposito sacro. "Ispeziona il muro, tocca l'antica soglia, accostati a Eanna, trova la scatola di cedro della tavoletta, sblocca il suo gancio di bronzo, apri il coperchio dei suoi contenuti segreti, solleva la tavoletta di lapislazzuli e leggi ad alta voce le avversità patite da Gilgamesh."

Quando gli dèi crearono Gilgamesh, la Grande Dea (Aruru) disegnò l'immagine del suo corpo; Nudimmud, il "Modellatore dell'Uomo" (Enki), ne perfezionò la forma; Il celeste Shamash, dio del Sole, lo dotò di virilità, mentre Adad, dio della Tempesta, gli accordò il coraggio. Figlio di Lugalbanda e della dea Ninsun, il suo vigore era perfetto, il suo splendore impressionante: undici cubiti la sua altezza, nove palmi la larghezza del suo torace. "Due terzi di lui erano divini, un terzo umano" — Gilgamesh è essenzialmente spirituale ma non ancora completamente divinizzato.[4]

Incontriamo dapprima Gilgamesh come giovane re ribelle di Uruk, noto principalmente per aver costruito il muro protettivo della città. Fu fatto con mattoni cotti al forno che poggiavano sulle fondamenta tracciate dai sette saggi antidiluviani che avevano insegnato all'umanità le arti della civiltà. Resa sicuro dai suoi sette cancelli (o 7 catenacci), Uruk è descritta come triforme, composta (1) dalla città vera e propria, (2) dai frutteti, e (3) dalle cave d'argilla — corrispondenti a spirito, anima e corpo — e il suo recinto sacro, il tempio Eanna di Anu e Isthar. Le città della regalità divina, comunque, furono ideate dagli antichi mesopotamici come riflessi terrestri dei pre-esistenti modelli abitati e governati dagli dèi. Il cosmo è un ordinamento politico: come in alto così in basso.

Figlio ed eroe di Uruk, Gilgamesh era famoso, potente, stando in prima linea come farebbe un capo, marciando anche nelle retrovie conquistandosi la fiducia del fratello. Comunque, nessuno potrebbe resistere all'appassionato vigore di quel giovane protettore. Nelle loro case, gli uomini di Uruk sbuffavano: "Gilgamesh non lascia figli a suo padre; la sua lussuria non permette una futura sposa per il suo sposo; tuttavia, egli è il pastore della città, forte, di bell'aspetto, e saggio." Il grande dio Anu ascoltò le loro lamentele e si rivolse alla madre della creazione: "Tu, Aruru, che hai creato l'umanità, crea ora una seconda immagine di Gilgamesh: possa l'immagine essere uguale all'impetuosità del suo cuore. Che i due combattano l'uno contro l'altro, che Uruk possa aver pace.

Gilgamesh from Palace of Sargon II, Khorsabad

Gilgamesh, VIII Secolo a. C. Palazzo di Sargon II, Khorsabad

Udendo questo, Aruru formò un'immagine di Anu nel suo cuore. Si lavò le mani, schiacciò dell'argilla e la gettò nel deserto. Il valente Enkidu lei creò, figlio del silenzio, reso forte dal dio guerriero Ninurta. Tutto il suo corpo era fittamente ricoperto di peli, la sua testa coperta dai lunghi capelli di una donna. Non conobbe né popolo né patria; era abbigliato con gli abiti di Sumuqan, il dio del bestiame e delle belve. Correva sull'erba con le gazzelle; beveva alle pozze d'acqua insieme agli animali. Questo era l'uomo primordiale — "l'uomo com'era in principio" — rappresentante delle prime razze prima che la mente e la semi-coscienza fossero risvegliate.

Un giorno un cacciatore di pelli incontrò Enkidu faccia a faccia alla fonte; il bracconiere si ritirò in casa intorpidito dalla paura e parlò al padre del potente uomo sulle colline che, mosso a pietà, apriva le trappole e liberava le bestie con le sue mani. Il padre consigliò al figlio di andare a Uruk da Gilgamesh. "Digli di darti una cortigiana (un incorporamento di Isthar) del tempio, in modo tale che l'uomo possa essere soggiogato dal potere della donna. Quando poi lui verrà a bere ai pozzi, l'abbraccerà e quindi le bestie selvatiche lo respingeranno." E così avvenne — sei giorni e sette notti si congiunse con Shamhat. Quando fu sazio delle sue attrattive, Enkidu si voltò a guardare verso i suoi animali, ma essi si sparpagliarono scappando via. Enkidu tentò di rincorrerli ma le sue ginocchia vacillarono. Si era indebolito, non poteva correre come prima, "ma ora egli aveva la conoscenza e una mente più aperta."

Enkidu tornò da Shamhat. Lei parlò, e mentre parlava lui ascoltava (con consapevolezza e comprensione): "Tu sei diventato bello come un dio, Enkidu. Lascia quindi che io ti porti al cuore di Uruk, al tempio di Anu e Isthar, dov'è Gilgamesh." Enkidu fu d'accordo, pur vantandosi che a Uruk avrebbe gridato che solo lui era potente, che era l'unico a cambiare i destini. Shamhat lo avvertì che il più forte era Gilgamesh; egli è "l'uomo della gioia e del dolore . . . incessantemente attivo giorno e notte."

E così lei esortò Enkidu a farsi "nemico della sua collera," per temperare la propria arroganza. "Per il bene della Giustizia, Shamash, il Sole, ama Gilgamesh; Anu, Enlil, ed Enki, hanno aperto la sua mente, per cui anche prima che tu arrivi dalla montagna, Gilgamesh ti avrà visto nei sogni.

Gilgamesh ebbe due sogni del genere, il primo di una stella cadente ("un grumo di Anu") che cadde su di lui — così pesantemente che non poteva sollevarla né muoverla. La terra di Uruk l'accolse. La gente si affollò intorno ad essa, e Gilgamesh l'abbracciò come una moglie. Nel secondo sogno, Gilgamesh vide un'ascia che cadeva sull'assemblea di Uruk, ed egli la strinse ancora come se fosse sua moglie. Confuso dal loro significato, andò da sua madre, la saggia dea Ninsun, che "univa i sogni." Lei gli disse che sia la stella del cielo che l'ascia erano il suo compagno che stava per arrivare. "Questo compagno è potente, ha una forza spaventosa, ed è capace di salvare un amico." Di nuovo nelle regioni selvagge della montagna, proprio come Ninsun illuminava Gilgamesh, la cortigiana fa la stessa cosa per Enkidu. "Quando ti guardo, sei diventato simile a un dio. Perché desideri correre selvaggiamente con le bestie sulle colline? Rialzati dal terreno, alzati dal letto del pastore." Il consiglio della donna entrò nel cuore di Enkidu. Shamhat divise la sua veste e lo coprì, e prese l'altra parte per sé (un'allusione alla separazione dei sessi). Lo condusse al campo dei pastori, portandolo come un dio. Essi si radunarono intorno a lui e dissero: "Com'è simile a Gilgamesh nella sua struttura, alto come un torrione." Allora lei gli insegnò a mangiare pane, che lui non aveva mai conosciuto. Bevve sette boccali di birra che sciolsero la sua mente e la luce del suo cuore (intossicato dalla vita materiale). Lavò il suo corpo peloso con acqua e si unse di olio. Enkidu era diventato un uomo. Indossò un indumento e apparve come un guerriero (mutu, che significa anche "sposo"). Afferrò le armi e lottò contro lupi e leoni. I pastori adesso si sdraiarono, perché Enkidu li avrebbe protetti — un uomo ora sveglio.

Proprio come Uruk è il riflesso terreno del suo archetipo celeste, Enkidu, chiamato "uguale" a Gilgamesh o il secondo sé, qui è raffigurato come un'immagine invertita o la controparte fisica di Gilgamesh: il veicolo umano-animale dello spirito, dell'anima, e della mente superiore (con ricorrenti paralleli attraverso tutta la storia). Il nome Endiku è convenzionalmente tradotto "signore della dimora piacevole," ma implica anche uno speciale rapporto con Enki, Signore della Terra e della Saggezza, che rende il significato di "creazione di Enki" e, più esotericamente, "il ginocchio, i fianchi di Enki, ecc." [5] Va anche notata la trasformazione e l'evoluzione di Enkidu, da protoumano asessuato, incosciente, formato a immagine di Anu come ermafrodito ("si congiunse con la cortigiana"), seguito dalla separazione, la fisicizzazione finale, dall'unzione, e dal risveglio dell'intelletto o mente semi-cosciente attraverso "l'amore" — nel senso Platonico di eros (vedi il discorso di Diotima, Simposio, 202-4).

La storia riprende con un viaggiatore in cammino per Uruk, che informa Enkidu dei comportamenti lussuriosi di Gilgamesh: deve esserci un matrimonio e il re si arrogherà "il diritto della prima notte" — egli va per primo, il marito dopo. Il viso di Enkidu divenne pallido di collera e si affrettò verso la città santa. Lì la folla si radunò intorno a lui, dicendo, come i pastori: "Somiglia proprio a Gilgamesh — ma è più basso, e più forte di ossa. Sicuramente è il rivale designato!"

A Uruk fu allestito un letto nuziale. La sposa attendeva lo sposo, ma durante la notte Gilgamesh si alzò e s'introdusse nella casa. Enkidu bloccò la strada. Mise fuori il suo piede e impedì a Gilgamesh di entrare in casa. Si avvinghiarono, tenendosi l'un l'altro come tori. Infransero i paletti della porta e i muri crollarono. Gilgamesh piegò il ginocchio e piantò il piede nel terreno. La furia improvvisamente scomparve ed Enkidu si rivolse a Gilgamesh: "Non ce n'è un altro come te nel mondo . . . Enlil ti ha dato il potere sovrano, perché la tua testa è al di sopra di tutti gli altri uomini. Enkidu e Gilgamesh si abbracciarono e la loro amicizia fu sugellata.

Il linguaggio di Gilgamesh, dei suoi sogni profetici ("Ho amato Enkidu e l'ho abbracciato come una moglie") al letto nuziale a Uruk — pensando a Enkidu in retrospettiva — si riferisce chiaramente a un "matrimonio sacro"; l'unione spirituale o la fusione dell'uomo interiore con quello esterno. Nessuno del materiale esistente nomina un vincitore, ma la Vecchia storia Babilonese riferita prima suggerisce che la lotta, il combattimento di questi gemelli in conflitto termina bruscamente per un reciproco riconoscimento: Gilgamesh "piegò il suo ginocchio" (all'altezza di Enkidu) e "piantò il piede nel terreno." Entrambe le frasi apparentemente sono giochi di parole sul nome di Enkidu, indicando un impegno e un confronto riuscito e "vittorioso." Il susseguente riconoscimento e l'amichevole abbraccio di Enkidu con Gilgamesh confermano che hanno accettato il loro rapporto.[6]

Fino a questo punto la storia è stata prologo e antropogenesi — un'allegoria sulla creazione e l'evoluzione dell'umanità, e di un individuo completamente umano. Da qui in poi, i due vanno come uno solo, reciprocamente fedeli fino alla morte. Nelle storie sumere Enkidu è quasi sempre il servitore, lo schiavo di Gilgamesh; nella Vecchia versione Babilonese, egli è consigliere, compagno e amico; e nella Versione Classica la madre di Gilgamesh adotta Enkidu, che così diventa il "fratello" più giovane. Visto come un singolo carattere composito, Gilgamesh-Enkidu rappresenta il congiungimento di cielo e terra, spirito, anima (anime), e corpo, in una settuplice associazione completa, necessaria per riuscire nella ricerca dell'eroe.[7]


Parte II

Una volta che Gilgamesh "è caduto" con il suo compagno terreno, Enkidu, vediamo un lato più umano di entrambi. Come una delle più antiche versioni della causa della Caduta, sia degli angeli che degli uomini, la storia forse si avvicina più strettamente all'originale dottrina della saggezza rispetto alle nostre comuni interpretazioni. Il senso del male attribuito dai teologi successivi è assente. Sembra invece che sia una benefica necessità questa mescolanza tra alto e basso degli elementi spirituali e fisici — perché non dobbiamo dimenticare quello che Ninsun, la saggia dea madre di Gilgamesh, disse di Enkidu: "Questo è un compagno valoroso, capace di salvare un amico."  

Humbaba e la Foresta del Cedro

Quando la storia riprende, Enkidu si lamenta degli effetti di essere un cittadino (cioè "civilizzato"). "Amico," egli disse a Gilgamesh, "un grido mi soffoca la gola, le mie braccia sono fiacche, e la mia forza si è tramutata in debolezza." Pensando forse di salvare a sua volta l'amico, Gilgamesh gli propone di viaggiare nella Foresta del Cedro per soggiogare il suo custode, il feroce dio gigante Humbaba,[8] nascosto, blindato dalle sue sette terrificanti aure. Enkidu esita; egli aveva conosciuto Humbaba sugli altopiani e teme che lo scontro non sarebbe pari. "Il suo ruggito è il Diluvio, la sua bocca è fuoco, e il suo respiro è morte. Perché vuoi farlo?"

Le motivazioni di Gilgamesh sono più di una: oltre a fare in modo che l'amico esca dalla depressione, uccidere Humbaba vorrebbe dire allontanare il male da quella terra. Ma il suo interesse più immediato — suggerito dalla paura della morte che ha Enkidu — gradualmente si concentra su un altro scopo. "Chi, amico mio, può ascendere al cielo? Solo gli dèi dimorano eternamente nella luce del sole con Shamash. Riguardo agli umani, i loro giorni sono contati, le loro realizzazioni sono un soffio di vento." Pur essendo un minaccioso pericolo mortale, Humbaba è tuttavia un agente di Enlil, dalla cui parola (o "attraverso l'apertura della sua bocca") sono inseriti i cieli. Quindi Gilgamesh imposta la sua mente verso la Terra del Vivente, determinato ad accrescere la sua reputazione. Le gesta eroiche, egli crede, saranno ricordate e conferiscono una sorta d'immortalità. "Cominciamo il lavoro e abbattiamo il cedro! Stabilirò per sempre una reputazione che è eterna!"

Come Enkidu, i consiglieri di Uruk tentano di dissuadere l'aspirante eroe: "Gilgamesh, tu sei giovane, il tuo coraggio ti trascina troppo lontano, non puoi sapere cosa significhi quest'impresa. La faccia di Humbaba è strana; nessuno può resistere alle sue armi. Chiunque s'avventuri nella sua foresta sarà preda della debolezza. Per tenere al sicuro i cedri, Enlil fece in modo che il suo destino fosse il terrore dei popoli." Gilgamesh è incurante del loro consiglio o dalle ripetute suppliche di Enkidu.

A questo punto la storia rivela un motivo più profondo che Gilgamesh avverte ma che non può comprendere pienamente, perché manca della maturità e della percezione per riconoscerne l'origine. Intrecciato nella Versione Classica c'è un ricco filone di simbolismo astronomico che qui collega il viaggio di Gilgamesh ai dodici giorni di festa dell'Equinozio di Primavera del Nuovo Anno (Akitu), implicando un significato iniziatico. Questo è confermato quando sua madre Ninsun, preoccupata dalle sue intenzioni, rivolge preghiere a Shamash (il principio solare e solarizzante dell'uomo). Perché diede a Gilgamesh un cuore irrequieto? "Ora tu lo spingi a intraprendere un lungo viaggio verso la dimora di Humbaba, ad affrontare una battaglia di cui egli non può prevedere assolutamente nulla, e viaggiare su una strada che non conosce . . . Possa la tua consorte raccomandarlo ai guardiani della notte." Anche gli anziani della città lo benedissero:

"Possa Shamash aprirti i sentieri che sono chiusi, possa egli preparare la strada per i tuoi passi! Possa egli preparare la montagna per i tuoi piedi, possa ogni notte [egli] donarti qualcosa di cui tu sia felice! Possa Lugalbanda assisterti nella vittoria; esaudisci il tuo desiderio come un piccolo bambino! Nel fiume di Huwawa, al quale ti stai dirigendo, lava i tuoi piedi!" (Vecchia Versione Babilonese, OB III. 259-67. Trad. George)

Dopo aver ricevuto il loro consiglio e le loro preghiere, Gilgamesh ed Enkidu partirono (nella versione sumera: con sette guerrieri e cinquanta uomini celibi) per un arduo viaggio verso la foresta di Enlil dove cercarono di annientare il custode e di abbattere il Grande Cedro. Enkidu conduce il percorso, perché conosce la "strada più sicura" per la foresta, conosce i trucchi di Humbaba, ed è esperto di battaglie. Deve proteggere Gilgamesh e aiutarlo a portarlo in salvo.

Humbaba's face

Humbaba, VII secolo a. C. (British Museum)

Dopo venti beru[9] spezzarono il pane; dopo più di trenta, montarono il campo. Ogni tre giorni coprivano l'equivalente di 45 giorni di marcia. L'esatta durata del viaggio non è nota, ma è verosimile che sia stata di sei giorni, perché ogni notte attraversavano una catena montuosa prima di arrivare alla settima: la Montagna del Cedro.[10] Dopo ogni giorno di viaggio scavavano un pozzo prima del tramonto, poi Gilgamesh scalava una montagna per procurarsi un sogno, un messaggio favorevole da Shamash.[11] Sono cinque i sogni conservati, almeno parzialmente. Nel primo, Gilgamesh stava nel profondo burrone di una montagna, e la montagna gli cadde addosso. Enkidu, coraggiosamente ottimista, tenta d' interpretare il sogno: "Il tuo sogno è buono. La montagna è Humbaba. Ora, sicuramente lo prenderemo e lo uccideremo, e getteremo il suo corpo giù in pianura." Nel secondo sogno, la montagna cadde e colpì Gilgamesh, incastrandogli i piedi. Allora venne una luce sfolgorante in cui c'era qualcuno la cui grazia e bellezza erano più grandi della bellezza di questo mondo. Egli tirò Gilgamesh fuori dalla montagna, gli diede acqua da bere. Lo confortò e gli mise i piedi sul terreno. Anche il terzo e il quarto sogno sembravano propizi. Il quinto, comunque, era sia pieno di speranza che premonitorio: Gilgamesh teneva stretto un toro selvaggio, che con i suoi muggiti sollevava una profonda polvere nel cielo. Egli cadde sui suoi ginocchi e, come nel secondo sogno ma più esaurientemente spiegato, fu districato da Shamash e gli fu data dell'acqua dal suo dio interiore, "il vecchio uomo che ti ha generato e ti rispetta" — il divino Lugalbanda (notate la variante della combinazione di due parti divine, una parte umana).

Man mano che Gilgamesh ed Enkidu si avvicinavano alla foresta, la loro trepidazione cresceva. Shamash inviò un messaggio dal cielo: "Humbaba si è tolto sei dei suoi mantelli. Affrettatevi, non lasciate che si nasconda negli anfratti della foresta." Humbaba tuonò come il dio della tempesta. Le braccia di Enkidu s'irrigidirono. Gilgamesh lo rassicurò: "Non abbiamo attraversato tutte le montagne? Non hai tu esperienza di combattimenti? Tocca [il mio cuore], non avrai paura della morte. Prendimi la mano, proseguiamo insieme. Non permettere che il combattimento diminuisca il tuo coraggio; dimenticati della morte. Nessuno può stare da solo. Quando due vanno insieme, ciascuno difenderà se stesso e salverà il suo compagno." Arrivando al cancello della foresta, tacquero e si fermarono. Videro l'altezza del Grande Cedro. Si era creato un sentiero là dove Humbaba camminava. La strada era buona. Enkidu riconobbe che l'incoraggiamento di Gilgamesh era la saggezza rispecchiata di se stesso: "Un sentiero scivoloso non è temuto da due persone che si aiutano reciprocamente. . . . Una fune da traino a tre stati non può essere tagliata."[12]

Buona parte della Tavoletta V qui è indecifrabile o mancante; ma le prime versioni raccontano che Gilgamesh ed Enkidu cominciarono ad abbattere gli alberi, provocando la collera di Humbaba. Ne derivò una battaglia e, con l'assistenza di Shamash, Humbaba fu sconfitto. Egli pianse e implorò per la sua vita, promettendo a Gilgamesh di diventare suo servo, di tagliare tutta la legna che sarebbe stata necessaria al suo palazzo. Gilgamesh avrebbe avuto pietà di lui, ma non Enkidu, che non si fece ingannare dai trucchetti e dalle falsità di Humbaba. In una versione della storia sumera, Enkidu paragona Humbaba, se fosse stato rilasciato, a "un guerriero prigioniero al quale è data la libertà, a una sacerdotessa ritornata al chiostro, a un sacerdote prigioniero ritornato alla sua parrucca [abbigliamento pretenzioso e vuoti rituali]; egli ti confonderà la strada di montagna." Questo è un accenno palese a cosa Humbaba ("la cui faccia cambia spesso") rappresenta, e prefigura più sottilmente ciò che ci si aspetta per Gilgamesh — la "strada di montagna" — un tema che porta a uno sviluppo climatico nelle successive tavolette della versione Babilonese, come si vedrà nella III Parte.

Anche se sicuramente ne sarebbero derivate delle conseguenze divine, Enkidu sollecitò Gilgamesh ad abbattere l'ascia sul collo di Humbaba. Humbaba pronunciò un'infausta maledizione contro Enkidu: "Possa egli non vivere più a lungo tra voi due." Enkidu urlò a Gilgamesh di non prestare alcuna attenzione a queste parole. "Non ascoltare Humbaba!" Tagliarono la sua testa; gli alberi furono abbattuti, incluso il Grande Cedro, la cui cima raschiava il cielo. Dal suo legname fu fatta una porta — alta 72 cubiti, larga 24 cubiti, dallo spessore di 1 cubito — per il tempio di Enlil a Nippur. Gilgamesh ed Enkidu: il loro nomi ora saranno ricordati dai posteri e dagli dèi.

Ishtar e il Toro del Cielo

Ritornando a Uruk nel vigore della vittoria, Gilgamesh lavò la sua intricata capigliatura, gettò via le sue cose sporche, e si rivestì dell'abbigliamento regale. Quando indossò la corona, la grande Ishtar sollevò i suoi occhi e contemplò la sua virile bellezza. "Sii il mio amante e mio marito," lo implorò, offrendogli benessere, fama, e un potere senza rivali, se avesse voluto impegnarsi con lei. Gilgamesh non era così facilmente tentato. Che cosa poteva offrire in cambio alla Regina del Cielo lui, che era ancora parzialmente mortale? Proprio ciò di cui lei aveva bisogno e quanto sarebbe effettivamente bene stare insieme? "Tu sei un fuoco ardente," le disse calorosamente

. . . che muore nel freddo.
Una larga porta che non tiene fuori né il vento né la tempesta.
     .     .     .
Un ariete che si frantuma nella terra del nemico.
Una calzatura che punge il proprio piede.
Quale tuo sposo è durato per sempre?
Quale tuo coraggioso guerriero è mai salito [al cielo]?

Poi recitò una litania degli amanti ai quali Ishtar aveva nociuto, da Dumuzi a Ishullanu, il giardiniere di suo padre che lei aveva tramutato in nano o rana. Infuriata, Ishtar volò in cielo e si lamentò amaramente con Anu: "Padre, Gilgamesh mi ha insultata!" "Vieni, ora," disse Anu, "non l'hai provocato? Egli ha semplicemente raccontato la tua malafede e le tue maledizioni." Le parole caddero su orecchie sorde. Ishtar chiese che le fosse dato il Toro del Cielo[13] per distruggere Gilgamesh, altrimenti avrebbe sfasciato i cancelli degli Inferi: i morti si sarebbero alzati e avrebbero divorato i vivi. Anu capitolò e mise la corda che stringeva il muso del toro nelle mani di Ishtar, che prontamente lo guidò giù, a Uruk.

Quando il Toro atterrò, soffiò così potentemente che si aprì una buca che inghiottì cento uomini. Un secondo soffio — duecento uomini inghiottiti. Un terzo soffio e si aprì una buca davanti a Enkidu, che afferrò il toro per la sua spessa coda, gridando a Gilgamesh: "Amico, ci siamo creata una grande fama, ma come lo abbatteremo?" Come un torero, il possente Gilgamesh gli ficcò il suo coltello con un colpo rapido alla nuca, proprio dietro le corna. Schiantandosi a terra, il toro tirò un respiro possente. Gilgamesh e Enkidu gli strapparono il cuore e lo portarono a Shamash.

Ishtar maledisse Gilgamesh; l'aveva diffamata e conquistato il Toro del Cielo. Quando Enkidu udì le sue maledizioni, strappò la coscia del toro e gliela gettò in faccia. Ishtar appoggiò la coscia e, insieme alle sue cortigiane del tempio, proruppe in un grande lamento. Nel frattempo Gilgamesh rivendicò le corna, simbolo di maestria e saggezza, e le sospese nella camera da letto del suo dominio. Gilgamesh e Enkidu si lavarono le mani nell'Eufrate; si abbracciarono e cavalcarono per le strade di Uruk. Gilgamesh, il migliore degli uomini; [Enkidu?], il più audace tra i compagni.

Gilgamesh and Enkidu

Gilgamesh e Enkidu. Sigillo cilindrico proveniente da Ur,
3° millennio a. C., altezza 1-1/ pollici.

Così termina la sesta tavoletta, il punto mediano della storia delle dodici tavolette, e un'importante congiunzione che segna il passaggio dalla tentazione e dalle prove di questo mondo ai grandi misteri della morte e della rinascita.

I temi principali di Humbaba, la Foresta del Cedro, e del Toro del Cielo, furono abilmente sintetizzati nella posteriore storia greca di Teseo e del Minotauro, un'allegoria sulla conquista e sul dominio della propria natura animale nella "foresta" del labirinto della vita incarnata. Per evitare il sacrificio periodico di sette adolescenti  e sette fanciulle (che rappresentano i principi bipolari della nostra settuplice natura), Teseo entrò nelle tenebre serpeggianti dell'inferno che porta inevitabilmente al minotauro affamato che vorrebbe divorarlo (notate i lineamenti serpentini della maschera di Humbaba, la "roccaforte dell'intestino," che rappresenta gli appetiti insaziabili della natura). La sua uscita dal Labirinto fu assicurata da un gomitolo di filo, simbolo della saggezza e della guida divina, fornito dalla figlia di re Minosse, Arianna, che successivamente egli sposò. Il re (lo spirito), la figlia (la saggezza), l'eroe (l'anima umana): preservati da un'ulteriore versione del "rimorchio della corda a tre strati"

La Morte di Enkidu

La Tavoletta VII comincia con Enkidu che parla a Gilgamesh il mattino dopo. Una parafrasi ittita fornisce i 26 righi mancanti:

"Ascolta il sogno che ho avuto questa notte. I grandi dèi erano in concilio e Anu disse a Enlil: Poiché hanno abbattuto il Toro del Cielo e anche Humbaba, per questa ragione uno dei due deve morire. Quello che depredò la foresta dei suoi cedri deve morire. Ma Enlil disse: Enkidu deve morire; Gilgamesh non morirà. Shamash replicò che era per un ordine di Enlil che furono uccisi il Toro e Humbaba. Perciò, perché deve morire Enkidu che è innocente? Perché, disse Enlil, tu, Samash, sei andato giù da loro ogni giorno."

Dopo aver raccontato il sogno, Enkidu allora cadde malato davanti a Gilgamesh.

"O fratello mio, mio caro fratello!" lui pianse, le lacrime gli scorrevano. "Mi portano via da mio fratello. Starò tra i morti. Non devo più vedere mio fratello con i miei occhi?" [14]

Febbricitante, dapprima Enkidu s'incollerì: che ingratitudine a causa di una porta! Le sue labbra ronzavano come mosche. Maledisse sia il bracconiere che l'aveva ingannato, sia la cortigiana del tempio che aveva aperto la sua mente e l'aveva portato a Uruk. Se non fosse stato per loro, quest'indegno modo di morire non avrebbe mai potuto avverarsi. A causa loro egli era stato prematuramente sottratto al suo fato, e rifiutava le stesse conquiste del suo amico Gilgamesh. Shamash ascoltò Enkidu e gli parlò dal cielo, ricordandogli i benefici che erano derivati dalla cortigiana e da Gilgamesh: non aveva forse goduto il cibo degli dèi, le bevande dei re, abiti raffinati, onore, posizione, e — da considerare sopra ogni altra cosa — la cara amicizia di Gilgamesh? A queste parole la collera nel cuore di Enkidu crebbe maggiormente. Dodici giorni rimase sdraiato in agonia, e all'inizio fu assalito da una visione perturbante degli Inferi: le sue dimore espiatorie, i giudizi letti ad alta voce dalla Tavoletta (dei Destini). Mentre Enkidu se ne andava via lentamente, Gilgamesh pianse.

"Egli era l'ascia al mio fianco, il pugnale nella mia cintura, lo scudo davanti a me, il mio abito festivo, il mio splendido abbigliamento. È insorto un male e mi ha derubato . . . Ora cos'è questo sonno che ti ha preso! Sei diventato nero. Non puoi udirmi . . . Ed egli — non solleva più il capo. Ho toccato il suo cuore, non batte."

Gilgamesh coprì il volto del suo amico come quello di una sposa. Come un'aquila egli si librava intorno a lui. Come una leonessa che ha perduto i suoi cuccioli, camminava avanti e indietro. Gilgamesh si strappò ciuffi di capelli dalla testa. Gettò via le sue vesti raffinate come cose sporche. Poi emise un richiamo attraverso la contrada: "Artigiani, create un'immagine del mio amico! Devono essere di lapislazzuli le sue sopracciglia, d'oro il suo petto . . ."

Gilgamesh pianse per Enkidu; vagò nel deserto. Poi un pensiero disperato gli entrò nella mente, che lo fermò immediatamente: "Io — ancora non voglio morire come Enkidu? Mi è venuto un dolore allo stomaco. Ho paura della morte:" Poi, passando dalla disperazione alla determinazione, sentì il desiderio della conoscenza gonfiarsi nel cuore: "Prenderò la strada;[15] andrò immediatamente alla dimora di Utanapishtim, l'Essere Lontano, figlio del grande re Ubar-tutu. Di notte mi avvicinerò all'entrata della montagna. Vedo leoni e sono terrificato. Sollevo la mia testa al dio della luna. Alla [lampada] degli dèi salgono le mie preghiere . . . Proteggetemi!"  


 

Parte III

Alla Ricerca di Utanapishtim

Addolorandosi per Enkidu, il suo compagno perduto, Gilgamesh prese la strada alla ricerca della conoscenza. Entrò nel deserto, attraversò montagne impenetrabili, e viaggiò sui mari — tutto senza dormire, per calmare la sua faccia. Combatté contro bestie selvagge, si coprì con le loro pelli, e mangiò la loro carne. Shamash, dio del Sole, si preoccupò e si chinò in basso verso Gilgamesh: "Dove stai vagando? La vita che cerchi non la troverai mai." Gilgamesh rispose: "Quando entrerò negli Inferi, sarà breve il riposo? . . . Lascia che i miei occhi vedano il sole e io sia sazio della luce! I morti non vedono i raggi del sole!"

Arrivò nei paraggi del Monte Mashu, che sorveglia l'andirivieni di Shamash. Le sue cime gemelle raggiungevano la volta del Cielo, i suoi piedi toccavano in basso gli Inferi. A guardia del suo cancello c'erano due persone-Scorpione, il loro terrore è spaventoso e il loro sguardo è mortale. Quando videro Gilgamesh che si avvicinava, l'uomo-Scorpione chiamò la sua donna: "Quello che sta venendo da noi, il suo corpo è carne degli dèi." La donna disse: "(Solo) due terzi di lui sono divini, un terzo è umano." L'uomo-Scorpione allora chiamò Gilgamesh: "Perché hai intrapreso questo lungo viaggio, i cui percorsi sono pericolosi?"

Shamash between Mashu's Twin Peaks

Shamash (il Sole) tra le Cime Gemelle del Mashu, Accadico,
3° millennio a. C. (British Museum).

Gilgamesh replicò: "Sono venuto a cercare il mio antenato Utanapishtim,[16] che sta nell' assemblea degli dèi e ha trovato la vita eterna. Voglio conoscere la morte e la vita."

"Nessun mortale l'ha mai fatto," disse l'uomo-Scorpione. "Nessuno ha attraversato il lontano sentiero della montagna, perché ci vogliono ventiquattrore[17] per raggiungere il suo centro; fitta è la sua oscurità e non c'è luce." Gilgamesh non si fece dissuadere e li convinse ad aprire il cancello. L'uomo-Scorpione parlò a re Gilgamesh, carne degli dèi: "Vai sicuro, allora; per te il cancello è aperto."

Gilgamesh entrò nella montagna; prese la Strada del Sole, la strada della notte seguita da Shamash (la "strada nascosta dell'alba" nella Vecchia versione Babilonese). Quando erano passate due ore, fitta era l'oscurità; non c'era luce, Gilgamesh non poteva vedere né dietro né davanti a lui. Anche dopo quattordici ore, c'era ancora oscurità. Dopo sedici ore, si affrettò. Alle nove, il vento del nord sferzava la sua faccia. Allora, "il [sorgere de sole] era vicino. Alle undici, egli venne fuori prima dell'alba. Alla ventiquattresima ora ci fu luminosità. Davanti a lui c'era un giardino disseminato dagli alberi degli dèi, che produceva corniole, lapislazzuli, e altre gemme radiose — una delizia da guardare.[18]

Shiduri e Urshanabi

Mentre Gilgamesh camminava, lei sollevò gli occhi e lo vide — Shiduri, la taverniera, che abita sul bordo del mare e dona bevande rinfrescanti alla sete spirituale. A causa del suo aspetto selvaggio e aggressivo, sbarrava il suo cancello. Dal tetto chiamò: "Fammi sapere del tuo viaggio." Lui le raccontò le sue avventure con Enkidu, la loro amicizia, e la morte di Enkidu. Sei giorni e sette notti aveva pianto per il suo amico, che era tornato alla polvere. Egli aveva paura della morte. Anche lui si sarebbe disteso per non risorgere mai? Ora, cercava Utanapishtim per apprendere il segreto della vita. Ma Shiduri — come quelli prima di lei — cercò di dissuadere Gilgamesh dal proseguire, ricordandogli che quando gli dèi crearono l'umanità, le assegnarono la morte, trattenendo la vita sotto la loro custodia.

"Quindi, sii felice con i piaceri donati all'uomo," lei disse. "Sazia il tuo stomaco. Fai di ogni giorno un giorno di gioia. Danza e suona ogni notte. Che il tuo abbigliamento sia pulito. Che tua moglie gioisca sul tuo petto, e accarezza i bambini che tengono la tua mano" (Vecchia Versione Babilonese, Sippar iii: 1-14).

Ancora una volta Gilgamesh non si dissuase. Aveva fatto un lungo, faticoso viaggio in cerca della conoscenza. Qual'è la via da qui? — si chiedeva. Sidhuri ha detto che nessuno ha mai attraversato il mare, che nessuno c'è mai andato se non Shamash. Doloroso è l'attraversamento, fastidiosa è la strada, e le Acque della Morte bloccano il suo passaggio. Ma lì, sulla riva, lei indicò, vive Urshanabi,[19] il traghettatore di Utanapishtim. "Con lui ci sono le Cose di Pietra quando egli spoglia un giovane cedro nella foresta. Se è possibile, fai la traversata con lui, o altrimenti ripercorri le sue orme."

Per ragioni inspiegate (le tavolette sono frammentate) Gilgamesh sollevò le armi e attaccò le Cose di Pietra, fracassandole nella sua furia. Urshanabi aveva tentato di prevenirlo, ma Gilgamesh s'impadronì di lui. Urshnabi lo guardò negli occhi, gli chiese il nome, e chiese perché aveva uno sguardo così terribile. Gilgamesh ripetette il suo doloroso racconto, poi, a sua volta, gli chiese se conosceva la strada per Utanapishtim, l'Essere Lontano. Urshanabi spiegò che proprio le mani di Gilgamesh impedivano la sua traversata, perché egli aveva fracassato le Cose di Pietra e le aveva fatte cadere nel fiume. "Le Cose di Pietra acconsentono alla mia traversata, perché non devo toccare le Acque della Morte." Nonostante tante speculazioni, le Cose di Pietra restano un mistero. Le tavolette aggiungono che esse "avrebbero sigillato [?] la barca, che non avevano paura [?] delle Acque della Morte (George, 2003). La versione ittita offre una chiave addizionale, avendole Urshanabi chiamate " quelle due immagini di pietra che sempre mi trasportano."

Ma Urshanabi voleva aiutarlo, e mandò Gilgamesh nella foresta per tagliare dei pali per andare in barca (300 nella  Vecchia versione Babilonese, ciascuno di 60 cubiti di lunghezza): Il viaggio di 45 giorni verso le Acque della Morte fu completato in tre. Una volta lì, i pali furono usati per spingere la barca in modo che Gilgamesh non toccasse le acque letali. Quando l'ultimo palo era scomparso, essi appesero i loro indumenti (come vele) alle braccia distese di Gilgamesh, per navigare l'ultimo tratto. Quando s'avvicinarono alla riva, Utanapishtim vide che le Cose di Pietra erano fracassate e che a bordo c'era uno straniero. Chiese a Gilgamesh perché avesse lo sguardo così dissipato e desolato, e ancora una volta Gilgamesh raccontò la sua pena e la sua stanchezza.

Invece di dirgli parole confortanti, l'Essere Lontano lo scosse andando direttamente al punto. "Perché [insegui] il dolore, Gilgamesh, tu che sei stato fatto della carne degli dèi e dell'uomo? . . . Nessuno può vedere la faccia o udire la voce della Morte. Costruiamo una casa per sempre? Forse che stipuliamo un contratto per tutto il tempo? I fratelli dividono la loro eredità per sempre? Le ostilità tra i nemici durano per sempre? Il fiume s'ingrossa portando sempre inondazioni? La libellula fluttua sull'acqua guardando fissamente la faccia del sole — improvvisamente, tutto è vacuità. Come sono simili il sonno [?] e la morte! Un'immagine della Morte non può essere dipinta, anche se l'uomo è [imprigionato da essa.] I grandi dèi hanno stabilito la Morte e la Vita, ma non rivelano i giorni della morte."

"Ma tu, Utanapishtim," disse Gilgamesh, "il tuo aspetto non è diverso dal mio. Io sono come te. Com'è che tu stai nell'assemblea degli dèi e hai ottenuto la vita eterna?"

Il Diluvio

Utanapishtim replicò: " Ti dirò un segreto degli dèi, Gilgamesh, ti rivelerò un mistero. Subito dopo che i grandi dèi ebbero decretato il Diluvio per l'umanità, Enki — senza rompere il giuramento — mi avvisò di demolire la mia casa e costruire un battello, di abbandonare i miei beni e salvare la vita. Nel vascello si doveva conservare il seme di tutte le creature viventi."[20]

Enki diede a Utanapishtim le istruzioni sulle dimensioni del battello e sulla costruzione. Doveva misurare 10 aste (120 cubiti) su un lato, sei ponti che lo dividevano in sette livelli, e tutti dovevano essere alti 10 aste, con nove compartimenti interni. Al sesto (?) giorno fu completato, Il battello fu varato con difficoltà, finché i due terzi furono immersi. Poi, dopo che ogni cosa era stata caricata, inclusi tutti gli artigiani, venne il diluvio. Le tempeste che infuriavano raggiunsero i cieli, mutando in tenebre tutto ciò che era luce.               Come in battaglia, nessun uomo poteva vedere il compagno. Anche gli dèi, atterriti dalla tempesta, fuggirono nel cielo di Anu, rannicchiati come cani. Ishtar gridava come una donna nel travaglio; Belel-ili (Aruru) si lamentava che il tempo antico s'era trasformato in argilla, perché lei aveva parlato male nell'assemblea degli dèi.

Sei giorni e sette notti soffiarono i venti. All'alba del settimo giorno si placarono e la tempesta cessò. Utanapishtim aprì un foro e la luce si riversò sul suo viso. L'acqua era dappertutto. Tutto era silenzio. L'intera umanità si era trasformata in argilla. Sulla cima sommersa del Monte Nimush il battello si arenò. Dopo altri sei giorni, egli mandò fuori una colomba, ma la colomba non trovò dove posarsi. Egli mandò una rondine, anch'essa ritornò. Allora mandò un corvo, che vide le acque recedere. Utanapishtim uscì dal battello; offrì un sacrificio alle quattro direzioni; bruciò incenso sulla cima (ziggurat) e fece una libagione — sette calici più sette — per attirare gli dèi. Ma Enlil era furioso: tutta l'umanità doveva essere distrutta. Chi aveva rivelato il segreto? Enki rimproverò Elil di aver provocato il diluvio, e gli spiegò che Utanapishtim aveva scoperto il segreto in una visione avuta. Il suo fato doveva essere deciso da Enlil, che allora dichiarò che Utanapishtim e sua moglie sarebbero diventati simili agli dèi. Gli dèi li portarono nella terra dell'Essere Lontano, per farli dimorare alla Foce dei Fiumi — i fiumi sacri che simbolizzano il continuo flusso della saggezza divina che si riversa nella vita umana.

La storia del Diluvio, adattata dall'Atrahasis Epic,[21] composto indipendentemente, fu evidentemente inserita nella Versione Classica Babilonese come un ampliamento delle esposizioni di Utanapisthim sull'impermanenza e la periodicità dell'esistenza manifestata. Inoltre, non solo spiega il ruolo di Utanapisthim come antenato, protettore e preservatore, ma asserisce tacitamente la possibilità dell'immortalità dell'uomo, formando un ponte naturale per la successiva sequenza degli avvenimenti.

Utanapisthim chiese a Gilgamesh: "Chi convocherà gli dèi, in modo che tu possa trovare la vita che stai cercando? Vieni, non devi dormire per sei giorni e sette notti." Pur provandoci come avrebbe voluto, Gilgamesh tuttavia non potette resistere all'assalto furioso del sonno e quasi immediatamente cedette. Fu risvegliato da Utanapishtim al settimo giorno, solo per sapere che aveva fallito nel suo obiettivo. Gilgamesh aveva ottenuto molto, ma non aveva la capacità di sostenere l'immortalità cosciente, perché c'erano ancora lezioni di vita da padroneggiare. "Che cosa posso fare, dove posso andare? Un ladro ha rubato la mia carne. La morte vive nella casa dove c'è il mio letto; in qualsiasi parte io diriga i miei passi, c'è la Morte." Egli deve tornare a Uruk, per "soffrire" ancora la "morte" e la rinascita, della vita incorporata.

Che il viaggio di Gilgamesh sia un'allegoria derivata dai Misteri lo possiamo vedere più chiaramente alla luce del seguente estratto, scritto all'incirca un millennio dopo da Plutarco (citato da Temistio):

Se la fede nell'immortalità risale all'antichità più remota, come può il terrore della morte essere la più antica di tutte le paure?

. . . [Quando l'anima muore] ha un'esperienza come quella degli uomini che si sottopongono all'iniziazione nei grandi Misteri; e così i verbi teleutan (morire) e teleishtai (essere iniziato), e le azioni che essi denotano, sono simili. All'inizio c'è uno smarrimento e un vagare, una stanchezza nel percorrere le varie strade, e i viaggi inquieti attraverso le tenebre che non portano a nessuna meta, e quindi, immediatamente prima che finiscano, insorgono ogni possibile terrore, tremore, sudore e stupore. Ma dopo tutto questo, una luce meravigliosa incontra il pellegrino, e l'aperta campagna e le terre ricche di prati gli danno il benvenuto; e in quel luogo ci sono voci e danze e la solenne maestosità della musica sacra e delle sante visioni. E in mezzo ad esse egli cammina in una nuova libertà, ora perfetto e pienamente iniziato, celebrando i riti sacri, una ghirlanda sulla testa, e conversa con gli uomini puri e santi . . . — "De Anima," Moralia xv. 177-8 (Loeb).

Sebbene non ancora "perfetto," tuttavia Gilgamesh si era guadagnata la ghirlanda di un grado minore, perché qui il testo allude ai temi essenziali iniziatici del battesimo e della rinascita (spirituale e fisica): Utanapishtim ordina a Urshanabi di traghettare Gilgamesh al luogo dove lavarsi, di gettare via le sue vecchie pelli e lasciare che il mare le trascini lontano, che il suo bel corpo possa essere visto. "La benda intorno al suo capo dev'essere sostituita da una nuova. Gilgamesh deve rivestirsi di un abbigliamento regale degno di lui. Finché non finisce il suo viaggio verso la città, i suoi abiti non si devono sporcare, ma devono rimanere ancora nuovi."

Quando spinsero con la pertica la loro barca, la moglie di Utanapishtim ricordò al marito che Gilgamesh era stanco e aveva bisogno d'aiuto per tornare a Uruk. Così Utanapishtim rivelò a Gilgamesh un altro segreto degli dèi. Sotto il mare c'è una pianta meravigliosa, come un fiore con le spine, che restituisce a un uomo la sua giovinezza. Gilgamesh allora aprì il passaggio, legò delle pietre ai piedi, s'immerse nel profondo (Apsu) e recuperò la pianta. "A Uruk la proverò su un vecchio. Il suo nome sarà 'Il Vecchio cresciuto Giovane' [parallelo al nome sumero di Gilgamesh]. Allora la mangerò affinché possa ritornare alla mia giovinezza."

Dopo una ventina di ore mangiarono un boccone. Dopo trenta, si fermarono per la notte. Mentre Gilgamesh si lavava in una piscina, un serpente annusò la fragranza della pianta. Risalì dall'acqua e strappò con violenza la pianta, mutando la sua pelle (rinnovandosi) quando tornò nell'acqua. Vedendo che la pianta del ringiovanimento era sparita, Gilgamesh si accasciò e pianse. A causa di chi il sangue del suo cuore s'era consumato? "Non ho ancora vinto nulla di buono per me stesso, per il leone della terra ho ottenuto vantaggio. . . . Ritiriamoci, Urshanabi, e lasciamo la barca a riva." Forse qui c'è un barlume di comprensione; la storia fa il punto sull'oblio di sé che ancora dev'essere imparato — e sulla prontezza: che tutto l'illuminamento è il lavoro di intere vite.

Un altro giorno di viaggio e arrivarono a Uruk, dopo di che Gilgamesh raccolse il filo del suo passato. "Sali, Urshanabi, sul muro di Uruk. Ispeziona la base; guarda la muratura. Non è il suo nucleo fatto dai mattoni cotti al forno? Non furono i sette saggi a progettare il piano delle sue fondamenta? A Uruk, la dimora di Ishtar, una parte è città, una parte frutteti, e una parte cave di argilla. Tre parti, e il tempio di Ishtar [Eanna] chiude il muro di Uruk." E spirito, anima, e corpo costituiscono ancora Gilgamesh che, castigato ma più saggio dalla sua esperienza, ora riprende il lavoro della sua vita, simbolizzato dal muro guardiano di Uruk che sempre protegge la nostra umanità.

 Ziggurat in the Eanna sector at Uruk

Ziggurat nel Settore Eanna a Uruk (Andre Parrot, Sumer)

Così si conclude l'undicesima tavoletta e la parte principale della storia. La tavoletta XII è una traduzione parziale della storia sumera "Gilgamesh, Enkidu, e gli Inferi." Poiché sembra che l'episodio sia fuori dalla sequenza (Enkidu è vivo), molti commentatori l' hanno trattata come un'appendice. Mentre questa è una valutazione meritevole, il contenuto e il collocamento della storia riflettono un significato simbolico. Il dodici era, numericamente e filosoficamente, importante per i babilonesi, e segnava la fine di un ciclo e il preludio al successivo. Coerente con il tema del reincorporamento, Enkidu ancora una volta si riunisce con Gilgamesh, nonostante che egli scenda da solo negli Inferi per recuperare due oggetti appartenenti a Gilgamesh, che lui non era riuscito a recuperare. Il soggetto degli Inferi (che sta anche come una metafora del nostro mondo) si riferisce direttamente alla visione della morte di Enkidu all'inizio della Tavoletta VII, il punto mediano preciso della versione delle 12 tavolette. Inoltre, la Tavoletta XII contiene solo all'incirca metà delle altre e s'interrompe improvvisamente, manca il testo, niente che venga detto degli ultimi giorni di Gilgamesh, la storia è incompleta. Un poema in lingua sumera di origine incerta, "La Morte di Gilgamesh," sembra sia stato intenzionalmente omesso dalla versione delle 12 tavolette, forse perché la sua enfasi sulla permanenza della morte non era filosoficamente coerente con il punto di vista più speranzoso dell'epopea. La dodicesima tavoletta suggerisce invece — anche se nelle righe — che noi non abbiamo compreso il capitolo finale, ma abbiamo cercato solo un altro punto di svolta nel ciclo della vita.

Indipendentemente dalle imperfezioni del testo, delle traduzioni, delle interpretazioni, la resurrezione di Gilgamesh dalle macerie del passato, è una testimonianza impressionante dell'eternità e dell'universalità della nostra eredità spirituale e umana. Come i testi buddisti terma intenzionalmente sepolti a beneficio delle generazioni successive, Gilgamesh è stato riscoperto al momento opportuno. Per quanto progresso possiamo aver raggiunto (o fallito nel raggiungerlo) in questi parecchi millenni da quando fu scritta per la prima volta, la sua storia è la memoria potente di una verità sacra su quello che siamo: compagni, amici e fratelli di tutti noi, che viaggiamo sulla strada della vita insieme a un'eroica ricerca che è — nella sua essenza — una parte umana, due parti divine.


BIBLIOGRAFIA

Traduzioni:

I seguenti due libri di Andrew R. George completano le scoperte più recenti e si aggiungono alla nostra conoscenza di Gilgamesh:

The Babylonian Gilgamesh Epic: Introduction, Critical Edition, and Cuneiform Texts, 2 vol., Oxford University Press, Oxford, 2003
The Epic of Gilgamesh: A New Translation, Barnes and Noble, New York, 1999. Includes the Sumerian and Old Babylonian texts
 

Altre traduzioni utili:

Dalley, Stephanie, Myths from Mesopotamia, Creation, The Flood, Gilgamesh, and Others, Oxford University Press, Oxford, 1989

Gardner, John, and John Maier, Gilgamesh: The Version of Sin-leqi-Unninni, Alfred A. Knopf, New York, 1984

Heidel, Alexander, The Gilgamesh Epic and Old Testament Parallels, The University of Chicago Press, Chicago, 1949

Kovacs, Maureen Gallery, The Epic of Gilgamesh, Stanford University Press, Stanford, 1989

Sandars, N. K., The Epic of Gilgamesh, Penguin Books, Baltimore, revised, 1972

Temple, Robert, He Who Saw Everything: A Verse Version of the Epic of Gilgamesh, Rider, London, 1991
 

Fonti Correlate:

Damrosch, David, The Buried Book: The Loss and Rediscovery of the Great Epic of Gilgamesh, Henry Holt and Co., New York, 2006

Fiore, Silvestro, Voices from the Clay: The Development of Assyro-Babylonian Literature, University of Oklahoma Press, Norman, 1965

Jacobsen, Thorkild, The Sumerian King List, The University of Chicago Press, Chicago, 1939
———, The Treasures of Darkness: A History of Mesopotamian Religion, Yale University Press, New Haven, 1976

Knoche, Grace F., The Mystery Schools, Theosophical University Press, Pasadena, 1999

Kramer, S. N., History Begins at Sumer, Thames & Hudson, London, 1958
———, Sumerian Mythology, Revised Edition, Harper Torchbooks, New York, 1961

Tigay, Jeffrey H., The Evolution of the Gilgamesh Epic, University of Pennsylvania Press, Philadelphia, 1982; reprint, Bolchazy-Carducci Publishers, Wauconda, IL, 2002
 

Sul Web:

Electronic Text Corpus of Sumerian Literature (ETCSL) http://etcsl.orinst.ox.ac.uk/


[1] Il concetto del nome del saggio cinese Lao-Tzu (Laozi) è simile, interpretato sia come "Vecchio Maestro" sia come "Vecchio Ragazzo," derivato probabilmente dalla sua nascita leggendaria come un uomo già vecchio. Anche varie pronunce sumere di Bilgamesh davano la precedenza a significati tali come "l'antenato (era) un eroe e "la progenie (è) un eroe."

[2] È interessante notare che una fonte principale è il prologo alla storia sumera. "Gilgamesh, Enkidu, e gli Inferi," parte del quale comprende la Tavoletta XII della Versione Classica Babilonese.

[3] Dove i dettagli della storia si diversificano, la preferenza è spesso data alle Vecchie fonti Babilonesi e Sumere più poetiche. Il testo in parentesi quadre dà i significati supposti o probabili di termini indecifrabili o sconosciuti.

Questo compendio (revisionato nel 2010) è adattato dalle interpretazioni di Stephanie Dalley, John Gardner e John Maier, Andrew R. George, Alexander Heidel, Maureen G. Kovacs, e N. K. Sandars, al quale sono riconoscente (vedi bibliografia). Una menzione speciale va fatta dall'opera enciclopedica in 2 volumi di Andrew George: The Babylonian Gilgamesh Epic (2003) che fornisce i testi accadici, la traduzione e un ampio commentario.

[4] In termini teosofici "due terzi divini, un terzo umano" ben si adatta alla triade superiore della settuplice costituzione umana: ātman (essenza divina), buddhi (saggezza risvegliata) e manas (mente umana). A una verifica, corrispondono a: 1) Shamash, il Sole come discendente manifestato di Anu; 2) "la sapiente dea madre di Gilgamesh, Ninsun, e 3) il suo genitore semidivino ma mortale, "il luminoso Lugalbanda" ("giovane re," dopo la sua morte descritto come il dio interiore o personale di Gilgamesh). Il suo aspetto titanico — in seguito chiamato la "carne degli dèi" — si riferisce ugualmente al suo aspetto e alla statura spirituale. Consultare le note alla fine di questa sezione, riguardanti la creazione dell'umanità.

[5] La pronuncia del nome di Enkidu nella posteriore versione Babilonese, composta in un periodo in cui le etimologie erano in voga, "usa un segno, gag, con un valore fonetico non normale in questo periodo, " (George, BGE 1: 140, 452). La parola sumera gag significa "osso, articolazione, giuntura, ginocchio; anche perno, unghia, o punta." Come metafora,"ginocchio" ( e inginocchiato) figura preminentemente nella storia come in altra letteratura mesopotamica.

[6] Alcuni interpreti hanno visto, in questo simbolismo metafisico, una relazione sessuale. Forse, per rendere chiaro il suo significato, la storia descrive quasi immediatamente il loro legame come casto. Jeffrey Tigay commenta che "ancora oggi posiamo vedere giovani uomini arabi nel vicino Oriente che passeggiano con le dita intrecciate senza alcuna implicazione omosessuale." (Evolution of the Gilgamesh Epic, p. 184) In contrasto con i loro precedenti giochi chiassosi, sia Gilgamesh che Enkidu sono in seguito raffigurati sempre più asceti. Per un ulteriore commentario sul "gemellaggio" spirituale vedi "Know Thyself: Man in Evolution," Sunrise, aprile/maggio 2004.

[7] Questa è un'interpretazione basata sul simbolismo del testo: Gilgamesh è per due parti divino, per una parte umana. Ne segue che Enkidu, come suo "riflesso," è in una parte umano, e per due parti animale; il principio sintetizzante che li unisce (il testo suggerisce Anu) è l'implicito settimo — essendo sette un numero che ricorre più frequentemente nella storia e nel simbolismo universale.

La creazione di Enkidu, inoltre, ha uno stretto parallelo con la creazione dell'umanità nell'Atrahasis Epic in cui gli dèi Igigi che si lamentano, oppressi dai sette Annunak, chiedono aiuto. Enki ordina a Nintu (Aruru) di mescolare argilla con la carne e il sangue di un dio ucciso: il "ribelle" Igigi di nome Geshtu-e, "il dio che aveva intelligenza," dal quale l'umanità riceve il suo "fantasma" (la forma e la mente astrale) per non dimenticare la sua origine divina. Da questa mescolanza tra cielo e terra, Enki e Nintu creano sette coppie umane per popolare la terra con i lavoratori per gli dèi. (Tigay, pp. 194-5)

[8] Huwawa nelle versioni sumere e quelle antiche babilonesi.

[9] Beru è un intervallo che può indicare un'unità di (1) distanza, comunemente di 10.8 chilometri, (2) il tempo, 120 minuti (una "doppia ora" o un 1/12 di un giorno) ma variabile, o (3) un arco, di solito 30° o 1/12 di un cerchio.

[10] Nel poema sumero, bisogna attraversare sei catene montuose prima di trovare l'Albero del Cedro, nella settima. La formula delle sei/sette notti, inoltre, è ripetuta parecchie volte nella versione Babilonese.

[11] Il numero e la sequenza qui seguono The Epic of Gilgamesh, di George, 1999, pp. 30-35, che incorpora i recenti studi e scoperte.

[12] Usato per la prima volta nella storia sumera originale, questo simbolo dell'unione che fa la forza fu incorporato dall'autore dell'Ecclesiaste (4: 9-12). Confrontare anche la "sacra corda tripla" del Brahman sannyasin, il "cable tow" massonico della fratellanza, e più in particolare il sutratman hindu o il "filo del sé" — la linea di vita immortale dell'uomo che lo connette alla sua divinità interiore. Per un saggio interpretativo di questo simbolo universale, vedere: "Saved by a Three-ply Towrope," Sunrise, aprile/maggio 1989. [Tradotto letteralmente, il cable tow: 'il rimorchio della corda,' è un simbolo massonico del Primo Grado e rappresenta i candidati vincolati alla sua direttiva. — n. d. t. ]

[13] La costellazione del Toro come simbolo del fato (karma) astrologico. L'episodio con Ishtar personifica i temi iniziatici del battesimo e della tentazione: Gilgamesh si lava, mette da parte i suoi vecchi "abiti," e si riveste degli indumenti regali e della corona (la sovranità divina). La sua purificazione e rinnovamento attraggono immediatamente Ishtar, che tenta di sedurlo e distruggerlo.

Il Toro del Cielo indica ugualmente un tema messianico. Durante il 4° e 3° millennio a. C., il sole sorgeva nelle vicinanze del Toro all'equinozio di primavera. Che i sacerdoti sumeri fossero consapevoli della precessione del sole attraverso le costellazioni zodiacali (un ciclo di quasi 25.800 anni) è suggerito dalla Lista dei Re Sumeri. Dopo il Diluvio, il potere sovrano fu fatto scendere dal cielo e stabilito a Kish per 24.510 anni, quando fu spostato a Uruk; durò 2.044 anni (quasi esattamente 1/12 di 24.510) fino all'inizio dei 126 anni di regno di Gilgamesh. Nella moderna letteratura teosofica una dodicesima parte del Grande Anno precessionale è chiamata ciclo messianico. Anche il Giudaismo è relazionato all'ariete (Aries); il Cristianesimo ai pesci (Pisces).

Come l'avatar hindu Krishna che rivelò "le antiche, imperiture dottrine segrete che erano state perdute per un lungo periodo di tempo" (Bhagavad-Gītā 4:1-3), Gilgamesh rivelò la saggezza divina perduta nel Diluvio. Dopo la sua morte, Gilgamesh — "che superò tutti gli altri re" — è divinizzato come Signore degli Inferi e collegato al dio Dumuzi che moriva e risorgeva "annualmente"; e anche al dio solare Shamash, accanto al quale egli giudica i morti.

[14] Il testo di questo commovente lamento segue la lettura di R. Stefanini dei frammenti ittiti. J. Friedrich e altri l'hanno attribuito, con parole diverse, a Gilgamesh.

[15] Allak, letteralmente il mozzo della ruota o il cerchio. Interpretato astronomicamente, la ruota simbolizza la "strada" o l'orbita del firmamento celeste, ed è un riferimento all'imminente viaggio iniziatico di Gilgamesh. Il motivo sottostante alle allegorie presentato finora concerne un obiettivo fondamentale dei Misteri: prima che il segreto della vita possa essere conosciuto, l'iniziando deve perdere la sua natura inferiore che "seppellisce" la sua essenza divina — cioè, il suo Enkidu/fisico deve "morire" (temporaneamente), affinché il suo sé spirituale possa conoscere il dio dentro di lui ed esserne riconosciuto. Notate qui anche la prospettiva dell'anima disincarnata del suo compagno deceduto e ciò che segue ("come un'aquila egli si librava intorno a lui," ecc.); proprio come il suo corpo è morto, morirà anche lei (l'anima?) Per un punto di vista preciso dei modelli iniziatici e dei simboli della tradizione Misterica, consultare The Mistery Schools di Grace F. Knoche, Theosophical University Press; online: www.theosophy.org.

[16] Pronunciato anche come Utnapishtim e Uta-napishti, che in Babilonese significa "Egli ha trovato la vita"; nella letteratura sumera egli è conosciuto come Ziusudra ("Lunghi giorni di vita") ed è chiamato il "Preservatore del seme dell'Umanità." Il sacerdote Babilonese Berosso (3° secolo a. C.) trascriveva il suo nome in Greco come Xisuthros o Sisithros.

[17] Beru, "intervallo variabile" — in questo contesto, di tempo.

[18] Vedere il Fedone di Platone, 110ff, e Apocalisse 21:10-22:5 per simili descrizioni della "vera" terra, la terra celeste.

[19] Il nome Urshanabi implica un simbolismo numerico, perché significa "Sacerdote (o Servitore) dei 2/3." Egli è il genero di Enki (valore numerico 40, 2/3 di 60 di Anu.) Il nome, di conseguenza, indica il suo ruolo di sacerdote/servitore di Gilgamesh, che è per 2/3 divino.

[20] Una storia simile la troviamo nell'antica India, in cui Vishṇu dice a Vaivasvata Manu: "Sette nubi di pioggia porteranno la distruzione. Gli oceani turbolenti si mescoleranno in un solo mare. Tramuteranno l'intero triplice mondo in una sola vasta distesa d'acqua. Allora tu devi prendere i semi della vita da ogni parte e caricarli sul battello dei Veda." (Matsya Purāṇa 2.8-10).

[21] Atrahasis, "il Saggio Eccelso" è un appellativo di Utanapishtim come il sopravvissuto del Diluvio. Per un confronto dei racconti sumeri, babilonesi ed ebraici del Diluvio, vedere Heidel, The Gilgamesh Epic and Old Testament Parallels, pp. 102-19, 224-69.


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